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Roberto Ballardini

Il ritorno del lupo bianco

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Il ritorno del lupo bianco

 

Intro


Picconero è un minuscolo paesino di 126 anime sul versante occidentale del Monte Tomba, chiuso tra una corona di contrafforti protesi verso il cielo come zanne e un bosco scuro come il fondo di un pozzo. Si appresta a sostenere l’ennesimo attacco dell’inverno. Mancano dieci giorni a Natale.

 

10. La confessione

 

Don Matteo esce dal confessionale e rimane a guardare il vecchio Germano allontanarsi verso la porta della chiesa, gli scarponi di cuoio che percuotono il pavimento di gres rifatto di recente con un suono ancora energico e minaccioso. Il sacerdote emette un sospiro, preoccupato, chiedendosi quale sia il modo migliore di gestire la situazione. Il dubbio e una certa insicurezza dovuta forse alla giovane età, lo inducono a fare ciò che spesso fanno gli uomini di fede. Niente.   

 

9. Un vecchio deprimente

 

Valeria smonta dal corpo di Carlo, ansante e sudata, e si lascia cadere nella sua metà del letto.

«Diosanto, mi sembra di aver cavalcato un drago.»

Lui la ignora e cambia discorso, per sembrare ancora più maschio di quanto sua moglie lo faccia sentire. Si solleva su un gomito e allunga la mano sul comodino per prendere le sigarette. Il bel corpo scolpito e muscoloso è costellato di tatuaggi. La donna ne ha uno vistoso in mezzo ai seni: un’aquila li cinge entrambi con due ali possenti.

«Hai telefonato a Vincenzo?» le chiede.

«Sì, lui e Teresa vengono su la sera di Natale, per la cena, e rimangono fino a San Silvestro. È tutto deciso. E tu hai pensato a tuo padre?»

«In che senso?»

«Lo sai cosa intendo. Suonato com’è, ci fa fare sempre delle figure di merda con gli amici. E poi, diciamocelo, avere sotto gli occhi un vecchio decrepito e delirante il giorno di Natale non è il massimo dell’allegria, eh.»

«E che dovrei fare, scusa? Mettergli un cuscino sulla faccia?»

«Ma che bella idea!» esclama Valeria, con una gran risata.

 

8. Beata ignoranza

 

Olga è obesa, vedova e pettegola. In volume se ne farebbero due, di silfidi come Valeria, che sta seduta nella cucina della vicina di casa e sorseggia una cioccolata speziata.

«Buonissima. Cosa ci metti?»

«Cioccolato bianco e nero, peperoncino, cannella, scorza d’arancio e un goccio appena di Cointreau. Hai poi risolto il problema di tuo suocero?»

«Non ancora. Devo convincere Carlo a portarlo in albergo, almeno fino all’epifania. Aspetto il momento giusto.»

«Non so come fai a tenertelo in casa. A me ha sempre fatto paura» dice abbassando la cerniera della tuta rossa per infilarci una mano e grattarsi uno dei seni enormi.

«Be’, sai com’è. Tecnicamente è ancora casa sua.»

«Dicono tutti che sia stato un feroce assassino.»

«C’era la guerra, Olga. Ha solo fatto bene il suo lavoro» replica Valeria, pensando al padre. Se la sentisse, di certo la redarguirebbe.

La guerra un lavoro? Beata ignoranza.

 

7. L’arsenale

 

«Il vecchio ci tiene le armi, lassù, vi dico» si infervora Mirco, «mio padre lo ha visto cacciare con almeno tre fucili diversi.»

«Io non ci vado di sicuro, in quel bosco di merda» risponde uno degli amici che gli stanno seduti intorno. «Mio nonno lo conosce, il vecchio pazzo. Erano in guerra insieme. Dice che era una specie di fenomeno, un tiratore infallibile, ed è meglio stare alla larga dal suo rifugio. Non ci vuole niente che abbia piazzato delle trappole, intorno alla baracca.»

«Non dire cazzate» replica Mirco, lanciando la bottiglia di birra vuota giù per il pendio a fianco del bar. «E chi cazzo è quello stronzo rincoglionito, Rambo? Quello ormai non si trova nemmeno l’uccello per pisciare, figuriamoci se mette delle trappole. Ne avete della fantasia, coglione, tu e quell’altro scimunito di tuo nonno.”

Mirco sbuffa e va a prendersi un’altra birra. Tutti cagasotto, in quel paese di merda. Gli toccherà fare da solo, come al solito.

 

6. Chi non dimentica

 

«Non credo sia il caso» dice il sindaco alla delegazione di vecchietti che sono venuti dal paese più piccolo della contea a cui sovrintende, per sottoporgli la loro richiesta.

«Signor sindaco» risponde il vecchio Moretti, scandalizzato, «il lupo bianco è uno degli eroi più valorosi di questo paese. Una targa al merito al centro della piazza è il minimo che il paese possa fare per dimostrargli la propria riconoscenza. E dovrebbe farlo finché è ancora vivo, se mi permette.»

«Non usate quel soprannome, per carità.» Il sindaco si irrita per la loro insistenza, ma si sforza di mantenere un tono comprensivo. «Il paese gli è grato, ovviamente, ma vi pare che io possa promuovere una targa per un uomo che pare abbia ucciso qualche centinaio di persone?»

«Di nemici, cazzo!»

«Stia calmo, Moretti. Quello che dovete capire è che la guerra è come una grande ferita. Continuare a metterci le dita dentro non aiuterà la guarigione. Bisogna saper dimenticare.»

«Ci avete mandato a morire, puttanatroia, e ora volete dimenticare?»

«Moretti…»

«’Sti due coglioni! Noi non dimentichiamo proprio un cazzo!» urla il vecchio e se ne esce fuori dall’ufficio, seguito dal resto della delegazione.

 

5. Il lupo bianco, prima parte

 

«Il lupo bianco è sempre stato lo spirito protettore di questo nostro caro paese.»

Nessuno dei ventidue bambini che ascoltano la maestra, in piedi davanti alla cattedra, può capire se intenda Piccoscuro o l’Italia intera, e nemmeno se lo chiede.

«Io l’ho sognato, la scorsa notte» continua con una espressione estatica, guardando attraverso il vetro della finestra alla sua sinistra. «Tornerà e ucciderà tutti i vostri genitori perché vivono solo di paura, ormai, e la paura è ciò di cui si nutre il lupo.»

Danilo, il bidello, si trova per caso nel corridoio fuori dall’aula e sente quelle parole, dopodiché corre subito dalla preside e la informa che la maestra Cortesi, secondo lui da sempre un po’ stramba, ora ha sbroccato completamente.

 

4. Un mondo di pazzi

 

Appena le viene recapitata la notizia da un’altra pettegola sentinella di paese sua pari, Olga solleva la cornetta e chiama Valeria. «Lo dicevo io che quella era pazza. Senza un uomo, senza figli, sempre lì a leggere e scrivere poesie. Quando penso che aveva in custodia i nostri bambini, quella strega. Io la porterei nel bosco e la impiccherei a un ramo con le mie mani. Sì. Sì. Assolutamente. Sono d’accordo con te al cento per cento. A proposito, questa mattina ho sentito tuo suocero ululare come un lupo. Alle quattro del mattino! Che cosa sta succedendo, accipicchia? Questo mondo si sta affollando di pazzi furiosi. Carlo che ha detto? Se lo vuole tenere in casa? Be’, fossi in te io lo chiuderei a chiave nella sua camera. Gli porti un piatto di lasagne e una coscia di tacchino a mezzogiorno e perlomeno non ce l’hai fra le palle per tutto il resto della giornata.»

 

3. L’occhio del cecchino

 

Adriano rovescia sul banco una banconota spiegazzata e fa cenno al barista di versargli da bere. L’uomo lo guarda con compassione e scuote la testa.

«Nessuno vede il mondo come lo vede un cecchino» comincia il vecchio ubriacone. «Il cecchino ha un occhio solo e osserva da lontano, non percepisce le sfumature e nemmeno i colori. Per il cecchino il mondo è tutto bianco, come la neve. Se entri nel suo campo visivo lo fai come un elemento di disturbo e come tale devi essere eliminato.»

«Che ne sai, tu?» chiede l’oste distrattamente.

Il vecchio lo ignora. «Lo soprannominarono il lupo bianco per via di una leggenda di questo paese. La storia di un vecchio lupo cacciato dal branco. Io la conoscevo bene, quella e tante altre, ma ora la memoria…»

«Meglio che chiudi la bocca. Anche la maestra Cortesi stava sempre a farneticare di leggende e vecchie storie, ed è praticamente impazzita. Quindi zitto, o finisci a farle compagnia in manicomio.»

Moretti entra nel locale e va a sedersi accanto al vecchio. «Un giro per il mio amico, oste, e vedi di lasciarlo in pace.»

 

2. Il lupo bianco, seconda parte

 

«Che è successo, Anita?» le chiede la dottoressa dalla poltrona di fronte, con la schiena dritta, le ginocchia unite e le mani giunte in grembo. Lo studio ha un aspetto confortevole, raccolto.

La sorella di Anita ha fissato un appuntamento con la psicologa il giorno stesso in cui lei ha avuto la crisi a scuola, e ora è seduta nel divanetto di pelle della sala d’attesa.

«Io l’ho sognato…»

«Cosa hai sognato, cara?»

«Il lupo tornava…»

«Questo lupo...È davvero un lupo oppure è una persona che in qualche modo costituisce per te una minaccia?»

Anita Cortesi guarda la bella dottoressa dai capelli scuri come se avesse appena detto una sciocchezza.

«Per me? No, il mio Germano non mi farebbe mai del male. Lui mi ama. Tornerà a prendermi e insieme ci occuperemo dei bambini. Li salveremo tutti e li cresceremo nel modo giusto.»

Finita la seduta, la sorella accompagna Anita in un istituto religioso e paga la retta affinché le suore possano occuparsene fino a che lei non si sia organizzata per prenderla con sé, a Piccoscuro.

Anita dà in escandescenze, urlando che deve assolutamente tornare in paese. Quella sera stessa tenta di fuggire e cade dalla finestra del primo piano, spezzandosi il collo.

 

1. Ultimi minuti della vigilia

 

Mancano pochi minuti a mezzanotte. Mirco bestemmia, uscendo nel buio dalla baracca. La torcia elettrica non dà più segno di vita e lui è costretto ad aiutarsi col cellulare. Ha trovato il nascondiglio del vecchio, sotto le tavole del pavimento, sotto il letto, ma era vuoto. Tanta fatica per niente, pensa.

Un attimo dopo un proiettile 30-06 sparato da uno dei fucili che è venuto a cercare lo centra sotto l’occhio destro, lasciandolo in fin di vita nel pacciame del bosco. L’odore pungente della terra scura gli si stringe intorno come per trascinarlo sotto. I suoi familiari sono abituati a vederlo rincasare tardi, il sabato sera, e si accorgeranno della sua scomparsa soltanto la mattina seguente, quando troveranno il letto vuoto. A quel punto, però, come tutto il resto del paese, avranno altro di cui preoccuparsi.

 

0. Natale

 

Il vecchio comincia a parlare da solo alle cinque del mattino.

«Cazzo, Carlo…» mugugna Valeria, sotto il cuscino.

«Che c’è?» risponde Carlo, emergendo dal sonno.

«Tuo padre sta delirando.»

Carlo si alza faticosamente. «Vado a calmarlo.»

«Diosanto, quanto odio i vecchi. Dovremmo sopprimerli tutti, al primo segnale di demenza senile. Sarebbe una grazia per loro, e anche per noi» dice lei con voce impastata e rabbiosa, i capelli aggrovigliati che le scendono davanti al viso.

Quando Carlo torna a letto, Valeria ne esce, si infila nella vestaglia di lana e strascica le ciabatte in direzione del bagno. Ha una cena di Natale per dodici invitati, e deve darsi da fare per prepararla.

 

La mattanza

 

Carlo esce dalla camera da letto e ciondola fino al bagno, sbadigliando sguaiatamente. Malgrado l’interruzione per calmare il vecchio, si è fatto una gran bella dormita, come capita di rado. Raggiunge la tazza e piscia seduto, con gli occhi chiusi.

C’è qualcosa di strano che non riesce a individuare, poi ci arriva: silenzio totale, come mai? Valeria sta in cucina a preparare e lei non fa mai nulla senza la radio accesa. All’esterno si leva un grido. Lui sussulta, ormai completamente sveglio. Si scrolla il pene e si alza per aprire la finestra e guardare fuori, ma nel momento in cui si tira su le mutande e i pantaloni, incontra gli occhi di sua moglie, che lo osserva serafica. Carlo balza all’indietro, inorridito, perché si rende conto all’istante che il corpo è adagiato nella vasca in posizione prona e la testa non è girata come dovrebbe.

Non riesce a toglierle lo sguardo di dosso, spingendo con la schiena contro la finestra come se volesse sfondarla e passare dall’altra parte. È un proiettile a sfondare il vetro, invece, spezzandogli la colonna vertebrale all’altezza del collo, e lui cade come una marionetta senza fili tra la tazza e il muro.

All’esterno si levano altre grida angosciate, distanziate da vuoti precipizi di silenzio. La goffa sagoma di Olga spicca in mezzo al bianco assoluto. Sbuffa e arranca come una locomotiva deragliata, le guance rosse quanto la tuta, il respiro una penosa cacofonia di fischi e ansiti. Ogni qualvolta l’andatura scema e il grosso corpo sembra doversi accasciare in mezzo alla neve, un colpo di fucile le si schianta fra i piedi e riparte. Un proiettile le buca una natica e scoppia a piangere, continuando a ciondolare senza una direzione precisa. Un uomo la chiama dalla porta della sua abitazione, rimanendo al riparo, e Olga fa un ultimo sforzo. Quando è vicino alla salvezza, un colpo le affonda nella nuca, asportandole in uscita buona parte del naso, e vola oltre la soglia, accasciandosi all’interno.

In quello stesso momento, a qualche centinaio di metri di distanza, Don Matteo esce dalla chiesa tenendo le braccia sollevate nell’aria e un crocifisso in alto sopra la testa, rivolto verso il bosco nella direzione da cui è partito l’ultimo sparo. La paura gli blocca il fiato e non sa come parlare all’uomo nascosto là dentro. Quando infine si decide e prende fiato per alzare la voce, il colpo del Garand gli attraversa la gola e le parole gorgogliano nel sangue, colandogli sul mento e lungo il collo.  

 

Alle tre del pomeriggio le strade sono deserte, cosparse di cadaveri che vanno scomparendo man mano che la neve li ricopre. Nel bar della piazza si sono rifugiate una ventina di persone. La linea della corrente elettrica è stata sabotata, la luce è quindi quella gialla e fosca delle lampade a olio che caratterizzano l’estetica del locale insieme alle altre vestigia del passato. Il sibilo della legna che brucia nella stufa enfatizza l’angoscia generale. Le imposte delle finestre sono serrate e tutti i presenti hanno la chiara percezione di essere rinchiusi in una precaria bolla di luce e calore perduta in mezzo a chilometri di gelo invernale.

Sopraggiungono due uomini, trafelati. I loro occhi sono lucidi, disorientati. Scuotono la testa. La gente radunata nel locale li guarda, in attesa.     

“I Menotti, i Miani, i Salmin...Tutti morti, sgozzati in casa o uccisi sulla strada a colpi di fucile.”

“Tutti…morti?” chiede il barista, deglutendo a fatica.

“Gli altri non sappiamo. Ci siamo spaventati e siamo tornati indietro.”

«Tutti morti…» ripete Maura, la fornaia. «Anche i bambini?»

I due uomini si guardano l’un l’altro, come se si rendessero conto soltanto ora di aver trascurato un particolare importante. «No, bambini non ne abbiamo visti, in effetti. Nemmeno uno.»

Fuori cala l’oscurità, nel bar un silenzio costernato. Un’onda di terrore attraversa il gruppo. La sensazione di isolamento risulta intollerabile. Dal fondo del locale giunge la risata di Adriano, il vecchio ubriacone. Il tono impastato della sua voce ha qualcosa di compiaciuto.

«È tornato. Il lupo bianco è tornato.»

Moretti si accende una sigaretta e si lascia cadere sulla panca più vicina.

Fuori la bufera cresce nuovamente d’intensità. La bolla di luce e calore sbiadisce dietro il turbinio dei fiocchi di neve, fino a sparire del tutto.

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Non lo avevo letto a Dicembre, spero di recuperare ora. Bel racconto @Roberto Ballardini, veramente mi ritrovo a corto di parole. So che prima di essere inseriti in questa sezione del wd, l'autore può revisionare il brano alla luce dei commenti, ti avranno dato degli ottimi suggeriementi a cui ti sarai affidato in fase di seconda postata (si dirà così?O_-) in questo modo ho la scusa per giustificare la mia mancanza di annotazioni xD, ti lascio però alcune riflessioni. Hai descitto delle scene in ordine sparso, ogni piccolo capitolo è talmente ben strutturato che il lettore non si preoccupa di ricomporre il puzzle. Si lascia trasportare dalla lettura, con la consapevolezza che alla fine tutto si capirà. Credo sia un ottima dote per uno scrittore, rendere chiari più contesti e più personaggi per poi mescolarli, senza scoraggiare il lettore: sa che in base alle fondamenta che gli hai dato, il racconto troverà un senso e non imploderà. Cosa ti posso dire della scenografia, se non che mi sono sentita lì tra i personaggi a sbirciare le loro storie fatte di paure e pregiudizi? La legenda del lupo bianco che ritorna per vendicarsi si sente in tutte le scene a tendere il filo. Mi ha ricordato il pifferaio magico in un certo senso: ci sono i bambini che vengono salvati dall'egoismo e dall'ingraditudine dei loro genitori.

Ciao :)

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