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Ospite Nephrem On'Yn'Rah

RACCONTI 68° CONTEST: HALLOWEEN TIME

Post raccomandati

Ospite

Bene siori et siore, potete postare qui di seguito i vostri testi: ricordate una biografia con morte compresa e un racconto horror/gotico o horror demenziale da film di serie B.

Potete postare il vostro testo sino alla mezzanotte del 31 ottobre qualunque testo postato dopo la mezzanotte non verrà preso in considerazione dai giudici (bwawawa meno male che ho tante personalità che convivono tutte assieme dentro di me, mi permettono di usare il plurale icon_twisted.gif ) detto questo in bocca al lupo... ah no, niente lupi, Dentro al Calderone a tutti!

$cadenza: 00:00 del 31 Ottobre 2010 <- - - più chiaro di così si muore, poi si torna come zombie.

In caso di ritiro: se nonostante tutto vi trovaste costretti a ritirarvi, vi sarei grato se lo notificate con un MP al sottoscritto, non lasciate post in questo topic che è adibito solamente ai testi del contest.

ISCRITTI ovvero NECROLOGIE

- *minnie93* SOPRAVVISSUTA (cioè ritirata se non cogliete la metafora u.u)

- mandarino - - - - - - - - > Presto nei vostri bicchieri con succo d'arancia annesso °_°

- ewan_j DEFUNTO

- Altair DEFUNTO

- nerinacodamozza SOPRAVVISSUTA

- Misery DEFUNTA

- marduk DEFUNTO

- Arussil DEFUNTO

- Sid_Annina DEFUNTA

- Nanni DEFUNTO

- Il Cacciatore SOPRAVVISSUTO

- queenseptienna DEFUNTA

- Ayame RITIRATA

- Jessie DEFUNTA

- ilil - - - - - - - - - - - - > Presto sulle vostre tavole

- swetty DEFUNTA

- Sherry D Mala Potter SOPRAVVISSUTA

- TempestaNera DEFUNTA

- Hap Collins DEFUNTO

- Nexa - - - - - - > Presto sulle vostre tavole

- Agony & Nalea INSEGUITI DA SERIAL KILLER SPIETATO CHE AVVELENA PAPAYE

- soleluna DEFUNTO

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Spero vi piaccia come prendo nota dei presenti e degli assenti icon_twisted.gif

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Ho un paio di problemi. Quello che ho scritto voleva essere un horror d'ambientazione moderna con la partecipazione di uno dei personaggi richiesti, non ironico (almeno non in modo esplicito). Ora non so più se sono in tema né saprei ben definire esattamente quello che ho scritto, comunque lo pubblico lo stesso. Alla peggio sarò scartato.

Il diavolo in un vortice di polvere

Era cominciato tutto una ventina di giorni prima, almeno che Aldo ricordasse, qualcosa doveva essere stato visibile anche in precedenza, ma non ci aveva fatto molto caso. Fino ad allora.

Il suo mestiere erano le previsioni del tempo, non uno di quelli che vanno in televisione a spiegare alla gente se pioverà o meno: Aldo faceva il lavoro oscuro, immetteva i dati nel computer, man mano che arrivavano dai vari sensori e dai satelliti, poi ne seguiva l’evoluzione variando un parametro qui o un parametro là, a seconda di cosa era considerato statisticamente più probabile; e di cosa gli diceva la sua esperienza, anche.

Il suo fiuto. Il suo fiuto godeva di grande considerazione, nell’ambiente.

E, quel giorno, il suo fiuto avvertì subito che c’era qualcosa di strano. Chiamò un collega e gli disse di dare un’occhiata. Ora non ricordava più nemmeno chi fosse, però ricordava molto bene la loro conversazione

-Ma quelle sono cartine a ventun giorni! -Gli aveva detto il collega- E’ come guardare in una sfera di cristallo... Non servono a niente.

-Lo so -aveva replicato lui- ma guardale lo stesso. Guarda qui.

In effetti le cartine erano una diversa dall’altra, ciascuna era frutto dell’elaborazione di diverse ipotesi. In una, tanto per dire, sull’Italia c’era tempo bello e sole, in un’altra pioveva quasi ovunque e faceva freddo ma, in tutte, c’era... quello.

-Beh, e che ci trovi di strano? Il vento soffia quasi perpendicolare, direttamente attraverso la Mesa a ridosso delle coste spagnole... Sotto vento si forma una depressione. Succede spessissimo.

-Si, ma guarda quest’altra cartina. Qui non ci sono venti da nord-nord-ovest, solo dell’aria calda che rimonta dall’Africa e incontra una perturbazione entrata attraverso lo stretto di Gibilterra. Eppure la perturbazione c’è, uguale.

-Un’altra situazione tipica -aveva ribattuto il collega, leggermente annoiato. Allora lui gli aveva sciorinato, una dopo l’altra, tutte le cartine ipotetiche, anche quelle più irrazionali ed improbabili; in tutte la depressione c’era. A volte un po’ più piccola, se non appena accennata, a volte tanto grande da interessare l’intero Mediterraneo occidentale, a volte più profonda, altre meno, con il suo centro spostato di poche decine di chilometri ad est oppure ad ovest come a sud o a nord, ma sempre più o meno nello spazio compreso tra le Baleari, Gibilterra e la costa Africana.

-Diabolico -commentò il collega prima di dargli una pacca sulle spalle ed avviarsi al suo posto di lavoro.

Diabolico.

Qualche giorno dopo si trovò a fare da cicerone ad una scolaresca, in visita al centro previsionale dell’aeronautica. Uno dei ragazzi vide, su di una cartina isobarica fresca di stampa appesa al muro, quella strana figura fatta di tanti cerchi concentrici, e chiese cosa fosse.

-E’ come i vortici che si formano l’estate sui campi dove è stato appena tagliato il grano –rispose Aldo- Li hai mai visti? Solo più grande.

Il ragazzo aveva esperienza di vita in campagna e, si, li aveva visti.

-I diavoletti di polvere!

Era la seconda volta, che Aldo ricordasse, in cui il diavolo veniva associato a quella depressione, non sarebbe stata l’ultima.

Anche lui, da ragazzino, li aveva visti, i diavoli di polvere. Ricordava una volta in cui erano state bruciate delle stoppie in diversi punti di un campo. Si era formato un vortice che, passando su uno di questi falò ormai spenti, si era colorato di grigio per la cenere; poi, uno per uno, muovendosi a zig-zag, era passato su tutti gli altri, ogni volta quasi materializzandosi per la cenere aspirata verso l’alto. Pareva che avesse una sua intelligenza.

Ora Aldo sapeva bene che le cose non stavano così, erano solo fenomeni meccanici quelli in gioco. La cenere aveva una temperatura diversa da quella della terra e così attirava il vortice, il diavoletto. Tuttavia erano stati proprio fenomeni come quello, inspiegabili anche per la sua mente, pur già tanto analitica per essere quella di un ragazzino, a spingerlo a studiare meteorologia, qualche anno dopo, scoprendo che quei diavoletti di polvere erano simili ai terrificanti tornado che potevano devastare interi paesi.

Solo più piccoli: diavoletti, appunto. E allora i tornado? E i grandi cicloni? Cos'erano?

Infine era entrato nell’aeronautica; e, anche se adesso la divisa non la indossava quasi più, c’erano stati dei momenti in cui si era sentito un soldato, fermo al pezzo nel suo avamposto, in perenne attesa di un nemico fatto di nuvole, oppure di troppo sole che bruciava le piante o di imprevedibili lingue di gelo che le congelavano, in mattinate piene di festoni di ghiaccio su gli alberi. Ora qualcosa di quello stato d’animo tornava.

Nelle due settimane successive la situazione si delineò meglio e la depressione, tropical-like cyclone, era il termine preciso, cominciò a formarsi materialmente; ma erano le previsioni per i giorni successivi a mettere preoccupazione, poi paura, poi angoscia e terrore. E panico.

Il Mediterraneo occidentale, molto caldo anche per la stagione pre autunnale, forniva una grandissima quantità di energia, a differenza di certi pseudo uragani che occasionalmente nascono, ogni tanto, anche alle nostre latitudini, il suo cuore era caldo; si formò il tipico occhio, perfettamente visibile. La pressione al suo centro veniva rivista continuamente al ribasso, ma la realtà superava sistematicamente le previsioni. Novecento hettopascal, poi ottocento, poi settecentocinquanta, poi una cosa mai registrata neanche ai Caraibi. Ai suo bordi cadeva copiosa una terribile grandine, a scrosci distruttivi, davanti a se spingeva onde altre decine di metri e nuvole continuamente rinnovate, cariche di fulmini e capaci di scagliare verso il suolo, più che pioggia, vere cascate d’acqua, come un Niagara sospeso nel cielo.

Ciclone Devil, venne chiamato, come se l’uso dell’inglese potesse esorcizzare la realtà di quello che era: un mostro.

Sulle carte ora appariva come una spirale galattica, con braccia protese ad abbracciare e distruggere. La sua rotta, fu subito chiaro, l’avrebbe portata ad attraversare il canale di Sardegna, sfiorando solo le coste delle due isole maggiori, per poi risalire, in una curva ingannevolmente dolce, e schiantarsi, infine, contro le coste tirreniche.

Si pensò di evacuare, da prima, le città marittime, ma si sarebbe dovuta evacuare l’intera penisola italiana, o almeno la sua parte centrale incentrata su Roma, e non c’era modo. La gente fu invitata a stare in casa ed aspettare. Pregando, se credente.

Aldo fu invitato a prendere posto su di un aereo che avrebbe cercato di osservare da vicino l’uragano. Il ruolo che aveva avuto nel delineare l’evoluzione del fenomeno gli procurava ora questo dubbio privilegio.

Devil appariva, visto di fronte, come un muro di nuvole del colore dell’asfalto appena steso, attraversato da lampi continui; al suo interno c'era la notte. Il vento soffiava violentissimo scuotendo l’aereo come se una mano gigantesca cercasse ripetutamente di afferrarlo, lasciando poi che le sfuggisse ogni volta.

Quando riuscirono ad aggirarlo, portandosi alle sue spalle, videro che le acque si erano divise, come il Mar Rosso davanti a Mosè, ma non era stato Dio a fare questo miracolo, stavolta, e non erano gli ebrei in fuga dall'Egitto le creature che camminavano tra i due muri d’acqua, disposte in fitte e regolari schiere come antiche falangi. Enormi ed armate di qualcosa che il pulviscolo d’acqua impediva di distinguere con chiarezza.

-Allucinazioni. -Pensò Aldo. Forse dovute alla pressione dell’ossigeno troppo bassa o a tutti quegli infernali scuotimenti. Poi si girò verso il pilota e, nei suoi occhi sbarrati, vide che anche lui vedeva.

-Ma cosa sono? -Gli strillò il pilota in cuffia.

-Il suo nome è legioni -rispose Aldo, ma l’altro non capì.

Un tentacolo di vento generato dal caos li attirò, attraverso il muro di nuvole, fino al centro, all’occhio del ciclone; là dove dominavano le correnti ascensionali e la pressione era bassissima. Sopra di loro si vedeva il cielo, sotto, su di un’enorme portantina sorretta da migliaia di demoni, c’era Lui che, evidentemente stanco di delegare ad altri il suo lavoro, aveva deciso di scendere in campo di persona. Una vaga luminescenza rossastra lo circondava, frutto dell’intenso calore che dava energia all’intero sistema. Si girò verso di loro e, per un attimo, Aldo poté guardarlo diritto negli occhi.

Se fosse sopravvissuto i suoi capelli sarebbero certamente diventati bianchi ma, la mano invisibile che fino a quel momento era sembrata giocare con loro, finalmente li prese. L’aereo si sbriciolò come un biscotto secco stretto in un pugno.

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Il secondo problema è che mi si chiede di fare ipotesi sulla mia futura morte. Ma io sono già morto. E' successo diversi anni fa. Qualcuno, non dirò chi, ha messo tutto il materiale che avevo scritto fino a quel momento su di un server, insieme ad un programma che cerca occasioni di publicare quello stesso materiale. In seguito si è molto divertito a perfezionare il programma, in modo che potesse rispondere alle domande, come avrei fatto io stesso, e produrre nuovo materiale ricombinando in modo stocastico frasi ed espressioni dal suo data base sempre più ampio.

Insomma, solo un'elenco di risposte preordinate in base a parametri definiti, anche se, oramai, terribilmente complessi. Sembro proprio vivo, non è vero? Un fantasma nella rete. Tutta apparenza: non ci sono più, persino gli occasionali errori di grammatica o di sintassi sono preordinati per dare un effetto di verità.

Così sarei ridicolo a fare ipotesi sul modo in cui morirò. Ma come sono morto, in effetti?

Beh, dovreste esserci arrivati da soli:

Indigestione di banane.

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Ho scelto di cimentarmi nel racconto gotico, usando il Diavolo icon_evil.gif

«C'è una sola cosa orribile al mondo, un solo peccato imperdonabile: la noia.» (Oscar Wilde)

Per gioco, per noia

Parte prima: come prendere per la gola e macchiare il corpo

Lentamente, aprì gli occhi. Riprendendo conoscenza, il corpo si fece sentire in tutto il suo dolore.

Cos'era successo?

Cercò di far mente locale, ma le sembrava tutto così confuso...

«Ti aiuto io dolcezza: hai fatto proprio una bella caduta.»

Aline girò appena la testa, cercando la fonte di quella voce. Apparteneva ad un uomo panciuto e dalle guance rubizze, con una chioma di riccioli dalla tonalità del cioccolato a contornargli il volto. Indossava un completo rosa e un panciotto color crema. Impossibile non riconoscerlo. Per questo la ragazza venne presa dal terrore.

«... Sono morta?» chiese con un filo di voce.

Mentre si carezzava il ventre prominente, l'uomo le sorrise.

«Sono deliziato di saper che ti ricordi di me. Comunque no, non sei morta» Sospirò «Almeno, per adesso. Nelle condizioni in cui ti trovi e col freddo che c'è, non so se passerai la notte. Asprigna idea quella di prendere la scorciatoia per il bosco. Ma non ti sto certo rimproverando! In fondo per me è meglio così: ti ho prima nel forno. E dopo solo sei anni! Proprio un affare sostanzioso.»

«Io... la prego...»

«La prego monsieur Beelzebub non vorrei morire, dolcezza? Ma biscottino mio, tu come gli altri esseri umani, devi morire. Prima, dopo: dove sta la differenza? Siete come grano mietuto, che divien pane per la nostra tavola. Bé, dipende che tavola... ma la tua la conosciamo già, eh dolce Aline?»

Calde lacrime scesero sul viso della giovane, ancor senza la forza di muoversi e scappare. Invece rimaneva stesa accanto a quel signore dall'aria tanto eccentrica, che la guardava come se avesse davanti una torta.

«Oh, non piangere che le lacrime son salate. Quel sapore lascialo al mare. E a me dona la tua anima. Non far quella faccia. Sapevi cosa sarebbe successo dopo aver firmato il patto con me. E poi di che ti lamenti? Non hai forse gozzovigliato per anni? Non ti ho forse sempre dato quello che volevi? Non puoi negare la verità, mia tenera ingrata. Ricordati com'eri, povera dodicenne senza un soldo, con l'acquolina in bocca quando passavi davanti alla pasticceria dopo la scuola. Quanto avresti voluto gustar quei dolci, ber della cioccolata calda, sporcarti le dita di farina e zucchero! Non ho forse esaudito i tuoi desideri? Ogni giorno per sei anni hai mangiato a volontà, la tua tavola era sempre imbandita. Guarda come sei florida adesso, rispetto a quel vil scheletrino di un tempo. Io in cambio ho preteso solo una firmetta» Il suo viso, pacioso e bonario, prese una connotazione maligna «Ma adesso sei mia.»

«Non... la prego... voglio... voglio vivere...» Sentiva di aver ancora così tanto da fare. Era ancora nel fiore dei suoi anni, non voleva andarsene così.

«Ahh, basta lamentarsi tanto. Un patto è un patto e, appena spirerai, la tua anima mi sarà servita su un piatto d'argento. Con tutti i dolci che hai mangiato, son sicuro che sarà buonissima. E poi io non posso guarir magicamente qualcuno, non avercela con un povero diavolo. Gli angeli sono anche peggio: prendono la tua anima e poco gli importa di averti fatto star bene almeno in vita. Certo, se qualche disgraziato passasse per il bosco e ti trovasse... Mmhh!»

Si bloccò, come assaporando un cibo raffinatissimo, una gioia del palato.

«Sai dolce Aline, tu mi piaci. Davvero. Per questo voglio accontentarti e lasciarti vivere. Se accetterai la mia proposta.»

La giovane annuì per farlo continuare.

«Ecco, brava ragazza. In fondo non ti costa che aver salva la tua vita accettarla, no? Mi basta uno schiocco di dita per far sì che qualcuno venga a salvarti. In cambio voglio fare un gioco con te. Un semplice gioco, che oltretutto ho davvero una gran probabilità di perdere. Io esaudirò altri tuoi sei desideri. Sette desideri in tutto, contando il primo, da leccarsi i baffi, eh? E non chiederò la tua anima in cambio. Eccetto l'ultima volta. Se per sette volte accetterai di firmare un patto con me, allora la tua anima sarà davvero mia. Allora, ti gusta?»

Aline, che non poteva credere alle sue orecchie, accettò immediatamente. Sapeva bene che manteneva la parola data e sarebbe stata una sciocca a non stare a quel patto tanto vantaggioso per lei. Tutto quello che le bastava fare era non chiedergli qualcosa per la settima volta.

«Scelta sfiziosa, Aline!» esclamò compiaciuto.

Poi schioccò sul serio le dita e già in lontananza si cominciarono a udir delle voci, che chiamavano a gran voce il nome della ragazza.

«Orbene! Ho adempiuto alla mia buona azione del giorno. Ci rivedremo alla tua prossima richiesta... o magari mai! Chissà, chissà!»

Con passo fin troppo leggero per essere un uomo di dimensioni considerevoli, sparì nel folto del bosco.

Ma Aline lo chiamò.

«A-aspettate...» mormorò, sperando che la sentisse ma, non vendendolo tornare indietro, si limitò a pensare quello che avrebbe voluto dirgli. Che lei era giovane, ma era tanto povera quanto brutta, per quanto avesse ottenuto delle morbide forme del corpo. Che era stanca della vita piccola e ottusa del suo paesino, che voleva vedere Parigi o almeno Amiens! Una grande città, dove poter condurre una vita piacevole e non legata al bigottismo della sua gente.

«Ooh... è già una nuova richiesta? E io che pensavo mi sarei tediato ad aspettar di vedere il tuo viso...»

Il diavolo tornò. Ma non era quello di prima. Indossava una vestaglia da notte rossa come il sangue, come le sue labbra, piene e larghe. I suoi occhi erano invece due pozze nere come la notte di quel cielo senza stelle, allo stesso modo i capelli, che cadevano ondulati fino ai suoi fianchi. Non avrebbe saputo dire se fosse stato un uomo o una donna. Era un essere talmente bello, talmente affascinante, che il sesso non sarebbe importante. Le tornò vicino, avvolgendola in una nuvola di profumo.

«Monseiur... Madame...»

La creatura sembrò trovare divertente quella confusione e le regalò un mellifluo sorriso, poggiandole un dito, terminante in una lunga unghia vermiglia, sulle labbra.

«Il mio nome è Asmodeo, mia amata. Ed esaudirò la tua richiesta. Sì, lo so che non hai ancora detto niente, ma devi risparmiare la tua voce per i soccorritori. Anzi, facciamo in fretta, prima che arrivino... anche se a me piace prendermela comoda di solito, ahimé!»

Sospirò, tirando fuori un contratto, già compilato. Firmando, le assicurava, sarebbe diventata bellissima, attraente. E avrebbe potuto amar tutti, senza incorrere in malattie del piacere. Le dava piena libertà di condurre una vita dissoluta a Parigi, dove già l'aspettava una casa.

Con debole movimento delle dita, Aline firmò e il contratto sparì presto nella veste di Asmodeo che, con un bacio sulle labbra, la lasciò ai suoi salvatori.

Parte seconda: verdi sono gli occhi dell'invidia

«Ho passato anni pieni di passione. Ho avvolto tra le mie gambe innumerevoli uomini e altrettante donne mi hanno fatto provare la loro morbidezza. Inizialmente ho pensato che fosse questa la vita che volevo. Di giorno mi svegliavo nel letto sontuoso di qualche dama, o sulla banchina di un porto e di notte, eh, di notte vivevo. Non mi sentivo appagata se non durante l'amplesso e lo ricercavo. Continuamente. A quante feste ho partecipato! Tutte finite in baccanali che addirittura lo stesso dio da cui prendono il nome, avrebbe arrossito! Ma... Ah, ma ora le cose sono cambiate... Come la amo! Come il sole che bacia la terra, come Romeo amava la sua Giulietta, come Paolo e Francesca, Enclopio col suo Gitone...La amo così tanto. Dovreste vederla. Così bella! I miei amici dicono che non è niente di che, ma io non do loro retta: un viso così dolce e sincero, bianco come neve, dalle gote appena arrossate. Non un filo di trucco e i capelli del color del grano maturo li lascia sempre muovere al vento! Rosaline, questo è il suo nome: un piccolo fiore. L'amo, l'amo, ma... ma quello! Perché ho perso la testa per una donna prossima al matrimonio? Perché non l'ho conosciuta prima? L'avessi presa prima di lui, stretta a me, fatta dimenticare di tutto tranne che della sottoscritta! Ma no, il fato mi è avverso e lei è innamorata. Innamorata del figlio di un piccolo droghiere, quale follia! Perché non invaghirsi di me? Sono una donna, ma la amo più di lui e la farei senz'altro più felice! Quando glielo dissi, mi sorrise dolcemente, ma le sue parole furono di rifiuto. Era felice con l'uomo che amava e l'avrebbe sposato. Ma ho capito cosa vuole: vuole un uomo. Bene! E un uomo avrà. Quello vince solo perché ha qualcosa in mezzo alle gambe. Allora l'avrò anch'io. Voi potete garantirmelo, vero Leviatan?»

La donna dal fragile aspetto che stava seduta vicino a lei, nel salotto della sua casa parigina, annuì. Le fini rughe del suo viso si allargarono, finché quel piccolo sorriso, finì. Aveva una bocca minuscola, le labbra sottili come tutta la sua figura; solo gli occhi erano grandi. Enormi e verde smeraldo, sporgenti come quelli dei pesciolini rossi. Era vestita poveramente, eccetto per una cintura ben stretta in vita, che sembrava costare più che tutta la casa di Aline.

«Certo che posso. Lo sai, adempierò ad altre tue cinque richieste, compresa questa. E poi appoggio questa decisione. Questo è un mondo per uomini. Non vorrai mica rimanere tutta la vita a crogiolarti in devianti pensieri perché non tutte le porte ti sono aperte. Sì, sì, fai bene: diventa un uomo, così la tua bella si innamorerà di te. Serve solo quello, eheh.»

Dal vestito, cacciò fuori una pergamena che, appena srotolata, si rivelò essere il contratto.

Aline la guardò con una piccola smorfia, mentre leggeva velocemente il testo.

«Devo dire che preferivo Asmodeo. Voi mi fate più impressione» commentò, mentre firmava.

«Ogni richiesta che mi fai, è diversa dalle altre, pertanto non posso usare il solito aspetto. Ma non preoccuparti.: Appena uscirò da questa casa, avrai un nuova persona da conoscere: te stessa.»

Non si fece nemmeno accompagnare alla porta e, quando la chiuse dietro di sé, Aline diventò uomo.

Appena avvertì il cambiamento, corse davanti a uno specchio per vedersi: persino il vestito era cambiato! Al posto dell'ampia gonna c'erano un paio di pantaloni aderenti. Una camicia le copriva il torace, ma Aline lo scostò per potersi ammirare. Il viso era mascolino, senza ancora un accenno di barba, ma che sarebbe potuta spuntare se non l'avesse rasata. I capelli, ancora lunghi e castani, li avrebbe tranquillamente tagliati e legati in un codino. Si piaceva da donna, ma si piacque anche da uomo. Aline era sicuro che la sua Rosaline sarebbe caduta ai suoi piedi non appena l'avesse mirato.

Cercò nel suo armadio vestiti lasciati dai suoi amanti e trovò di che indossare per presentarsi elegante alla sua porta. Decise di cambiare il nome in Alain, scoprendo con sua meraviglia che Leviatan aveva già pensato a sostituirlo su ogni suo documento. Forte della nuova identità, dell'abito e dei fiori che comprò, si diresse speditamente alla dimora dell'amata.

Parte terza: di funesta ira mal si ragiona

Come aveva osato! Come! Lui che si era prostrato ai suoi piedi, che le aveva scongiurato di amarlo... Niente! Respinto ancora e ancora. Poi per cosa? Lui non era forse meglio di quell'altro? Era più affascinante, più conoscitore del mondo. Ah, l'avrebbe potuta far felice e invece!

Colto dalla rabbia, Alain camminava a passo spedito per i vicoli più malfamati di Parigi, senza una direzione apparente. Scontrava le persone che lo intralciavano e le spingeva se queste non si spostavano.

Poi andò a sbattere contro la schiena massiccia di uno dei bassifondi, dai vestiti laceri. Aveva tre cani neri al guinzaglio, dalle orecchie dritte come corna e fauci appuntite dalle quali scendeva bava. Appena scontrò l'uomo, quelli presero a ringhiargli contro e gli sarebbero saltati addosso, se il padrone non avesse dato una tale tirata della corda che li teneva, tanto da farli stramazzare a terra. Quelle bestie si rialzarono poco dopo, tornando ad abbaiar contro Alain, ma rimanendo nella loro posizione.

«Te la sei vista brutta Aline, eh! Ah no, ora ti chiami Alain...»

L'uomo imponente si girò: aveva un viso ricoperto di cicatrici, di cui una gli attraversava l'occhio destro, non permettendogli di aprirsi. Era la prima volta che lo vedeva, ma non ebbe dubbi sulla sua identità non umana.

«Non ho chiesto il vostro aiuto...»

«Ahah! No che non l'hai chiesto. A voce! Ma sai che io arrivo subito in tuo aiuto. Ci tengo alla tua fottuta felicità. È a quella tipa che non gliene frega niente di te! Tu che come uno schiavo le hai chiesto di essere tua e lei che ha sposato quel figlio di droghiere! Sei diventato un uomo per lei e quella ti respinge! Ah povero Alain, sei proprio un anima derelitta... Sei molto meglio di quello e lei lo preferisce!»

«Tacete, vi prego!»

«Cos'è non vuoi sentire? Ma guarda che questi sono i tuoi pensieri... e non scordiamoci il suo ultimo affronto! È incinta! Ah quella puttana, che affronto davvero! E non solo, ti ha chiesto di starle lontana, perché “disturbi la sua quiete”. Ci tiene proprio tanto al figlio di quel bastardo, eh?»

«Vi prego...»

L'uomo gli diede un pugno dritto nello stomaco.

«Vi prego, vi prego! Non è quello che hai detto anche a lei? Ma lei ti ha respinto comunque. Lascia che te lo dica chiaro e tondo: non ti vuole! Non ti ha mai voluto né ti vorrà mai... allora perché lasciarla tra le braccia del bastardo?»

Alain scoppiò in pianto.

«... Perché non mi vuole?!»

«Finalmente lo ammetti anche a parole! E allora sai già la risposta alla mia domanda: meglio con lui … o meglio morta?»

«Morta! Non mi ama! Adesso usa anche la scusa del moccioso per tenermi alla larga, perché mi disprezza così tanto! Morta! Meglio morta se non la posso avere!»

«Così si ragiona!»

«Morta!» Poi si ricordò, facendosi assalire dai dubbi «Ma come faccio? Sanno tutti della nostra situazione. Se muore accuseranno me! Non voglio finire in prigione!»

L'omone scoppiò in una grassa risata, dandogli una pacca sulla spalla. In quel momento le bestie smisero di latrare e una portò una pergamena, che teneva tra le fauci, al padrone. Questi la prese e la diede secca sulla testa ad Alain.

«Se sai chi sono, sai anche che posso farti accoppare quella puttana e far in modo che nessuno sospetti di te. Anzi, sai che ti dico? Sono Satana, posso benissimo far credere a tutti che sia stato il bastardo, sai che ci vuole!»

Gli srotolò il contratto davanti agli occhi. Alain, stravolto, lo firmò senza pensarci una seconda volta. Satana prese la pergamena e gli diede in cambio una pistola d'argento, finemente cesellata con dei motivi di fiamme che si contorcevano.

«Sai cosa fare» gli disse soltanto, prima di dare un altro strattone ai cani, che presero a incamminarsi per il vicolo.

Senza spazio per ripensamenti, Alain si diresse prontamente verso la casa di Rosaline. Entrò dentro a forza e, non appena la vide, le sparò. La donna cadde a terra, rantolando per diversi minuti prima di morire. Allora, preso dal panico, il suo innamorato rifiutato scappò, lasciando la pistola a terra.

Solo il giorno dopo poté sospirare sollevato, quando lesse sulla cronaca del giornale parigino, che il signor Satine aveva ucciso la moglie in un raptus di folle gelosia.

Parte quarta: non potete servire a Dio e a Mammona

«E quindi vi dicevo. Qualche anno fa ho aperto questa fabbrica manifatturiera. Sembrava andare tutto bene, ma questa maledetta crisi nelle campagne! Non ci arrivano più tutti i materiali richiesti e, eh, è dura. Davvero dura. Insomma per salvare la situazione, ho chiesto qualche prestito, ma... ah, capite, io ci ho provato, sul serio. Ma posso poco quando il problema vien da lontano, io non ci posso far nulla. Così la situazione non è migliorata e mi trovo con l'acqua alla gola. Ogni giorno vengono a reclamare i loro soldi, ma io davvero non li ho...»

Alain parlava veramente da disperato. Era chino sul suo bicchiere, seduto al tavolo di di un café che non si sarebbe certo potuto permettere, se non fosse stato per il suo compagno, un vecchiettino dall'aria tutt'altro che bonaria. Era piccolo come un bambino e curvo, tanto che il viso stava a livello del suo petto. Canuto e con degli occhiali che parevano fondi di bottiglia sul naso, si sfregava continuamente le mani, guardando Alain interessato.

«Mi par di capire» iniziò il signore, umettandosi le labbra sottili «Che voi abbiate proprio dei grossi problemi.»

Alain annuì, coprendosi il volto con le mani.

«Già... voi avete detto di potermi aiutare. Sul serio?»

«Certo che sì. Non faccio mai una promessa a caso, giovanotto. Io sono molto, diciamo influente. Se voglio, posso portar la vostra azienda dalla bancarotta alle stelle, senza problemi. E sapete che vi dico? Voi mi state simpatico. Siete un giovane intraprendente e a me piacciono le persone che si danno da fare. Il tempo è denaro e non lo si deve sprecare, giusto? Quindi voglio accontentarvi subito, e senza pretendere nulla in cambio.»

Alain lo guardò sbalordito.

«Davvero?!»

«Davvero. Sono una persona di parola, io.»

«Oh monseiur Mammon, grazie! Grazie di cuore!»

Alain gli prese le mani tra le sue, baciandone il palmo. Ma l'ometto le tirò via stizzosamente, tornando a sfregarsele più di prima.

«Prego, prego. Mi basta solo una firmetta, un'inezia, su questo contratto...» Tirò fuori dal suo panciotto un contratto, che stese sul tavolo «E le posso assicurare la magnifica prosperità della sua bell'azienda.»

Appena vide quella familiare tipologia di pergamena, Alain si morse le labbra. Finalmente capì con chi fosse al tavolo e che quella sarebbe stata la quinta volta che avrebbe stretto un patto col Diavolo. Ma, ancora, accettò. Non sarebbe mai uscito da quella situazione da solo, aveva bisogno di aiuto. E, potente com'era quel benefattore, di meglio non poteva desiderare. Appose la sua firma dove indicatogli.

Quando tornò a casa, arrivarono i suoi collaboratori, che lo avvisarono di un arrivo ingente di capitali con i quali finanziare la sua industria.

Poteva iniziare la sua scalata verso il successo.

Parte quinta: di superbia anche il leone perisce

C'era una sola parola per descrivere monsieur Alain Ricoeur: ricco. Perché davvero possedeva una sconfinata ricchezza e perché era anche l'unica cosa positiva di lui. Non aveva moglie e quindi un erede, non aveva la minima goccia di nobiltà nelle vene, ma neppure nel cuore. Era famigerato per i suoi prestiti ad alti interessi e per la sfrontatezza. Non rispettava niente e nessuno, cercando sempre di scavalcare gli altri, per ottenere il meglio solo per lui.

Insomma, agli occhi della gente bene, un parvenue arricchito in fretta come Ricoeur, non era ben accetto. E glielo dimostravano ampiamente, non invitandolo a cene e feste, non presentandogli le loro figlie e degnandolo appena di freddi e superiori saluti.

Difatti, quando questi si presentò all'Operà-Comique, per la prima della Carmen, nessuno dei gentiluomini gli si avvicinò, né una delle loro mogli gli permise di conoscere la figlia. Rimasero distanti, tenendosi in gruppi per lui inarrivabili, nascondendo sorrisi maligni dietro i ventagli e i libretti dell'opera.

Anche se non gli parlavano, Alain sapeva bene cosa pensassero di lui. Il loro chiacchericcio bisbigliato gli rimbombava nelle orecchie come se fosse stato urlato a squarciagola. Odiava quell'ambiente. La maggior parte di loro non era neppure aristocratica, eppure si comportavano come se fossero alla corte del Re Sole. Ma chi erano loro per giudicarlo? Avrebbe potuto comprare tutto il teatro se avesse voluto! Aveva finanziato loro progetti, prestato soldi a quei pidocchi, eppure loro continuavano a non volerlo far entrare nel loro piccolo circolo elitario. Stupido lui che aveva pensato di poter esserne accettato di diritto! Nemmeno una delle loro preziose figliolette gli avevano presentato, eppure lui sapeva benissimo di essere un ottimo partito. Cosa aveva da invidiare loro? Niente! Era meglio di loro, solo che quei vermi non lo capivano.

L'opera non gli piaceva granché, ma si era sforzato per apparire dove compariva anche la creme parigina. Pensava che questo gli avrebbe fatto ottenere qualche occhiata benevolente, invece si limitavano a fissarlo come un poveraccio finito per sbaglio in prima classe.

Solo un paio d'occhi lo guardarono con simpatia.

Appartenevano ad una donna bellissima, che sfoggiava un vestito degno di una regina e gioielli che solo un imperatore avrebbe potuto permettersi. Non l'aveva mai vista, ma si capiva anche da lontano che non fosse una parvenue come lui. Alta nobiltà quella. Persino i lineamenti erano aristocratici, con il naso finemente cesellato e le labbra a cuore; i capelli rossi acconciati come andava di moda all'epoca. Molti galantuomini avrebbero voluto parlarle, ma lei non li degnava di un'occhiata, facendoli sentire come i vermi che erano. Quella dama era la sposa ideale, pensò Alain, che non riusciva a smettere di ammirarla.

La donna gli sorrise, arricciando appena le rosse labbra e disse qualcosa al suo servitore che si avvicinò subito verso Alain. Dopo un inchino, gli chiese se avesse voluto unirsi alla sua padrona per seguire l'opera. L'uomo accettò senza nemmeno pensarci e seguì rispettosamente la dama a distanza, finché questa non entrò da una porticina che dava sul suo palchetto privato, quello centrale: il più ambito. Pregustandosi la sua compagnia, Alain entrò.

Non fece in tempo a sedersi sul vermiglio velluto della poltroncina, che la porta si chiuse da sola. L'uomo provò ad aprirla, ma invano. Allora sentì la dama ridacchiare, mentre muoveva il ventaglio con un lento movimento del polso.

«Mio caro Alain, ancora non riesci a riconoscermi al primo sguardo? Male, male.»

Alain, con un sospiro si sedette accanto a lei.

«Non pensavo mi avreste cercato...»

«Sciocchino. Non hai forse capito che non sono io a cercarti, ma sei tu che mi chiami? E questa volta hai voluto la compagnia di Lucifero.»

«Ma io...»

«Alain, Alain... Prova a far mente locale: cos'è appena successo all'Operà? Ti hanno forse lanciato rose e sorriso? Oppure ti hanno guardato con sufficienza, trattandoti come un ratto alla loro tavola?»

Alain si morse le labbra: Lucifero aveva colpito sulla ferita aperta.

«Quei vermi non mi apprezzano. Eppure io non son certo meno di loro.»

«Già. Gli esseri umani son fatti così. Hanno sempre bisogno di sentirsi meglio di qualcuno. E si sentono così bene quando criticano! Ti faccio un esempio» Indicò con un dito l'opera appena iniziata «Ti posso assicurare che stasera non verrà apprezzata. Povero Bizet. Questo solo perché la gente non riconosce il bene che gli capita. Capisci?»

«Credo di sì...»

«E non riesce nemmeno a intendere quanto tu sia migliore di loro. Povero caro, ti trattano a pesci in faccia, quando non meriterebbero nemmeno di baciare la terra dove cammini!»

«Lo credete davvero?»

«Ti ho mai dato l'impressione di dir cose a vuoto?»

«No, certo che no, scusatemi.»

«Via via! Cos'è quest'umiltà? Non è certo questa la chiave per farsi rispettare. Quei porci han bisogno di essere trattati per quel che sono. E tu sarai il fattore che ne farà bistecche. Li sbranerai dal primo all'ultimo, come il leone con le sue prede. Perché il leone è il re della foresta e tu di questa città.»

Alain, che si era perso in quella grandiosa visione, dovette sospirare e tornar coi piedi a terra.

«Ma come! Lo avete detto prima: mi trattano come un ratto.»

«E lo chiedi proprio a me? Non è forse chiaro?»

Gli mise il contratto in grembo. In breve, assicurava che tutti lo avrebbero rispettato e che si sarebbe elevato al di sopra degli altri. Nessuno lo avrebbe più guardato dall'alto in basso.

«Io non so. Sarebbe la sesta volta, ecco...»

«E con questo? Tesoro, con questa arrivi in cima al mondo. Cosa vorresti desiderare di più per farmi ottenere la tua anima? Sono stata sfortunata, che dire.»

Alain ci pensò su e si convinse della bontà delle sue parole. Era vero: che altro avrebbe potuto desiderare, dopo essere arrivato così in alto?

Prese la penna, già intinta in inchiostro carminio e firmò

«Questa sarà l'ultima volta che ti saluto» disse sicuro.

Lucifero gli sorrise e si alzò con il contratto in mano, fece una piccola riverenza e, senza aggiungere altro, se ne andò.

Quando la prima parte dell'opera finì, Alain uscì fuori e, con sua sorpresa, lo vennero tutti a salutare, con inchini e belle parole, trattandolo come se da lui dipendesse la loro inutile vita.

Parte sesta: per un piatto di lenticchie

Perché Dio non gli aveva mai risposto? Il Diavolo non serviva nemmeno chiamarlo, che arrivava. Perché il Signore non faceva altrettanto? Se solo lo avesse fatto, avrebbe fatto erigere in suo nome una chiesa enorme, più grande di tutto il Vaticano. Invece si era chiuso nel suo silenzio. Non poteva quindi biasimarlo se per colpa sua Alain aveva smesso di credere in lui. Da ormai un anno aveva smesso di pregarlo, capendone l'inutilità. Non aveva mai ricevuto la minima pace dei sensi che avrebbe voluto, rimanendo inginocchiato all'altare. Lucifero aveva avuto ragione: cos'altro avrebbe potuto desiderare? Aveva tutto. Si era sposato con una moglie che lo venerava, ma non sapeva ricambiarla, trovandola disgustosa. Come tutto e tutti, del resto. Non aveva trovato nessuno che potesse considerare un suo pari, né qualcosa era più riuscita ad attirare la sua attenzione. Non desiderava più niente. Solo la quiete.

Solo l'oppio.

Si era ritirato dal mondo, dalle luci e i profumi invitanti di Parigi e rimaneva tutto il giorno nella cantina di un vecchio cinese, insieme ad altri insofferenti alla vita come lui. Respirava e veniva avvolto da dolci ricordi. Tutta la sua vita sembrava migliore fumando dimenticanza.

Non si alzava nemmeno più da quel lettino, non sentendo alcuna motivazione per farlo. Una donna gentile scendeva ogni volta a preparargli il necessario per vivere un altro giorno in quell'oblio, per poi rimanergli accanto; una presenza serena e dolce che lo accompagnava nel mondo di piacevoli sogni.

Passandogli la pipa con aria stanca e sonnolenta, la donna gli chiese in un sussurro:

«E' bello vivere così... vero?»

Alain annuì, tornando a fumare.

«Ma sai, non potrai rimanere sempre così. Sei una persona importante. Prima o poi dovrai tornare alla vita mondana.»

Alain scosse la testa. Non voleva.

«Sai, ho parlato al proprietario. Mi ha assicurato che al più presto avrai una stanza tutta per te e ti terrà nascosto, così nessuno potrà trovarti. Non è un'idea grandiosa?» Cacciò uno sbadiglio «Basta che firmi qui» Tirò fuori una pergamena, che stese sul torace di Alain «Non sforzarti, ti dico io cosa c'è scritto: che potrai vivere nel tuo meritato oblio fino alla tua morte. È perfetto, non credi?»

Alain, abituato com'era a firmare per ottenere contratti vantaggiosi, appose il suo nome sul documento.

Appena la donna lo prese in mano, il suo aspetto cambiò. Al posto dei suoi capelli lunghi e castani, un caschetto biondo gli delineò il volto appuntito, dalla bocca larga e dipinta di nero. Portava la tuba, nera come tutto il suo completo. Sebbene vestito in abiti maschili, avrebbe potuto essere una donna, a causa del volto così sibillino, così simile a una maschera. Allargò le braccia e comparvero gli altri sei contratti, che si unirono in uno unico, dove un'unica scritta, dorata e lucente, apparì: “cedo a Belial la mia anima”. Con tanto di firma di Alain Ricoeur.

A quella vista, Alain riprese i sensi, guardando con terrore quella figura mai vista prima, eppure così familiare.

«Sai, non sono tanti gli umani che hanno visto il mio vero aspetto. Ma, ora che hai firmato anche con Belfagor, era giusto che mi mostrassi a te» Gli sorrise, mostrando la lingua appuntita «Non ho ancora capito perché, ma tutti quelli che riescono a spendere tutti e sei i desideri, e intendiamoci, siete la maggior parte, finiscono sempre a peccar per ultimo di accidia. Brutta cosa, davvero. Perché, nel momento in cui dovreste appellarvi il più possibile a quello lassù, in cui non vi manca niente e avete tutto quello che avete sempre desiderato, vi lasciate andare, credendo di essere persi e vi svendete per un piatto di lenticchie. E poco importa l'ordine in cui viziate. Siete tutti uguali. Una mandria di pecore smarrite che non sentono il richiamo del pastore, ma seguono fiduciose il lupo» si chinò, carezzandogli i capelli solo per aver la mano schiaffeggiata da Alain, che scese traballante dal lettino «Ma suvvia, cosa fai tanto l'altezzoso adesso! È colpa tua se ti trovi in questa situazione, solo tua. E, quando morirai, la tua anima brucerà per mano mia e ti verranno inflitte le peggiori torture. A quanto pare sei un pessimo giocatore, mio caro Alain.»

«Vattene!» urlò Alain con tutto il fiato che aveva in voce, tossendo nel mentre «Vattene demonio!»

Belial scoppiò a ridere e annuì

«Ad ogni modo ti devo ringraziare» disse ancora, mentre si avviava alle scale «Mi annoiavo terribilmente e, per trentasei anni mi hai divertito nel tuo arrancare verso la sconfitta.»

Dopo avergli fatto un piccolo inchinò, salì le scale. Poco dopo, le scese un uomo con gli occhi da pazzo, che teneva una pistola nella mano tremante.

«Per Rosaline!» si udì il povero signor Satine urlare, accompagnato subito dopo da uno sparo.

Già Belial si pregustò l'arrivo di una nuova anima.

NOTA BIOGRAFICA

(Visto che non sono scaramantica...XD)

Nata il 10 Aprile 1989 a La Spezia, l'autrice conosce una vita tranquilla, ma piena di risentimento. Si domandava infatti perché le cose buone facessero ingrassare o fossero illegali. Pertanto, quando il diavolo Beelzebub le venne a far visita, subito accettò di stringere un patto: la sua anima per poter mangiare e peccar di gola a sazietà, senza per questo ingrassare, diventar malata di diabete o aver la glicemia alta. Magra e soddisfatta della vita di piaceri culinari che conduceva, le venne la malaugurata idea di scrivere libri per le diete. Vedendola così in forma, chi divenne sua seguace, credette di poter dimagrire rimpinzandosi di crostate e pizza, bevendo come fossero acqua cioccolata calda in inverno e yoghurt al cacao d'Estate. Ovviamente così non fu e, il 24 Ottobre 2022 una folla di pazze assassine obese assaltarono casa sua, uccidendola a colpi di prosciutti e baguettes. L'anima della poverina, al momento si trova a cuocere come un biscotto nel forno, nella residenza del signor Belial, il quale predilige le cotture a fuoco alto.

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A Sud del Paradiso.

“E tu cosa ci fai qui dentro? Chi diavolo sei?”

La figura in nero non rispose. Rimase con le mani giunte davanti al volto, comodamente seduto alla sua scrivania. La luce che penetrava dalla finestra alle sue spalle sembrava scostarlo, mettendo solo in penombra le nere pieghe della sua camicia nera, con il colletto slacciato e le maniche arrotolate sino al gomito.

I suoi capelli legati in una lunga coda erano adagiati sul petto.

I suoi occhi neri come la notte lo osservavano penetrandolo nell’intimo.

“Io sono la figura oscura, che rivela agli uomini i loro desideri.” Egli disse.

“Chi ti ha fatto entrare?”

“Oh, questo non importa.”

“Cosa…?”

“Siediti, George Doppiavu Bush dei miei coglioni, e ascolta quello che ho da dirti!”

George si guardò alle spalle, sudato.

“La porta è chiusa. Io l’ho chiusa,” continuò l’uomo. “Non chiedermi come ho fatto senza alzarmi. Da dove vengo, a Sud del Paradiso, sono famoso per questi e altri mille trucchi.”

Le dita della figura oscura si mossero sinuosamente sulla piccola tastiera che pendeva dal suo collo, cinque tasti neri e quattro bianchi alternati.

George si sentì attratto da lui. Incapace di rispondere delle proprie azioni venne a sedersi alla scrivania, per la prima volta dalla parte opposta a quella che solitamente spettava al presidente degli Stati Uniti d’America.

“Hai paura?” Domandò l’uomo in nero.

“Io non ho mai paura. Vengo dal Texas.”

“Non di me, Ranger Walker! Hai paura di quello che hai letto oggi?”

Georgie boy fece lentamente scorrere lo sguardo verso destra, sul ripiano della scrivania, fino a incontrare il report che gli avevano consegnato quella stessa mattina. Il grande timbro nero ‘Top Secret’ sul fronte.

“Io comprendo la tua paura, non la critico,” continuò la figura oscura. “Io stesso se fossi stato al tuo posto me la sarei fatta sotto. Una crisi dell’economia mondiale proprio a fine mandato, che disdetta, eh? Mutui insoluti, banche che falliscono, gente che perde la propria casa. La crisi dei consumi, la crisi dei carburanti, il collasso dell’economia mondiale… l’apocalisse!” L’uomo ghignò, mentre scrutava nel profondo della sua coscienza. “Dimmi, cosa ti sei ritrovato a desiderare in quel momento?”

George, affascinato dalla figura che aveva di fronte, si ritrovò incapace di non rispondere.

“Ho desiderato uscirne fuori, in qualsiasi modo, o almeno rimandare il tutto.”

“Rimandare? E come pensi di poterlo fare? Nulla potrebbe risollevare l’economia di questo paese adesso, a parte…”

“A parte cosa?”

“Oh, non fare il modesto: e’ stata tua l’idea, no?”

“Una... guerra?”

“Esatto! La guerra!" Rivelò. "Una guerra su vasta scala, la più grande dalla fine della seconda guerra mondiale. Certo, come disse il tuo secondo più fedele cane da compagnia ci vorrebbe un bel pretesto per farla… diciamo una seconda Pearl Harbour.”

L’essere scrutò ancora in quella mente così semplice, eppure così solida. Ci doveva pur essere un punto dove far breccia.

“Tu saresti ricordato come the war president!” Aggiunse. “Non è sempre stato il tuo desiderio, da buon texano? Non ce lo nascondiamo: tu sei una persona mediocre, di economia ne capisce più tua figlia, il che è tutto dire, eppure c’è una cosa che ti farebbe rivalutare completamente agli occhi della storia: la Guerra.”

“Il presidente della Guerra!” Fece George, rivalutando l’intera faccenda, mentre la figura oscura muoveva sinuosamente le dita sulla sua tastiera. “Già! Papà sarebbe orgoglioso di…”

“Sì, Papà non vede l’ora che tu mostri un pò di coglioni, sai?”

“Tu che ne sai?”

“Oh, io so sempre tutto. E se tu sei d’accordo, ho già in mente un piano.”

George rise.

“Le armi, sì le armi di distruzione di massa!” Disse. “Facciamo che ne troviamo un paio e poi li radiamo al suolo, che ne dici?”

L’uomo in nero non rispose, non ha parole. Afferrò quell’ometto più importante del mondo per la cravatta e se lo portò muso a muso.

“Abbiamo bisogno di qualcos’altro, qualcosa di credibile e incredibile, qualcosa che tenga le persone incollate al televisore per giorni. Dobbiamo fare in modo che tutti stiano a guardare quando succederà, persino l’ora in cui succederà ha importanza, in modo tale che tutta la parte del mondo di cui ci interessa l’opinione pubblica sia già incollata di fronte a quella diavoleria che chiamate televisione!”

“La mattina presto!”

“Già, la mattina presto, intelligente idiota! Così tutto il mondo sarà in piedi a guardare!”

“E dove?”

“Non dove, cosa! Due grattacieli, uguali… un aereo si abbatterà sul primo, solo in pochi lo vedranno, ma tutti guarderanno da quel momento in poi uno dei simboli dell’America bruciare. E poi, proprio in quel momento, proprio quando tutti staranno lì a guardare… Kaboom! Un secondo aereo nel secondo grattacielo! Trauma mondiale! Paura! Ciò di cui mi nutro! Tutti vorranno che qualcuno prenda una decisione. Tu la prenderai, tu dirai che presto chiunque abbia fatto quel massacro udirà la loro voce. Tutti ti ameranno e poi… poi ci sarà la guerra. La guerra che farà muovere tanto di quell’oro da allontanare la crisi mondiale fino a dopo il tuo mandato!”

George era terrorizzato. Terrorizzato ed estasiato al tempo stesso.

“Sono pronto,” rispose. “Fa di me il tuo war president e io ti apparterrò per sempre!”

“Allora non sei stupido come pensavo," disse la figura in nero, con un ghigno splendente sul volto.

***

“Dannazione!” Ringhiò Damien versando il caffè sulla foto di suo figlio appena nato. “Cristo! Ci mancava solo questa. Mia moglie mi ucciderà.” Poi vide fu il suo ufficio esplodere, e la sua pelle aprirsi sui muscoli sottostanti. ‘Buffo!’ pensò.

***

‘Cosa diavolo sta succedendo?’ I pensieri di Jamie erano affannati come il suo respiro, mentre correva su per le budella di quella maledetta torre. Non aveva più vent’ anni, ma se faceva mostra delle sue debolezze i ragazzi avrebbero stentato a vederlo ancora come il loro caposquadra. Poi sentì il vuoto sotto di sé e cadde nell’infinito. Fu una sensazione a suo modo piacevole e rise.

***

Stringendo a sé il suo inseparabile Teddy Bear e la mano della mamma, Elaine scese dall’aereo e seguì gli uomini in divisa che urlavano. Non gli avrebbe certo disobbedito. Tutti si fermarono in linea, anche lei, in mezzo a quello spazio aperto e recintato. Non c’era un solo suono. Vide una figura oscura sorridergli e sorrise di rimando. Poi sentì il boato degli spari e un dolore atroce le squarciò il petto. Fu l’unica a capire di essere morta.

***

L’uomo in nero non badò a nessuno di loro. Tutti quelli che gli dicevano di tornare indietro sarebbero morti entro poco, solo che ancora non lo sapevano. Alla base di una di quelle maledette torri guardò verso il cielo, verso quel fumo grigio e denso che non aveva nulla a che fare con casa sua, a sud del paradiso.

Vide una macchia nera farsi sempre più grande contro l’azzurro accecante del cielo mattutino. Attese fino a che la macchia nera non assunse i connotati di un uomo, poi suonò un accordo a quattro dita sulla sua tastiera e il tempo si fermò, tutto si fermò, anche l’uomo che cadeva dal cielo. La figura in nero lo ispezionò da sotto, come un meccanico che esamina l’albero motore di una macchina sospesa, fino a incontrare i suoi occhi.

“Caduto dal cielo... mi ricordi qualcuno, sai?” Rise. “Stai per morire, idiota.”

Gli occhi dell’uomo erano rossi, ma non per le lacrime. Doveva essere l’intossicazione di tutta quella roba che aveva respirato. Strano, pensò. Come fanno i mortali a non piangere in un momento del genere? Ma in fondo neanche lui aveva pianto quando era caduto.

Allora il diavolo si incamminò verso Wall Street, perché era quello il luogo dove apparteneva, e suonò di nuovo un motivetto allegro. Il tempo ripartì e tutto tornò in movimento. L’uomo alle sue spalle incontrò l’asfalto e dal suono che fece probabilmente era esploso.

L’uomo in nero rise di gusto, a squarciagola, e mentre rideva suonava, lasciando il mondo intorno a lui libero di capire quello che stava accadendo: quegli arabi avevano attaccato il loro suolo sacro, ‘Qualcuno deve fargliela pagare!’.

L’uomo oscuro suonò e mandò quella melodia in giro per tutte le loro menti.

Ormai il piano era in moto. Il piano perfetto.

Una luce divina squarciò il cielo e investì lui, solo lui nell’universo, questa volta non aggirandolo ma centrandolo in pieno.

“SATANA!” Disse solenne la voce nella luce. “Che hai fatto stavolta?”

L’uomo in nero alzò il volto verso la fonte della luce, schermandosi gli occhi con l’avambraccio. Oh, era così bella. Non la luce, ma la donna che la generava. Scrollò le spalle.

“Mi riprendi tra i tuoi, boss?”

“No. Ne abbiamo già parlato.”

“E allora va all’inferno anche tu!” Rispose la figura in nero, prima di riflettere sul doppio senso di quelle parole e trovarci qualcosa da ridere.

“Cosa c’entrava tutta quella gente? Ti diverte tutto questo, vero? Oppure... lo stai facendo solo per attirare la mia attenzione.”

La figura in nero alzò le spalle ancora una volta.

“Tu non sai quanto ti voglio bene. Nessuno ti ha mai amato come me.”

“Satana, tu hai...”

“Dannazione! Sono loro che lo hanno eletto come loro capo,” la interruppe la figura in nero. “Tutta questa gente che vedi morire oggi! Loro! La prossima volta, quando vanno a votare, è meglio che pensino bene a quello che stanno facendo, invece che... bah! Ma che ne vuoi capire tu?”

Uscì dal cono di luce e si incamminò per la sua strada con le mani nelle tasche, imbronciato.

Dio non capiva, non capiva mai.

Nota biografica:

Io sono nato, questo sì, ma non posso morire. Vorrei che esistesse un modo, ma non esiste. La mia anima è eterna: l’unico modo per estirparla dal mio corpo è penetrare l’Omega maledetto che si trova al centro del mio petto con una spada di Manegarm, uno dei sei metalli sacri, allora forse il mio corpo avrà la morte che merita mentre la mia anima verrà trasferita in quell’arma, donandole poteri sovrannaturali che solo in pochi, a questo mondo, sono in grado di gestire.

O forse solo io, buahuahuahua! (scivola e cade di petto sulla spada di Manegarm scivolatagli dalle mani al momento della caduta stessa, ritrovandosi così inesorabilmente impalato.)

Toh! che disdetta. buffo, tuttavia. Se ci riprovo non ci riesasdfuhekfjasdfj,ahskdfgeiyg (suono che fa l’anima quando viene trasferita dentro il Manegarm).

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È con noi

Il magistrato camminava con l’andatura svelta e pesante di un militare, i pugni contratti, le spalle tese all’indietro, la testa affondata nel collo. Ambrose Balthar faticava a tenere il passo. Ogni tanto, quando spostava gli occhi dalla schiena del magistrato, lanciava uno sguardo alla sua destra in direzione della guardia, Leopold Masters. Lui, faccione rosso e fiato corto, ricambiava con un sorriso solidale.

Invece di entrare diretto nell’aula, il magistrato si arrestò nell’anticamera. Si concesse qualche secondo per raddrizzarsi la parrucca, sempre dando le spalle ad Ambrose e Leopold.

“Dov’è la prigioniera?”

Ambrose guardò Leopold e lo incitò a rispondere con uno sguardo.

“Nella cella, signore.”

“Vaneggia, signore,” completò.

Il magistrato si voltò. Era sempre stato smunto e spigoloso, ma nelle ultime settimane la sua magrezza si era accentuata, le linee del viso sembravano più tirate e la pelle si era cosparsa di macchie marroncine. Gli occhi, invece, erano rimasti due minuscoli pozzi senza fondo, solo che ora erano sottolineati da due occhiaie gonfie e violacee. Naturale, si era detto Ambrose, il processo lo sta sfinendo. Non vuole finire come i giudici di Salem.

“Non mi interessa se è in preda al delirio della febbre o se Satana in persona ha piantato il seme della follia nel suo corpo, giovane Balthar. La voglio in aula, che tutti possano vederla.” Si sporse verso di lui, socchiudendo gli occhietti. “Voglio interrogarla.”

Ambrose prese fiato. Non che ne avesse bisogno, era semplicemente un modo per procrastinare la sua riserva. “La volete in aula, signore? L’avete già interrogata otto volte, ho decine e decine di pagine con le sue dichiarazioni.”

“Giovane Balthar, se desiderate un giorno prendere il mio posto, vi consiglio di imparare un po’ d’umiltà. E l’umiltà passa anche per l’obbedienza agli ordini che impartisce un vostro superiore.” Si rivolse a Leopold. “Andate a prenderla e portatela di là, in fretta.”

Leopold obbedì.

Quando furono rimasti soli, il magistrato disse: “Voglio solo sentire la sua storia, ancora una volta. C’è un particolare, qualcosa che mi suona come un campanello nella testa da settimane. Dovrò farle una domanda, solo una, sarà sufficiente”.

Ambrose non riuscì a capire se quelle parole erano destinate a lui o erano soltanto una sua annotazione mentale.

Si era allontanato da casa quel tanto che bastava per ricevere qualche sonora sculacciata da sua madre, sempre che fosse stato scoperto. Ma la giornata estiva, con il suo caldo avvolgente e i suoi colori brillanti, era troppo invitante per resistervi. Aveva lasciato le scarpe ben nascoste sotto il suo letto e, a piedi nudi, si era messo a seguire il corso del fiumiciattolo che scorreva a pochi metri dal retro di casa, infilandosi nel bosco. L’acqua era cristallina e fresca e il sole filtrava tra le fronde degli alberi come attraverso i ricami di pizzo di quella tovaglia a cui sua mamma teneva tanto.

Man mano che proseguiva la sua passeggiata, il bosco si era infittito. Le chiome degli alberi schermavano per intero la luce del giorno e lo scroscio dell’acqua si era fatto quasi assordante, nonostante né le dimensioni del letto né la profondità del fondale del torrente fossero mutate.

Una volta alzato lo sguardo aveva capito perché, e questa consapevolezza gli aveva raggelato il sangue nelle vene.

Il rumore del torrente sembrava forte perché era l’unico suono rimasto in tutta la foresta. Non una fronda si muoveva per il passaggio di un alito di vento, non un uccello si azzardava a cantare. Il bosco era come ammutolito.

Anche se era solo un bambino, sapeva che un evento del genere non poteva verificarsi. Era stato nei boschi tante di quelle volte, coi suoi fratelli a giocare e in compagnia di sua madre a raccogliere legna o funghi, che ormai considerava i suoni della natura come parte integrante della sua vita. Sua madre gli aveva insegnato a distinguere alcuni uccelli semplicemente ascoltando i loro cinguettii, e gli aveva rivelato un segreto utilizzato dagli esploratori per non perdersi nella foresta e trovare la via di casa.

Provava il desiderio di tornare sui suoi passi, non necessariamente a casa, ma indietro quel tanto che bastava per ritornare a sentire il canto degli uccelli e il sussurro delle fronde. Invece tirò fuori i piedi dall’acqua e continuò a camminare.

Non aveva percorso che pochi metri, quando venne come schiaffeggiato da un odore pungente e nauseabondo. Assomigliava al puzzo del sangue raggrumato che si respirava sul pavimento di legno annerito della macelleria di Silas Smith, al villaggio. Un odore insalubre, morto.

Si guardò attorno e la foresta gli parve avvolta in una luce azzurra torbida e innaturale, un crepuscolo in pieno giorno. Nonostante ciò, continuò proseguì lungo il fiumiciattolo, solo con un’andatura più circospetta.

Pochi passi incerti, e si trovò di fronte alla donna.

Leopold aveva scortato la donna fino al banco del magistrato. Ambrose si era sentito nelle orecchie, simile a un fastidioso ronzio, il mormorio indignato e a suo modo feroce che percorreva la folla assiepata alle sue spalle. Ma i suoi occhi erano tutti per la strega. Poteva vedere ogni ruga, ogni riflesso lucido emanato dalla sua pelle giallognola e sudaticcia. Ne sentiva il fetore. Le mani le tremavano in modo impercettibile ma costante.

La vedeva febbricitante, la vedeva in preda al delirio, ma nei suoi occhi cerchiati non vedeva nemmeno un briciolo di paura.

Il battere seccato del martelletto attirò la sua attenzione e quella di tutti i presenti sul magistrato.

“Evelyn Woodhouse,” disse, “siete accusata di atti di stregoneria e siete stata colta in fragranza mentre compivate i vostri empi rituali. Nelle scorse sedute è stato ascoltato il giovane Jebediah Edmondson, che vi accusa. Il suo racconto è stato udito dalla corte e dai presenti e giudicato veritiero. Ora avete la facoltà di difendervi rispondendo alle domande che vi saranno poste.”

Il magistrato allontanò la sedia dal suo banco e si alzò in piedi, prendendo a camminare avanti e indietro vicino alla vecchia con la toga svolazzante dietro la schiena. Per un po’ si limitò a marciare in silenzio. Quindi, pochi istanti prima che la folla cominciasse nuovamente mormorare incuriosita, diede inizio al suo interrogatorio.

Ripeté la storia che era già stata ascoltata nelle sedute precedenti e che ora Ambrose conosceva fin nei minimi dettagli.

Il ragazzo, il bosco, il corvo, l’ombra, tutto ritornò ancora una volta a rivivere nell’aula del tribunale improvvisato.

La consapevolezza che quella donna fosse il centro esatto da cui nascevano il silenzio e l’odore nauseabondo lo colse non appena l’ebbe vista. Si trovava a una decina di metri da lui, e poteva vedere sul suo volto assorto delle ombre che si muovevano sinuose. Non provenivano dalle chiome degli alberi, era come se dei tozzi vermi fatti di oscurità le strisciassero sulla faccia.

Poi udì il gracchiare stridulo di un corvo. D’istinto, alzò gli occhi a guardare tra gli alberi, ma il suo sguardo si perse nella nebulosa luce crepuscolare che impregnava il bosco come una malattia. Non riuscì a vedere nulla.

Quando tornò a posare gli occhi sulla donna, la vide cambiata. I vermi d’ombra non guizzavano più sul suo volto e ora riusciva a scorgerne l’aspetto. Ma non furono le sue labbra scarlatte serrate in una linea quasi invisibile a impressionarlo, né la pelle del colore dell’ambra o la fronte alta e lucida. Erano i suoi occhi, due grandi incubi gialli che lo stavano fissando.

Si sentì mancare il respiro, tentò di deglutire ma non c’era traccia di saliva nella sua bocca. Era come pietrificato.

Poi la donna gli parlò, e la sua voce era come l’unione di mille voci che esalavano l’ultimo respiro senza riuscire a morire.

“Ti stavamo aspettando.”

Non riuscì a dire nulla.

“Abbiamo detto ti stavamo aspettando,” ripeté la donna.

“Io stavo solo passeggiando per caso da queste parti, signora. Mi dispiace avervi disturbata.”

“Avvicinati.” Allungò il braccio nella sua direzione.

Rimase immobile. “Devo tornare a casa, signora. Da mia madre e dai miei fratelli.”

“Capisco.” Ritrasse il braccio. “Dovresti tornare indietro, allora. Io ti ucciderò. Non è bello far preoccupare la propria madre.”

“Come avete detto?”

“Sei sordo, ragazzino? Abbiamo detto che dovresti tornare indietro e che tua madre sarà preoccupata.”

Non aveva detto solo quello, e non pensò nemmeno per un momento di esserselo immaginato. Io ti ucciderò, aveva detto. C’era stato, anche se era reale come lo era l’odore di marcio e la luce azzurra.

Era in pericolo e doveva andarsene, solo quei due pensieri gli turbinavano nel cervello. Ma non riuscì a farlo. La paura lo bloccava, come sempre. E non era solo per via della donna e delle sue frasi, ma per qualcosa che aveva notato solo in quel momento. Prima l’aveva scambiata per una semplice ombra, ma ora si era accorto che non era affatto così. C’era qualcuno dietro di lei, una creatura fatta di oscurità che compariva, quasi invisibile, alle spalle della donna. Forse era la stessa oscurità che prima le aveva percorso il volto, solo che questa volta ebbe l’impressione che quel buio avesse una forma umana.

“Non vai, allora? Ucciderò tua madre. Scegli di restare?”

“Per favore, smettetela,” sussurrò.

“Dovremmo smettere di fare cosa, di grazia?”

“Di dire che ucciderete me e mia madre.”

“Oh, quello.” Lo disse con un tono talmente noncurante, che per un attimo ebbe l’impressione che la donna non avesse capito a cosa si riferiva. “Quello era solo un pensiero.”

“Ma io l’ho udito, signora. Non fatemi del male.”

“Preferisci forse che facciamo del male a tua madre?”

“No!” saltò su con un impeto che non immaginava di riuscire a esternare in quella situazione. “Non fate del male nemmeno a mia madre, ve ne prego.”

“Ma noi non abbiamo detto che le faremo del male,” rispose la donna in tono dolce, mentre l’oscurità si addensava alle sue spalle. “Ho detto che la ucciderò. O ucciderò te.”

Più andava avanti a parlare, e più dietro di lei avanzava il buio, un Nulla cannibale che si faceva sempre più denso.

“La cosa positiva è che ti offriamo una scelta. Certo, non una scelta semplice, specialmente per un bambino, ma pur sempre una scelta. Una possibilità. Non a tutti viene data, ma il mio padrone con te è stato magnanimo, perché tu sei venuto da noi.”

“Io non capisco, signora.”

“Naturale. Ti spiegheremmo, ma non avresti abbastanza tempo per decidere. Quando il nero inghiottirà il bosco dovrai aver fatto la tua scelta.” E il nero a cui si riferiva la donna ora non era più soltanto alle sue spalle. Come un flusso di lava oscura, aveva invaso il terreno, giungendo quasi ai suoi piedi.

“Voglio andare a casa,” piagnucolò.

“Quindi scegli tua madre?”

“No!”

“Deciditi in fretta, noi abbiamo pazienza, ma il tuo tempo sta per scadere.”

Era vero, l’ombra si faceva sempre più vicina. E se era vero quello, pensò con scioccante chiarezza, magari anche le parole della donna erano vere. Poteva prendere uno dei due o entrambi.

All’improvviso sentì un tocco freddo alle dita dei piedi. Di scatto, abbassò la testa. Vide il nero che l’aveva ormai raggiunto. Cominciò ad ansimare.

Voleva che tutto questo smettesse, e c’era solo un modo per farlo smettere.

“Prendete lei,” disse in un sussurro. “Prendete mia madre.”

La donna sorrise. Fu solo una contrazione muscolare, labbra che si piegavano all’insù. Non c’era empatia, non c’era pietà. “Molto bene,” disse. E fu tutto.

L’ombra nera cominciò a invadere i pochi spazi che ancora le sfuggivano con una velocità impressionante. Sentì freddo, sentì le lacrime che gli scorrevano sulle guance, poi non sentì più nulla.

La strega stava mettendo a dura prova il magistrato. Era stato così per tutto il processo, ma durante questa udienza non era solo Ambrose ad essersene accorto. Anche il pubblico di curiosi che sedeva dietro di lui poteva udire l’affanno nelle parole del magistrato e vedere il sudore che gli colava dai boccoli bianchi del parrucchino sulle tempie e sul collo.

Erano ormai venti minuti che poneva domande alla donna, e non una volta aveva ottenuto risposta.

La sera della festa del patrono, le aveva chiesto, sedevate o no sui gradini della veranda della vostra casa al limitare del bosco? E la donna era rimasta in silenzio.

Avete visto o no il giovane Jebediah Edmondson avventurarsi nei pressi di casa vostra? Silenzio.

Corrisponde al vero quello che il giovane Jebediah Edmondson ha dichiarato, ovvero che una processione di ombre guidata da un individuo incappucciato che emanava odore di sangue rappreso si è prima diretta in vostra direzione e poi fermata al vostro cospetto? C’erano stati mormorii dalla folla, ma la donna era rimasta in silenzio a fissare il magistrato.

“Siete o non siete una strega?” domandò infine – e dal tono che usò, Ambrose capì che non si aspettava una risposta. Difatti non la ricevette.

Il magistrato si appoggiò al banco con una mano, mentre l’altra se ne stava nascosta nelle pieghe della toga. Mentre riprendeva fiato fissava la donna con sguardo tagliente.

“Ho un’ultima domanda,” disse.

Si svegliò che era ancora nel bosco. Stava calando la sera. I ricordi di quello che era successo lo aggredirono come un branco di animali famelici attratti dal sangue innocente di un bambino. Era un sogno. Doveva essere un sogno.

Ma più tentava di convincersene, più sapeva che non era così.

Corse a casa, seguendo a ritroso il fiume. Le luci erano accese, ma dal camino non usciva fumo. Si stava avvicinando l’imbrunire, ma nessuno stava cucinando la cena. Era un brutto segno.

Entrò. Suo fratello, il maggiore, gli venne incontro. Era pallido, proprio lui che era sempre stato il più forte e sano dei tre. “Dov’eri finito?” gli chiese, ma non era una domanda che cercava la sua risposta. “La mamma è…”

La voce gli si ruppe.

Morta, pensò. La mamma è morta. Lo so perché ho deciso io. Ho permesso alla donna nel bosco e al suo padrone di ucciderla. Il calore della vergogna gli arrossò le gote. È colpa mia.

“La mamma è scomparsa, non riusciamo più a trovarla.”

Quello che accadde in seguito fu caotico e confuso, e Ambrose Balthar riuscì a ricostruirlo solo alcuni giorni dopo la fine del processo a Evelyn Woodhouse.

Il magistrato, dopo l’annuncio di un’ultima domanda, si era avvicinato alla donna. Un brusio di tensione aveva percorso il pubblico.

Contrariamente a quanto aveva fatto sino a quel momento, il magistrato non pose la domanda con il solito fervore carico d’ira e disprezzo. Si sporse invece in direzione dell’imputata, fino quasi a posare le labbra alle sue orecchie.

Nella testa di Ambrose era subito squillato un segnale d’allarme, e non solo perché la scena non si stava svolgendo come avrebbe imposto la consuetudine. Aveva visto il volto del magistrato e c’era qualcosa di indefinibile, un’ombra nel suo sguardo già abbastanza tenebroso, che lo aveva scosso.

Il magistrato aveva bisbigliato qualcosa nell’orecchio della donna, appena un sussurro. Questa volta lei non era rimasta in silenzio. Si era voltata a guardarlo e aveva detto: “È con noi”.

A quel punto il magistrato si era buttato all’indietro, neanche che le parole della donna lo avessero colpito come un pugno. Ambrose era subito scattato in piedi per soccorrerlo (o forse era stato per fermarlo, non avrebbe saputo dire), ma il magistrato era stato più veloce. Aveva estratto la mano che teneva nascosta nelle pieghe della toga. Saldo nel pugno teneva un oggetto che riverberò alla luce artificiale delle lumiere.

Un pugnale. Ambrose se ne accorse troppo tardi.

La donna rimase immobile, seduta composta sulla sedia, mentre il magistrato le si lanciava addosso. Le trapassò il collo. Leopold, che si trovava accanto alla vecchia, tentò di fermarlo, ma invano.

“Strega!” gridò il magistrato. “Maledetta strega!” Continuò a urlare finché la sua voce non si spense in un rantolo rabbioso.

Poi ci furono le urla, il fuggi fuggi, la calca e il sangue.

Pochi giorni dopo, tutti in paese sembravano più che determinati a dimenticare la tragica fine del processo alla strega. Tutti tranne Ambrose.

Lui sapeva che il magistrato, nonostante fosse un fervente religioso, era pur sempre un uomo di legge, e non avrebbe mai risolto un processo facendosi giustizia da sé. Qualcosa doveva averlo spinto nel baratro, e probabilmente quel qualcosa aveva a che fare con l’ultima domanda sussurrata alla strega.

Ambrose non avrebbe potuto chiedere spiegazioni al magistrato, in ogni caso. L’uomo era morto d’infarto la sera seguente l’udienza, portando con sé il suo segreto.

C’era però qualcun altro che forse aveva udito la domanda.

Trovò Leopold Masters a casa sua, intento a bere. Era generalmente un uomo morigerato, ma Ambrose poteva capire che cosa gli passasse per la testa in quel momento. Se non avesse avuto quel tarlo a rodergli il cervello, probabilmente anche lui sarebbe finito con una bottiglia in mano e il colletto della camicia incrostato di vomito.

“Posso parlarti?”

“Vattene via, Ambrose.”

“Devo solo chiederti una cosa,” disse. “Sul processo.” Gli sembrò opportuno precisarlo subito.

Leopold sbuffò. “Purché sia una e una soltanto,” acconsentì mangiandosi la fine di ogni parola.

“Va bene.” Avrebbe tentato di essere il più diretto e rapido possibile. “Hai sentito qual è stata l’ultima domanda che il magistrato ha posto alla donna?”

“Alla strega, vorrai dire.”

Ambrose annuì. “Sì, come preferisci. L’hai sentita o no?”

Leopold si fece tutto d’un tratto serio. Ogni traccia di confusione e ubriachezza scomparve dal suo viso. “Sì, dannazione, sì. Mi pare di averla sentita. Ma non era una domanda relativa al caso… e mi è sembrata anche una richiesta senza alcun senso.” Chiuse gli occhi. “Le ha sussurrato: sai dov'è mia madre?

L'autore

Ewan James Johansson, XXV Visconte di Worchester-Sauce (1987-2002, 2009-2010)

Prominente e annoiato membro dell’aristocrazia britannica, si cimenta senza particolare successo nelle più disparate attività: è scrittore, ballerino di fila in musical off-Broadway, petroliere, dungeon master, alcolizzato e donna barbuta. Intraprende anche la carriera di pirata ed è parte della ciurma del Norvegese Galleggiante. Divenuto nostromo per non si sa bene quale caso fortuito, parte alla ricerca del favoloso tesoro di dobloni di cioccolato del Rapace Pirata Barbagianni. Lo trova quasi subito (la caccia al tesoro nell’era dei navigatori satellitari è una buffonata assurda) e decide di ingurgitarne il più possibile per non dover dividere col resto dell’equipaggio. Purtroppo non si accorge di aver trovato in realtà il tesoro del pirata zombie LeChuck e muore dopo aver ingollato 286 monete, 14 lingotti e 3 collane d’oro massiccio.

Nel 2009 viene rianimato da una fan sfegatata di Twilight che decide avere un fidanzato soprannaturale tipo Edward e, in mancanza di vampiri, conclude che uno zombie è meglio che niente.

Nell’ottobre del 2010 si spegne serenamente nel suo letto, assieme all’incendio che aveva devastato la sua abitazione.

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Ecco il mio contributo... va oltre halloween, infatti la storia termina il giorno dei morti :facepalm:

Il marchio blasfemo

Niente, per un forestiero, è più triste di Londra immersa nella nebbia autunnale.

Una nebbia pesante e fitta che si appiccica al mantello insinuandosi nei vestiti sotto e più in profondità fino a raggiungere l’anima; un senso d’impotenza, misto a timore riverenziale verso una cosa tanto grande d’avvolgere una città intera, costringe la vitalità delle persone a nascondersi e trovare riparo in qualche luogo inaccessibile del cuore. Solo i londinesi sembrano immuni a questa nostalgia: la nebbia scivola loro addosso senza sfiorarli nell’umore, sempre posato e altezzoso, mentre continuano a vivere tracannando birra scura e fumando tabacco aromatizzato al brandy. Gente civile, certamente, ma che porta dentro frammenti di un’atavica società barbara; lo si nota dal loro svolgere, in modo spartano e privo d’ogni motivazione più profonda, le azioni quotidiane. Mangiano per nutrirsi, lavorano per vivere, bevono per alleggerirsi la mente.

Per un italiano è diverso. Abituato a dare un senso di ritualità ai gesti della giornata, questi hanno perso il grezzo senso primitivo. Mangiare diventa una cerimonia di socializzazione, fumare la pipa diventa un momento di riflessione e, una buona bottiglia di vino, non è tale se non la si condivide, con discussioni più o meno profonde, assieme ad un buon amico.

Per oltre sei mesi, Londra, era stata una ottima opportunità di lavoro per Michele Beccaria.

Da buon piemontese, vivere in Inghilterra era una forzatura contro natura: rapporti con le persone, ritmi di lavoro e abitudini completamente differenti dalle sue. L’essere italiano, poi, non aiutava affatto l’integrazione con persone conservatrici ed egocentriche come gli inglesi. Isolato, suo malgrado, dalla vita mondana, si era buttato capofitto nel suo lavoro di traduttore nel British Museum. Solo tra le mura del museo, infatti, Michele trovava persone che lo stimavano e lo apprezzavano per come svolgeva le sue mansioni di analizzare e tradurre i moltissimi reperti egiziani, scoperti e importati in Inghilterra quasi un secolo prima, dall’illustrissimo connazionale Giovanni Belzoni. Un mestiere certosino e metodico il suo, che solo un buon conoscitore delle civiltà e delle lingue antiche, assodate da una lunga gavetta presso il museo delle antichità egizie di Torino, poteva compiere.

Arrivato sul finire della primavera, aveva trascorso la maggior parte del tempo rinchiuso nel suo laboratorio, tra scaffali di manufatti polverosi e persone alquanto noiose. Ma ora che il suo periodo di collaborazione con la Royal Archeological Institute si stava concludendo, sentiva d'avere dedicato troppo tempo al lavoro e troppo poco al conoscere la City. Così ultimamente si concedeva, nel tempo libero, lunghe passeggiate tra le vie e i parchi di una Londra che, scoprì, era unica per attrazioni turistiche e meraviglie architettoniche. Durante le sue camminate solitarie, pensava spesso alla moglie Nora e al figlioletto David rimasti a casa, nei sobborghi di Torino, per tutti i lunghi mesi del suo soggiorno a Londra; tanto gli mancavano e tanto avrebbe voluto rivederli, che scriveva loro una lettera ogni notte prima di dormire, e la spediva l’indomani.

Immaginava spesso come David si sarebbe stupito nel vedere, durante il cambio della guardia, tanti soldati coi copricapo di pelliccia d’orso e la giubba rossa, o la meraviglia nei suoi occhi nel vedere il Tower Bridge in funzione coi suoi sbuffi di fumo nero e il cigolare degli argani.

Sognava di far l’amore con Nora, di odorare la sua pelle sensuale e profumata, di baciare le sue labbra… ma anche di raccontarle il suo soggiorno, a dir il vero un po’ noioso, e i progressi che aveva contribuito a realizzare col suo operato.

Una sera di ottobre, prossimo al suo ritorno in patria, stava compiendo una lunga camminata immerso nella nebbia inglese; sognava la sua casa immersa nelle campagne collinose e nei radi boschi di faggio e, mentre ogni viale di Londra gli ricordava le larghe vie del centro di Torino o il Buckingham Palace gli evocava il palazzo reale dei Savoia, fu distratto dai suoi pensieri da una piccola bottega di un rigattiere.

Il negozio, davvero minuto, era come schiacciato dai palazzi a fianco; privo di qualsiasi esposizione o vetrina, aveva solo l’ingresso simile a quello di una delle tante case inglesi. Attirò la sua attenzione l’insegna in legno, anch’essa minuta, sulla quale era scritto in caratteri gotici:

“Dark Shop”.

Michele rimase per un po’ lì impalato, a contemplare quell’insegna e quella porta entrambe rovinate dal tempo e dallo smog.

Poi, divertito dalla singolare iscrizione, decise d’entrare.

Chiusosi la porta alle spalle, e non vedendo nessuno al bancone, si tolse il cappello è salutò a voce alta:

“Buonasera… c’è nessuno? Volevo solo dare un’occhiata in negozio: cercavo dei souvenir di Londra da portare a…”, ma interruppe la frase accorgendosi che nessuno lo stava ad ascoltare. Pensando che il bottegaio fosse sul retro o fosse uscito qualche minuto lasciando il negozio incustodito, nell’attesa che tornasse, si mise a curiosare tra la mercanzia in cerca di qualche oggetto interessante.

L’aria nella bottega era densa e dolciastra, impregnata dall’odore dell’incenso che, in rivoli di fumo grigio, saliva lento da un braciere a lato della porta.

L’illuminazione delle poche lampade a olio, rendeva difficile identificare i molti oggetti disposti disordinatamente su tavole improvvisate a banchi per l’esposizione. Eppure lì c’era davvero di tutto: teche con farfalle ed altri insetti morti esposti sotto vetro, vecchi cappelli laceri e ombrelli riparati alla meno peggio, lampade sbeccate e bugie in rame prive di candela, servizi da tè incompleti e pile di piatti decorati.

Tra tutti gli articoli esposti, lo sguardo si posò su un libro dalla copertina rossa. Michele, visto che nella penombra non riusciva a distinguerne i dettagli o il titolo, decise di prenderlo in mano, facendo attenzione a non rovesciare una piccola colonna di tazze lì vicina.

Doveva essere antico come volume, per la presenza dei nervi sulla costa della coperta in cuoio. Non c’era titolo ma, impresso esternamente, un marchio che raffigurava un blasfemia. Quel simbolo empio mise alquanto in imbarazzo Michele, fervido credente cristiano, ma lo incuriosì anche a procedere con lo sfogliare il libro. Le carte di guardia, immacolate da nessun segno d’usura, introducevano un fitto scritto onciale perlopiù in greco e in latino. Sporadici disegni esplicavano i contenuti del codice, in un turbinio di immagini macabre e sacrileghe. Alcune delle pagine iniziali erano strappate, come altre in fondo interrompevano drasticamente l’opera. Michele si soffermò a contemplare una rappresentazione di un omicidio, dove alla vittima veniva reciso il collo con un grosso coltello e il sangue che ne usciva veniva, grottescamente, raccolto in un bacile. Avvertì una presenza alle spalle. Si voltò di scatto nel vedere un'ombra di persona proiettata da una lampada. Appoggiata alla tavola delle teche con le farfalle, la figura lo stava scrutando da chissà quanto. Cercò di distinguerne il volto, ma la luce era talmente scarsa e posizionata sfavorevolmente che riuscì solo ad identificare dei tratti maschili.

“Non ho visto nessuno in bottega…” cercò di scusarsi Michele, “…così, nell’attesa del proprietario, mi sono messo a guardare la merce esposta.” disse con tono d’imbarazzo.

Libro estremamente affascinante, non trova?” replicò incurante delle scuse dell’avventore l’uomo misterioso protetto dall’oscurità; poi, aspirando dalla pipa e tossendo vistosamente, aggiunse: “E’ un pezzo raro, di cui non è chiaro chi sia l’autore, ma ciò aggiunge mistero al suo fascino.

Michele, richiuso il libro tra le mani, fece un passo in direzione dello sconosciuto, nel tentativo di carpirne le fisionomie, ma fu anticipato da costui che, nell’uscire dall’ombra, gli porgeva la mano nel presentarsi:

Buonasera, sono Mr. Harpey; proprietario della bottega”.

Mr. Harpey, ora si poteva distinguerne le fattezze, era un signore calvo e tarchiato, ma per nulla sgradevole d’aspetto. Nel suo lungo soprabito scuro s’appoggiava ad un bastone da passeggio; col viso tondeggiante e i profondi occhi neri, aveva lo sguardo scaltro del venditore che, privo di scrupoli, sarebbe riuscito a vendere qualunque cosa a chiunque avesse avuto la triste sorte di entrare nel suo negozio.

“Piacere: Michele Beccaria” replicò nello stringergli la mano.

Italiano, interessante… adoro il vostro paese. In certi borghi il tempo sembra essersi fermato, rimanendo inalterati come mille anni fa. Mi dica, Mr. Beccaria, ha trovato qualcosa di suo gradimento?

“Beh, in effetti questo libro è alquanto singolare: per l’età che potrebbe avere e per la cura con cui è stato custodito… se non fosse per le pagine strappate…” tentò di sminuirne il valore, prevedendo una dibattuta contrattazione.

Oh, quelle… Il libro lo possiedo da molti anni, acquisito dallo sgombero di un vecchio locale del centro. I proprietari erano scomparsi senza lasciare traccia; le pagine mancanti non le ho mai viste. La parte iniziale presumo riportasse il titolo del codice, l’ex libris e l’autore dell’opera, nonché l’amanuense che ha scritto l’apografo, ma, come dicevo, non ho mai potuto appurarlo…

“Oh, dunque è una copia!”, cercò di apparire stupito Michele, nel tentativo di svilire la sicurezza ostentata dal venditore.

Non s’intende molto di libri, vero?” disse ancora Harpey senza attendere risposta: “Libri originali di quell’epoca sono eccezioni uniche; i codici giunti fino al XIX secolo sono esclusivamente copie di amanuensi, perlopiù religiosi”.

“Come può affermare che un religioso si sia preso la cura di copiare un volume riportando sulla copertina una simile blasfemia. Un codice che parla di Satana e culti violenti poi… sarebbe stato censurato e arso nel fuoco assieme al malcapitato copista!”. La frase uscì dalla bocca di Michele come risposta ad un’offesa personale subita; sembrava quasi la sua anima non sopportasse l’ulteriore eresia di un simile manoscritto redatto da un uomo consacrato.

Le sue osservazioni sono assennate, non ne dubito, ma sono un rigattiere, non uno storico.

Michele abbassò il capo, cosciente che aveva alzato troppo la voce in un arrogante atteggiamento aggressivo: “Mi scusi, non era mia intenzione…”.

Lo sguardo si posò nuovamente su quel libro. La sua mente venne rapita dalla copertina rosso fuoco che contornava quel simbolo blasfemo. Sebbene contro ogni pudicizia e morale, da sempre sue regole di vita e pensiero, quel marchio contro Dio lo incuriosiva e lo eccitava. Si sentì sconvolto nel provare piacere fisico; si sentì leggero nel desiderare di possedere quel codice che, offendendo il suo credo nell’essere contro Dio, dava sfogo e vita ad una parte irrazionale di sé che non aveva mai creduto di possedere. Una parte a lungo celata dalle imposte regole sociali e dai dogmi della moralità.

“Quanto costa?” furono le parole che fuggirono incontrollate dalla sua bocca.

E’ valutato duecento sterline, ma è molto tempo che lo possiedo. Può essere suo per sessanta.” Confermò con decisione Mr. Harpey.

“Lo compro” disse Michele sorpreso da quelle sue stesse parole.

Il giorno seguente, Michele, mostrò il codice ad un collega della biblioteca del British Museum. A dire il vero non fu affatto meravigliato quando Henry, restauratore di libri antichi, stimò che il codice fosse stato scritto recentemente.

“Ottima fattura, non c’è che dire…” commentò Henry, “ma non ci sono segni di macchie d’inchiostro, normali nei libri manoscritti, ne di qualsiasi forma d’usura o del tempo. Se fosse autentico inoltre, sembrerebbe scritto da più amanuensi in epoche diverse. Oltre alla prima parte in onciale, ci sono pagine riempite in scrittura beneventana, nelle ultime pagine rimaste anche dei frammenti in gotico… epoche troppo lontane nel tempo e sviluppatesi in zone molto distanti tra loro. L’argomento trattato poi! Non ho riscontro di altri codici, anche esoterici, che trattino l’evocazione del diavolo in forme tanto violente e orripilanti. No, mio caro, si tratta d’uno scherzo di qualche mente insana, anche se non priva di talento. Dunque, mio caro, questo volume è un falso e, per sessanta sterline, direi che l’affare l’ha fatto chi te l’ha venduto!”. Michele ascoltò senza ribattere. Era certo che Henry, dall’alto della sua professionalità, fosse nel giusto. Personalmente quel libro non l’aveva convinto fin dall’inizio e, col senno di poi, non riusciva a capacitarsi della decisione di acquistarlo a quel prezzo. Forse aveva sottovalutato le abilità di negoziazione di Harpey, o forse erano state le luci scarse e l’aria impregnata d’incenso ad assopirgli sensi e volontà, così da permettere il raggiro. Ora, alla luce del giorno, quel libro non esercitava su di lui la benché minima attrazione; era diventato solo la prova della sua ingenuità, reperto di una truffa ai suoi danni. Fu così che, la sera stessa, decise di tornare da Mr.Harpey per restituirgli il codice e riavere il proprio denaro.

Le ampie strade, stranamente desolate, risuonavano sotto il suo passo: duro cuoio di stivali sui ciottoli del selciato. L’illuminazione delle fiammelle tremolanti sui lampioni, diffusa dalla leggera nebbiolina autunnale, creava giochi d’ombre animate simili a spiriti tormentati e silenziosi. Le ombre formatesi ad ogni angolo, erano nascondigli perfetti per rapinatori e assassini. Intimorito dalla lugubre atmosfera, Michele, faticava a proseguire ma, prossimo nel raggiungere la bottega, cercò di pensare a Nora e David per farsi coraggio. Udì in lontananza lo sferragliare di una carrozza le cui ruote, sobbalzando sui ciottoli, riempivano il silenzio di vita e il suo cuore di speranza.

“Dovrebbe essere qui, tra quei due palazzi alti…” pensò ad alta voce, “lì nel mezzo c’era il Dark shop! Ed ora c’è solo un muro senza alcuna porta e insegna! Possibile mi stia sbagliando? Ricordo la via, i palazzi e le case laggiù, però la bottega non c’è... Ehi, ferma!” agitando le braccia, intimò d’arrestarsi alla carrozza ormai sopraggiunta alle spalle. Il conducente strattonando le briglia ordinò, con voce poderosa e sicura, ai cavalli di fermarsi; questi, mansueti, ubbidirono nitrendo. Nel cercare lumi sull’insolita sparizione del negozio, Michele fu sconvolto dalle informazioni del cocchiere il quale, giurava, di non aver mai notato altro che la vuota parete tra quei due palazzi; una bottega non gli sarebbe certo sfuggita per ben vent’anni di servizio su una strada che percorreva ogni giorno.

Perplesso e stupito, Michele tornò ai suoi alloggi; preparò le valigie per il ritorno a casa, senza pensare oltre ai bizzarri eventi di quella sera.

Il viaggio di qualche giorno, fu piacevolmente reso breve dall’aspettativa di rincontrare la moglie e il figlio. Pensava al pranzo che avrebbe consumato in famiglia nel giorno d’ognissanti, l’indomani del suo arrivo. Il treno sbuffava vivace nel lasciarsi le Alpi marittime alle spalle, e il suo cuore si rallegrò d’esser nuovamente in patria.

L’incontro nella stazione di Torino: i lunghi baci con Nora e i tanti abbracci di David scandirono la fine del periodo lavorativo lontano.

Quella sera riscoprì i piaceri della famiglia. La cena assieme, i racconti delle sue esperienze davanti al caminetto acceso, il rimboccare le coperte e il bacio della buonanotte al figlioletto e, poi, il far l’amore con Nora. Fino a tardi rimase a guardarla mentre dormiva; si sentì riempire il cuore mentre le accarezzava i capelli morbidi, o ne percepiva il leggero respiro e il profumo del corpo. S’addormentò con dolcezza al suo fianco, finalmente a casa.

Una lama di luce, entrando dalle fessure dello scuro chiuso, lo svegliò fastidiosamente. Rimase coricato, intorpidito e in preda ad un atroce mal di testa.

I sensi lentamente si destarono; allora percepì quello sgradevole lezzo nell’aria.

Era un odore nauseante e dolciastro. Nel cercare di scansare quel fendente di sole che entrava di prepotenza nella stanza, finendogli dritto sul viso, si voltò di lato e, ad occhi socchiusi, vide i dolci occhi di Nora spalancati e il suo viso imbrattato di sangue. A quella visione macabra sobbalzò in piedi vicino al letto, urlando di terrore.

Le lenzuola e le coperte erano inzuppate di sangue vermiglio che, lentamente, aveva cominciato a gocciolare per terra raccogliendosi in piccole pozze maleodoranti.

Michele fu preso dal panico. Scosse la moglie per le braccia, gridando il suo nome con voce rotta e le lacrime incontrollate che gli annebbiavano la vista. Il capo di lei si piegò all’indietro, aprendo un lungo solco nero sulla gola. Rabbrividendo si ritrasse, lasciando il corpo di lei cadere inerte sul letto.

Si guardò attorno, come per scovare il senno che, dopo la visione orribile dello scempio della propria amata, stava inesorabilmente perdendo.

Attorno trovò solo follia. Si voltò con le mani sugli occhi, per allontanare l’immagine di lei, morta in un giaciglio di sangue; incrociò il proprio sguardo che, tra le dita spalancate, lo fissava riflesso sullo specchio dell’armadio. Gli occhi erano fuori dalle orbite. Le dita lentamente scivolarono dagli occhi alle guance dove, crollando poi con le braccia lungo i fianchi, dipinsero lunghi solchi scarlatti. La camicia da notte era cosparsa di macchie con forme e dimensioni diverse; le mani e il viso coperti interamenti di sangue.

Nella penombra della stanza, rischiarata dalla sola luce che penetrava dalle fessure nelle imposte, scorse nuovamente il corpo immobile di Nora riflesso nello specchio e, spostando lo sguardo, notò sul proprio comodino il libro rosso.

Corse ad afferrarlo per cercare di comprendere come fosse giunto fin lì, avendolo lasciato chiuso nelle valigie ancora da disfare dopo il viaggio. Nuovamente si fermò, urtando con il piede un lungo coltello posato per terra. I pensieri corsero inarrestabili nella sua testa, nel turbinio di visioni macabre che ricordava del libro. Una voce recitava salmi demoniaci e blasfemi nelle sue orecchie, quelle evocazioni latine che aveva letto in quel libro maledetto. La testa gli girava in un carosello di sentimenti, sangue, orrore, lacrime, Nora…

Un solo preciso pensiero arrestò la folata di immagini che gli travolgeva la mente: David.

Imboccò la porta di corsa, e attraversò i pochi metri dalla cameretta del figlio. La porta era aperta e da questa usciva un sentiero di gocce e impronte di sangue che arrivavano fino alla camera matrimoniale.

Le bianche lenzuola buttate in mezzo alla stanza coprivano una pozza di sangue rappreso.

I biondi capelli inzaccherati di sangue raggrumato. Il volto pallido di un giovane cadavere con gli occhi infossati e la gola tagliata. Michele non riuscì a reggere a tanto orrore e, sussurrando il nome del figlioletto, cadde svenuto sul pavimento.

Poco dopo rinvenne: lucido, determinato.

Il dolore lo aveva sopraffatto, ma ora la cruda razionalità aveva il sopravvento sui sentimenti e riusciva a focalizzare la situazione. Per scartare ogni ipotesi d’intrusione in casa da parte di un estraneo che potesse aver assassinato i suoi cari, controllò porte e finestre: tutte chiuse dall’interno. Ispezionò le stanze e la cantina in cerca di eventuali passaggi dall’esterno o nascondigli che l’assassino potesse aver sfruttato: non ne trovò. Era lui l’assassino. Le impronte lasciate nel sangue sul pavimento erano le sue. Inspiegabilmente aveva ucciso nel sonno le uniche persone al mondo che amava. Non poteva che essere stato lui. Mentre tutta la vita gli crollava sulle spalle, troppo fragili per reggere la realtà dei fatti, si lavò sul catino in camera il viso e le mani. Doveva mantenere il controllo. Doveva mantenere l’apparente normalità per non insospettire il vicinato che, seppur esiguo, si sarebbe potuto accorgere di qualcosa d’anormale. Aprì le finestre. Trascinò i cadaveri giù in cantina. Ripulì le stanze. Doveva usare la massima precauzione nei movimenti: un suo gesto sbagliato o uno sguardo indiscreto di un vicino curioso, e poteva dire addio agli studi e alla carriera. Amava Nora. Amava David. Ma ancor più amava il suo lavoro. Ecco perché era partito da casa per lavorare a Londra. Ecco cosa avrebbe fatto una volta sbarazzatosi dei corpi: sarebbe ripartito. Gli esperti in lingue antiche sono preziosi, e non facili a trovarsi. La sua passione, per la quale aveva tanto duramente studiato, non poteva finire con quell’inconveniente; anche se questo aveva due nomi: Nora e David. Doveva agire metodicamente, scrupolosamente; come sul lavoro quando si analizza un testo: nessun particolare deve sfuggire. Gli esperti si differenziano dai dilettanti per la cura dei particolari; così nelle traduzioni come nella vita.

L’organizzazione di ciò che doveva compiere, gli procurava un piacere istintivo, spirituale.

Sceso in cantina fece a pezzi i corpi; non era più Nora, solo carne e ossa. Non era più David, solo minuscoli pezzi di arti e viscere con cui riempire un sacco.

Il momento era favorevole. Tutto il vicinato si sarebbe recato alla messa di mezzogiorno per commemorare i santi. Il campanile della chiesa, distante qualche chilometro, già suonava a festa irrompendo, coi rintocchi, nelle campagne e sulle colline attorno. Domani avrebbe avuto due morti in più da ricordare, ma oggi doveva pensare a se stesso e al suo futuro.

Caricò i sacchi coi resti umani su una carriola, e iniziò ad arrampicarsi sulla collinetta dietro casa.

Vide un vecchio, coperto da un lungo pastrano scuro, scendere. Incrociandolo gli parve di riconoscere il volto di un vicino che, probabilmente, tornava dopo aver ispezionato i campi oltre il crinale. Aveva il volto grassoccio con le gote rosse e un bastone in mano per sorreggersi. Aspirando dalla pipa, posò per un attimo lo sguardo sulla carriola; poi salutò cortesemente con un sorriso. Michele, senza accorgersi di quegli occhi scuri da venditore privo di scrupoli, rispose al saluto con decisione: non era momento per gli imbarazzi, non era il momento delle paranoie sulla possibilità d’essere scoperto. Diede solo una rapida e rassicurante occhiata alle spalle: il vecchio continuava a scendere senza voltarsi.

Poco lontano c’era un porcile. Un grande recinto dove pascolavano nel fango grassi maiali. Quando aveva acquistato la casa, non apprezzava la puzzolente vicinanza dei maiali; ora si stava ricredendo. I maiali non disprezzano nulla che possano mangiare. I maiali non hanno vincoli morali. Con le loro ganasce robuste tritano le ossa e divorano la carne. Non avrebbero lasciato traccia dei due corpi. Ecco perché aveva comprato quella casa vicino alla porcilaia. Tutto nella vita ha un suo scopo. Tutto è scritto. L’ispirazione è la vita. Michele si sentì guidato, nelle azioni, da qualcuno al sopra di lui, superiore a Nora o David, superiore a Dio stesso. Gli apparve nella mente l’immagine del simbolo blasfemo marchiato a fuoco sul cuoio. Ora sapeva ciò che doveva fare. Non pensare, ma seguire l’ispirazione che scendeva dal cielo sul suo capo, guidandolo.

Nessun vincolo morale. Ora era come Dio.

Ma l’anima, sebbene perso il senno della mente nulla possa sull’operato di una persona, arriva inesorabile a tormentarne la coscienza e, quando la razionalità torna coi rimorsi dei crimini commessi, scatena la follia più pura come castigo per il male compiuto.

Al termine del giorno si stese sul letto, candela accesa. Dalla porta entrava la luce delle ultime braci ardenti nel caminetto. L’interferenza del fuoco della cucina con la fiamma flebile della candela, proiettava sul soffitto e sulle pareti veloci spettri di luce a rincorrersi nel disegnare contorni che, la mente di Michele interpretava. Nora. Il suo amore. David e i suoi teneri abbracci. Il simbolo blasfemo. Si voltò a controllare. Il libro rosso era al suo fianco, sul comodino. Un alito di vento gelido e improvviso, forse penetrato delle fessure delle imposte, gli raggelò il cuore. La fiamma della candela si spense, intrecciando nell’oscurità un sottile nastro di fumo, e permeando la stanza dell’odore pungente dello stoppino bruciato.

Oscurità. Solo il rosso delle braci incandescenti nel caminetto in cucina, sfumavano il buio di un rosso acceso. Davanti a lui un volto, indistinguibile nelle tenebre; il contorno di una figura disumana.

“Chi sei?” chiese spaventato Michele.

Una voce proruppe fra le tenebre, lugubre e profonda. “Colui che cercavi”.

“Chi… cosa vuoi?”

Tu hai chiamato Mefisto versando sangue

Michele, terrorizzato, non riusciva a controllare il tremore che gli pervadeva tutto il corpo. Rimase in silenzio, molto tempo, osservando la figura che si parava dinnanzi il suo sguardo incredulo.

Alla fine ruppe il silenzio: “Io non ti ho chiamato… perché sei venuto qui?”.

Ero già qui” disse la voce cupa “Ero già te”.

Michele si mise seduto nel cercare di vedere il volto dell’oscura presenza, ma non vide che un’ombra vaga nelle tenebre.

“Ho letto quel codice. Ho evocato il male. Sei arrivato tu…”

La paura stava scemando in Michele e, al suo posto si stava formando la consapevolezza della reale responsabilità degli avvenimenti. In lui cresceva l’ira per l’impotenza di cambiare ciò che aveva compiuto.

“…sei stato tu…” disse minaccioso Michele “…sei stato tu ad ucciderli, maledetto. Mi hai costretto ad ucciderli per la tua sete di malvagità e violenza! Tu mi hai guidato nel sonno e hai tagliato le loro gole!...”

La figura rimase impassibile, poi replicò: “No.

Dalle braci ardenti del caminetto uscì una fiammella, ultimo sprazzo di vita di un fuoco non rassegnato a spegnersi; da quella luce, Michele vide allo specchio le immagini del suo efferato omicidio. Vide se stesso, leggere il libro blasfemo, alzarsi dal letto e prendere dalla cucina il coltello. Vide se stesso uccidere ed esaltarsi nel sangue di Nora. Vide se stesso avvicinarsi al lettino di David, buttare all’aria le lenzuola e poi accarezzarlo. Vide la sua carezza, allo svegliarsi del bimbo, trasformarsi in un pugno stretto tra i capelli biondi. Vide terrore e lacrime negli occhi innocenti. Poi, la stanza, piombò nuovamente nel buio. L’ultima fiammella nel caminetto si spense.

“No… non è così, non sono stato io. Tu… maledetto! Non ero cosciente… Tu li hai uccisi… Tu mi hai usato!” Urlò, con voce rotta, Michele colmo di ira.

L’ombra rimase un attimo in silenzio, immobile, poi con voce possente:

No. Io ho fornito l’alternativa: la libertà. Se non credi alle mie parole, chiedi a te stesso perché hai infierito sui loro corpi privi di vita. Tu hai scelto me

L’ira si fuse con la consapevolezza che, quell’essere diabolico, diceva il vero. La verità travolse la mente distorta di Michele che, nell’incapacità di contenere un simile raccapriccio, eruttò bestemmie e maledizioni; le stesse elencate in ordinato onciale del libro appoggiato vicino al letto. Così urlando, spiccò un balzo verso l’ombra oscura afferrandola alla gola. Cercò di stringere, con le mani, più forte gli fosse possibile. Ma per quanto forte stringesse, l’ombra rimaneva impassibile. Sentiva l’essere difendersi, cingendogli a sua volta il collo. La stretta di quel demonio era potente e inesorabile.

Michele si sentì soffocare. Alcune lacrime di rabbia e rancore gli scesero dal volto deformato dallo sforzo e dal dolore. Cadde di fronte allo specchio dell’armadio, tra spasmi atroci, ed ebbe solo il tempo di vedere, alla languida luce delle ultime braci, il proprio volto sfigurato dalla morte, le proprie mani attanagliate alla propria gola.

L’alba. Il sole irraggiò la sua vitalità sui campi e le colline attorno. La lama di luce trapassava nuovamente la fessura nell’imposta della camera da letto e, attraversando il pulviscolo sospeso nella stanza, si posava sui cuscini candidi. Il corpo di Michele giaceva ai piedi del letto, con le mani ancora strette alla gola; un rivolo di sangue usciva timido dalla bocca sul volto tumefatto.

Dei passi sopraggiunsero dalla cucina. Un vecchio entrò nella stanza sorreggendosi col bastone. Guardò il cadavere. Tossì affannosamente nell’aspirare dalla pipa. Si voltò e vide il volume antico posato sul comodino. Lentamente si avvicinò e lo prese. Sussurrò parole incomprensibili, baciando il marchio blasfemo sulla copertina purpurea. Sfogliandolo notò il ripristino di una delle pagine strappate dal fondo del codice. Appoggiati bastone e libro sul letto, prese il cadavere rigido per le caviglie, e lo trascinò giù in cantina.

Vita, morte e miracoli...

Schibuola Nico, Adria 17/01/1977 – Roma 21/12/2012 (scomparso misteriosamente)

Scrittore pigro, incapace di finire un solo romanzo degno di nota, i cui racconti, privi d’ogni benché minimo interesse narrativo, non hanno riscosso nemmeno il consenso dei familiari o delle amicizie che, disgustati dalla sua inettitudine e impopolarità, presto ne abbandonarono la compagnia per seguire i più interessanti reality show televisivi.

Trascorso qualche anno in assoluta solitudine e sconfortato dalla sua mediocre esistenza, ebbe consenso inaspettato nel GF12 che, destando interesse per le sue qualità intellettuali, notevoli solo se paragonate a quelle degli altri concorrenti, vinse con tripudio di voti.

Gradito opinionista televisivo, durante un’intervista del nobel per la letteratura Federico Moccia nella trasmissione “Buona Domenica” del 21 dicembre 2012, iniziò a sproloquiare frasi in antica lingua sumera. Tra l’imbarazzo dei telespettatori increduli, innaturalmente irrigidito sulla poltrona con occhi rovesciati e bava alla bocca, S.N. evocò misteriosi spiriti ancestrali.

In diretta il pavimento dello studio televisivo si squarciò formando un baratro fiammeggiante che inghiottì, tra urla strazianti, tutti i presenti, Moccia e opinionista compresi.

L’apertura del baratro, più propriamente un atavico portale multi dimensionale, subito richiusosi, fu causa del totale blackout dei ripetitori televisivi nazionali e del conseguente aumento demografico del 2013.

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Una pessima idea

Rango abbassò la tavoletta del cesso e ci si sedette sopra.

Dondolò i piedi. Due ombre bislunghe presero vita sulle mattonelle, coprendo le gocce di urina e disinfettante sparse sul pavimento.

Una pessima idea.

Silenzio. Ancora silenzio, nell’angusto spazio delimitato da piastrelle gialle e una porta rossa scrostata. Allungò una mano verso la serratura e le diede un altro giro, giusto per essere sicuro.

Sicuro di cosa?, si chiese. Rimane comunque una pessima idea. Non chiudersi dentro il bagno della scuola, ovviamente. Quello va anche bene. È il resto che…

Tomp. Cric.

Rango alzò di scatto le gambe, parallele al pavimento, rimanendo in equilibrio sulla tavoletta.

Così non mi vedranno i piedi, ragionò. Vedranno, chi? Nessuno. Nessuno.

Cigolò.

La porta d’ingresso. Vetrata zigrinata, maniglia tremolante, cardini anni Settanta. I bordi di ruggine e colore andato via.

Rango s’appiattì contro lo sciacquone, le gambe ancora alzate. Non respirò.

«Giò?» disse la voce di una ragazza. «Ci sei?»

Rumori dal bagno accanto al suo, o forse quello più in là. Passi. La serratura a rotella scattò, la porta si aprì. Rango non si mosse.

«Son qui» disse un ragazzo. Giò, si corresse. Disse Giò.

«Uh uh, il bagno dei maschi! Che figata!» esclamò la ragazza.

Una studentessa della scuola, di sicuro.

«Allora, ce l’hai?» l’interruppe lui.

Rango avrebbe voluto sapere a cosa si riferiva. Magari, se si fosse messo in piedi sul cesso, avrebbe potuto sbirciare da sopra la porta, da sopra il muro.

«To-toto-to-to!» rispose la ragazza. Si stava… muovendo? Stava ballando? Rango non capì.

«Rache? Allora?»

«Ma sì, ma sì» borbottò lei, tra il ritornello e la strofa di una canzonetta. «Cazzo, goditela finché siamo qui! Cos’hai, paura del buio? O è colpa della scuola di notte?»

«No ma-»

«Ecco, quindi fly down, take it easy, run the sac!»

Un sospiro. «Capito, hai iniziato senza di me. Bella stronza che sei.»

«Che pesante!» lo canzonò Rache. «To’, non rompere.»

Rango abbassò i piedi a terra. Appoggiò una mano sulle piastrelle gialle e si issò sul water. Tese la testa oltre il muro.

Le dita di Giò stavano frugando dentro un sacchetto. Recuperarono una pillola, che lui gettò direttamente nell’esofago.

«Wow» mormorò dopo qualche secondo.

Rache rise e si avviò saltellando verso il corridoio buio. «Seguimi.»

Giò, dietro di lei, barcollava.

La scuola di notte sembrava un organismo morto. Gli ricordava un po’ la fiaba di Pinocchio, la parte sulla balena. Ecco, stava camminando tra le interiora di cemento, nella carcassa di un edificio. L’atrio vuoto era lo stomaco affamato. Le scale scure, abbarbicate addosso alla parete, non erano altro che una colata di bile nera. Le stanze silenziose, celle intestinali pronte ad assorbire l’energia degli studenti. E il buio, attutito solo dal soffitto di vetro, lo soffocava.

Entrò in una classe.

Sfiorò la superficie dei banchi al suo passaggio. Erano ancora di legno verde pallido, incisi con i taglierini, rovinati dai pennarelli. Le sedie non se la passavano meglio.

Rache troia.

La scritta, su uno degli schienali, era ripassata più volte, come a voler rimarcare il concetto. Rango seguì con un polpastrello la sagoma delle lettere, soppesandole una per una; poi passò oltre.

Un armadio di metallo era incastrato nell’angolo, con le ante verso il muro.

A che serve, così?, si domandò.

Per vandalismo.

Per-

Torna in bagno. Subito.

«Ah ah ah!»

Era la ragazza. In corridoio.

Cosa si fa, adesso?

Rango guardò la porta e in un attimo trovò la risposta. Si avvicinò alla cattedra e vi si accucciò sotto, in silenzio.

I due studenti varcarono la soglia dell’aula.

«Tu sei pazza» biascicò il ragazzo, senza smettere di ridere. «Da legare! Cioè, ma ti rendi conto?»

Dalla sua postazione, riusciva a vedere solo i quattro piedi muoversi a caso tra le gambe ammaccate dei banchi. Gli stivaletti di Rache ticchettavano. Tic. Tic.

Le scarpe bianche di tela di Giò, invece, sembravano pronte a scivolare ad ogni passo.

«Eh va be’!» ridacchiò lei. «Cosa vuoi che sia! Incursione notturna, un po’ di… come si dice? Fiesta! Ecco. Sarà mica un reato. E poi, che cazzo, ci hanno pure tolto un giorno. Ti pare che adesso si venga a scuola pure il due di novembre? Mi sembra giusto che possiamo fare un po’ quel cazzo che vogliamo, no?»

«Sì sì ma infatti io mica dico che-»

I tacchi si fermarono, e anche la voce del ragazzo. A spanne, davanti alla sedia incriminata.

«E questa chi cazzo l’ha scritta?»

Silenzio. Sembrava che Giò non avesse il coraggio di rispondere.

«Dimmelo.»

«Rache, io…»

«Dimmelo!»

Le scarpe bianche di tela indietreggiarono. Lo stivaletto sinistro batté un colpo sul pavimento. E, da sotto la cattedra, Rango si mosse.

«Io no-»

«Zitto.»

I respiri dei due ragazzi si sincronizzarono. Le gabbie toraciche si dilatarono e si ritrassero in velocità. L’avevano sentito.

«Andiamo» sussurrò Rache all’amico.

E forse sarebbe stato meglio. Davvero.

Ma, prima che lo facessero, Rango uscì allo scoperto. Stagliato sulla lavagna nera, era un’ombra. Solo un’ombra.

Mostrò i palmi delle mani, come a indicare che non voleva fare del male a nessuno.

«Oh, Cristo» imprecò Giò. «È l’effetto della tua roba o lo vedi anche tu?»

Rache, accanto a lui, tese i muscoli delle gambe. Annuì.

Poi, senza alcun preavviso, si voltò verso il corridoio e urlò. «Scappiamo!»

Il ragazzo non se lo fece ripetere. Le fu subito dietro, con le scarpe traballanti ai piedi.

Rango, rimasto da solo, si fiondò fuori dalla porta dell’aula.

La ragazza correva per il corridoio del primo piano, con il cardigan nero svolazzante e i tacchi che rimbombavano per tutto l’edificio.

«Fermi! Non voglio farvi del male, non voglio… io sono morto. Proprio qui! Qui, nella scuola… ehi! Fermi, vi prego! Almeno ascoltatemi, mi hanno soffocato… no, annegato. Nel cesso. Anni fa, ma oggi è il due… i morti, la festa dei morti, e sono tornato solo per stanotte e… Ehi!»

Nessuno dei due si fermò. Continuarono a correre entrambi, senza voltarsi indietro. La ragazza rallentò davanti all’imbocco delle scale per aspettare il suo compagno. Giò le fu accanto subito dopo. Aveva il fiatone.

«Tutto bene?» gli sibilò.

«S-sì» balbettò lui e inspirò.

Rache ghignò. «Che peccato.»

Poi gli assestò un calcio ad altezza delle ginocchia. Il corpo del ragazzo si sbilanciò, le braccia annasparono nel vuoto, cercando un appiglio che non esisteva. Cadde e rotolò sui gradini; le spalle colluttarono addosso al muro, la testa si piegò in avanti. Innaturale.

Rango sbatté le palpebre, immobile a pochi passi dalla ragazza, che si girò verso di lui. Lentamente.

Sul viso, nient’altro che soddisfazione.

«Era stato lui a scriverla, la frase» disse a mo’ di giustificazione.

Il fantasma non parlò.

«E comunque, era un idiota.»

«L’hai ammazzato perché era idiota?»

Rache scrollò le spalle. «Anche. E non credere che non lo farei anche a te, se qualcuno non ci avesse già pensato prima. Per cosa credi che sia venuta qui proprio la notte del due di novembre? I fantasmi tornano sempre nel luogo in cui le loro vite sono state spezzate. Vero, Raniero detto Rango? Bel nome. Ci hanno pure chiamato l’auditorium così, dopo la tua dipartita. Ma una cosa non capisco, cazzo. L’unica notte di libertà e te la vieni a godere in questo posto di merda?»

«Io…»

«Sfigato in vita, sfigato in morte» concluse Rache, senza lasciarlo finire. «Ci credo che ti abbiano silurato senza pietà, alle superiori.»

Una pessima idea.

Rango non disse nulla. Si limitò ad avvicinarsi alla ragazza, con calma. A mano a mano, il suo sorriso perse qualche centimetro.

«Una pessima idea» sussurrò, quando le fu davanti.

Gli stivaletti della ragazza ticchettarono una volta: un passo indietro.

«Cosa?» sibilò. «Il fatto che sia venuta qua sapendo del fantasma? Di te? Guarda che io le conosco le leggend-»

«No, non quella pessima idea» rispose Rango.

Un altro tic: secondo passo indietro.

«Allora quale?»

«I tacchi. I tacchi sono una pessima idea.»

Avanzò a pochi millimetri da lei, che istintivamente indietreggiò.

Lo stivaletto affondò nell’aria.

Rache volteggiò nel vuoto per qualche istante, per cadere di schiena sui gradini di bile nera. Urlò. Nessuno la sentì.

Il corpo ormai rotto piombò su quello dell’amico. Due marionette senza vita, ammucchiate l'una sull'altra.

Nel scendere le scale, Rango li scavalcò con cura. Tornò nel cesso e ci si sedette sopra, di nuovo.

Tra poco sarebbe arrivata l’alba a reclamarlo e per un altro lungo anno lui non sarebbe esistito.

Una pessima idea, tornare nella scuola. Ma almeno il prossimo due di novembre non sarebbe stato più solo.

Sidney Anna Alias Ottantasei nasce nelle Terra delle Nebbie nel lontano 1986 e subito intraprende con successo la carriera di Cazzeggiatrice Professionista, intrallazzandosi con validi progetti quali stirare bottiglie di plastica e predicare la superiorità del Gatto su tutti gli altri esseri viventi. Oltre al lavoro, si dedica con passione anche ai suoi hobby, tra cui tentare di sedurre gli attori dei telefilm sussurrando parole dolci allo schermo del pc e collezionare figure di merda apocalittiche.

La poliedrica artista inoltre inizia a sperimentare le gioie dell’informatica e soprattutto del mondo Linux ma senza sapere che ciò determinerà le drammatiche circostanze della sua morte, avvenuta nel 2040: la poverina dopo trent’anni era ancora davanti allo schermo in attesa che il sistema operativo si installasse.

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Ospite queenseptienna

Il Ginepro – di Queen

Mia madre mi ammazzò.

Mio padre mi mangiò.

Mia sorella Milena le mie ossa tutte raduna.

Nella seta le ha legate,

sotto il ginepro le ha celate.(1)

La teiera borbotta senza pace sulla stufa, l’acqua ribolle al suo interno producendo suoni sordi che però rimbombano nella stanza. Piccole volute di vapore bianco escono dal beccuccio, sembrano fantasmi nella penombra delle cinque del pomeriggio, oggi la sera è arrivata prima.

Quei fantasmi mi guardano da là sopra, sembrano voltarsi verso di me e deridermi, provocando in me la paura di essere scoperta e tirata fuori di peso dal mio nascondiglio dalla governante mutante che mia madre ha voluto assumere qualche anno fa. Però l’aroma dei biscotti infornati era troppo forte per resistervi.

Non sono mai scesa in cucina. Non dovrei essere qui per nessuna ragione al mondo.

Otto tentacoli viscidi e un po’ grassocci scivolano sul pavimento in pietra della stanza, appartengono proprio a Miss Rottingale, governante, mai stata sposata ma con una grande conoscenza del mondo infantile e una sottile predisposizione ad usare il frustino sui piccoli abitanti delle case in cui lavorava e questa non sfugge certo dal cappio.

La ascolto mentre sussurra ad una cameriera qualcosa in merito alla “notte dei morti”, che sarà proprio questa sera. Ha sentito dire giù in paese che quei nuovi signori provenienti dall’America che si sono sistemati nella vecchia tenuta dei Reeds hanno circondato lo steccato di enormi zucche con facce mostruose intagliate su di esse. Secondo la cameriera sono tutte mostruosità e stregonerie, ma Miss Rottingale ribatte che alcune voci dicano che tengano lontano i morti.

Io le ho viste quelle zucche, i loro occhi cattivi ti scrutano da distante, mentre dalle loro bocche ghignanti ti aspetti che spunti fuori un fantasma e che ti passi attraverso. Anche in quel caso non sarei dovuta essere lì.

La governante si domanda se non sia il caso di far intagliare qualche zucca anche per noi, ma la serva sembra più terrorizzata che altro alla sola idea, si fa il segno della croce e la Rottingale la rispedisce ai suoi doveri.

A questo punto dovrei uscire, ma qualcosa, una mano fredda e impalpabile si posa su uno delle mie braccia e stringe, e una voce sussurra – Stasera. –

Urlo spaventata e rotolo fuori dal mio nascondiglio, proprio davanti ai viscidi, grassi e disgustosi tentacoli della donna.

Un ghigno si dipinge sul suo volto pallido e il frustino rotea rapido nella sua mano.

Non posso nemmeno giustificarmi e dire che c’era qualcosa là dietro con me, perché so già che con me non c’era nessuno.

Lo sapevo che non sarei dovuta scendere in cucina.

La sera dei morti ci si veste tutti di nero, ci si siede tutti insieme nel salottino giallo di mia madre e sempre tutti insieme si prega. Si intonano rosari e altre stupidaggini in memoria del mio povero fratello Charles, morto quando io avevo sei anni o poco più.

Alzo lo sguardo verso mia sorella Milena, sempre più pallida e smunta sotto il velo nerastro che le ricopre il viso allungato, ogni volta mi ricorda quello di un cavallo. E’ talmente brutta che nessuno la vuole in sposa, nemmeno i soldi di mio padre riescono a fare gola a qualche nobiluomo. Chiunque andrebbe bene, ma a chiunque non andrebbe bene la brutta faccia di Milena e il suo apparato meccanico, reso necessario dopo un incidente dopo la morte di Charles. Inoltre è di pessimo carattere, dicono, così riservata, sembra quasi nasconda sempre qualcosa.

Le dita di mia madre artigliano senza pietà alcuna la pelle di uno dei miei fianchi, riportandomi alla realtà: non si fissano in faccia le persone con insistenza.

Educazione e disciplina, innanzi tutto.

Mamma è sempre stata molto decisa su questo punto, non desidera certo che le sue dolci figliole crescano come cani randagi, nossignore, non se ne parla. Visto che la Madre Natura è stata inclemente sul suo aspetto fisico e quello della sua progenie, quanto meno sarebbe utile che sia io che Milena diventassimo abbastanza compite e rigorose da aspirare ad un qualche ruolo di governante. Ha le dita come aculei, nostra madre, potrebbero strappare tranquillamente le carni di un uomo e ucciderlo.

Un altro pizzicotto riporta il mio sguardo sul rosario che stringo fra le mani, continuando a pronunciare parole incomprensibili per un fratello che ho tanto amato, ma che francamente non sentirebbe la necessità di tutto questo.

Non resisto molto e la mia attenzione questa volta è tutta per mio padre: il suo sguardo vacuo mi ha sempre ricordato i suini che grufolano nel cortile dietro alla casa. Stessa espressione, stesso aspetto, stesso modo di entrare nelle stanze, stesso modo di mangiare.

Finite le preghiere dovremmo raccogliere elegantemente le nostre nere vesti e ritirarci per la notte, ma sento l’impellente necessità di dire qualcosa. Sarà forse che il viso di Charles, perfettamente riprodotto su un disco di porcellana messo sopra al tavolino al centro della sala, mi fissa e ride di me. Ride, lo giuro! Perché nessuno lo vede?

- E se andassimo a trovare Charles? –

Tre paia di occhi si voltano su di me come se avessi pronunciato una bestemmia al contrario, ma stranamente sono tutti d’accordo.

Ma perché nessuno lo vede?

La tomba di mio fratello si trova in un angolo appartato del cimitero di famiglia. Il buio e la fioca fiamma della lanterna tenuta su da mio padre non aiutano la vista, ma è impossibile non notare la lastra di pietra sulla quale è abbarbicata una pianta di ginepro. E le tre ombre mostruose che si allungano su di essa, ricoprendo la mia, si mischiano fin troppo bene con il resto della notte.

Sai Charles, non avrei mai pensato che tu fossi un tipo che amasse la compagnia, mi sei sempre sembrato un ragazzo silenzioso e amante della lettura.

Come dici? La solitudine è pesante? Lo so, lo so bene.

So anche che la morte è abbastanza indolore, se non stai troppo a pensarci. Mamma ci ha messo poco a dilaniarmi con le sue unghie appuntite, papà ci ha messo ancora meno a strappare le carni dal corpo. Mi dispiace per Milena, che ha dovuto nascondere tutto il loro brutto lavoro, non è mai bello dover essere al servigio di due tali demoni. Diavoli mostruosi che si nascondono sotto gli abiti eleganti di nobiluomini di campagna.

Sai Charles, Miss Rottingale aveva ragione a voler mettere delle zucche intagliate vicino al nostro steccato, tengono lontani i mostri. Invece ora le nostre ossa sono legate da nastri di seta e seppellite sotto terra, ma non si è mai detto che le zucche tengano lontane noi fantasmi.

Povera Milena, non sa che incubi l’aspettano.

Oggi è la notte dei Morti. Moriranno tutti.

(1) Celebre filastrocca facente parte delle “Canzoni di Mamma Oca”, narrate ai bambini in epoca ottocentesca.

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Queenseptienna nasce... non è importante come nasce, ma come muore.

Lascia questa valle di lacrime in seguito ad un incidente accorso insieme a Onin'Ra e Bradipo, con i quali stava mescolando il brodo primordiale per portarlo a bollore e creare un nuovo universo.

Spintasi oltre il bordo per controllare se era giusto di sale (che universo sarebbe altrimenti?), cade al suo interno, trasformando il tutto in una gigantesca zuppa di pesce.

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L’ORRORE DEL MINCHMAHON

Molti anni fa, una serie di inquietanti avvenimenti sconvolse la monotona esistenza del tranquillo villaggio di Abbelghast. Nonostante sia trascorso tanto tempo da allora, ancora oggi la gente del posto nega con caparbietà che quegli eventi si siano realmente verificati. Questo perché fra loro non esiste persona, educata nei principi cristiani, che ammetterebbe l’orrore da cui tutti i loro antenati furono toccati, e accetterebbe il sacrilego vizio in cui alcuni di loro precipitarono.

Il caso mi interessò subito, e mi prodigai per dissotterrare dall’oblio una vicenda rimasta sepolta per troppo tempo.

Abbelghast, allora come adesso, doveva sopravvivere, di anno in anno, al gelo che scendeva dalle crudeli montagne. Si trattava di un freddo innaturale, pungente, che uccideva nel sonno. Compariva, spietato e implacabile, poco prima che l’inverno vero e proprio ammantasse l’intera regione con la sua nebbia e il suo silenzio. Questo gelo, recentemente, ha sottratto ai propri dolori il povero Ian Brannor, mentre dormiva per strada stretto alla sua inseparabile fiaschetta di liquore. Una triste e indegna fine per l’ultimo discendente di Malcolm Brannor, che settant’anni prima si vide direttamente coinvolto nelle tetre vicende che afflissero Abbelghast.

Con il freddo appariva il corvo, a preannunciare l’arrivo dell’inverno. Era un solo uccello, lugubre e solitario, che sorvolava insistentemente il cielo sopra i comignoli fumanti.

All’epoca dei fatti, appena un centinaio e mezzo di contadini popolavano il remoto villaggio sperduto in una valle fra le montagne. Consisteva in una manciata di casupole raggruppate insieme, circondate da una palizzata oltre la quale si estendevano i campi coltivati, ai quali la popolazione faceva maggiore affidamento per sostentarsi. I pascoli erano abbondanti, ma il bestiame da nutrire era composto da pochi armenti, il cui latte bastava appena all’intera comunità. L’unico aspetto degno di nota dell’altrimenti squallida vista di Abbelghast era una grande croce di legno che torreggiava al centro dell’insediamento, un monito contro tutti gli spiriti maligni che avessero tentato di avvicinarvisi.

Quell’anno tuttavia, all’arrivo del gelo, né le benedizioni di padre Edmund né il grande crocifisso bastarono a tenere lontana da Abbelghast una terrificante e perversa minaccia. Arrivò rapida e inaspettata, e non sarebbe svanita prima di aver sconvolto per molti anni a venire le coscienze delle anime che ivi risiedevano.

Non era consuetudine, presso gli abitanti del villaggio, allestire una guardia notturna. La palizzata che circondava le case era sufficiente a tenere a bada i lupi che scendevano dalle montagne, mentre il bestiame era al sicuro nella stalla cinta da ambo i lati dalle capanne degli allevatori. Abbelghast era così isolata che una sentinella avrebbe potuto vedere da ottocento yard uno straniero in avvicinamento. Perciò, trascorsero molte notti prima che qualcuno si accorgesse del tenue bagliore rossastro che baluginava a intermittenza dal fianco del Minchmahon, il monte che si stagliava dirimpetto al villaggio.

La montagna era di solida roccia nera, totalmente glabra, ed era da escludersi un incendio in una simile zona. Quando quella luce sinistra continuò ad apparire, imperterrita, ogni notte da quando fu scorta per la prima volta, i vecchi di Abbelghast cominciarono a nutrire una profonda diffidenza verso la montagna. Da un simile evento, così strano e improvviso, non poteva venirne niente di buono, secondo il pensiero comune.

«Un demonio infesta Minchmahon!» tuonava feroce padre Edmund, sollevandosi sulle punte dei piedi dal pulpito della cappella. «Non indugiate lo sguardo su quella luce diabolica, o le vostre anime ne saranno rapite per sempre!»

La comunità di Abbelghast teneva in gran considerazione i moniti del vecchio uomo di chiesa, dal momento che egli rappresentava l’unico barlume di civiltà cristiana in quell’angolo remoto e selvaggio di mondo.

Evidentemente non abbastanza timorato di Dio da ascoltare le parole del reverendo, il giovane Wilfred Puddlemere, ossia il bisnonno del vecchio Jebediah Puddlemere, fu vinto da una morbosa curiosità e indotto da ispirazione diabolica a scalare la montagna. All’epoca il ragazzo era apprendista del maniscalco, e gli era impossibile allontanarsi di giorno sfuggendo al controllo del suo padrone. Con l’arguzia tipica di una mente ribelle e la sveltezza di movimenti di un corpo giovane, tuttavia, egli riuscì ad allontanarsi nel tardo pomeriggio, intraprendendo la via che l’avrebbe condotto al Minchmahon.

Incurante della severa punizione che l’avrebbe atteso a braccia aperte a casa, Will si avventurò tra gli scheletrici alberi che componevano il boschetto situato a un miglio da Abbelghast e riuscì ad evitare di esser visto sia dagli abitanti del villaggio che dal taglialegna Herbert, che in quei giorni era impegnato a fare a pezzi un robusto tronco di frassino proprio in quella zona. Alcuni ricordano che il corvo quel giorno sorvolava il villaggio, malgrado il consueto periodo della sua apparizione fosse ormai trascorso.

Laddove il boschetto si fondeva con le radici della montagna, il giovane Wilfred individuò, dopo molte ricerche, un sentiero dimenticato che si inerpicava tra le rocce e gli arbusti, e che conduceva dritto al fianco del monte. Non si sa con certezza se, prima di imboccare quel passaggio, notò le rocce intagliate che erano poste ai lati del sentiero. Quando coloro che vennero a cercarlo le scoprirono, non poterono che rimanere basiti e profondamente turbati dalle inquietanti forme che una mano sacrilega aveva dato loro. Sarebbe inutile descrivere con dovizia di particolari i dettagli che contraddistinguevano quelle rocce, che avevano tutta l’aria di essere segnali di confine. Nel vederle, a Malcolm Brannor, quando cercò di dipanare il mistero che attorniava la fuga di Will, si affacciò in mente l’idea di un cane feroce che viene incatenato al cancello dal padrone affinché intimorisca gli intrusi e li inviti a restare lontani.

Quando al villaggio si accorsero della scomparsa di Wilfred Puddlemere, inizialmente nessuno si preoccupò più del necessario. Il giovane era notoriamente di carattere difficile, e in passato aveva commesso più di una sciocchezza in barba alle punizioni che gli infliggeva il saggio padre Edmund, che era ormai sull’orlo della rassegnazione.

A notte fonda, quando di Wilfred non era stata ancora ritrovata alcuna traccia, Abbelghast cominciò a fremere dall’agitazione. Agitazione che si tramutò in terrore incontrollabile, quando la luce della montagna, ormai una presenza costante nella vita del villaggio, si manifestò per la prima volta ai loro occhi di un disgustoso e aberrante bagliore verdastro. Tutti capirono che quello era un segno, un cambiamento foriero di terribili disgrazie, e i genitori del povero Wilfred caddero nella disperazione più profonda.

«Il Demonio è tra noi, figlioli!» aveva tuonato padre Edmund. «Esso ha ghermito uno dei nostri, e ne afferrerà altri se oseremo ancora avvicinarci alla sua montagna! Pregate per l’anima del piccolo Wilfred, e pregate Dio Onnipotente che vi protegga dall’orrore del Minchmahon!»

Tra pianti e grida convulse, pochi uomini mantennero i nervi saldi. Uno di questi era Malcolm Brannor, il cui cuore, benché pervaso da un’angoscia mai provata nemmeno sul campo di battaglia, era temprato con l’acciaio della sua terra natia. Mentre ascoltava impassibile il sermone del sempre più infervorato padre Edmund, aveva cominciato a meditare sul da farsi. Sapeva che quel che aveva in mente di fare pochi altri avrebbero avuto il coraggio di attuarlo, ma egli era un uomo d’azione, meglio predisposto a risolvere da sé i propri problemi piuttosto che ad attendere l’operato della mano di Dio. Tuttavia, non aveva il coraggio di contraddire, almeno apertamente, le parole del reverendo. Non avrebbe mai osato violare il monito del vecchio padre, e non poté fare altro che attendere.

Fu uno sconvolgente avvenimento che lo indusse a muoversi per porre fine alla maledizione che affliggeva la sua terra.

Erano trascorsi cinque giorni dalla scomparsa di Wilfred Puddlemere, e in seguito a tale sciagura dopo innumerevoli anni era stata ripristinata la guardia notturna ad Abbelghast. I contorni della palizzata erano illuminati a sprazzi da una decina di torce accese e conficcate nel terreno tutt’attorno, che facevano risaltare i confini del villaggio come un faro in mezzo all’abisso di oscurità che lo circondava.

La sorte volle che quella notte fosse Malcolm Brannor a presidiare il cancello della palizzata. Solo e infreddolito, per tutta la durata del turno di guardia non aveva distolto per un solo istante lo sguardo dalla luce del Minchmahon, che era tornata rossastra e intermittente. Combattuto fra il desiderio di correre ad investigare e il dovere che lo teneva inchiodato alla sua postazione, oltre alle parole di padre Edmund, Brannor si domandava senza tregua se il Demonio si fosse realmente annidato in qualche anfratto su per la montagna.

Un suono a pochi passi da lui lo distolse dal rimuginare e lo fece ripiombare nel freddo della sua postazione. Lo sguardo di Brannor indugiò a lungo sull’impenetrabile muro di tenebre che si stagliava oltre il perimetro illuminato dalle torce, senza che riuscisse a scorgere alcunché di anomalo. Probabilmente la tensione lo portava a dare troppa importanza ai comuni e innocui rumori notturni, ma il suo istinto, fedele compagno di mille traversie, lo spronava a rimanere all’erta.

Dopo meno di un minuto, un secondo rumore, identico al primo, mise definitivamente Brannor sul piede di guerra. Brandendo il forcone, fece qualche passo oltre la palizzata. Qualcosa si aggirava invisibile a meno di dieci passi da lui, qualcosa che sapeva non essere un animale.

La testimonianza che segue è stata veramente difficile da ottenere dal povero Jebediah Puddlemere, che per paura e per timore di commettere peccato anche solo parlandone, ha procrastinato a lungo prima di trovare il coraggio di rivelarla.

Secondo il vecchio Puddlemere, dopo aver udito un raccapricciante verso prodotto da una bocca non umana, Malcolm Brannor scagliò il proprio forcone alla cieca, nel buio, in direzione del punto nel quale era convinto di aver localizzato qualcuno. Egli agì in preda all’agitazione, non essendo preparato ad affrontare ciò che era disceso dalla montagna.

Con stupore, Brannor capì che il lancio del forcone non era andato a vuoto, in parte perché non lo udì precipitare al suolo e in parte perché un secondo, ancor più terrificante ululato di dolore pervase l’atmosfera circostante. Terrorizzato, Brannor si voltò e batté in ritirata verso il villaggio, correndo con quanto fiato aveva in gola.

Aveva appena oltrepassato la soglia di Abbelghast quando si schiantò a terra, appesantito da un corpo grande e pesante che gli era piombato addosso. Brannor ebbe appena il tempo di girarsi da un lato quando vide il forcone che egli stesso aveva lanciato scagliarsi implacabile verso il suo cranio. Schivò le punte acuminate per un soffio, mentre un rivolo di una sostanza vischiosa gli colava sul viso dalle fauci della creatura che lo sovrastava.

Dimenandosi per liberarsi, Brannor lottava con quanta forza aveva per scrollarsi di dosso l’essere, ma ogni tentativo sembrava vano. Puddlemere è convinto che il vecchio diavolo sarebbe senz’altro crepato quella notte se il suo trisnonno, Thaddeus, padre di Wilfred, non fosse intervenuto conficcando un palo nella testa dell’aggressore.

L’oggetto acuminato aveva scavato da parte a parte il cranio dell’intruso, sbucando dall’orbita il cui sangue ora ricopriva il volto di Brannor. Thaddeus Puddlemere era stato richiamato dal gran fracasso della colluttazione, abitando nella capanna a pochi passi di distanza. Ben presto l’intera popolazione di Abbelghast venne richiamata al cancello principale, e la folla si accalcò sgomenta sulla carcassa che ora giaceva in una pozza di sangue.

L’orrore fu immenso quando nei tratti deformi che caratterizzavano la creatura vennero riconosciuti, seppur ricoperti da un velo di sataniche aberrazioni, i lineamenti di Wilfred Puddlemere. Thaddeus, che fino a quel momento era rimasto silenzioso, cadde in un profondo stato di dolore, dal quale non si riprese per giorni. L’essere che aveva tentato di azzannare Malcolm Brannor, malgrado assomigliasse decisamente al giovane Puddlemere, era più grosso e corpulento, e i suoi arti erano deformati a tal punto che a stento essi potevano ancora essere definiti umani. Un rivoltante gorgoglio ancora si produceva dalla bocca spalancata del cadavere, che emetteva all’esterno umori viscosi e dall’odore nauseabondo. Tutti gli abitanti di Abbelghast si segnarono ripetutamente, sconvolti dalla mostruosità che era giunta da chissà quale recesso dell’Inferno a tormentarli.

Né Brannor né Puddlemere né nessun altro osarono seppellire la cosa in un cimitero cristiano. Inoltre, non v’era dubbio che padre Edmund si sarebbe fermamente rifiutato e si sarebbe opposto contrastandoli con il corpo mingherlino. Così, l’unico espediente per mondare Abbelghast dalla presenza di quell’abominio fu bruciarne i resti.

Eretta una pira, con grande sforzo e sacrificio due uomini vi scaraventarono sopra l’essere e vi diedero fuoco in fretta e furia, senza ripensamenti. Una colonna di fumo nera e acre si eresse rapida e minacciosa al disopra del villaggio, eguagliando in altezza la cima della montagna maledetta che lo osservava maligna.

Dopo tale evento, Brannor non poté più mettere a tacere lo spirito d’azione che da troppo tempo covava dentro di lui. Presto si sarebbe inerpicato attraverso gli scoscesi sentieri del Minchmahon e avrebbe raggiunto la luce baluginante. Poco importava che ciò avrebbe potuto costargli la vita o, peggio, la grazia di Dio. Probabilmente sarebbe morto, ma in possesso della verità.

Non ci fu verso di tenere Thaddeus Puddlemere lontano dalla missione che egli si prefiggeva, e Brannor in fondo al cuore ringraziò la testardaggine del vecchio irlandese. Padre Edmund non avrebbe mai acconsentito a una tale missione, giudicandola un suicidio a tutti gli effetti, e pertanto peccato mortale e imperdonabile. Nessuno dei due uomini fece parola ad alcuno, nemmeno ai più stretti congiunti, sulle proprie intenzioni. Eppure, al villaggio, tutti li guardavano con timore reverenziale, immaginando la terrificante impresa nella quale entrambi stavano per accingersi. Edmund, malgrado vi sia da supporre che fosse a conoscenza, almeno per sentito dire, delle intenzioni di Brannor e Puddlemere, non uscì dalla cappella per tutto il giorno, rifiutandosi di dir messa e negando ai due avventurieri qualsiasi forma di benedizione o conforto cristiano.

Nel tardo pomeriggio, vi fu la partenza. Pochi assistettero a tale avvenimento, e nessun osò aprir bocca. I due uomini avevano l’aspetto di predatori, e balzò subito in mente ai contadini del villaggio la cupa analogia che questi avevano con i cacciatori del Demonio.

Attraversato il boschetto, Brannor e Puddlemere si imbatterono nelle famose pietre intagliate che segnavano l’imboccatura del sentiero del Minchmahon, le stesse nelle quali, con tutta probabilità, si era imbattuto Wilfred, e che nessun altro a parte loro aveva mai visto. Risalendo il pendio sempre più accentuato ed ostile, il tempo trascorse rapido e infido: non erano nemmeno a metà del percorso, che le tenebre calarono subdole alle loro spalle. La notte li avvolse, cingendoli con un oscuro manto di silenzio che insinuò la paura nei loro cuori, seppur non sufficiente a distoglierli dalla loro missione.

Quando le tenebre si infittirono ulteriormente, il gracchiare del corvo echeggiò sopra le loro teste. Nero nel nero, fu impossibile scorgerlo. Così come era apparso così scomparve, come sempre. Tuttavia, poco dopo, ecco risplendere a non molta distanza il maledetto bagliore rossastro, il segnale tangibile della presenza del Demonio sulla montagna. Malgrado quella luce incutesse nei due uomini un terrore senza pari, al tempo stesso li consolò fornendo loro una chiara e visibile meta da raggiungere. Infatti, sprovvisti di torce, avevano avanzato a tentoni, procedendo lungo il percorso che la vista aveva permesso loro di scorgere. Privi di luce, potevano avvicinarsi di soppiatto, benché ciò aumentasse di molto la pericolosità dell’impresa.

Giunsero infine all’entrata di una caverna, da cui sgorgava il fascio di luce rossastra. Il panorama sottostante era mozzafiato, malgrado il buio onnipresente erano distinguibili le linee delle colline cosparse dal blu della notte e, soprattutto, le tenue e fioche luci di Abbelghast, puntini luminosi ad una distanza tale da farla sembrare appartenente ad un altro mondo.

E così, siamo giunti al termine del racconto. Quanto segue e parte di quello che è appena stato descritto non mi è stato narrato da alcuno, ma ricavato dal diario di Malcolm Brannor, redatto da questi subito dopo esser tornato ad Abbelghast e riportante la sua testimonianza su ciò che trovò dentro la caverna. Quel diario è anche la ragione per la quale, pochi mesi dopo, egli fu imprigionato e spedito in manicomio, causando la rovina della sua famiglia. Perché quel diario, con meno di dieci pagine scritte, narra del suo incontro con il Diavolo.

Lascio immaginare lo sbigottimento e il disorientamento di Brannor e Puddlemere quando, intrufolatisi nella grotta, altri non vi scorsero che padre Edmund.

Videro il gigantesco e innaturale fuoco che ardeva al centro di essa, che ricopriva l’intero spazio della caverna, assomigliante più ad un portale che ad un falò. Con il poco fiato che era rimasto loro in gola, domandarono spiegazioni. Edmund ghignò, con un’espressione diabolica che niente e nessuno su questa terra avevano mai visto o immaginato.

Quando Edmund disse di essere il Diavolo e il Corvo, Brannor e Puddlemere rimasero silenziosi, mantenendosi a stento in piedi sulle gambe molli. Avevano entrambi al collo dei piccoli crocifissi di legno, ma sapevano che non li avrebbero protetti in alcun modo. Si stupirono anzi di esser ancora vivi e in possesso delle proprie facoltà mentali. Tutto quello che era accaduto giorni, mesi, anni prima pareva cancellato, come se si trattasse di un inutile contorno in attesa di giungere a quel momento.

«Ora siete qui» disse Edmund con la sua voce rauca di sempre, ma che ora sembrava provenire da molto, molto distante. «Che cosa siete venuti a cercare?»

Né Brannor né Puddlemere compresero quella domanda. Edmund intuì il loro smarrimento e fece un passo indietro.

«Chi viene da me vuole sempre qualcosa. Io posso darvi tutto, in cambio di molto poco. Tuo figlio, Thaddeus, ha avuto pochi dubbi».

Sentendosi chiamato in causa, Puddlemere si riscosse parzialmente dal torpore. Pretese un chiarimento di quelle enigmatiche parole.

Senza dir nulla, Edmund scivolò sul ruvido pavimento della grotta come se fluttuasse al disopra di esso, portandosi esattamente dietro il gigantesco fuoco che ardeva senza produrre calore. I due videro la sagoma mossa e sfocata del reverendo attraverso le fiamme, e quando le sue mani vennero imposte sul fuoco, questo prese ad agitarsi ancora di più e ne sgorgò qualcosa di inimmaginabile. Una donna, una magnifica donna, avvolta da fiammelle, dai capelli rossi e dalle forme voluttuose, strisciò carponi, nuda e sensuale, dal sacrilego portale. Puddlemere precipitò in ginocchio, estasiato. Non aveva mai visto niente di così perfetto in tutta la sua misera esistenza. La sua austerità, il suo senso morale, il suo timor di Dio erano svaniti in meno di un istante. Ora contemplava inginocchiato la donna che, alzatasi, avanzava lenta e delicata verso di lui, mentre una marea di orrendi e peccaminosi pensieri gli annebbiavano la mente.

«La desideri? È tua» sussurrò da lontano Edmund.

Thaddeus era estasiato ed immobile, come Brannor. Questi, tuttavia, a differenza del compagno, cercava disperatamente di riscuotersi dal maleficio.

«In cambio, ti chiedo solo di pagare un piccolo pegno».

«Che cosa vuoi da me?» ansimò immediatamente Thaddeus.

«Cedimi il tuo corpo e la tua anima. Fallo, e lei sarà tua per l’eternità».

Thaddeus Puddlemere protese le braccia in avanti per toccare quel meraviglioso e sacrilego oggetto di lussuria, ma questo indietreggiò maliziosamente, impedendogli qualunque soddisfazione. Appariva chiaro che cosa dovesse fare Thaddeus, se davvero avesse voluto poggiare le mani su quelle carni fatali.

«Sì... sì...» mormorò infine, prima che Brannor potesse impedirlo. «Prendi... da me... tutto quello... tutto quello che vuoi!»

Come se avesse ricevuto un ordine, Puddlemere sguainò il coltellaccio che teneva appeso alla cintura e si squarciò la mano, lasciandone fuoriuscire un abbondante fiotto di sangue. Fu allora che, sorridente e perfida, la donna si avvicinò nuovamente e lasciò che l’uomo la toccasse con la mano bagnata di sangue.

Il patto fu suggellato, proprio quando Brannor era riuscito a liberarsi dal torpore imposto dal Diavolo. Vide Thaddeus Puddlemere, padre di Wilfred Puddlemere, seguirne la stessa, identica sorte. Vide il suo corpo trasformarsi e deformarsi, assumendo caratteristiche che si confacessero meglio al suo nuovo padrone. Quando assistette alla disgustosa metamorfosi, in quell’ammasso di carne non era più contenuto alcunché del vecchio Thaddeus. Anima e corpo erano scomparsi, perduti per sempre, inalati dalla avide narici del Demonio. Un accecante, potente e fulgido fascio di luce verdastra si sprigionò dal portale di fuoco, proprio come era avvenuto poco tempo dopo la scomparsa di Wilfred.

L’essere crollò per terra, come esausto, mentre la donna che aveva condotto il pover’uomo a portare a termine quel mostruoso accordo scomparve in una miriade di scintille. Prima che Edmund ricomparisse e proponesse un nuovo, aberrante patto anche a Malcolm Brannor, quest’ultimo riuscì in uno sforzo titanico a radunare le sue forze e a fuggire dall’antro.

Brannor corse con tutto ciò che aveva dentro, cadendo e ruzzolando giù più e più volte, procurandosi ferite e tagli che non riuscirono però a rallentarlo, malgrado il dolore. Non osò mai voltarsi, in quella folle e mortale corsa sul pendio roccioso della montagna. Non seppe mai se qualcosa avesse tentato di inseguirlo. Corse e corse, fino al boschetto ed oltre, trovando infine rifugio dentro Abbelghast.

Si risvegliò dopo dieci giorni di sonno ininterrotto, ricoperto di unguenti puzzolenti e stracci bagnati. A voce, non raccontò mai a nessuno che cosa avesse visto sul Minchmahon o che fine avesse fatto Thaddeus Puddlemere, e si sforzò di non prestare la minima attenzione alle persistenti voci spaventate che annunciavano la scomparsa di padre Edmund.

Biografia:

Non si può parlare di nascita quando si parla dell’Uomo dai Due Volti. Fu ritrovato in un angolo della cella dove, sette anni prima, morì una donna incinta, momento dal quale la cella rimase abbandonata. Affidato a un orfanotrofio, ben presto venne rapito ancora in fasce da ignoti. Ricomparve più di settant’anni dopo, con l’aspetto di un ragazzino pallido e mingherlino. Quel poco che si sa della sua vita ci è dato saperlo grazie alle memorie da egli stesso lasciateci, dove predisse la sua morte per mano degli Antichi Dimenticati. Nessuno sa per certo di cosa parlasse questo individuo odiato e misterioso, ma è certo che nella precisa data indicata nelle sue memorie l’Uomo dai Due Volti conobbe la sua fine, buttandosi di testa contro una superficie chiodata da lui stesso preparata, in modo da far avverare la sua profezia. Lasciò un messaggio, appuntato con un chiodo sulla schiena, recitante: “La Madre non mi deflorerà mai più, o al massimo dovrà accontentarsi di un corpo freddo”.

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Amnesia

Si svegliò. Non ricordava più chi fosse, né cosa ci facesse lì. Aveva freddo. Tentò di aprire gli occhi, ma era bendata. Tentò di muoversi, ma i suoi polsi erano legati sopra la testa. Qualcosa le passò vicino ad un orecchio, correndo veloce con le sue zampe, salendo dalla schiena, camminandole sulla spalla e scivolando infine giù da un seno. Un brivido di ribrezzo le scese dalla nuca fino al basso ventre. Non capiva cosa le stesse succendo. Qualcos'altro le si arrampicò sul ginocchio. Lei lo scacciò con un movimento istintivo della gamba e qualcosa di molliccio colpì l'altra coscia, si girò e se ne andò squittendo. Topi. Era circondata da topi. Il suo cuore iniziò a battere più velocemente. Cercò di sollevarsi, ma il pavimento era scivoloso. I suoi piedi pattinarono e ricadde battendo il fianco per terra. Altri squittii, altri topi.

Si appese alla catena e cercò di tirarsi su a forza di braccia. Le dolevano tutti i muscoli, ma riuscì lentamente a mettersi seduta. Nel farlo, schiacciò con le natiche qualcosa di peloso, che iniziò a divincolarsi e fuggì uscendo tra le sue gambe. Capì di essere completamente nuda, per il freddo e la sensazione umida che le dava la parete a cui era appoggiata. Si rannicchiò, cercando di scaldarsi. I denti le battevano per il freddo e la paura. I passettini dei topi, i loro squittii e l'incessante rosicchiare le facevano contrarre ogni muscolo.

Cercò di ricostruire come fosse finita in quella situazione, ma non ci riusciva, e non era in grado di ricordare nulla della sua esistenza prima di quella prigione. Piangeva. Un'altra bestia iniziò a risalire su un suo piede, era calda, ma la scacciò lo stesso. La gamba si irrigidì, dal piede fino all'anca, per la sensazione che il topo le aveva trasmesso. Il respiro si fece affannoso, iniziò a tremare, i suoi muscoli si tesero fino allo spasimo.

Si impose di respirare con calma, di non cedere al panico. Nel buio, una chiave girò in una toppa, una porta si aprì con fatica, dei passi pesanti risuonarono nella fanghiglia che ricopriva il pavimento. Qualcuno si stava avvicinando. Il suo respiro accelerò. Non poteva vedere chi fosse, ma sentì l'odore del petrolio e il calore di una lampada sopra di sé, la sentì passare sul suo corpo. Chiunque fosse la stava osservando meticolosamente.

Una mano fredda la toccò, passò scivolosa e viscida su di lei, sulle sue spalle e sul suo seno. Successe una cosa orribile, avrebbe voluto urlare, ma la sua voce rimase strozzata dentro di lei. Ora poteva vedere con gli occhi del suo carceriere, sentire le sue emozioni e i suoi pensieri. Si vide a terra, legata, nuda, inerme. Sentì l'eccitazione di lui, il desiderio e l'odio che provava verso di lei. Lui posò la lampada per terra e si avvicinò fino a toccarla. Doveva essere un demone, anzi il demonio in persona, per essere capace di farle questo, di gettarla in un incubo così orribile.

- La tua bellezza è la tua condanna.

Le infilò la mano sotto i capelli, sul collo, le toccò il viso e le labbra. Lei cercò invano di divincolarsi, lui era bramoso, le fissava il seno e il ventre. Si spaventò come mai avrebbe creduto possibile, più lui era eccitato e più lei aveva paura, più lei aveva paura e si agitava, più lui si eccitava.

- Non puoi ribellarti, sei in mio totale potere.

Cercò di tirargli un calcio. Lui le prese la coscia e la schiacciò sul pavimento, facendole male. Lei sentiva il dolore alla gamba e lo scherno di lui. Leggeva nella sua mente quello che lui voleva da lei. Un figlio. Lui voleva un figlio. E avrebbe fatto tutto quanto in suo potere per ottenerlo. Ma quel demonio la stava anche costringendo a guardarsi come la vedeva lui, per renderle ancora più insopportabile quello che stava per subire.

Per quanto lei facesse, non poteva ribellarsi, lui era più forte. La gettò di nuovo a terra, le afferrò le ginocchia e la costrinse a divaricare le gambe. L'aprì come avrebbe fatto con un'oca per farcirla. Lui si mise tra le gambe di lei e iniziò a carezzarla, aveva mani fredde, gelide, lei iniziò a piangere, pensò che l'avrebbe squartata o ustionata nel soddisfare la sua libidine. Pensare al dolore che stava per provare la terrorizzava. Tramite gli occhi di lui si vide in quella posizione oscena, percepì l'eccitazione di lui che cresceva, lo sentì slacciarsi la cintura e sbottonarsi la patta e afferrare il membro, duro e ormai al limite del desiderio. Lui si sdraiò su di lei, le avvicinò la bocca al suo viso, pretese di unire le labbra con le sue, in un bacio lungo e pesante, quasi un morso, quasi volesse risucchiarle la vita. La penetrò con movimenti veloci e violenti, e non si staccò dalla sua bocca fino alla soddisfazione del suo desiderio. Lei ansimò con lui e pianse per sé stessa. Quando tutto fu finito, il demonio le strinse un seno fino a farle male, conficcandole le unghie nella carne, poi la colpì con un ceffone.

- Sei una serva del peccato, la tua lussuria ti condannerà.

Lui si alzò e si riabbottonò i pantaloni. Adesso che l'eccitazione era svanita, era rimasto solo l'odio e il disprezzo e lei si vide con occhi disgustati. Il demonio riprese la sua lampada e se ne andò. Lei richiamò le gambe e si rannicchiò contro la parete. Aveva più freddo di prima. Uno dei topi si arrampicò sul suo piede, ma lei non lo scacciò questa volta, aveva bisogno di qualcosa di caldo vicino. Nonostante il dolore, si addormentò. Sognò di essere in un bosco, da sola, a raccogliere funghi, di vedere avvicinarsi un uomo senza volto con una pergamena e di fare appena in tempo a nascondere qualcosa, prima che lui potesse leggerla. Poi tutto divenne buio e la porta della sua cella si riaprì, sforzando sul pavimento.

Il demonio era tornato. Posò qualcosa accanto a lei, la contemplò ancora con la lampada, lei la sentiva calda sopra di sé, ma non percepiva più i pensieri di lui. Fu solo quando la toccò di nuovo che le loro menti tornarono a fondersi. Quello che il demonio le aveva portato era una ciotola con qualcosa che doveva mangiare. Aveva bisogno che la sua fattrice rimanesse in vita, che nutrisse il figlio che voleva da lei. Le aprì la bocca e iniziò a cacciarle dentro a forza quello che aveva portato.

- Mangia, prendi, ingoia anche questo.

Lei aveva lo stomaco chiuso, non riusciva a degluttire, si sentiva soffocare, lui le cacciava in gola a forza la brodaglia, che aveva un odore nauseante, le teneva premuta la mano sulla faccia per costringerla a mangiare. Ebbe delle convulsioni, riuscì a liberarsi e a sputare quello che ancora aveva in bocca. Il suo corpo combatteva contro le mani di lui e la sua mente contro i suoi pensieri.

Vedeva soprattutto l'odio e la ripugnanza che lui provava nei suoi confronti, il desiderio che lui avrebbe avuto di ucciderla, di torturarla, di bruciarla viva, il desiderio che reprimeva per poter avere un figlio da lei. Vedeva anche l'attrazione che lui provava, un'attrazione ripugnante, un'eccitazione che lo disgustava, ma che non poteva frenare. Era chiaro quanto lui godesse nel farglieli conoscere, stava cercando di farle capire quanto fosse indifesa. E più lei cercava di ribellarsi, di respingere i suoi pensieri, più ci affondava dentro e rimaneva invischiata in quella testa.

Qui rivide il suo sogno, dall'altra parte, vide lui che la guardava da lontano, che ne studiava i movimenti, vide il cesto dei funghi che cadeva a terra, si vide svenire, si vide legare, rapire, denudare, rinchiudere in quella segreta. Cercava di fuggire da quelle visioni. Era finita come in un sogno e non riusciva ad allontanarsi, non riusciva a scappare, per quanto corresse i passi erano diventati pesanti. Ma nella testa del demonio, vicino al cesto di funghi rovesciato a terra, vide qualcosa di spaventoso, qualcosa che non aveva nessuna forma e nessun colore, e che la trascinava verso di sé inesorabilmente.

Si ritrovò a tirare di nuovo calci. Urtò la ciotola, che rotolò via e si rovesciò. Il demonio era furioso, lei terrorizzata. Lui le prese la testa e tirando sulle catene, in modo che i polsi le facessero male, le schiacciò la faccia in quel pastone che voleva farle mangiare e che adesso era mischiato al fango. La mano di lui sulla sua nuca aumentò l'intensità del contatto tra le loro menti, lei si ritrovò catapultata nel sogno, davanti a quella cosa orribile senza forma né colore.

Cercò di mandarla via, di colpirla, di scacciarla. Ma i suoi movimenti erano lenti e la cosa l'attirava, inesorabile, lei non poteva ribellarsi. Il demonio voleva divorarle l'anima: quella cosa indefinibile doveva essere il pozzo dove le conservava. Più lui cercava di forzarla a mangiare la brodaglia puzzolente e piena di fango, più l'oggetto l'attraeva e più sentiva crescere la sua disperazione.

Ingoiò. Ingoiò quella roba terrosa e viscida che era sul pavimento. Si ribellò, cercò ancora di tirare calci, ma il demonio là fuori era più forte di lei, la schiacciava contro il pavimento, sentiva i polsi dolere e scivolare, le catene erano lubrificate dal suo stesso sangue. Nella mente di lui, arrivò così vicino alla cosa senza forma che quasi avrebbe potuto toccarla. Pianse, gridò, ma alla fine ci cadde dentro, la sua anima era persa. Divenne tutto buio, e poi apparvero lucciole, fuochi fatui e serpenti luminosi. Era davvero così bello perdere l'anima? Ma piano piano vide una scritta che si formava intorno a lei: Aradia. E allora ghignò.

- Aradia. Aradia! Il mio nome è Aradia!

La cosa nella mente di lui esplose. Non era un demonio, era un semplice uomo e ne fu travolto. Si portò all'indietro tenendosi la testa con le mani e temendo che si spezzasse in due. Quando si riebbe, la stoffa con cui Aradia era bendata stava bruciando. I suoi occhi erano accesi di una luce bianca, con cui vaporizzò le catene. Gli si avvicinò, lui indietreggiò, seduto per terra e incapace di rialzarsi. Lei poteva vederlo anche al buio, poteva vedere il terrore sul suo volto. Lei era Aradia, la potente Aradia, la signora delle streghe. Allungò una mano e lo spogliò senza toccarlo. I vestiti girarono attorno a lei, poi si trasformarono e divvenero un lungo abito nero, che le si adattò al corpo, lasciandole scoperte solo le spalle.

Gli si avvicinò, lo toccò, gli rubò i suoi pensieri. Lo vide prendere il libro di incantesimi di una maga che bruciava sul rogo: quello che aveva tra le mani era un cacciatore di streghe e di demoni. Lo vide leggere il libro e scoprire l'Incantesimo dei Simili. Solo il figlio di una strega sarà così potente da uccidere tutte le streghe e cacciare tutti i demoni dalla terra. Solo colui che avrà il coraggio di generare il figlio della strega porrà fine alla malvagità nel mondo.

- Così era questo che volevi fare, piccolo insignificante omuncolo?

Lui non era mai stato in grado di trasmetterle quello che pensava, era Aradia che, anche se non li ricordava, aveva mantenuto intatti i suoi poteri. Aveva letto nella sua mente e lui non se ne era nemmeno accorto. Gli impedì di parlare, lo costrinse ad aprire la bocca e gli afferrò la lingua, la tirò lentamente fino a strapparla, poi bruciò le sue corde vocali. Prendergli le risposte dalla testa era più crudele, più efficace, più doloroso, e le ridava quella sensazione di potere che la faceva tornare viva.

Vide quello che le aveva fatto, lo vide cercare un Incantesimo di Amnesia. Lei sapeva cos'era successo, l'Incantesimo di Amnesia poteva essere spezzato solo se chi ne era colpito ricordava il proprio nome. Lui aveva fatto la scelta giusta, aveva cercato una strega che non conosceva, in modo che non gli fosse possibile pronunciare il nome per sbaglio, ma lei era stata più scaltra. Aveva nascosto il proprio nome nella testa del suo aggressore.

Lo guardò con lo stesso disprezzo con cui l'aveva guardata lui, ma senza nessuna eccitazione. Lui le aveva fatto un regalo, un figlio concepito per il motivo sbagliato. Ribaltare quel motivo ne avrebbe fatto uno stregone potente, che avrebbe riportato le tenebre sulla terra. Così decise di ricambiare. Ma prima, gli bruciò gli occhi e le orecchie.

Si infilò nella sua mente e cancellò l'orrore e il disgusto che aveva provato per lei, lasciò solo la libidine e l'eccitazione. Poi gli fece desiderare di stare sempre con lei, di servirla, di diventare suo schiavo e lui divenne disposto a fare e a essere qualunque cosa pur di compiacerla. Ma non cancellò il suo desiderio inziale, quello di vedere il male distrutto. Lo trasformò in uno scarabeo e lo incastonò in un anello, che si mise al dito. Lo rese immortale. Passò la mano con l'anello sul suo ventre, perché sentisse la presenza del figlio che lui aveva voluto. Non avrebbe mai potuto vederlo da solo, né sentirlo, perché non aveva più né occhi né orecchie, non avrebbe potuto educarlo perché non aveva più voce. Solo lei poteva fargli da tramite. Per il resto dell'eternità suo figlio avrebbe contribuito al trionfo del male sulla terra e lui lo avrebbe visto tramite la soddisfazione di Aradia.

--

Sono nata qualche eone fa, mi sono sposata, ho preso due lauree e lavoro per una ditta d'informatica. Non so quale di queste cose mi abbia salvato: la nera signora è arrivata una sera (saranno state le dieci) nel mio ufficio, io ero ancora a telefono dalle nove del mattino. L'ho implorata di farmi finire l'ultima telefonata, lei si è commossa. La mia telefonata andava per le lunghe e lei ha aperto il suo portatile, ha controllato le e-mail, poi l'ho vista piegarsi sul monitor, quasi sul punto di mettersi a piangere. Il nuovo programma di gestione che le avevano installato era andato di nuovo in crash e lei aveva perso tutto il lavoro della giornata. L'ho aiutata a risistemare e, distrattamente, ho messo un flag sul mio nome, completato. Lei mi ha ringraziato, ha salutato e se n'è andata. Ogni tanto torna perché c'è qualche disallineamento col sistema generale, sembra che il mio nome faccia qualche casino. L'ho convinta che è un problema di omonimie. Tra dieci giorni ho appuntamento col suo capo per dotarli di un'anagrafica decente.

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Ospite

Andando contro me stesso vi avviso che faccio una proroga alla scadenza del contest, avete altri due giorni.

Alla mezzanotte del 2 novembre chi non ha postato verrà mutilato e con le sue membra verranno farciti dei buonissimi dolcetti al limone.

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Alexander "Fabio" Arussil IV d'Artirion, nato in data indefinita, comunque tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...

Cresce ignorando le sue capacità, nonché la basilare igiene, fino a diventare un ragazzo con evidenti problemi di personalità multipla selettiva (sceglie lui quale delle varie personalità prende il sopravvento). Vista l'enorme attitudine con i sistemi informatici e la manualità con l'hardware decide di entrare all'Università per studiare Archeologia.

Nonostante questo continua a vivere le sue multiple identità, il che lo porta spesso a preoccupanti casi di identità molesta.

Trovò la sua fine un giorno, quando, raccolta una moneta da terra, fu rapito dagli alieni.

Suddetti alieni fecero diversi test su di lui, fino a che il ragazzo non decise che era ora di farla finita e scatenò la sua identità peggiore, Darth Irion, sui poveri extraterrestri.

Darth Irion fece un macello, danneggiando gravemente la navicella che si schiantò su un pianeta chiamato “R’yleh”.

Qui egli fece conoscenza con diverse entità tentacolari, tra cui MadreH, dove apprese i segreti della vita, dell’Universo e tutto quanto.

Forte di suddetti segreti partì nuovamente per le stelle, propellendosi a velocità luce nell'Universo con il solo ausilio della propria forza muscolare.

Morì, per una pellicina strappata, poco dopo.

L’avevano sempre detto durante gli anni di addestramento: se vi ritrovate chiusi in una catacomba, soli e senza via d’uscita, è molto probabile che voi siate destinati a un orribile morte.

“Puttanate” aveva sempre pensato.

Non aveva mai creduto a questa massima del Maestri, molti Confratelli sopravvissuti agli orrori di queste trappole mortali spesso e volentieri raccontavano dell’ordalia in cui si erano buttati a capofitto sostenuti solo dalla Fede e di come, brandendo quest’ultima come uno scudo, ne erano venuti fuori.

Quella che era cominciata come una tranquilla missione di ricognizione si era trasformata in ciò che, se fosse riuscito a uscirne vivo, l’avrebbe perseguitato la notte per il resto dei suoi giorni.

Arrivando al villaggio fu preso d’assalto come ogni volta, tutti cercano le benedizioni di un Paladino, chi vuole solo un gesto, chi una parola, altri ancora una raccomandazione. I bambini gli corrono incontro e si radunano attorno a lui, brandendo spade e scudi di legno, in una giocosa raffigurazione del loro eroe.

“Faccio sempre la mia porca figura in questi posti dimenticati dagli Dei”, pensa di fronte a quei comportamenti.

In effetti in nessun posto, neanche i più sperduti, la gente si aspetta mai un tipo come lui.

Un Paladino che beve, rutta, ci prova con le contadine carine, gioca d’azzardo e non disdegna qualche bestemmia pesante quando perde, o quando si sveglia dalla parte giusta o sbagliata del letto.

Tutti prima o poi si chiedono come un individuo simile sia potuto entrare in un Ordine come quello dei Paladini. Se lo chiede anche lui… ogni giorno.

Non aveva mai amato gli sproloqui dei Chierici, le apparizioni degli Dei sulla terra, miracoli e magie: continuava a dire alla gente di essere un “Ateo per scelta”.

Il problema? Che il Padre degli Dei, colui il cui nome non può essere pronunciato sulla terra senza provocare la creazione accidentale di materia, mandò i suoi Chierici a prenderlo, praticamente costringendolo a entrare nell’Ordine. Ironia della sorte: è stato il primo, e tutt’ora unico, Paladino del Padre degli Dei. Quando qualcuno gli pone la domanda del “perché avrebbe dovuto scegliere te”, la sua risposta è sempre “E’ un vecchio bastardo sarcastico”, cosa che spesso sconvolge l’interlocutore e strappa a lui il sorriso della giornata.

Tornando a noi… è stato spedito in quel villaggio per una ricognizione di routine: i paesani vedono dei banditi che usano armature d’ossa per spaventarli e subito scatta l’allarme non-morti.

In questi casi, visto che la possibilità di incontrare veri cadaveri ambulanti è praticamente vicina allo zero, mandano lui. Sperando oltretutto che si faccia ammazzare.

Proprio durante questa ricognizione, o meglio: mentre si svuotava la vescica poco lontano dalla locanda, il prode Paladino è finito in una buca. Una buca molto profonda.

Da ore ormai cammina nella quasi totale oscurità: quella poca, fioca, luce che lo circonda proviene dalle rune incise sulla sua armatura, appositamente incantate.

“Fischiettare sarebbe decisamente fuori luogo”, aveva appena finito di ripetere gli avvenimenti nella sua testa, come controllo delle proprie facoltà dopo la caduta.

«Probabilmente si».

Si fermò di colpo.

“Sento le voci, forse la botta che ho preso è stata peggiore del previsto”.

«Hai intenzione di ignorarmi ancora per molto?», la voce era profonda, gelida, eppure le sue parole stranamente ironiche «Ah già. Dimenticavo. Voi Paladini venite castrati per evitare che pensiate a me».

«Nessuno mi ha mai castrato». “Fantastico! Ora rispondo anche alle voci nella mia testa”, «Chi sei?».

«Che strana domanda. Credevo che le vostre notti fossero riempite da storie su di me. Che la mia effige adornasse ogni singola stanza di quella prigione che chiamate casa. Che la vostra intera esistenza fosse passata a studiare le mie imprese…»

«Ho capito», lo interruppe bruscamente il Paladino «Sei solo un altro Dio Egomaniaco».

La voce non rispose.

«Ti sei offeso?».

La stanza iniziò a tremare.

«Si è offeso».

Il Paladino sentì il pavimento smuoversi, e ben presto quel tipico rumore di ossa che l’esperienza gli aveva insegnato a riconoscere.

Scheletri.

La gente comune non conosce la differenza tra uno zombie e uno scheletro, ovviamente parlando di non morti.

Uno zombie è un cadavere animato, senza volontà, privo di intelletto e dotato di un unico istinto: nutrirsi.

Uno scheletro non morto è qualcosa di più complicato, ed è molto diverso da come tutti lo immaginano. Non sempre le ossa sono perfettamente scarnificate, spesso anzi è possibile vedere diversi brandelli di carne.

La cosa più importante però, sono i tendini. Avete mai provato a tirare su uno scheletro? Difficile senza qualcosa che lo tenga insieme.

Ciò che avanzava verso di lui non erano simpatici scheletri bianchi, ma orrori fatti di ossa, tendini e muscoli in putrefazione.

Qui e la qualche occhio spento faceva capolino da teschi più freschi.

Ciò che mandava avanti gli scheletri è la volontà del loro padrone: loro non mangiando, non dormono, non provano dolore. Il loro unico compito è servire.

Lui lo sa. Ne ha visti decine e decine.

E quando li guarda non vede nemici: vede lo scheletro della lavandaia, quello dei bambini del villaggio. Vede lo scheletro di ogni giovane donne con cui è stato.

E’ allora che il suo sguardo si fa duro, e l’unica gioia dell’essere un Paladino si riversa in lui.

Non prevedeva d’incontrare nemici simili in questa missione, perciò l’unica difesa che si è portato dietro è l’enorme spadone a due mani. Un martello sarebbe stato meglio.

Nonostante questo fa scivolare l’arma dalla tracolla e snuda la possente lama.

Gli scheletri non battono ciglio, dopotutto non li hanno.

Con un urlo il Paladino si scaglia in avanti, un agilità incredibile considerati i diversi chili di piastre di metallo che lo proteggono.

La spada è un impaccio contro gli scheletri: la punta si incastra nelle costole, rimbalza sugli scudi, non rompe le articolazioni come un martello farebbe.

Il Paladino però non si scoraggia, con attacchi mirati taglia i tendini, recide spine dorsali, spacca i crani.

La luce della sua armatura riesce a illuminare pochi metri attorno a se, e ovunque non si vedono che crani bianchastri putrescenti, che sembrano ghignare perpetuamente nella sua direzione.

Fendente dopo fendente il Paladino si fa strada in quel mare di ossa, avanza e indietreggia, quasi balla, mentre attorno a se mucchi e mucchi di nemici spezzati si fanno sempre più alti.

Un colpo diretto alla spalla destra riesce a passare la sua guardia: l’armatura fa il suo dovere e devia l’assalto lontano, un colpo di elsa spacca il cranio dell’ardito scheletro.

Non sa per quanto sia durato il combattimento. Il sudore incrosta il suo viso, la stanchezza diventa il suo nemico più grande.

Si siede in mezzo a centinaia, o forse migliaia, di ossa fatte a pezzi.

Chiude gli occhi.

«Io non sono un Dio», dice la voce, «Non più di quanto lo sia tu».

Il Paladino non risponde.

«Presto o tardi tutti voi m’incontrate. Io sono ciò che temete. Ciò che bramate».

«Vattene», sono le sue uniche parole.

Chiaramente si trova nei sotterranei di un antica chiesa: era pratica comune seppellire i morti e costruirci un pavimento di pietra sopra, proprio per evitare resurrezioni simili.

I cadaveri però erano freschi. Fin troppo.

Poteva trattarsi del covo di un Negromante, ne giravano tanti di quei tempi, pazzi maghi dediti allo studio della morte. Pochi riuscivano ad addentrarsi in un simile regno senza venirne cambiati: spesso la follia era l’unica cosa che ottenevano, insieme a un esercito di creature non morte ovviamente.

Si chiese per un attimo se gli scheletri sarebbero stati gli unici nemici da affrontare.

Non poteva stare con le mani in mano, doveva continuare a camminare.

Da qualche parte sicuramente ci doveva essere una via d’uscita, doveva solo trovarla.

«Ancora vuoi ignorarmi?», riprese la voce, «Io posso darti ciò che vuoi»

«Voglio che mi lasci in pace», fu la stanca risposta del Paladino, «Voglio uscire di qui, farmi una birra e magari una bella locandiera».

«Desideri carnali?», la voce rise, «Hanno forse dimenticato di dirti di stare lontano da quelle tentazioni?».

«Non ho mai voluto essere un Paladino».

«Menti. Quando eliminavi quegli scheletri il tuo viso era in estasi. Ti si leggeva il fervore religioso negli occhi mentre portavi la divina punizione su di loro».

«Smettila».

«Immagino già le lodi dei tuoi Maestri! “Ha resistito”, “Ottimo lavoro”, “Hai portato la Parola…”».

«Perché mi perseguiti?»

«Che vuoi che ti dica? La noia. Perché ti ho fatto combattere? Noia. Perché rapisco gli abitanti del villaggio? Noia.».

«Risparmiami i tuoi sproloqui almeno. Mandami altri soldati, tutti quelli che vuoi, oppure uccidimi subito».

La voce non rispose.

Il Paladino aveva ormai da molto perso il senso del tempo.

Stanza dopo stanza, si rendeva conto di essere finito in un labirinto: muri di mattoni sempre uguali lo seguivano, pavimenti lastricati di pietre attaccate dai licheni erano tutto quello che calpestava. L’occasionale rumore di terra che lentamente filtrava dal soffitto tutto ciò che sentiva. L’odore di muffa e di putrefazione l’unica cosa che arrivava al suo naso.

Lentamente, quasi fosse inevitabile, il Paladino si sentì attanagliato dalla paura.

Non vi era mai stata la Fede a sostenerlo in questi momenti, niente che lo spronasse, nulla per cui valesse la pena lottare.

Lui sapeva. Lui vedeva.

I Chierici erano così orgogliosi del potere acquisito che inventavano leggi sempre più assurde che gli permettessero di mantenere quella posizione fino alla morte.

Se veramente esistevano libri sacri, parole degli Dei, queste erano così traviate e rimaneggiate che sicuramente il messaggio originale era andato perso.

E gli Dei… ah gli Dei! Tutti li vedevano, la loro esistenza non era messa in discussione poiché si manifestavano in forma umana spesso e volentieri. Eppure non parlavano mai, non presenziavano alle cerimonie, non facevano assolutamente niente in effetti.

Forse noi per loro neanche esistiamo.

Il Paladino era l’inviato in terra del Padre degli Dei. O così gli continuavano a dire. Primo e Unico.

Il Prescelto! Così lo chiamavano.

Eppure nei dieci anni da cui indossava l’armatura, niente era cambiato.

I non morti sempre più frequenti, sette e Diavoli che spuntavano ovunque, streghe e fantasmi, zombie e maghi.

Il mondo scivolava a poco a poco nel caos totale.

E gli Dei sedevano immobili.

All’ennesima stanza il Paladino decise che era stanco di questo gioco.

Iniziò a colpire violentemente il soffitto con lo spadone, nella speranza di farlo crollare: sperava di creare un buco abbastanza grande e di poter usare i detriti stessi come una rampa per arrivare alla luce del sole… oppure di finire schiacciato dalle tonnellate di terra sopra la sua testa, entrambe erano soluzioni accettabili.

«Che noia». La voce era tornata. «Arrivati a questo punto tutti i miei giocattoli si sono rotti, proprio come te».

“Giocattoli”, ecco cosa lui era per la voce, solo l’ennesimo bambolotto da usare e poi buttare.

«Che ne dici di qualcosa di più divertente?».

La voce svanì, rimpiazzata da un gelo improvviso.

I fantasmi sono anime torturate. Nessuno decide mai di legarsi al mondo materiale e manifestarsi in questo modo. Neanche i maghi più malvagi e potenti farebbero una cosa simile, possedendo tra l’altro maniere migliori per ottenere l’immortalità.

No, i fantasmi sono anime incatenate con la magia ad un determinato luogo. L’essenza stessa di una persona viene strappata via dal corpo, e fusa con l’ambiente circostante.

Una tortura eterna: non c’è da stupirsi che i fantasmi anelino al calore di un corpo vivo.

Il Paladino sa già che la sua spada sarà inutile contro quegli avversari.

Ne stringe però l’elsa e, mentre si inginocchia, infila con forza la lama nel pavimento.

Abbassa gli occhi e mormora una preghiera.

All’accademia ti insegnano che la magia Divina viene concessa dagli Dei, e da loro negata a chi non ha Fede.

Il Paladino si chiede se anche stavolta avrà fortuna.

Una cappa di luce e calore discese su di lui, come ogni volta che evocava quel potere: si alzò di scatto e sferrò un pugno all’aria.

Un urlo strozzato confermò che il colpo era andato a segno.

Se c’è una cosa che i fantasmi odiano più di un vivente è l’energia Sacra.

Sentendosi rifiutati dal regno degli Dei, i fantasmi generano un’avversione per tutto ciò che porta il marchio divino. Nessuno sa con esattezza cosa succeda a un fantasma colpito in quel modo: che svanisca o sia liberato è sempre stato oggetto di speculazioni da parte della Chiesa.

Il Paladino però non ha tempo di pensarci.

Con delle urla strazianti quegli esseri tormentati si lanciano verso di lui, piccoli lampi di luce eterea qui e la, troppo veloci, troppo sfuggenti per scorgere la loro forma.

Quando incontrano la luce nei pugni del Paladino urlano, come agnelli al macello, poi si dissolvono come neve al sole.

Raramente parlano, ma quando lo fanno sono discorsi senza senso o frammenti di essi.

«…papà…», la voce di una donna, seguita da un urlo «…perdono…», un uomo stavolta.

Non ha mai sentito tanti fantasmi parlare, sono troppi. Le parole si accavallano nella sua testa, ciò che sente sono le vite di quelle persone, i loro sentimenti, le gioie e i dolori. La vita e la morte.

«Ne hai abbastanza?» la voce li sovrasta tutti, e il Paladino colpisce alla cieca con i pugni di luce.

Sferza solo l’aria attorno a se.

Le voci però aumentano. Sono come un turbine, una tempesta di parole a caso, che gli martellano incessantemente la testa.

Cade, e stavolta l’oscurità è totale.

Non sa dire quando si sia ripreso. Potrebbero essere passati giorni come millenni. Quel luogo lo sta facendo impazzire.

Ripensa agli avvertimenti dei Maestri e si chiede se qualcuno in effetti sia mai veramente sopravvissuto.

Si mette in piedi, ma la testa gli gira, qualcosa di vischioso sta colando dalle aperture tra le piastre. Sanguina. Tenta di evocare un blando incantesimo di guarigione, ma le forze lo abbandonano, è allo stremo,lo sente.

«Bene bene», dice la voce nella sua testa «Il prode Paladino è quasi sconfitto».

«Falla finita e uccidimi».

«Perché pensi che ti voglia uccidere? Un Paladino è merce rara… e a quanto mi hanno riferito tu sei il più raro di tutti»

«Quindi è per questo? Vuoi giocare con me perché sono il Paladino del Padre degli Dei?».

«Tu non capisci. Non hai mai voluto capire. Guardati: sei un ubriacone lascivo, bestemmi e pecchi ad ogni piè sospinto. Vedi ciò che ha fatto?».

«Basta con i tuoi giochi. Mi farò cadere sulla mia stessa spada piuttosto che stare ad ascoltare i tuoi discorsi un attimo in più».

Facendo appello all’ultima stilla di energia presente nel suo corpo il Paladino si alza, usando la spada come punto d’appoggio. Non è la stanza in cui ha incontrato i fantasmi. Qualcuno l’ha trascinato li.

«Dove sono ora?»

«Chi lo sa?»

E’ perduto, il suo senso dell’orientamento è inutile in quel posto: non è nella stanza in cui si trovava, e ormai ogni speranza di trovare una via d’uscita sarebbe solo una vana speranza.

Per un attimo il suo corpo cede, la sua mente cade nella disperazione come mai prima d’ora.

Non è un fanatico, non crede che la Fede possa risolvere tutto come i suoi Confratelli. Sa di essere ormai morto.

Le forze abbandonano il suo corpo, la stanchezza, unita alla perdita di sangue, gli annebbia la mente.

«Patetico», ancora quella voce. Martellante, opprimente. Si prende gioco di lui.

«Lasciami morire in pace».

«Tu non morirai. Tu appartieni a me».

Solo allora il Paladino capisce.

La voce non lo vuole morto, non ancora: ha già sentito parlare di cose simili, sembra che sia un gioco molto in voga tra i Diavoli in effetti.

I più smaliziati della Confraternita lo chiamano “Spezza il Paladino”.

Ciò che la voce vuole, è distruggere la sua volontà, schiavizzare la sua mente con offerte di piaceri e ricchezze.

Ha già visto dei Paladini Caduti. Alcuni li ha addirittura combattuti e uccisi.

Quando la Fede smette di sostenerti, la carne prende il sopravvento e ci si trova un padrino Diabolico è quello che succede: i poteri Divini abbandonano il Paladino ed esso diventa l’esatto contrario di ciò che era in vita.

Molti Paladini Caduti erano valorosi guerrieri che, ormai al limitare della propria vita, hanno rinnegato tutto ciò per cui avevano lottato e accettato la proposta.

Per un Diavolo era motivo di vanto possedere un Paladino Caduto, una merce rarissima, che rappresentava niente meno che la vittoria sugli Dei.

«Non hai fatto nessuna offerta», disse il Paladino.

«Offerta? E cosa potrei offrirti che tu già non abbia? Tu già ti abbandoni ai peccati in ogni modo. Sei anche abbastanza ricco da quello che so: il gioco d’azzardo ti rende molto bene, vero? No. Io non ho niente da offrirti se non la tua stessa vita. Per questo è così divertente. Sei già Caduto. Lo sei sempre stato. Anzi, questo non è corretto. Saresti dovuto essere un Paladino per essere un Caduto. Invece tu sei sempre stato così».

Lui sa che la voce sta solo cercando di portarlo dalla sua parte, eppure i dubbi non possono fare a meno di attanagliare quel poco della sua mente ancora sveglia.

Era tutto vero. Non c’era stato un solo momento nella sua vita che avesse veramente dedicato agli altri. Egoista e menefreghista, mai aveva anche solo provato un vero sentimento per un amico, per la famiglia… per nessuno.

Sui campi di battaglia aveva visto suoi Confratelli morire per mancanza di Fede, non essere in grado di richiamare un incantesimo durante una guerra era un ottimo modo per finire macellato da orde di nemici assetati di sangue.

Lui però non aveva mai fallito.

Una volta aveva anche evocato un globo di luce per poter leggere senza accendere una candela. Anche quel potere gli era stato concesso, mentre un incantesimo di guarigione era stato negato a un soldato morente pochi giorni prima.

Per la prima volta in vita sua si sentì un essere patetico e meschino.

«Ora basta!» la voce interruppe il filo dei suoi pensieri «Stai iniziando a essere troppo introspettivo».

Li sentì prima di vederli: l’odore di putrefazione fresca era sempre pungente e disgustoso.

Apparvero dal nulla, l’oscurità che lo circondava semplicemente si aprì e ad uno ad uno gli zombie si fecero avanti strisciando.

In realtà non si lamentano. Non emettono un solo suono dalle loro gole morte. Migliaia di persone sono morte perché uno di questi orrori non morti sono riusciti ad arrivargli alle spalle, uccidendoli prima di essere individuati.

Il Paladino si fa forza, aggrappandosi alla sua vita come mai prima d’ora, lo spadone è pesante, non riesce ad alzarlo completamente, rimane a metà tra il pavimento e il soffitto.

Gli zombie, silenziosamente, si stringono attorno a lui, le mani protese, pronte ad afferrarlo.

L’armatura completa lo proteggerà sufficientemente, gli zombie non sono forti, effettivamente i diversi centimetri di metallo tra la sua pelle e i loro denti l’avrebbe salvato senza problemi.

Peccato lui non indossasse mai l’elmo.

Spinge il primo zombie a portata di mano, questo cade come un sacco di patate, portandosi appresso anche quello dietro di se.

Ora che sono a terra il Paladino avanza, e, aiutato dal peso più che dalla propria forza, fa calare lo spadone sul cranio del nemico.

Il rumore è più o meno quello di un melone maturo quando cade a terra.

L’aspetto non è simile: il cervello in putrefazione non è uno spettacolo altrettanto allettante.

Ripete l’operazione diverse volte, spinta e fendente, gli zombie sono troppo stupidi per cambiare strategia.

Però sono tanti.

Se sei bravo a combattere, e sai quello che stai facendo, l’unica cosa che può ucciderti contro degli zombie è la stanchezza: loro sono sempre di più, orde intere che continuano a premere e premere contro le tue difese.

Ogni volta che il Paladino alza lo spadone è sempre più faticoso, i muscoli urlano di dolore, la ferita, ovunque sia, vomita un fiotto di sangue.

«Vincerò io» urla con tutto il fiato che ha in corpo «Se muoio vincerò io!»

Gli zombie si fermano, poi si girano e strisciano lontano.

«Interessante», dice la voce, «E arrogante».

«Tu vuoi un Caduto, non un altro cadavere».

«Questo è vero. Saresti un ottima aggiunta alla mia collezione. Ma chi ti dice che io abbia “bisogno” veramente di te? Ti aspetta un’ultima prova»

L’oscurità lo avvolge. Quando la luce ritorta si ritrova in un ambiente illuminato.

Centinaia, no migliaia di torce delimitano un cerchio attorno a lui, un cerchio enorme.

Alte gradinate circondano lo spazio in cui si trova.

Un arena.

E davanti a lui, la creatura più potente che mai avrebbe potuto incontrare: un Caduto.

L’armatura da Paladino ha perso il suo splendore, rune rosse sono incise sopra quelle dorate del suo ordine, la pelle è cinerea, gli occhi velati. Un ghigno inumano deforma il suo viso. Il Caduto impugna spada e scudo, entrambi neri: sullo scudo è disegnato il teschio di una capra con inchiostro rosso, simbolo del suo padrone.

«Uccidilo e sarai libero», la voce non specifica a chi dei due sta parlando.

Il Caduto carica immediatamente, è veloce, molto veloce, il Paladino è preso di sorpresa e riceve un colpo di scudo in pieno volto.

Sangue e denti volano per l’arena mentre lui viene portato giù dal peso dell’armatura.

Il suo avversario non perde tempo e prepara un affondo con la spada che però va a vuoto poiché il Paladino è riuscito a rotolare lontano.

Si rimette in piedi, a fatica, si chiede come abbia fatto a non morire dissanguato ancora, quanto tempo era passato da quando ha ricevuto quella ferita?

E’ disarmato ora, lo spadone è rimasto ai piedi del Caduto, questi sogghigna, mostrando una chiostra di denti marci. Poi avanza, nuovamente in velocità, protendendo lo scudo davanti a se.

Stavolta però il Paladino è pronto: appena il Caduto si avvicina lui si getta in avanti, colpendo con una spallata lo scudo dell’avversario.

La difesa del Caduto non cede, mentre lo spallaccio dell’armatura va in mille pezzi. Con una risata malvagia il nemico alza trionfante la spada, pronto a sferrare l’attacco mortale.

Mentre la lama cala con forza il Paladino alza il pugno, intercettandola a metà strada: il guanto dell’armatura esplode mentre l’affilata lama si fa strada tra la carne e le ossa, incastrandosi nelle piastre dell’avambraccio.

Il Paladino non batte ciglio. Stringe la mano sana a pugno e lo fa calare sulla testa del Caduto con tutta la forza che gli rimane.

Sarebbe dovuta essere una carezza per il demoniaco nemico, invece, spinto dalla disperazione, infonde in quell’unico colpo la forza di un maglio.

Il Caduto è stordito, lascia la sua presa sull’arma e indietreggia, il Paladino libera la spada nera dal suo braccio ormai inutilizzabile e si mette in guardia.

L’avversario lo guarda stupito, poi slaccia lo scudo e si avvia a prendere lo spadone abbandonato nell’arena.

I due nemici si guardano, studiano la posizione l’uno dell’altro, studiando attentamente quale sarà la prossima mossa.

Poi il Caduto ride, una risata senza alcun divertimento, vuota e spenta come il suo sguardo. Stringe lo spadone con entrambe le mani e lo solleva sopra la testa, preparando un colpo che avrebbe tagliato in due il nemico.

Dal canto suo il Paladino è perfettamente calmo ora. La sua vita sta per finire, niente ha più importanza, tanto vale andarsene facendo il botto: rimane immobile attendendo l’avversario.

Con l’irruenza già mostrata all’inizio del duello, il Caduto carica in corsa.

Il tempo è come rallentato ora, il Paladino vede ogni singolo passo come se durasse ore invece che istanti.

Si era sempre chiesto come sarebbe stato morire, cosa avrebbe provato, se dolore o riconoscenza.

Provò invece vergogna. Avrebbe potuto essere un eroe, un grande guerriero, poteva essere un simbolo. Invece aveva sprecato la sua vita.

Questo pensiero gli portò via gli ultimi istanti che gli rimanevano. Strinse la spada con la mano sinistra e attese il proprio destino.

Il Caduto saltò per imprimere al colpo una forza maggiore, anche se tecnicamente inutile.

Il Paladino sperava proprio avrebbe rinunciato a ogni vantaggio credendolo finito.

Puntò i piedi con forza e mandò la spada in allungo.

Il peso dell’avversario, aggravato dalla velocità e dallo slancio, conferì alla spada nera la forza necessaria a trapassare la corazza del Caduto, trafiggendogli il cuore. I due cadono insieme a terra.

«Tutto è bene ciò che finisce bene», disse il Paladino, mentre la sua coscienza vacillava tra la vita e la morte.

«Finito?» disse ancora una volta la voce nella sua testa «Questo non è che l’inizio».

Lo strisciare di cadaveri in putrefazione e il cigolio delle armature consunte riempì il silenzio.

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Ospite Mrs C

Higres Road – Giochi o muori?

- Leo, fai attenzione mi raccomando.

- Non preoccuparti mamma, Jason sarà con me.

- Va bene.

- Allora a più tardi, eh!

- Sì. Ah, Leo?

- Sì, mamma?

- Buon Halloween.

E' una bella serata, vero? La luna piena splende, rendendo invisibili le stelle; molti stanno nelle loro case e altri invece girano per la città. Dolcetto o scherzetto? È la frase tipica di questa serata.

Sei contento oggi. E' la prima volta che la tua mamma ti lascia solo nella notte di Halloween, a girovagare impunito per le strade, quando ormai la luna è già sorta e il tuo amico Jason sicuramente ti sta già aspettando a casa sua. Ti ha raccomandato di stare attento ma si è ben guardata dal pronunciare la solita frase (“non accettare le caramelle dagli sconosciuti”) in un notte, in cui, i dolcetti sono l'anima della festa. Mentre la tua mamma ancora ti fa delle raccomandazioni – inutili a parer tuo – tu sei già trotterellato via per le strade affollate della tua città. La verità – che tua mamma assolutamente non sa e non dovrà mai sapere – è che Jason, il tuo amico, non verrà con te. Esattamente ieri si è beccato la febbre ed è quindi impossibilitato a farti compagnia in questa strana notte. Tua madre – piccolo bambino dispettoso – questo non lo sa altrimenti, di certo, non ti avrebbe lasciato andare da solo e tu non volevi sprecare l'occasione di andare in giro a chieder dolciumi e a mangiarne fino a scoppiare. Molti bambini – che stanno correndo da una parte all'altra – li conosci, hanno le bustarelle già piene e stanno festeggiando scambiandosi cioccolati e dolcetti vari. Noti anche che quasi tutti hanno un vestito da strega, da fantasma, da zucca (!)... sono tutti così banali.

Tu invece – e di questo ne vai fiero – sei stato originale! Hai il costume che potresti benissimo indossare tutti i giorni se fossi un po' più grande: sei un bullo. Non c'entra granché – questo almeno ammettilo! - ma sei senza dubbio un diverso in mezzo alla massa di zombie, vampiri e fantasmi formaggini che vedi in giro. I pantaloni strappati sono quasi il simbolo che non poteva mancare nel tuo costume; la giacca sportiva è di due taglie più grandi che cade pesantemente fino a metà coscia e quel cappello messo di traverso, che ti copre l'occhio sinistro, dà un tocco niente finale, per completare il quadro. Hai insistito, poi, perché tua mamma rendesse la maschera un po' più halloweenesca. Il tuo labbro fintamente tagliato e quel sangue che ti cola dalla tempia destra – che altro non è che ketchup rubato dal frigo – ti fanno sembrare un bullo, morto, che cammina. In definitiva il tuo costume quest'anno non è male, proprio no.

Poi improvvisamente ti blocchi. Ma? Dove diavolo sei? Eri così impegnato a rimuginare sul suo abbigliamento che hai perso la via centrale. In questa di periferia è buio, le luci sono spente e non c'è nessuno in giro. Sembra quasi di essere in un'altra città, in qualche altro posto lontano dalla tua casa. A contraddirti, però, c'è un unico cartello con un unico lampione illuminato in tutta la via – che dice che sei arrivato a Higres Road, verso la fine del paese.

Ti ricorda qualcosa – qualcosa che dovevi ricordare – ma hai un vuoto mentale e non riesci a collegarlo a nulla, senza contare che per ora il tuo cervello è completamente indirizzato verso un unico quesito: come torni sulla retta via? Fai marcia indietro e cerchi di capire da che parte puoi andare. Essendoci poca luce non riesci a distinguere le varie case: sembrano tutte attaccate e tutte fastidiosamente scure, talmente scure da non distinguerne i contorni.

Ehi, ehi tu svegliati, abbiamo un ospite!

Un brivido mi percorre la schiena e le tue gambe smettono di muoversi improvvisamente. Hai sentito anche tu quella voce? No, devi esserti sbagliato, qui non c'è nessuno, escluso te – piccolo bambino idiota – che ti sei perso.

Un ospite? Dove? Credi che rimarrà a farci un po' di compagnia? Non viene mai nessuno a trovarci!

Corri, corri, bravo non ti voltare indietro e non ascoltare le parole di quelle voci che sembrano farsi sempre più vicine. Saresti dovuto stare più attento, la mamma te lo aveva detto ma tu non l'hai ascoltata.

Sta scappando, scappano sempre tutti e non riesco a capire perché!

Stai tranquillo. Non scapperà ancora per molto.

Le lacrime ti oscurano la vista impedendoti di vedere quel poco che prima scorgevi compresa quella dannata pozzanghera in cui inciampi e che ti fa finire a terra, gambe all'aria. Sbatti la testa e poi è il buio.

- Leo, apri gli occhi.

- Vedrai che non sarà contento.

- Piantala, io sono certo che sarà felice di giocare con noi.

- Sarà...

Apri gli occhi sentendo un grande cerchio alla testa. Nonostante la vista piuttosto annebbiata distingui due persone davanti a te. Devono avere più o meno la tua stessa età e noti che anche loro hanno dei costumi e che la loro pelle è talmente pallida da sembrare quasi bianca.

- Vieni.

Uno di loro ti afferra per un braccio e con malagrazia ti costringe a sollevarti. La testa ti gira e hai una certa nausea tuttavia riconosci la strada in cui sei svenuto – nonsaiquantotempofa –, la sola differenza è che la via, ora, è illuminata talmente tanto da farti male agli occhi. E, tra l'altro è incredibilmente trafficata. Per pura curiosità ti guardi intorno alla ricerca dello stesso identico cartello che hai visto prima; è l'unico punto di riferimento che riesci a ricordare e che ti può essere utile per distinguere il posto in cui ti trovi. Higres Road. Sì, è la stessa via. E questo non ti piace.

- Chi siete voi?

E' l'unica domanda intelligente che ti riesce di fare... e anche l'unica che in questo momento abbia un minimo di senso. I due ragazzini ti lanciano una flebile occhiata, ti sorridono senza rispondere e tornano a guardare dritti davanti a loro. Cammini anche tu, accanto a loro, sfiorandoti la tempia con un dito. Il mal di testa ti è quasi passato ma ora ci sono le domande che ti affollano il cervello... per cui non è cambiato molto. Ti gratti la testa e nel farlo non ti accorgi di un ragazzino che ti urta, facendoti sbilanciare all'indietro. Sbatti di nuovo a terra ma questa volta sei sicurissimo di aver sbattuto malamente la caviglia.

- Stai bene?

Uno dei due ragazzi te lo domanda, chinandosi di fronte a te. I suoi occhi non trasmettono reale preoccupazione mentre il secondo nemmeno si avvicina o ti guarda per vedere se, invece di una stupida slogatura alla caviglia, ti sia rotto l'osso del collo.

- Credo di essermi slogato la-

Ma ti blocchi. Te ne accorgi adesso, prima non ci avevi fatto caso impegnato com'eri ad osservare i due ragazzini ma la caviglia non ti fa affatto male. E' storta, sì, ma non ti fa male e nemmeno il resto del corpo. Il mal di testa è passato in un lasso di tempo non normale e – aspetta, provaci! - riesci anche ad alzarti in piedi e a camminare più o meno normalmente. Sì, bravo: qui c'è qualcosa che non va.

- Forza, andiamo. Si sta facendo tardi Paul.

Il secondo ragazzo sembra impaziente di arrivare mentre il primo gli rivolge un'occhiata tutt'altro che accomodante sembra anzi spaventato dall'idea di giungere ovunque sia la meta scelta. Che ancora, Leo, non sai qual è.

Stop. Ti blocchi una terza volta nell'arco di questa serata – che stai odiando con tutto te stesso – e fai bloccare di riflesso anche gli altri due.

- Ora che c'è? - borbotta il secondo ragazzo, piuttosto di malumore.

In un primo momento, prima, avevi talmente mal di testa che non ci hai fatto minimamente caso. Ma adesso questo piccolo ed insignificante dettaglio ti ronza nel cervello come una vespa e che, lo sai, non ti lascerà in pace finché non ci vedrai chiaro. Fai qualche passo avanti ed osservi i due – che a loro volta osservano te.

- Il mio nome – mormori – come facevate a sapere il mio nome?

A quel punto entrambi sembrano capire. Un lampo percorre i loro occhi e un sorriso piuttosto divertito compare sulle labbra di Paul. Sembrava si aspettasse quella domanda molto prima di ora ma sembra anche non abbia intenzione di rispondere.

Paul sbuffa in direzione dell'altro ragazzino che nel frattempo fa un cenno con la testa e si allontana.

La strada è quella che porta a casa tua, te ne accorgi anche tu e più questa storia va avanti più non capisci che sta succedendo.

- Capirai tutto molto presto – mormora Paul, facendoti poi segno di seguirlo.

Non dici nulla, sei troppo... spaventato per replicare. Ti limiti a camminare in direzione della tua casa, la vedi ormai non troppo lontano, e speri di star facendo la cosa giusta.

Il silenzio che ti avvolge è così snervante che potresti mangiarti entrambe le mani per l'ansia ma prima che tu possa farlo ormai sei già davanti alla tua porta. Ti senti un po' più sollevato perché senti la voce di tua madre da dietro la porta e- un momento. Ma quella è una macchina della polizia? Ora che fai un po' più attenzione ti rendi conto che la voce della tua mamma – estremamente agitata – non è l'unica presente in casa.

Prima ci hai chiesto come facevamo a sapere il tuo nome – comincia lanciando uno sguardo all'altro ragazzo.

- In realtà non c'è molto da dire – aggiunge quest'ultimo – sappiamo il tuo nome, quanti anni hai, chi sono i tuoi amici... chi erano – si corregge con un sorriso leggero.

Non sai se metterti a ridere, spalancare la porta e urlare, prendere a calci questi due che hai davanti o chiedere ulteriori spiegazioni. Per la verità, ma tu non lo sai ancora, non c'è bisogno di alcuna spiegazione.

Lo capirai presto cos'è successo.

- Io, io non capisco... - ammetti, guardando in basso.

Un urlo, profondo, sincero e doloroso ti scuote, ti fa rabbrividire tanto da inchiodarti al terreno.

- Era la voce di mia madre, quella – mormori con voce rotta.

Spalanchi la porta, in preda ad una crisi d'ansia. O quantomeno ci provi. Nel momento in cui sfiori la porta con una mano la attraversi, finendo davanti a tua madre – a terra – e a due agenti della polizia che cercano di calmarla.

Hai una vaga, vaghissima idea di ciò che sta succedendo ma hai una paura matta di pronunciarla. Ma quando i due ragazzini si avvicinano a te, nello stesso modo in cui tu sei passato dalla porta, allora le urla della tua mamma non sono più le uniche che si sentono nell'aria. Anche se le tue non possono essere sentite da nessuno eccetto che da quelle persone che sono come te.

- Sono morto.

- Sì.

- Sono un fantasma?

- Sì.

- Eravate voi quelle voci che mi stavano chiamando prima che inciampassi per strada.

- Sì.

- Ed è per questo che sapevate il mio nome.

- Sì.

- Ora che succederà?

- Andremo a giocare a Higres Road. E' la città di noi fantasmi.

- La mamma me l'avevo detto di stare lontano da lì.

- Tutti vogliono stare lontani da noi. Ma alla fine è lì che finiscono.

- Non sentirai la mancanza della tua vita. Halloween si festeggia anche da noi sai?

- Sul serio?

- Assolutamente sì! Solo che da noi la frase di rito è un po' diversa.

- Ah sì?

- Già.

Higres Road, giochi o muori?

Biografia Autrice (…)

Jessie (all'anagrafe Jessica P. [no, non confondete con Melissa P.]) detta anche Jess, 'Ell, Meredith […] è nata il primo maggio del millenovecentonovantadue, in un piccolo paesello della Sardegna, perso in mezzo al niente. Ha una vita sociale praticamente nulla tuttavia cresce piuttosto felicemente con le sue gatte, la sua famiglia, i suoi libri, il suo amato PC e una scorta pressoché infinita di succhi di frutta alla pera di cui è drogata dalla tenera età di dieci anni. Se ne va di casa all'età di vent'anni, proseguendo gli studi in Giurisprudenza in cui riesce a raggiungere il massimo dei voti. Nel corso della vita non si sposa, non ha figli, non ha fidanzati ma colleziona tante tante tante bottiglie di succhi di frutta da cui non riesce a separarsi. Alla veneranda età di ottantatré anni riesce a pubblicare il suo primo romanzo come l'esordiente più anziana del mondo, entrando così nel libro dei Guinness dei primati. Morirà scrivendo il suo secondo romanzo – opera poi esposta al Doma Café di New York – per colpa di una rotolata finita male (un metodo che la P. [e specifichiamo di nuovo che, no, non si parla di Melissa!] ha usato spesso per riuscire ad afferrare la dannata ispirazione che l'ha purtroppo costretta ad aspettare più di ottanta anni per la pubblicazione del suo primo romanzo) e per un profondo, quanto mai alterato, sistema gastro-intestinale ormai totalmente annacquato dai succhi di frutta alla pera. Si narra, ancora oggi, che molti seguaci della P. (e non mi esprimo più!) siano dediti alla sacra Arte del Rotolamento Fruttesco Sperimentato e che molti di loro siano caduti - orgogliosamente aggiungerei - compiendone i sacri riti.

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Black Cat.

Margot si accarezzava il braccio come per riscaldarsi. Il freddo le faceva battere i denti e nonostante fosse coperta dalla testa ai piedi sentiva i brividi percorrerle la schiena fino a espandersi per tutto il corpo. “Wow che bell’inizio di giornata”pensò. “se continuerà così probabilmente stasera non potrò travestirmi come previsto.” Essendo halloween si era infatti preparata una sorta di travestimento per la serata;Procurandosi una gonna nera, che aveva poi tagliato a fili, un top a fascia con un fiocco , un giacchino adornato da una folta pelliccia , un cerchietto con delle orecchie pelose e un collier luccicante, aveva messo sù una soluzione pratica e originale per travestirsi da gatta nera. In realtà non amava particolarmente gli animali, ne era da sempre terrorizzata ma c’èra qualcosa nei felini che l’attirava;forse i loro occhi furbi e dal taglio particolare, o anche la loro agilità e capacità di muoversi come saette, riuscendo a infilarsi negli spazi più stretti , un po’ come lei era agile e scattante,e che riusciva “penetrare” nella mente di una persona, riuscendo a scavare nei suoi lati più nascosti. Qualche giorno prima era stato il suo compleanno ma sotto consiglio di Savannah, una delle sue amiche, aveva deciso di posticipare la data, e di festeggiare proprio il 31 d’Ottobre, così da poter organizzare qualcosa a tema. Avevano programmato tutto al meglio, non parlavano d’altro da oltre 2 mesi. D’altronde i sedici anni si festeggiano una sola volta nella vita. L’appuntamento era stato fissato alle 7 e mezza di quella stessa sera al centro del bosco in modo tale da avere tempo a disposizione per disporre le luci da attorcigliare in mezzo agli alberi, i tavoli e le sedie ,nei pressi di una piccola casetta di legno abbandonata,dove avrebbero segretamente trascorso la notte. La scelta era ricaduta su un luogo isolato proprio per creare un atmosfera inquietante, a cominciare dallo “scenario” ed ,essendo minorenni, per poter bere e fumare tranquillamente. Inizialmente Margot era incerta,si chiedeva se fosse raccomandabile festeggiare in un luogo deserto fino a notte fonda, ma le amiche seppero presto convincerla;Con loro ci sarebbero stati moltissimi ragazzi del quinto anno che le avrebbero di sicuro “tranquillizzate”, come si poteva aver paura avendo accanto dei tipi del genere?

Improvvisamente il cellulare Squillò. Margot si lanciò letteralmente sul letto e infilando le mani sotto al cuscino recuperò il telefono che fino ad un attimo fa giaceva sotto al lenzuolo. Sul display comparse il nome di Helen.

<

<>

<> Prima che Margot potesse obbiettare, helen riattaccò. Margot Non avrebbe voluto recarsi a comprare birre e cose del genere, non aveva l’età adatta e ovviamente non voleva cacciarsi nei casini. Ma poi pensò bene che il party planet era noto specie per i commessi giovani e anche parecchio sfigati, quelli che se li avessi solo degnati di uno sguardo o di due parole, ti avrebbero fatto acquistare anche litri di vodka , insieme a tutti gli alcolici presenti in negozio, insomma erano pronti a chiudere un occhio.

Margot si girò verso la parete della cucina. L’orologio segnalava le 17.40. “Meglio che vada a prepararmi, conoscendomi non uscirò dal bagno prima di due ore. “

E così fù. Margot passò parecchio tempo sotto il getto caldo e piacevole della doccia, dopo si asciugò i capelli e li piastrò con cura , li portò indietro con una fascia e iniziò a truccarsi. Passò un velo di crema, stese bene la base, traccio una linea di eyeliner con una punta vistosa, sfumo della matita nera sotto l’occhio e stese un ombretto super brillante nell’angolo interno dell’occhio e sull’arcata sopraccigliare. Ottenne degli occhi da gatta, proprio come li voleva. Riempì le sopracciglia con una matita marrone, e poi completo il tutto con un po’ di fard color pesca sulle guance e un rossetto naturale. Si vestì, infilo ai piedi un paio di stivali col tacco e si guardò allo specchio. Quella sera sì che si piaceva, ma la cosa che l’allietava di più era ciò che credeva sarebbe successo dopo: avrebbe festeggiato con tutti i suoi amici , trascorrendo una serata indimenticabile che non avrebbe mai scordato, e in effetti sarebbe stato proprio cosi, ma solo in parte.

Maggy riguardò l’orologio della cucina, questa volta segnava le 7 in punto. Aveva solo mezz’ora per comprare qualcosa e arrivare in orario all’appuntamento. Si affrettò a cercare un pezzetto di carta e una penna e lasciò un messaggio ai genitori:

<>

Richiuse la porta di casa e si incammino verso il Party Planet. Il negozio distava solo pochi isolati dalla sua casa, per cui non dovette camminare a lungo. L’insegna della bottega era logora e consumata, le lettere che probabilmente in principio dovevano essere luminose erano per lo più spente o del tutto assenti. Non sembrava affatto un negozio dedicato alla feste, o ad occasioni speciali. Appariva più come un magazzino pieno di roba impolverata dentro a scatoloni zeppi di cianfrusaglie, ma moltissimi lo sceglievano per i prezzi stracciati o per acquisti all’ultimo minuto, un po’ come lei in quel momento . Eccoci qua, Pensò.

La porta automatica si aprì non appena le si piazzò davanti. La prima cosa che guardò fù il commesso seduto davanti alla cassa. Fortunatamente era Denny Dowson; frequentavano lo stesso liceo, ma ovviamente lui era di due anni più grande, altrimenti non avrebbe potuto lavorare in regola. Sicuramente prendeva una miseria come stipendio ma a lui stava bene. D’altronde andava a lavorare solo perché la madre glielo aveva ordinato e tutti i soldi che guadagnava finivano nelle sue tasche. Sì, anche lui faceva parte dello stereotipo del tipico commesso del Party Planet : Viscido, corrotto e sfigato. Margot lo salutò con un cenno della mano, afferrò un cestino dal ripiano della cassa e si diresse verso il reparto delle bevande. Lo scaffale era quasi vuoto. Riuscì a procurarsi tre bottiglie di coca, ma in compenso coi soldi che aveva risparmiato acquistò degli splendidi bicchieri di plastica arancione colorata, con una cannuccia nera che girava tutt’intorno e una tovaglia di un tessuto simile alla seta, nera lucida. << Perfetto>> Pensò, ogni tanto si trova qualcosa di carino, qui.>>

Spese quasi tutti i soldi che aveva portato con se, e fù sollevata dal sapere che non avrebbe dovuto corrompere nessuno con sguardi ammicanti o frasi provocanti; niente alcolici, niente scocciature. Le amiche l’avrebbero capita, non era certo colpa sua se qualcun altro aveva fatto piazza pulita prima del tempo, per evitare di non trovare più nulla, come era capitato a lei.

Pazienza, ci sarà da divertirsi comunque. Maggy ripiegò lo scontrino e lo infilò in tasca,poi sollevò le buste e le fece entrare con facilità in borsa.

< commento sorridendo Danny.

Mmh non male come modo d’approcciare. Da un tipo come Daniel Dowson ci si aspetterebbe molto di peggio. << Eh si,puoi infilarci un po’ di tutto, un po’ come Mary Poppins.>>

Danny ridacchiò. <>

Sì che aveva programmi per la serata, ma certamente non poteva dirgli che festeggiava il compleanno. Si sarebbe ritrovata a doverlo invitare,specie perché i suoi erano amici di famiglia, che figura c’avrebbe fatto? Non era un cattivo ragazzo ma non rispecchiava i metodi di selezione delle amiche,anzi, di nessuno. sicuramente sarebbe rimasto solo per tutta la serata.

<< A dire il vero ho invitato qualche amica a casa , guardiamo un film e mangiamo qualcosa insieme, e tu invece che fai di bello?>> Come se non conoscesse già la risposta. Sicuramente sarebbe rimasto a casa con la madre e il fratellino, a guardare casper o qualcosa del genere in tv.

<< Vado ad una festa, sembra che ci sarà da divertirsi. Tieni prendi. L’avevo messa da parte , ma sembra che adesso non mi serva più. Ti ho visto scrutare lo scaffale delle bevande prima, sei arrivata un po’ troppo tardi.>> Danny le passò una bottiglia di spumante che teneva nascosta sotto al bancone. Margot rimase di stucco. Da quando in qua era in così gentile? E soprattutto chi lo avrebbe mai invitato ad una festa? Non c’èra assolutamente tempo per pensarci e ne lui poteva aggiungere altro, tutti e due sembravano aver fretta di andar via.

Daniel si alzò in piedi, spense il registratore di cassa ,sfilò da una busta di plastica una cravatta verde oliva, dello stesso colore del giubotto che indossava praticamente da secoli, fin da quando frequentava il primo anno, e la annodò al collo. Lui si che non sapeva come ci si veste ad una festa.

<>

Margot annuì ,salutò e uscì fuori dal negozio. Danny abbassò la saracinesca e fece girare per ben 3 volte la chiave nella serratura, poi imboccò un viicolo e scomparì nel buio.

Maggy infilò la mano nel taschino della giacca in cerca del cellulare e così facendo lo scontrino riposto lì poco prima volò via lasciandosi guidare dal vento. Niente da fare, non c ‘èra. Poggiò la borsa a terra e iniziò a frugare tra le buste del party planet, e fra moltissime altre cianfrusaglie che si possono trovare nella borsa di ogni donna o ragazza di qualsiasi età. Niente. Probabilmente l’aveva lasciato a casa, ma non c’èra tempo di tornare indietro a prenderlo, l’orario dell’appuntamento poteva anche essere passato da un pezzo senza che lei se ne accorgesse. Per ciò chiuse la zip del giacchino, facendola salire fino al mento, un po’ per patire meno quel freddo gelido che avvolgeva la serata, infilò le mani in tasca e iniziò a correre, a correre verso tutto ciò da cui in un brutto sogno sarebbe fuggita via, ma di certo non gli sarebbe andata incontro, come invece stava facendo in quel momento.

Svolta a destra, poi a sinistra e di nuovo a destra, si ripeteva Margot nella testa per riuscire a trovare il posto esatto in cui si sarebbe svolta la festa.

Il buio della sera era quasi totale, per ciò era meglio affrettarsi. Maggy attraversò parecchi sentieri e finalmente, dopo una quindicina di minuti arrivò nei pressi della casetta di legno.

Non c ‘èra niente e nessuno. I tavoli non erano stati allestiti ,delle sedie non c’èra neanche l’ombra, le luci attorcigliate intorno ai rami ,beh inutile dire che anch’esse non c’erano. Tutto ciò che era rimasto era uno striscione con il numero 16, appeso all’estremità di due alberi proprio il giorno prima da lei e dalla sua amica Nicole. Nessun problema , pensò. Le mie amiche arriveranno fra poco, avranno fatto un po’ di ritardo , perdonate.

Si sedette su un masso che giaceva accanto al letto di un fiumiciattolo che passava da lì, e aspettò.

Aspettò le sue amiche, le persone che fin’ora aveva ritenuto degne della sua fiducia, aspettò che almeno un invitato si presentasse alla festa, perché era vero ,gli inviti erano stati consegnati davanti ai suoi occhi, di sicuro non si trattava di una messa in scena. Aspettò e aspettò invano.

Si era fatto tardi, la luna si esibiva ormai al centro del cielo, affiancata dalle innumerevoli stelle. Margot non era stupida. Capìì che non era un semplice ritardo. Probabilmente era stata tutta una presa in giro. Di sicuro non le avrebbero dato tutte buca, invitati compresi se non fosse già stato tutto prestabilito. Sicuramente l’avevano ingannata per tutto questo tempo, fingendo di essere interessate a lei, al suo compleanno ,che avrebbe semplicemente voluto passare accanto alle persone che più stimava, e che invece l’avevano delusa così. E poi perché? Perché farle questo? Per quanto si sforzasse non riusciva a capire. Si alzò impiedi, e iniziò a camminare lungo il fiume, seguendolo come se potesse indicarle la via di casa. Una volta aveva letto da qualche parte che dove c’è acqua c ‘è vita. Probabilmente non centrava nulla ma forse seguendo quella scia di acqua sarebbe arrivata fino in città; sempre meglio di camminare alla cieca nei vari sentieri oscuri del bosco; Se non fosse uscita da lì entro pochi minuti avrebbe dovuto passare la notte sdraiata da qualche parte senza neanche poter chiudere occhio.

Si sfilò gli stivali , decisamente scomodi per camminare sui ciottoli e sul terriccio umido che contornavano il fiume , e tenendoli in mano si avviò nel buio , orientandosi soltanto grazie alla luce della luna riflessa sull’acqua. Camminò e camminò senza sosta, ma non riuscì a scorgere neanche la luce di un lampione in lontanza, un palazzo sullo sfondo ne un sentiero che la portasse via da quell’inferno nero, che era diventato il bosco, quel posto tanto incantevole di giorno quanto tetro di notte. Ormai non scorgeva più nulla, camminava portando le mani in avanti per evitare di urtare contro qualcosa, ma era del tutto inutile, avrebbe potuto inciampare su un ramo o qualsiasi altra cosa e farsi comunque male. Quindi decise di sedersi sotto una grande quercia, arrendendosi al pensiero di dover passare lì la notte. Margot ne ebbe di tempo per riflettere; quando si è soli non puoi far altro che intrattenerti da te, un po’ come parlare da soli ma senza farlo ad alta voce.Non riuscì proprio a capire il perché di quell’azione. Tanta cattiveria da cosa poteva essere scaturita? Perché progettare di lasciarla sola nel bosco nonostante fossero state apparente amiche fino alla mattina del giorno stesso? L’unica cosa che gli venne in mente , grazie alla bottiglia di spumante regalate da Daniel che in quel momento stringeva in mano , era che quest’ultimo quella sera era apparso raggiante, come non lo era mai stato e aveva anche detto di dover andare ad una festa. Ma ragionandoci su qualche minuto di più capì che anche se le “amiche” , se così potevano ancora definirsi, avessero organizzato qualcosa di certo non lo avrebbero invitato.. conoscendole perché avrebbero dovuto?

Nonostante si sentisse tradita, non riusciva a provare rabbia; assorbiva sempre tutto come una spugna , non riusciva mai a reagire sentendosi impotente. Era stanca, molto stanca e la sete e la fame iniziarono a farsi sentire. Per la seconda non poté fare niente, ma fortunatamente aveva con se la bottiglia del Party Planet e iniziò a bere come fosse acqua,quasi tutto lo spumante che conteneva. “Sempre meglio dell’acqua sporca del fiume” si disse fra sé e sé Maggy. Inutile dire che si sentì subito girare la testa. Non riuscì neanche più ad alzarsi impiedi dato che non era abituata a bere e la confusione le stava facendo esplodere la testa. Stese velocemente la tovaglia nera di seta sul terreno morbido e chiuse gli occhi. Molto lentamente cadde in un sonno spensierato e questo in un certo senso le recò sollievo; almeno così non riusciva più a pensare a quello che le era capitato, alle persone che l’avevano pugnalata alle spalle, ne a nient’altra cosa spiacevole.

All’improvviso un immenso bruciore proveniente dall’avambraccio le fece aprire gli occhi di scatto. Era stordita dal sonno e le fitte alla testa non l’avevano ancora abbandonata per ciò tutto quello che riuscì a vedere furono dei grandi occhi verdi brillare nel buio, e un ombra allontanarsi sgattaiolando fra gli alberi fino a scomparire del tutto. Nella bocca sentiva un fastidioso sapore di ruggine, lo stesso che provava quando da piccola le cadeva un dentino e il sangue le gocciolava sulla lingua. Nonostante il forte dolore che provava in quel momento, richiuse gli occhi e continuò a dormire, perché in quel momento, era l’unica liberazione,l’unico modo per sfuggire alle preoccupazioni, alle angoscie , alle paure, alle delusioni e ai brutti ricordi.

La mattina seguente ,appena il sole brillò in cielo, Margot aprì gli occhi. Stava decisamente meglio, il giramento di testa era notevolmente diminuito , ma non del tutto scomparso. Sì senti pizzicare il polso e si ricordò del dolore che aveva provato quella notte. Aveva un grande graffio, abbastanza profondo e che probabilmente aveva sanguinato parecchio, a giudicare anche dalle macchiette di color rosso scuro che si esibivano lungo il lato destro della tovaglia, proprio dalla parte del braccio “infortunato”. Strappo un pezzo della tovaglia, quella sulla quale aveva dormito e se la strinse a mò di benda attorno all’avambraccio. Non sapeva come se lo fosse potuto provocare, ma al momento era la preoccupazione minore. Diversamente dal giorno precedente si sentiva divorata dalla rabbia, voleva vendicarsi e farlo al più presto, non gli interessava neanche ascoltare le ragioni di nessuno.

Iniziò a camminare fra i sentieri del bosco, e questa volta riuscì ad uscirne, con maggiore senso di orientamento grazie alla luce che le indica la via da seguire.

Era domenica,niente scuola ne lavoro. La strada era totalmente isolata. Probabilmente stavano tutti dormendo, stanchi dei festeggiamenti del giorno precedente. Anche le sue amiche. Ripensandoci sentì una vampata di calore bruciarle il viso e il collo. Probabilmente la rabbia che non aveva mai provato trattenendosi in ogni circostanza stava esplodendo del tutto in una sola giornata. Lungo il camminò si ritrovò davanti alla casa di Savannah. Un festone con dei fantasmini bianchi era attorcigliato tutti’intorno al cancelletto d’entrata e attaccati alla porta si esibivano tre palloncini di colore nero, viola e arancione. La prova schiacciante che una festa c’èra stata, e che probabilmente l’unica a non essersi “presentata” era lei. In più non c’èra neanche un auto nel viale; i suoi genitori erano via per lavoro quel weekend . La scusa perfetta per organizzare un party senza avere nessun tipo di problema. Senza neanche pensarci più di tanto, Maggy si arrampicò sul cancello, lo scavalcò con facilità e fù contenta di sapere che tutte quelle lezioni di ginnastica, unite alla sua naturale agilità, le erano servite a qualcosa.

Conosceva bene la sua amica. Sapeva che sbadata com’erà non aveva sicuramente attivato l’antifurto la sera precedente e ne ebbe la conferma quando colpì un vetro con la bottiglia di spumante ormai vuota e non udì alcun suono provenire da dentro. Appoggiò un piede sul davanzale della finestre e dandosi una spinta riuscì ad entrare in casa. Sul tavolo del salone, sul pavimento, persino sopra al televisore c’èrano tantissimi bicchieri di plastica viola, probabilmente tanti quanti erano stati gli invitati. Salì le scale e arrivò davanti alla porta della “traditrice”. La apri attenta a non far rumore e fù contenta di sapere che Savannah era lì,assieme alle altre sue due amiche,Helen e Nicole, che dormiva beatamente, con una benda che le copriva gli occhi. Si sedette sulla specchiera che stava di fronte al letto e aspettò che si svegliasse. Quando Savannah scostò la maschera da notte, e aprì gli occhi, lanciò un urlo. Tutte le altre si svegliarono e rimasero a bocca aperta, non avevano nulla da dire.

< Urlò savannah rivolgendosi a Margot.

<

<> Rispose agitata Nicole.

<

Nessuna rispose.

<> Margot sapeva che un modo per ottenere delle informazioni era sicuramente frugare nei cellulari delle ragazze. Afferrò al volo quello di Helen, la pettegolina del gruppo, e iniziò a leggere velocemente i suoi messaggi.

<> Urlò Helen, balzando impiedì e cercando di strapparlo dalle mani di margot. Quest’ultima con una forza inaudita la spinse contro il muro, facendole parecchio male.

<> Disse savannah.

<>

Lesse tutti i messaggi e poi disse: E’ così vi siete schierate tutte dalla parte di Savannah eh? E’ vero, che è innamorata cotta di Mark Treenway e lo sappiamo tutte, ma soltanto perché ha detto ad Helen che sono carina trovate una motivazione per non invitarmi e lasciarmi tutta sola nel bosco? E se mi fosse successo qualcosa? A voi non sarebbe importato nulla? Cosa avreste fatto?

<> Disse Savannah,con un aria di sfida.

Margot iniziò a ridere a crepapelle. Tutto ciò che dicevano era un ridicolo modo per giustificarsi. Savannah, Helen, Nicole, erano tutte più ricche, vanitose, e presuntuose di lei, senza comunque aggiungere cattive. Il loro movente era stata tutta invidia. Invidia di che cosa poi? Solo loro potevano dirlo. Cosa c’è di più pericoloso dell’invidia femminile? Certamente, la vendetta di una donna. Margot perse la ragione. Strappo una lunga striscia di tessuto della tovaglia che teneva ancora in borsa e si avvicino alle ragazze. Le immobilizzò nonostante cercassero di ribellarsi e strinse attorno al collo di tutte loro una fascia, fatta sempre della seta nera su cui aveva dormito quella notte.

Prima che tutte e tre morissero soffocate Sussurrò all’orecchio di ognuna di loro:

Le persone cattive, vengono punite in maniera altrettanto cattiva.

Solo quando ebbe la certezza che tutte e tre fossero morte, capì quello che aveva fatto.O meglio quello che era stata indotta a fare. Quel graffio, nel momento in cui aveva perso la ragione e aveva deciso di uccidere le tre amiche, bruciava in maniera terribile, quasi come se il male che provocava alle altre, lo stesse affligendo anche a se stessa. Si ricordò di quegli occhi verdi che aveva visto nella notte, comprese che le era capitato qualcosa, che il male stava prendendo parte di lei.

Capì che l’unico modo per non fare del male a nessun’altro era uno solo.

Si strinse la seta nera al collo e , accompagnata da quel forte bruciore, cadde al suolo accanto alle altre sue amiche.

I corpi furono presto ritrovati, ma nessuno scoprì mai chi fosse stato il colpevole di quella terrificante tragedia. Sulla scena del delitto quel giorno fù rinvenuto un gattino nero dagli occhi verdi.

Autobiografia:

L’autrice ,se così si può definire, in tutta la sua lunga carriera, ha scritto soltanto il brano che avete appena letto, e qualche tema scolastico. Si è impegnata così tanto nello scrivere e nel sviluppare la storia che gli è esploso il cervello pochi secondi dopo aver publicato il brano su WD. E’ scomparsa con la speranza che tutto il suo sforzo impegnato nello scrivere una storiella hallowiniana e di completarla di fretta e furia proprio la sera della scadenza, fosse ripagato con almeno un complimento del tipo: si è decente. Si dice che il suo ultimo pensiero fosse stato: Quanto è buono questo panino, dato che ne stringeva uno nella mani.

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Un caso interessante per il Dottor D.

Vi era da tempo, negli angoli oscuri dell'umana perversione un occhio che puntava verso le orride coscienze altrui. Non puntava per svago, ne per passione, puntava perché questo era il suo verbo e ad esso era devoto, rapito e affascinato. Egli si vantava del potere che aveva, un potere attribuito dalla conoscenza dell'occhio, l'occhio vedeva, l'occhio sapeva e quello che conosceva gli permetteva di gioire su se stesso, in un piacere intimo e sublime al tempo stesso.

L'occhio non era da solo, l'occhio portava piacere ma il piacere veniva provato intensamente dal nulla empio di ogni cosa e lo strabordare delle sue sensazioni, quasi fosse in vita, provocava incidenti, incidenti causati dai casi e ad essi reincarnati in atti.

Testimonianza di Gregory:

Mi guardano, mi fissano di continuo. Che la mia anima possa trovar riposo il giorno che la morte, mossa dalla pietà, venga a cogliermi da quest'inferno: sono giorni, anni che l'agonia persevera nella mia mente, niente dà più pace, niente dà speranza alcuna. Oh Liliane, amore mio, perdonami per quello che ti ho fatto, perdona quest'uomo che ha ricambiato il tuo puro e candido amore con la maledizione di una mente corrotta. Il mio amore per poco non ti ha ucciso, le mie mani, dalla felicità dell'unione ci hanno portato soltanto a questa tragedia che non so rimediare.

Quando ti incontrai ero felice, io, giovane ma timido ragazzo che aveva difficoltà anche soltanto a rivolgerti la parola, tu, la ragazza col sorriso che sbocciava come la più bella delle rose. Quando mi accorsi che ogni volta che ci incontravamo nel parco mi ricambiavi lo sguardo con quel sorriso capii finalmente che avevi deciso di concedermi la grazia di conoscerti, tu che sei e resterai per sempre la più splendente luce che abbia mai illuminato questi pazzi occhi..

Perdonami, mi guardano, li sento, non mi permettono di gioire nemmeno nei ricordi. Non voglio perdermi ancora, non voglio dimenticare, io devo scrivere.

Il mio problema risale dai giorni d'infanzia, nulla è chiaro se non la presenza stessa dell'oscurità che avvolge i miei ricordi allo stesso modo cui cinge la mia ragione. La rabbia, l'ira, l'aggressività avevano iniziato a uscire dal mio corpo senza che potessi impedirne il flusso e vergognandosi di me i miei genitori mai mi avevano mostrato in pubblico per troppo tempo, il timore che li potessi disonorare era più forte della loro voglia di aiutarmi e in quei giorni di solitudine l'unico mio appiglio era mio fratello maggiore Ewan. Era il mio amico, il mio confidente, il mio psichiatra, il mio confessore e infine forse era anche la cosa più vicina a quel che si potrebbe definire “un padre”.

Quando poteva mi stava sempre accanto e a lui ho fatto affidamento per tutte le volte che il lume mi è venuto a mancare. Ho un vago ricordo, tre persone in una stanza della nostra casa: io, mio fratello e uno sconosciuto. Lo sconosciuto era una donna e la donna era a terra morta, che fosse morta lo dimostrava la macchia di sangue che bagnava i suoi capelli, e le mie mani sporche anch'esse dello scarlatto fluido dimostravano nient'altro che l'avevo uccisa io. Eravamo grandi, ma fu mio fratello a prendere in mano la questione e mai più mi sarei ricordato di questo incidente se non fosse riaffiorato durante la seduta di ieri.

Si Liliane, avevo deciso di farmi curare da uno psichiatra. So che ho sbagliato a non dirtelo ma era mio compito rimediare alle mie colpe senza portare imbarazzo o preoccupazione ad alcuno. Il dottor D. ha compreso il mio disagio e assieme abbiamo lavorato per risolvere questa malattia dell'anima. Seduta dopo seduta e con pratiche di ipnosi ho trovato alcuni miglioramenti e alla fine ho capito chi era il mio vero nemico.

Non avrei potuto far altrimenti: la mia rabbia era incontrollabile e dopo pochi anni dal matrimonio avevo scoperto che il mio autocontrollo si stava sgretolando come argilla nel mare. Mi implorasti di invitare da noi il mio fratello con cui da anni non avevo più rapporti e quando arrivò preoccupato provai speranza e disprezzo allo stesso tempo. Avevo paura di sentirmi messo al confronto con lui e di risultare un mostro, le cose migliorarono, la sua presenza mi calmava, ma poi il crollo avvenne più violento che mai: quando mi svegliai per via dei tuoi pianti, ti vidi piena di lividi e mi accorsi di averti picchiata violentemente mi sentii morire dentro e, se non fosse stato per mio fratello, quella stessa notte mi sarei tolto la vita per il profondo disprezzo che provavo per me stesso. Il giorno dopo decisi di recarmi dal dottor D.

I giorni passarono e ogni mattina la casa si riempiva dei segni della mia ira: oggetti rotti, il gin e il brandy che si riducevano sempre più rapidamente a vetri vuoti e spesso ridotti in pericolose schegge, mio fratello che in privato mi raccontava di aneddoti spaventosi accompagnati subito da parole di conforto e io che, terrorizzato, giorno dopo giorno imploravo il dottore a salvarmi da questo flagello.

Ma un giorno, uno qualunque, rividi la scena: la vecchia casa dove vivevo ancora giovane, la ragazza sdraiata in mezzo alla stanza. Accanto a lei mio fratello, in piedi, che la guardava. Io, che entro dentro la stanza e richiudo la porta alle mie spalle e allora mio fratello lascia cadere qualcosa e corre verso di me, mi porta verso il corpo e mi fa toccare il suo viso. Un viso dolce, un viso freddo. Mi spavento e cerco di rianimarla.

-È morta e tu l'hai uccisa.

-Cosa? Fratello, io...

-È morta e tu l'hai uccisa!

L'urlo fu così forte che lo sentii provenire dalla mia coscienza. E quando il dottore mi fece svegliare allora capii, capii chi era il mio vero nemico! Chi era il traditore che mi aveva soltanto usato per mascherare i suoi crimini distruggendo la mia vita, la mia reputazione, il mio rapporto con te.

Quel giorno tornai a casa di corsa spaventato e rendendomi conto di quanto tempo ti avevo lasciato nelle sue mani, la nostra vita nelle sue mani! Perché non ci ero arrivato prima? La mia amnesia, i tuoi lividi che si formavano di notte, quando non potevi distinguere chi era realmente il tuo carnefice... la violenza! Mio Dio, cosa ti aveva fatto! L'avrei ucciso, avrei messo fine a questa miserabile e crudele farsa in cui mi aveva rinchiuso dall'infanzia.

Era il 31 ottobre. Le foglie secche accumulate davanti alla porta si sgretolarono sotto i miei passi e ad ogni gradino la mia collera aumentava e quando entrai dentro vi vidi conversare seduti sul divano, notai immediatamente la bottiglia di scotch sul tavolo e i due bicchieri ancora umidi per l'utilizzo. Tu, povero mio amore, eri esausta dagli ultimi eventi e ti eri addormentata aiutata dall'alcool e lui, quel viscido aspide, era accanto a te fingendo di vegliarti, aspettando che i tuoi poveri occhi si assopissero del tutto, di colpo mi riaffiorò alla mente l'immagine della donna stesa in mezzo alla stanza e capii che lo stava per rifare, avrebbe ucciso mia moglie per far ricadere ancora una volta la colpa su di me! Non l'avrei permesso.

Intanto mio fratello, sentendomi entrare, si era alzato venendomi incontro:

-È esausta, lasciamola dormire un poco.

-Giusta osservazione, che ne diresti allora di uscire fuori a fare una passeggiata?

-Ma come, sei appena tornato.

-Avevo intenzione di parlarti di una cosa molto importante, ed era mia intenzione parlartene il prima possibile.

-Va bene, lasci che prenda almeno il cappello.

Così fatto uscimmo e quanta voglia avessi di uccidere mio fratello quel giorno lo sapete benissimo, cielo quanto avrei desiderato poter trasferire tutte le mie colpe a lui per poterne uscire indenne e invece la mia figura, la mia reputazione era sporca quanto il fango e se avessi ucciso mio fratello così su due piedi e fossi tornato a casa che cosa avrei detto a mia moglie? Di certo non avrebbe potuto credere a nessuna delle scuse che avrei potuto tirar fuori, dovevo crearmi un piano.

Mentre così ragionavo accadde la tragedia: probabilmente un furto o un inseguimento ma correva verso di noi una carrozza a tutta velocità e il cavallo, impazzito forse per uno sbilanciamento del carico in curva, era scivolato finendo per trascinare il carro esattamente verso di noi. Io in quel momento vidi la morte in faccia e non so in che modo pregai per potermi salvare e poter rivedere la mia Liliane.

Dal diario di Liliane anni dopo l'incidente della carrozza:

Fu mio cognato Ewan a darmi la notizia della morte di mio marito. Non so se quel giorno provai più dolore per la sua perdita o sollievo per la fine delle nostre sofferenze, amavo mio marito e sapevo che non erano opera sua quegli scatti d'ira, ma di un demone che era in lui, glielo leggevo negli occhi in quei momenti...ma negli ultimi giorni non riuscivo a distinguerli più l'un dall'altro. Ewan fu un vero amico per me e decidemmo di andare a vivere insieme altrove, in un posto nuovo, a vivere una nuova vita senza più sofferenze. Non riuscivo più a stare senza di lui, troppo forte era il legame che ci aveva unito durante quei giorni bui e se non fosse che ora ci siam maritati avrei detto che allora lo sentivo come un fratello.

Il matrimonio con Ewan non l'ho mai vissuto come un tradimento nei confronti di Gregory, non eravamo amanti mentre stavo con lui e solo anni dopo il mio lutto ho scoperto di provare qualcosa per suo fratello. Ewan mi ricorda Gregory nei giorni più felici, è come se l'anima di suo fratello fosse rinata pura in lui e non so se sia per il forte legame creatosi sembra conoscermi intimamente da più tempo di quanto sia in realtà. Ora sono felice e anche se sto vivendo questa nuova vita, ogni giorno prego per il mio defunto consorte, che riposi in eterno e trovi nell'aldilà quella pace che non ha mai avuto in vita.

Ultima testimonianza di Ewan prima della sua morte:

Non riesco a capire cosa stia facendo mio fratello nel tempo libero, torna la sera stanco e l'unica confessione che riesco ad estorcergli è che ama fare le passeggiate per cercare di lenire il suo malessere interiore. Provo pena per lui, da piccolo i nostri genitori si vergognavano del suo problema e l'hanno tenuto per anni segregato in casa permettendogli di uscire solo per poche ore alla settimana. Chiunque uscirebbe destabilizzato da un'infanzia del genere. A forza di crescere da solo temo che abbia avuto problemi per distinguere il vero dall'immaginifico: ricordo ancora di un singolare e triste episodio che ci accadde da piccoli; era venuta a trovarci una nostra cugina, Elizabeth, e portava con se una grande bambola di porcellana, molto bella, che quasi sembrava una bambina vera. La presentammo a Gregory che non si ricordava di lei e appena gli sorrise lui abbassò la testa e scappò intimidito nella sua stanza. La sera, quando Elizabeth tornò a casa, mi accorsi che era partita senza la sua bambola e mi misi a cercare per la casa la stanza dove poteva essersene dimenticata. In una sala del primo piano vidi la bambola per terra, rotta, piena di segni di inchiostro sui cocci della faccia. Mentre cercavo di capire che era avvenuto mi accorsi di esser osservato e notai mio fratello nascosto dietro la porta, gli andai incontro e vidi le sue mani sporche d'inchiostro. Cosa stesse scrivendo non ne ho idea, a mio fratello piaceva molto scrivere in assenza di altri svaghi, ma ci rimasi male nel sapere che aveva rotto un oggetto altrui molto prezioso e nemmeno si fosse degnato di chiedere scusa. Lo percossi e lo portai davanti alla bambola urlandogli “Perché l'hai fatto? Perché l'hai rotta?” ma lui in tutta risposta iniziò a piangere e urlare rispondendo “Non l'ho uccisa, non l'ho uccisa!”. La sua reazione mi sconvolse a tal punto che allentai la presa e lo vidi rifugiarsi nelle sue stanze. Che cosa gli fosse preso non ebbi mai a saperlo.

Crescendo avevo la speranza che la sua malattia si attenuasse e infine svanisse, per molti anni non ho avuto contatti con lui e credevo che le cose andassero meglio, quando ho saputo che si era sposato e che aveva problemi con la moglie ho temuto il peggio e la notte che le ha fatto violenza avrei quasi chiamato il manicomio se le lacrime di lei non mi avessero fermato. Non riesco a capire come una persona possa far del male in questo modo e non ricordarselo nemmeno. Ora ama stare quasi tutto il giorno fuori casa continuando a ripetere che va fuori a fare delle passeggiate, prego il cielo che non commetta qualche follia. La povera Liliane è esausta, credo che le offrirò un po' del mio scotch per rinfrancarla e farla dormire un po'.

Dal taccuino del dottor D.

Oggi è entrato uno strano individuo senza prenotazione, approfittando della mia ora di pausa è entrato nel mio studio frettolosamente, notai subito che era sconvolto e continuava a ripetere tra se che “se ne era andato”, che “si era liberato”, che “l'aveva visto morire con i suoi occhi ma che continuava a seguirlo”. Con tono cordiale e rassicurante, per non sconvolgerlo ancor di più lo convinsi a espormi il suo problema ed egli mi guardò incredulo e sbottò un:

-Mi segue, dottore, lui continua a seguirmi!

-A chi vi riferite?

-Mio fratello, è ovunque, l'ho visto morire con i miei occhi ma è ovunque!

-Spiegatevi meglio figliolo.

L'uomo tremava come una foglia in balia di una tempesta, persino la voce era talmente convulsa e singhiozzante che temetti crollasse totalmente da un attimo all'altro. Lentamente indicò col dito tremolante, lo specchio che si trovava appeso ad una parete:

-Che cosa vedete li?

-Due uomini, io e lei per la precisione.

-Ma l'altro è Ewan!

-Ewan? Chi è Ewan?

-Mio fratello... di Gregory...

-Oh ma allora voi siete il fratello di Gregory Winston, Ewan! Si ricordo, mi parlò spesso di voi nelle nostre precedenti sedute. Piacere di conoscerla sir, io sono dottor D un medico psichiatra e Gregory è un mio paziente da qualche mese.

-Si, io lo so...

-Ah lo sapete? Capisco, dunque mi stavate dicendo che vostro fratello...?

-È morto signore...

-Le mie più sentite condoglianze, davvero mi dispiace, oggi sembrava aver riacquistato un tassello importante per la sua guarigione.

-Si, lo so... ma vede dottore, mio fratello mi segue.

-Vi segue dove?

L'uomo continuò a indicare lo specchio.

-Ma io continuo a vedere solo noi due.

-Io non capisco...

Capii che era scosso, probabilmente la morte del fratello l'aveva colpito a tal punto da crearsi questa immagine mentale del defunto. Lo feci sedere e cercai di tranquillizzarlo, dopo alcune ore finalmente sembrò ragionare e lo vidi metter mani nel portafoglio per guardare i suoi documenti.

-Io sono Ewan...

-Certo signore, ora ascolti il mio consiglio: vada dalla sua cognata, di sicuro ora avrà bisogno di qualcuno che la conforti.

-Si, io sono Ewan e devo andare, ma quegli occhi, i suoi occhi mi fisseranno di continuo...

L'uomo se ne andò, quasi svuotato della sua consistenza, un guscio vuoto che vagava nella terra dei vivi. Lo vidi attraversare la strada dalla finestra e allora potei finalmente sorridere alla fine del mio ennesimo caso.

Io sono il dottor D. e sono il medico della vostra mente. Il mio compito è quello di trattare le “malattie dell'anima” come voi oggi amate chiamare quei fenomeni di cui voi non osavate neppure proferir parola, ma si sa, siamo nell'ottocento e le madre scienza ha soppiantato la stolta superstizione: tutto è spiegato scientificamente, il mondo è umanocentrico, non esistono forze superiori o arcani accadimenti.

Scientia imperatrix mundi

Il nulla è stato smascherato e con esso tutte le favole medievali che sono state disarcionate dalle loro cavalcature di cartapesta.

Nessuno è più lieto di me di codeste innovazioni.

Homus faber malum et fortuna sua.

O almeno questo è quello che credono...

Biografia autori

Agony (nato a Roma il 13\12\1983 – defunto a ? il ?)

Nalea Erie (Nata a Orbetello il 6\12\1986 – defunta a ? il ?)

Non v'è bisogno di raccontarsi,

di cos'erano e fecero prima d'incontrarsi

vi basti saper quando son nati,

cos'han fatto insieme e che infine se ne son andati

Fu in un bel giorno nel dei morti il mese,

che si incontraron senza tante pretese

Tra l'incontro, un pranzetto e due parole,

parea un incontro del tutto normale

galeotta fu la musica progressiva,

che li fece avvicinare suonando ossessiva

e dopo i primi e normali dubbi dell'inizio

nei giorni seguenti nacque il sodalizio

esso era spirituale, di lavoro e d'amore

e di giorno in giorno si alimentava con rinnovato ardore

la loro produzione letteraria fu di successo e a lungo continuativa

come il dell'amor sodalizio che li univa

vincevan riconoscimenti ad ogni occasione

e non v'era loro libro che non toccasse quota “un milione”

Da tempo oramai eran celebrità affermate

ma evitavano chirurgicamente il mondano e di gala le serate

nonostante il successo ben poco erano cambiati

per loro era un gioco come dal giorno che s'eran incontrati

dei guadagni e della fama di certo non eran bramosi

gli bastava fosse ancora come quel gioco di cui prima d'esser famosi

un bel giorno poi tutto d'un tratto

accadde quello che si può dir, uno strano fatto

come il giorno in cui al mondo letterario son apparsi

di nascosto e senza clamore dalle scene son scomparsi

furon formulate le teorie più assurde fantasiose e forti

tra cui ovviamente quella che in realtà fossero morti

questo è possibile ma nessun purtroppo ne sa di più

quel ch'è certo è solo che nessuno li vide...mai più...

(-Cara! Mi passi per favore quel cocktail di papaya?

-Certo tesoro, però tu gentilmente potresti dire a questo nativo che per il massaggio pomeridiano voglio l'olio di Jojoba? Lo farei io ma non parlo bene l'inglese lo sai! Grazie!

-Amore...da quando secondo te i polinesiani parlano inglese?...

…)

Mai più...

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