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cynthia collu

Il respiro di Thomas Bernhard

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Sto leggendo "Il respiro" di Thomas Bernhard, un libro autobiografico dove l'autore racconta come lui, allora diciottenne, si sia trovato in punto di morte e ricoverato in quello che lui chiama "il trapassatoio", uno stanzone dove venivano messi gli anziani, tutti moribondi, chi con poche ore di vita chi con pochi giorni. Thomas si guarda attorno, e nello sfacelo della vita umana a cui assiste (la fine della vita, l'agonia nella sua nuda, orribile verità), decide di farcela: lui vuole vivere, lui vivrà a tutti i costi. Di seguito un passo:

 

"Moriamo a partire dall'attimo in cui veniamo al mondo, ma diciamo di stare per morire soltanto quando siamo arrivati alla fine di questo processo, e a volte questa fine si protrae ancora, per un tempo atrocemente lungo. Definiamo come momento del trapasso la fase finale del nostro processo di trapasso che dura tutta la vita. Alla fine ci rifiutiamo di pagare il conto in quanto cerchiamo di sfuggire alla morte. Tenendo davanti agli occhi il conto che un giorno ci sarà presentato, pensiamo al suicidio e cerchiamo rifugio in pensieri volgarissimi e meschini. Dimentichiamo che tutto quello che ci riguarda è un gioco d'azzardo, e da ciò deriva la nostra esasperazione. Non ci rimane alla fine che una via d'uscita, rinunciare a ogni speranza. Il risultato è il trapassatoio, un luogo dove si muore, definitivamente. Tutto non è stato altro che una truffa. Vista da vicino, tutta la nostra vita non è altro che un logoro calendario che porta le date delle grandi rappresentazioni, ma i cui i fogli sono stati strappati a uno a uno."


Inizia la sua lotta silenziosa contro la malattia, e mentre si guarda attorno, l'orrore si trasforma in pietà, e poi in una sorta d'indifferenza.
Leggendo questo libro, che è senza un attimo di respiro, mi è venuta in mente una intensa poesia di Ungaretti, di cui vi posto dei brani.
Quanto al libro, ve lo consiglio, è un gran bel viaggio, qualunque sia la vostra idea sulla vita e sulla morte.
 

E tu non saresti che un sogno, Dio?
Almeno un sogno, temerari,
Vogliamo ti somigli.
E’ parto della demenza più chiara.

Non trema in nuvole di rami
Come passeri di mattina
Al filo delle palpebre.
In noi sta e langue, piaga misteriosa.
3.
La luce che ci punge
E’ un filo sempre più sottile.
Più non abbagli tu, se non uccidi?
Dammi questa gioia suprema.
4.
L’uomo, monotono universo,
Crede allargarsi i beni
E dalle sue mani febbrili
Non escono senza fine che limiti.

Attaccato sul vuoto
Al suo filo di ragno,
Non teme e non seduce
Se non il proprio grido.

Ripara il logorio alzando tombe,
E per pensarti, Eterno,
Non ha che le bestemmie.

_Da "Pietà " = Giuseppe Ungaretti_
 


 

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