Alex era il tuo nome di battaglia, il nome del rebus dagli occhi intagliati nel più puro smeraldo che m'attendeva indolente nel lussuoso pied-à-terre al terzo piano con ascensore e vista-mare del prestigioso palazzo umbertino che avevo affittato per te a seicento euri al mese. Un rebus cifrato nel quale ogni volta mi perdevo come in un labirinto senza trovare la forza di rifiutare la sfida e fuggire lontano dal tuo corpo di fantasma recidivo, impudico revenant evocato dalle ossessioni d'un disegno ancora imbozzolato nei preamboli che s'affacciava sulle tue labbra sottili in un blando sorriso d'indulgenza. Senza saperlo t'avevo dato il nome d'un comandante guerrigliero di Timor ovest ucciso dall'esercito indonesiano proprio in quell'incanto incendiato di giorni quando le tue braccia apparivano il porto più sicuro a cui approdare per sottrarmi al gelido ventare d'oscure predizioni. Ma questo tu non potevi immaginarlo, tu che forse detestavi quel nome che per un gioco del rum e del desiderio in un pomeriggio di pioggia e di Corelli ti s'era appiccicato addosso uscendo dalla mia bocca palpitante macerata nell'andirivieni di sussurri e turbamenti. Avevo avuto altre storie con altri personaggi, la diciassettenne Enza d'una caparbietà senza pari, Oreste l'oscuro, Germana la ribelle dai capelli color del grano e gli occhi da cerva, il faccendiere Rosario e una Monica dalla faccia lunare e il corpo da anoressica, ma con te m'illudevo fosse una cosa speciale. Avevo provato prima con un racconto breve, una mezza dozzina di cartelle, una storia di giovani che trascinavano nell'infinito perimetro urbano la loro disperazione rabbiosa d'animali votati al Male, ed eri entrato alla grande nella parte che avevo modellato su di te, t'eri trovato subito a tuo agio con quel gergo che pareva fosse tuo da sempre e gli assurdi capelli a spazzola, tinti di biondo e di rosso come la parrucca che avevo scovato per te nella bottega da rigattiere del mio cuore assieme all'orecchino infilato non senza dolore in un capezzolo del tuo petto. Così m'incoraggiasti a strapparti da un destino di gregario, a disegnare sulla tua pelle perlacea un sogno insensato e febbrile, a insegnarti il fascino dell'eroe tenebroso prima di consegnare le pagine all'avidità luminosa della tua bocca, plasmarle nel riflesso d'alabastro dei tuoi occhi, renderle alla verità dei tuoi fremiti e al lampo ferino dei tuoi denti, raccoglierle nello spazio astrale delle tue unghie bugiarde, offrirle all'indulto dei tuoi polpacci dove schiumava un sangue insaziabile e denso, dissiparle nella foga dei tuoi fianchi vigorosi e ricomporle con audacia nell'ordito passionale delle tue dita sottili e abili, da scassinatore d'anime. Non mi dimenticai nemmeno delle tue sigarette preferite, i cui mozziconi avevano cominciato a scandire il ritmo del mio assillo, né delle tue vecchie scarpe da ginnastica che deponevo la sera ai piedi del tuo letto, dopo averle accarezzate trepidamente come un feticcio. Anche i filari impettiti dei gelsi lungo il fiume, la falena dalle grandi ali vellutate che con cerimoniosa insistenza batteva contro il globo di vetro della lampada, la mercuriale luce dell'alba che si sdraiava mollemente sui tetti d'ardesia delle case, il vento capriccioso che danzava in vortice con foglie e carte disperdendo gli acidi umori della notte, ogni cosa era per il tuo piacere, perché potessi godere d'un creato che s'apriva ai tuoi occhi come un ventaglio e ti potessi contemplare nello specchio d'un mondo costruito a tua immagine e somiglianza. Tu eri il Signore d'un regno d'inchiostro che t'esaltava oltre ogni decenza, e da quella torre d'avorio ti rivelasti il carnefice impietoso delle mie patetiche illusioni. Negli incontri successivi stabilii che nessun lettore a nessun prezzo si sarebbe più abbeverato a pagine tormentate e frementi come la mia passione, nessun estraneo avrebbe frugato con sconveniente curiosità nel tuo sguardo impulsivo e cristallino, nessun ladro m'avrebbe sottratto la gioia commossa d'un tuo sorriso accondiscendente, nessun libertino avrebbe spiato i miei soprassalti a ogni tua erezione. Perciò ti costrinsi nell'oscurità sigillata d'un faldone fondo come uno scrigno, condannandoti alla signoria della mia voce intarsiata di tenerezza nel più intenso legame d'amore che mai vita d'uomo abbia conosciuto. Come un ossesso m'inebriavo le nari sature degli aromi carnali del tuo giardino primaverile e assaporavo piano, per non sconcertarti, le gemme roride di rugiada dei tuoi sensi, sapendo che solo la mia assoluta follia poteva trattenere nelle maglie della sua rete perversa la tua urticante giovinezza, altrimenti fuggevole nel crocevia del tempo scandito da orologi e doveri. Non so se l'estasi di giorni senza domani, impetuosi come il desiderio a ogni istante rinnovato di possederti, occultò la drammatica verità del mio corpo che sfioriva, o se l’incontenibile gelosia, l'egoismo sfrenato del dominio, la voluttà d'un piacere clandestino o l’incubo della solitudine a venire furono motivi adeguati, ragioni capaci di gridare il tuo tradimento consumato con la crudeltà capricciosa di quell’orgoglio scolpito nel sorriso di superiorità con cui hai accompanato i miei singhiozzi disperati quando t'eleggesti a giudice del tuo destino di personaggio di successo, mentre la cortina di fumo dell'ultima sigaretta ti separava dal nostro passato disordinato e turbolento. E te ne andasti per il mondo col primo direttore editoriale che lusingò la tua sconfinata vanità promettendoti quattro ristampe in due mesi, senza voltarti a interrogare questa statua di sale che ti lasciavi alle spalle come un simulacro.