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Forno

 

Io ero in soggiorno che giocavo con le mie macchinine. Ogni tanto mi fermavo e strofinavo un dito sul pavimento, per essere sicuro di non averlo graffiato. Mia mamma sta sempre molto male quando trova delle imperfezioni in giro, tipo una briciola sotto il divano o una zanzara appiccicata alla pantofola. Forse un giorno troverà un graffio per terra e deciderà di buttare tutte le macchinine nel sacco nero della spazzatura.

Secondo me non ci penserebbe neanche a darmi una punizione così cattiva, ma non si può mai sapere. Tante persone sono sicure che io abbia solo cinque o sei anni, perché i miei compagni di classe sono tutti molto più alti e grossi di me. Se loro si sbagliano sulla mia età, può essere pure che io mi sbaglio su mia mamma. Per questo sto sempre attentissimo quando gioco. Non voglio rischiare. A casa i miei unici divertimenti sono le macchinine, la scatola dei pennarelli (ma alcuni non scrivono più), una scacchiera dove faccio azzuffare i pezzi come soldatini e alcuni fumetti di Topolino che puzzano e non si leggono più troppo bene.

Gli altri bambini non mi invitano mai a giocare a calcio o alla lotta perché hanno paura di farmi male. Dicono che se mi danno una spinta rischio di cascare a terra e finire sulla sedia a rotelle per tutta la vita. Dicono anche che io sto al banco più lontano dalla finestra perché il sole può farmi venire il cancro o accendermi come un fiammifero. Queste sono storie esagerate, però è vero che devo stare all’ombra perché ho la pelle delicata e molto bianca, e anche che sono più fragile degli altri bambini.

Sono fatto in questo modo perché mamma mi ha tirato fuori dal forno con più di due mesi di anticipo. Lo ha fatto perché era molto nervosa e le sembrava di aver sentito puzza di bruciato. Così sono uscito che le ossa non si erano ancora ben solidificate e la pelle non aveva preso il colore giusto. Anche il cuore e i polmoni non sono proprio perfetti, ma poteva andare peggio.

 

Dicevo che io giocavo con le mie macchinine e mamma fissava il forno in cucina, come sempre. Controllava Leo attraverso il vetro. 

Lo avevamo messo dentro che era solo un ammasso di pasta bianca e molliccia (è così che iniziamo tutti, mi ha detto mamma), ma dopo nove mesi pareva un bambino con ogni cosa al posto giusto. Per fare Leo, mamma aveva comprato tanta pasta di ottima qualità, perché non voleva ripetere gli errori che aveva fatto con me. Leo sarebbe cresciuto sano e robusto, e non ci avrebbe messo molti anni a superarmi in altezza e negli sport. Io ero molto contento perché finalmente avrei avuto un fratellino con cui condividere i pennarelli, la scacchiera e i fumetti di Topolino. In realtà i bambini piccoli non sanno leggere, però avrei potuto farlo io per lui.

A un certo punto ho lasciato perdere le macchinine e mi sono alzato in piedi. Le gambe erano tutte intorpidite, come sempre quando non le uso per un po’ di tempo. Dopo essermi dato qualche pizzicotto, però, la sensibilità è tornata.

Mamma era ancora di là, seduta davanti al forno. Aveva la bocca aperta e due grandi occhiaie viola. Gli occhi facevano su e giù e guardavano un po’ l’orologio, un po’ Leo nel forno. Sembrava ipnotizzata e non mi andava di disturbarla, così sono sceso in cantina senza chiedere il permesso.

 

In cantina ci sono molti scaffali pieni di scatoloni e su ognuno mamma ha scritto in stampatello che cosa contengono, tipo “DOCUMENTI OSPEDALE”, “CARTELLE UFFICIO”, “ALBERO DI NATALE”, “DOCUMENTI SCUOLA”, e così via. Su uno scaffale basso si trova uno scatolone con il mio nome. All’interno ci sono vecchi peluche e qualche libretto per bambini piccoli. Io volevo portare su quella roba così avrebbe potuto usarla Leo, che stava per nascere. 

Lo scatolone pesava e quando sono arrivato alle scale non ne potevo già più. Non riuscivo neanche a vedere dove mettevo i piedi. Così ho fatto due scalini e mi sono fermato a riposare: ero tutto sudato, respiravo male e il cuore mi batteva forte. Sono salito ancora un po’, anche se sentivo dolore alle gambe e alla schiena. In più cominciava a girarmi la testa, come mi succede spesso durante l’ora di ginnastica. Ho salito altri tre gradini, ma poi non ce l’ho fatta più: ho perso l’equilibrio e sono caduto di schiena, rotolando fino in fondo alla scale. Ho urlato per lo spavento mentre cadevo, ma poi ho urlato molto più forte quando sono atterrato sul braccio, che si è piegato in modo stranissimo. Sono rimasto svenuto per pochi secondi, finché mamma non è venuta a scuotermi tutta preoccupata. Piangeva e non capivo bene cosa volesse dirmi. Non la smetteva più di parlare e singhiozzare. Forse aveva paura che stavo morendo e voleva portarmi subito in ospedale. Piangevo anche io, ma per il dolore.

All’improvviso abbiamo sentito urlare anche dal piano di sopra. Erano urla di bambino. Mamma è corsa su dicendo parolacce e io l’ho seguita piano piano, anche se sentivo un dolorino in fondo alla schiena, la testa mi girava da morire e il braccio faceva proprio tanto male. Di sopra c’era una strana puzza che veniva dalla cucina. Sapevo che veniva da lì, perché sempre dalla cucina usciva fumo nero e le urla di mamma e del bambino. Quando sono entrato, il forno aperto sputava fumo, mentre mamma piangeva in piedi, con gli occhi di fuori e la bocca spalancata. Tra le mani teneva una specie di roccia nera e dalla roccia nera uscivano le urla del bambino. In quel momento ho cominciato a piangere di nuovo e ho sentito tanto male al cuore, perché ormai avevo capito che quello era Leo e che si era bruciato. Urlavamo tutti e tre, mentre mamma staccava delle croste dalla roccia sperando di trovarci Leo, lì sotto. Ma più lei grattava la crosta nera, più Leo gridava. Quando mamma si è trovata in mano un pezzo di crosta molto più grosso degli altri, lo ha fissato bene e lo ha lasciato cadere strillando. Era un braccio di Leo. La crosta nera che mamma grattava era Leo. Non so cosa è successo subito dopo, perché all’improvviso ho sentito bruciare il petto e sono svenuto di nuovo. Quando mi sono risvegliato ho visto mamma buttare nel sacco della spazzatura la crosta nera, che ormai non urlava più. Io ero sicuro che volesse buttarci anche me, nel sacco nero, ma non sono fuggito. Anzi, forse mi sono avvicinato un po’.

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