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Kuno

[H2018 - FC] Forno

Post raccomandati

Commento

Imprevisto, mutilazione.

 

Forno

 

Io ero in soggiorno che giocavo con le mie macchinine. Ogni tanto mi fermavo e strofinavo un dito sul pavimento, per essere sicuro di non averlo graffiato. Mia mamma sta sempre molto male quando trova delle imperfezioni in giro, tipo una briciola sotto il divano o una zanzara appiccicata alla pantofola. Forse un giorno troverà un graffio per terra e deciderà di buttare tutte le macchinine nel sacco nero della spazzatura.

Secondo me non ci penserebbe neanche a darmi una punizione così cattiva, ma non si può mai sapere. Tante persone sono sicure che io abbia solo cinque o sei anni, perché i miei compagni di classe sono tutti molto più alti e grossi di me. Se loro si sbagliano sulla mia età, può essere pure che io mi sbaglio su mia mamma. Per questo sto sempre attentissimo quando gioco. Non voglio rischiare. A casa i miei unici divertimenti sono le macchinine, la scatola dei pennarelli (ma alcuni non scrivono più), una scacchiera dove faccio azzuffare i pezzi come soldatini e alcuni fumetti di Topolino che puzzano e non si leggono più troppo bene.

Gli altri bambini non mi invitano mai a giocare a calcio o alla lotta perché hanno paura di farmi male. Dicono che se mi danno una spinta rischio di cascare a terra e finire sulla sedia a rotelle per tutta la vita. Dicono anche che io siedo al banco più lontano dalla finestra perché il sole può farmi venire il cancro o accendermi come un fiammifero. Queste sono storie esagerate, però è vero che devo stare all’ombra perché ho la pelle delicata e molto bianca, e anche che sono più fragile degli altri bambini.

Sono fatto in questo modo perché mamma mi ha tirato fuori dal forno con più di due mesi di anticipo. Lo ha fatto perché era molto nervosa e le sembrava di aver sentito puzza di bruciato. Così sono uscito che le ossa non si erano ancora ben solidificate e la pelle non aveva preso il colore giusto. Anche il cuore e i polmoni non sono proprio perfetti, ma poteva andare peggio.

 

Dicevo che io giocavo con le mie macchinine e mamma fissava il forno in cucina, come sempre. Controllava Leo attraverso il vetro. 

Lo avevamo messo dentro che era solo un ammasso di pasta bianca e molliccia (è così che iniziamo tutti, mi ha detto mamma), ma dopo nove mesi pareva un bambino con ogni cosa al posto giusto. Per fare Leo, mamma aveva comprato tanta pasta di ottima qualità, perché non voleva ripetere gli errori che aveva fatto con me. Leo sarebbe cresciuto sano e robusto, e non ci avrebbe messo molti anni a superarmi in altezza e negli sport. Io ero molto contento perché finalmente avrei avuto un fratellino con cui condividere i pennarelli, la scacchiera e i fumetti di Topolino. In realtà i bambini piccoli non sanno leggere, però avrei potuto farlo io per lui.

A un certo punto ho lasciato perdere le macchinine e mi sono alzato in piedi. Le gambe erano tutte intorpidite, come sempre quando non le uso per un po’ di tempo. Dopo essermi dato qualche pizzicotto, però, la sensibilità è tornata.

Mamma era ancora di là, seduta davanti al forno. Aveva la bocca aperta e due grandi occhiaie viola. Gli occhi facevano su e giù e guardavano un po’ l’orologio, un po’ Leo nel forno. Sembrava ipnotizzata e non mi andava di disturbarla, così sono sceso in cantina senza chiedere il permesso.

 

In cantina ci sono molti scaffali pieni di scatoloni e su ognuno mamma ha scritto in stampatello che cosa contengono, tipo “DOCUMENTI OSPEDALE”, “CARTELLE UFFICIO”, “ALBERO DI NATALE”, “DOCUMENTI SCUOLA”, e così via. Su uno scaffale basso si trova uno scatolone con il mio nome. All’interno ci sono vecchi peluche e qualche libretto per bambini piccoli. Io volevo portare su quella roba così avrebbe potuto usarla Leo, che stava per nascere. 

Lo scatolone pesava e quando sono arrivato alle scale non ne potevo già più. Non riuscivo neanche a vedere dove mettevo i piedi. Così ho fatto due scalini e mi sono fermato a riposare: ero tutto sudato, respiravo male e il cuore mi batteva forte. Sono salito ancora un po’, anche se sentivo dolore alle gambe e alla schiena. In più cominciava a girarmi la testa, come mi succede spesso durante l’ora di ginnastica. Ho salito altri tre gradini, ma poi non ce l’ho fatta più: ho perso l’equilibrio e sono caduto di schiena, rotolando fino in fondo alla scale. Ho urlato per lo spavento mentre cadevo, ma poi ho urlato molto più forte quando sono atterrato sul braccio, che si è piegato in modo stranissimo. Sono rimasto svenuto per pochi secondi, finché mamma non è venuta a scuotermi tutta preoccupata. Piangeva e non capivo bene cosa volesse dirmi. Non se la smetteva più di parlare e singhiozzare. Forse aveva paura che stavo morendo e voleva portarmi subito in ospedale. Piangevo anche io, ma per il dolore.

All’improvviso abbiamo sentito urlare anche dal piano di sopra. Erano urla di bambino. Mamma è corsa su dicendo parolacce e io l’ho seguita piano piano, anche se sentivo un dolorino in fondo alla schiena, la testa mi girava da morire e il braccio faceva proprio tanto male. Di sopra c’era una strana puzza che veniva dalla cucina. Sapevo che veniva da lì, perché sempre dalla cucina usciva fumo nero e le urla di mamma e del bambino. Quando sono entrato, il forno aperto sputava fumo, mentre mamma piangeva in piedi, con gli occhi di fuori e la bocca spalancata. Tra le mani teneva una specie di roccia nera e dalla roccia nera uscivano le urla del bambino. In quel momento ho cominciato a piangere di nuovo e ho sentito tanto male al cuore, perché ormai avevo capito che quello era Leo e che si era bruciato. Urlavamo tutti e tre, mentre mamma staccava delle croste dalla roccia sperando di trovarci Leo, lì sotto. Ma più lei grattava la crosta nera, più Leo gridava. Quando mamma si è trovata in mano un pezzo di crosta molto più grosso degli altri, lo ha fissato bene e lo ha lasciato cadere strillando. Era un braccio di Leo. La crosta nera che mamma grattava era Leo. Non so cosa è successo subito dopo, perché all’improvviso ho sentito bruciare il petto e sono svenuto di nuovo. Quando mi sono risvegliato ho visto mamma buttare nel sacco della spazzatura la crosta nera, che ormai non urlava più. Io ero sicuro che volesse buttarci anche me, nel sacco nero, ma non sono fuggito. Anzi, forse mi sono avvicinato un po’.

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Un mondo dove i bambini nascono nel forno, dove le mamme impastano la vita (e sono pure sfigate, perché gli viene sempre male);  un mondo, insomma, parallelo al nostro, un delirio in piena regola. M'è piaciuto, il racconto, soprattutto per la sua scrittura piana, regolare (di contro alla " irregolarità" del contenuto), per la sua prosa semplice, non ricercata, che però mette in scena situazioni "impossibili".

1 ora fa, Kuno ha detto:

Anzi, forse mi sono avvicinato un po

Bello anche questo finale che non è un finale, una chiusa che potrebbe essere un incipit, se il soggetto narrante (ci) dicesse cosa gli è successo dopo il suo avvicinamento, che cosa abbia comportato l'avvicinarsi. Ma forse non può dirlo, chiuso nel sacco nero.

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Ciao, @Kuno.

 

Il tuo stile paratattico formalmente perfetto e l'equilibrio della narrazione mi hanno fatto pensare all'immagine che Winckelmann usava per definire l'arte greca: imperturbabile come la profondità del mare, che resta sempre immobile per quanto agitata sia la superficie.


In un involucro candido e grottesco nascondi il tuo personalissimo modo di sentire il dolore della vita e le sue innumerevoli contraddizioni (e ingiustizie).

Le tue descrizioni sono precise; non ti lasci dietro fili pendenti; controlli attentamente il lessico che usi affinché non tradisca emozioni; temi la scompostezza come la peste.

 

A inizio lettura mi aveva meravigliato l'uso pleonastico del pronome: esso però acquista un senso alla luce del secondo paragrafo, dove riprendi (Dicevo...) le fila del discorso interrotto all'inizio.

Con la sequenza io giocavo/mamma fissava il forno si completa la frase iniziale e l'Io sospeso trova un sostegno.


Se fossi un editore, pubblicherei i tuoi racconti e quelli di @flambar; poi chiederei a @Miss Ribston di progettare le copertine.

 

Spoiler

Hai per caso visto Gli Incredibili 2? Nel cortometraggio che precede il film c'è una mamma che prepara i ravioli cinesi e uno di essi diventa un raviolo-bambino.

 

Grazie e un saluto.
 

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Stile impeccabile e scorrevolezza agghiacciante , mi e' salita l'ansia leggendo il tuo racconto ma non me ne riuscivo a staccare, complimenti.

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Il 5/11/2018 alle 19:46, Kuno ha detto:

Commento

Imprevisto, mutilazione.

 

Forno

 

Io ero in soggiorno che giocavo con le mie macchinine. Ogni tanto mi fermavo e strofinavo un dito sul pavimento, per essere sicuro di non averlo graffiato. Mia mamma sta sempre molto male quando trova delle imperfezioni in giro, tipo una briciola sotto il divano o una zanzara appiccicata alla pantofola. Forse un giorno troverà un graffio per terra e deciderà di buttare tutte le macchinine nel sacco nero della spazzatura.

Secondo me non ci penserebbe neanche a darmi una punizione così cattiva, ma non si può mai sapere. Tante persone sono sicure che io abbia solo cinque o sei anni, perché i miei compagni di classe sono tutti molto più alti e grossi di me. Se loro si sbagliano sulla mia età, può essere pure che io mi sbaglio su mia mamma. Per questo sto sempre attentissimo quando gioco. Non voglio rischiare. A casa i miei unici divertimenti sono le macchinine, la scatola dei pennarelli (ma alcuni non scrivono più), una scacchiera dove faccio azzuffare i pezzi come soldatini e alcuni fumetti di Topolino che puzzano e non si leggono più troppo bene.

Gli altri bambini non mi invitano mai a giocare a calcio o alla lotta perché hanno paura di farmi male. Dicono che se mi danno una spinta rischio di cascare a terra e finire sulla sedia a rotelle per tutta la vita. Dicono anche che io siedo al banco più lontano dalla finestra perché il sole può farmi venire il cancro o accendermi come un fiammifero. Queste sono storie esagerate, però è vero che devo stare all’ombra perché ho la pelle delicata e molto bianca, e anche che sono più fragile degli altri bambini.

Sono fatto in questo modo perché mamma mi ha tirato fuori dal forno con più di due mesi di anticipo. Lo ha fatto perché era molto nervosa e le sembrava di aver sentito puzza di bruciato. Così sono uscito che le ossa non si erano ancora ben solidificate e la pelle non aveva preso il colore giusto. Anche il cuore e i polmoni non sono proprio perfetti, ma poteva andare peggio.

 

Dicevo che io giocavo con le mie macchinine e mamma fissava il forno in cucina, come sempre. Controllava Leo attraverso il vetro. 

Lo avevamo messo dentro che era solo un ammasso di pasta bianca e molliccia (è così che iniziamo tutti, mi ha detto mamma), ma dopo nove mesi pareva un bambino con ogni cosa al posto giusto. Per fare Leo, mamma aveva comprato tanta pasta di ottima qualità, perché non voleva ripetere gli errori che aveva fatto con me. Leo sarebbe cresciuto sano e robusto, e non ci avrebbe messo molti anni a superarmi in altezza e negli sport. Io ero molto contento perché finalmente avrei avuto un fratellino con cui condividere i pennarelli, la scacchiera e i fumetti di Topolino. In realtà i bambini piccoli non sanno leggere, però avrei potuto farlo io per lui.

A un certo punto ho lasciato perdere le macchinine e mi sono alzato in piedi. Le gambe erano tutte intorpidite, come sempre quando non le uso per un po’ di tempo. Dopo essermi dato qualche pizzicotto, però, la sensibilità è tornata.

Mamma era ancora di là, seduta davanti al forno. Aveva la bocca aperta e due grandi occhiaie viola. Gli occhi facevano su e giù e guardavano un po’ l’orologio, un po’ Leo nel forno. Sembrava ipnotizzata e non mi andava di disturbarla, così sono sceso in cantina senza chiedere il permesso.

 

In cantina ci sono molti scaffali pieni di scatoloni e su ognuno mamma ha scritto in stampatello che cosa contengono, tipo “DOCUMENTI OSPEDALE”, “CARTELLE UFFICIO”, “ALBERO DI NATALE”, “DOCUMENTI SCUOLA”, e così via. Su uno scaffale basso si trova uno scatolone con il mio nome. All’interno ci sono vecchi peluche e qualche libretto per bambini piccoli. Io volevo portare su quella roba così avrebbe potuto usarla Leo, che stava per nascere. 

Lo scatolone pesava e quando sono arrivato alle scale non ne potevo già più. Non riuscivo neanche a vedere dove mettevo i piedi. Così ho fatto due scalini e mi sono fermato a riposare: ero tutto sudato, respiravo male e il cuore mi batteva forte. Sono salito ancora un po’, anche se sentivo dolore alle gambe e alla schiena. In più cominciava a girarmi la testa, come mi succede spesso durante l’ora di ginnastica. Ho salito altri tre gradini, ma poi non ce l’ho fatta più: ho perso l’equilibrio e sono caduto di schiena, rotolando fino in fondo alla scale. Ho urlato per lo spavento mentre cadevo, ma poi ho urlato molto più forte quando sono atterrato sul braccio, che si è piegato in modo stranissimo. Sono rimasto svenuto per pochi secondi, finché mamma non è venuta a scuotermi tutta preoccupata. Piangeva e non capivo bene cosa volesse dirmi. Non se la smetteva più di parlare e singhiozzare. Forse aveva paura che stavo morendo e voleva portarmi subito in ospedale. Piangevo anche io, ma per il dolore.

All’improvviso abbiamo sentito urlare anche dal piano di sopra. Erano urla di bambino. Mamma è corsa su dicendo parolacce e io l’ho seguita piano piano, anche se sentivo un dolorino in fondo alla schiena, la testa mi girava da morire e il braccio faceva proprio tanto male. Di sopra c’era una strana puzza che veniva dalla cucina. Sapevo che veniva da lì, perché sempre dalla cucina usciva fumo nero e le urla di mamma e del bambino. Quando sono entrato, il forno aperto sputava fumo, mentre mamma piangeva in piedi, con gli occhi di fuori e la bocca spalancata. Tra le mani teneva una specie di roccia nera e dalla roccia nera uscivano le urla del bambino. In quel momento ho cominciato a piangere di nuovo e ho sentito tanto male al cuore, perché ormai avevo capito che quello era Leo e che si era bruciato. Urlavamo tutti e tre, mentre mamma staccava delle croste dalla roccia sperando di trovarci Leo, lì sotto. Ma più lei grattava la crosta nera, più Leo gridava. Quando mamma si è trovata in mano un pezzo di crosta molto più grosso degli altri, lo ha fissato bene e lo ha lasciato cadere strillando. Era un braccio di Leo. La crosta nera che mamma grattava era Leo. Non so cosa è successo subito dopo, perché all’improvviso ho sentito bruciare il petto e sono svenuto di nuovo. Quando mi sono risvegliato ho visto mamma buttare nel sacco della spazzatura la crosta nera, che ormai non urlava più. Io ero sicuro che volesse buttarci anche me, nel sacco nero, ma non sono fuggito. Anzi, forse mi sono avvicinato un po’.

Buona sera @KunoGrado che quasi tutte le mamme hanno qualcosa che li unisce. Quella del tuo racconto, stava male se vedeva un imperfezione o una zanzara appiccicata ad una pantofola, la mia mamma, se vedeva una sola mosca che gironzolava libera in casa veniva presa da una misteriosa profonda crisi, poi, è meglio che non ti dico cosa succedeva se  vedeva qualcuno parlare ad alta voce nelle vicinanze di un bambino o delle piante, Ooh! non era una donna debole, era molto dura nelle decisioni ed era capace di andare fino in fondo. Grazie della lettura a rileggerti

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@Kuno

 

Mi è piaciuto! Sopratutto la storia. Leggendolo, lo stile mi ha fatto un po' sobbalzare, eppure tutto è voluto. Al netto dei conti, secondo me, proprio un bel racconto. Complimenti!

Te l'ho già detto e ogni volta lo confermi: come scrittore hai stoffa. Scrivi assai bene, in maniera del tutto originale, sia per stile che per trame, sapendoti ormai ben destreggiare e differenziare nel tuo. Insomma, hai molto talento, secondo me, oltre che affinate capacità.

Un racconto che volendo ha svariate e molteplici interpretazioni metaforiche. Ma in fin dei conti tali interpretazioni sembrano non richieste dalla storia stessa, che invece chiede di essere accettata e letta per quello che è, anche se strana, anche se assurda, ma non sempre così assurda, dunque lasciamole fuori.

 

Da un punto di vista puramente logico-grammaticale, non mi ha convinto troppo il passaggio (alternanza) narrativo dei tempi passato-presente, che non sempre mi sembrano giustificarsi in relazione agli eventi raccontati. Il presente è la vita attuale, che continua a scorrere, ma che anche è sempre scorsa così, eppure, tutto secondo me appare un po' confusionario, poiché sembra quasi che parli dello stesso momento sia al presente che al passato.

Il finale (che mi è molto piaciuto) lascia poi quasi intuire che non necessariamente ci sia un "futuro" nel quale il narratore abbia la possibilità di raccontare e raccontarsi al presente, ossia tale da giustificare il presente verbale. 

Ci sono poi ripetizioni di parole e uno stile a "flusso di coscienza" dove il colloquiale prende il sopravvento sul grammaticale. Il tutto, si potrebbe (a mio) dire che apparentemente non sembra sempre ben scritto, eppure è ben scritto perché è in funzione dell'età della voce narrante (un bambino, biscottino, o quello che è), perché la storia è assurda, ma sopratutto, il tutto è ben scritto perché ti prende dall'inizio alla fine, quando si esclama: mi è piaciuto!

 

Nessuna vera annotazione specifica da muoverti, qualche dubbio l'ho avuto, ma non mi sembrava così importante, dunque: complimenti e... alla prossima!

 

Spoiler

P.S.: non credo sia molto horror, non credo tu lo creda, non credo lo crederebbe lo Stregone, ma chissà... a volerlo metainterpretare...

 

 

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Grazie Kuno per questo racconto, perfetto da tutti i punti di vista sintattico e contenutistico, di storia. Mi ha ricordato certe storie di Aimee Bender "Creature ostinate" racconti sospesi a metà del surreale. Bravo!

Hai pubblicato qualche libro di racconti?

A presto!

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Letto.

Il tuo miglior racconto di sempre (per ora). L'unico appunto sono, forse, alcune scelte stilistiche: quanti anni ha il protagonista? Perché se parli di macchinine, pastelli e Topolino, le parentesi e certe parole (tipo "cancro") hanno un effetto straniante.

Concordo poi con @AndC sull'alternanza passato-presente:

 

Io ero in soggiorno che giocavo con le mie macchinine. Ogni tanto mi fermavo e strofinavo un dito sul pavimento, per essere sicuro di non averlo graffiato. Mia mamma sta sempre molto male quando trova delle imperfezioni in giro, tipo una briciola sotto il divano o una zanzara appiccicata alla pantofola. Forse un giorno troverà un graffio per terra e deciderà di buttare tutte le macchinine nel sacco nero della spazzatura.

 

L'incipit si riferisce a un evento vissuto (quindi è passato del tempo tra il lui che gioca e il lui che racconta), però quando dice "Mia mamma sta sempre molto male quando trova delle imperfezioni in giro", ci fa capire che tale evento non è così remoto, visto che, ora come allora, la madre (che, si presume, ancora viva, reagisce sempre in un certo davanti al disordine).

 

Forse un giorno troverà un graffio per terra e deciderà di buttare tutte le macchinine nel sacco nero della spazzatura.

 

Ecco, ora tutto quadra: l'azione descritta nell'incipit è distante pochissimo tempo dal suo resoconto, magari qualche ora. Dopo di ciò, c'è una digressione al tempo presente dove ci racconta un po' di lui, poi si ritorna la passato:

 

Dicevo che io giocavo con le mie macchinine e mamma fissava il forno in cucina, come sempre. Controllava Leo attraverso il vetro. 

 

Proposta che manderai a quella provincia: premettendo che sono per l'uso e l'alternanza dei tempi verbali, la butto lì... perché non provare a scriverlo tutto al presente (o al passato) per vedere che effetto fa? 

 

Alla prossima.

 

mucca-immagine-animata-0290.gif

Modificato da Rewind

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4 ore fa, Rewind ha detto:

quanti anni ha il protagonista? 

Pensavo tipo 8-9 anni. Dici che ci può stare?

Ricordo che per tutte le elementari io ho giocato con macchinine, beyblade, roboraptor e cose del genere. Alle medie la playstation ha sostituito tutto. Oggi forse è un po’ diverso: mio fratello ha sei anni, gioca a minecraft sull’ipad e segue qualche youtuber. Non lo so... sta cosa dell’età del protagonista, in effetti, mi ha messo in difficoltà. 

 

4 ore fa, Rewind ha detto:

Concordo poi con @AndC sull'alternanza passato-presente:

Credo di aver usato nel modo più... corretto i tempi verbali, ma capisco cosa intendete tu e @AndC: passo da un tempo all’altro, di continuo. Può disturbare.

Spiego molto brevemente: l’idea era quella di scrivere un “tema in classe”. Il bambino racconta per iscritto cosa è successo l’altro ieri, una settimana fa, l’estate passata... un evento recente, comunque. 

Scriverlo tutto al presente o tutto al passato avrebbe portato un po’ di ordine, ma sarebbe stato poco sensato (i bambini non conoscono questi “trucchetti” da scribacchini navigati: non raccontano al presente un evento già passato :D ), per questo ho scelto di fare come ho fatto. Però voglio provare a scriverlo tutto al presente, come proponi tu. Vediamo come viene.

 

Grazie @Rewind. Ti mungo affettuosamente :muu: 

 

19 ore fa, Bruno Traven ha detto:

Hai pubblicato qualche libro di racconti?

Scusa Bruno, mi era sfuggita questa domanda: no, non ho mai inviato nulla alle case editrici.

Non conoscevo Aimee Bender. Cerco sempre qualcosa di nuovo da leggere, quindi grazie per il suggerimento involontario. :D 

 

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@Kuno cavolo se scrivi bene. Racconto bellissimo, non esagero. Horror o meno mi ha angosciato (la parte in cui la madre realizza di stare “grattando” via suo figlio nella speranza di trovare lo stesso intatto sotto la crosta è terribile). Ci sono un paio di espressioni un po’ troppo ricercate (per esempio la parola “sensibilità” per indicare le gambe che si risvegliano: usata da un adulto non creerebbe problemi, ma per un bambino sceglierei qualcosa di più semplice, piuttosto una perifrasi). 

Infine, c’è un netto stacco tra la prima parte in cui il bambino presenta se stesso e i suoi giochi e la seconda dedicata alla cottura del fratellino. Asciugherei un po’ la prima parte a favore della seconda.

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WTF! E' questa la sigla del premio che aveva istitutito @Nerio, vero? What the fuck!

 

Gran bel pezzo di racconto, si legge tutto d'un fiato. C'è tensione ma non c'è proprio horror per come lo intendo io, anche se forse visto in un corto potrebbe far paura (per via della mamma che guarda il forno, della scena finale con i pezzettini di Leo). Ma essendo fuori concorso non mi pongo il dubbio. Di certo mi avrebbe dato qualche grattacapo in fase di voto.

 

L'età del bambino secondo me è intorno ai nove anni, ho visto giusto? Perché dice che è poco più grande di sei ma ancora si vede che è piccolo. NOn ricordo in quale racconto ma non riuscivo a dare un'età al giovane protagonista, perché a cavallo tra i sei e i quindici anni, in questo caso invece il protagonista è ben connotato, con un linguaggio non privo di sbavature (e io che ti ho letto so che le hai fatte di proposito), ma scritto in modo davvero avvincente. Hai fatto bene a svelare quasi subito le carte, perché questo manda il lettore in un vortice di psicosi da bambini fatti in forno (versione riveduta di Pinocchio) :D

 

IL finale è invece di una tristezza unica :( ottimo lavoro.

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Terrible, @Kuno,

il tuo racconto è tremendo, una storia orribile in cui nessuno riesce a districare il vero dall’immaginario, né vorrebbe farlo. Hai perso il ferro da stiro, ma scrivi sempre meravigliosamente bene. 

Mi è piaciuto quanto quello dei gemelli siamesi, ma questo è ancora più tetro. L’angocia si percepisce dall’inizio e va crescendo, ho finito il racconto in apnea, col presagio, quasi la certezza del bambino bruciato, eppure le croste grattate via danno ancora una sfumatura d’imprevedibile. 

Per me l’orrore e la paura ci sono tutti. Visto che sei fuori concorso, ti darei il premio della critica o uno di quei cosi lì. 

 

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@Kuno Bravissimo, ottimo lavoro... dall'originalità del soggetto, al registro che hai dato al bimbo narrante.

Unico appunto:

Il 5/11/2018 alle 19:46, Kuno ha detto:

Anche il cuore e i polmoni

non so... anche se dice di avere più di cinque o sei anni, ha un modo di parlare infantile e sentirgli citare cuore e polmoni... boh... mi è sembrato un po' fuori posto...

ma è solo un'inezia che magari ho notato solo io...

 

Il finale è forse il momento più terribile... con il fosco presagio di una punizione che non si sa se effettivamente arriverà o meno e quanto terrificante sarà...

Bello davvero... a rileggersi.

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Detto da me è raro, però questo è decisamente il caso: mi hai turbato

Complimenti :)

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Non è un caso che il sacco sia nero. Quando ho letto la prima volta questo dettaglio, ho intuito il ruolo cruciale che avrebbe avuto.

Poi è arrivato il forno, e ho creduto a un'allegoria salvo poi lasciarmi guidare nel surrealismo. È una progressione che mi ha appagato.

Si nota la cura nella regia e nello stile scelto, farcito di finte imprecisioni che contestualizzano senza minare l'andamento della lettura. Ed è proprio la robustezza stilistica a far spiccare il racconto, a supporto di un'idea sì stravagante ma non così graffiante come nelle tue migliori occasioni. Il risultato complessivo è comunque davvero notevole.

Se non è un ottimo lavoro questo, mi chiedo cosa.

 

PS:

Il 5/11/2018 alle 19:46, Kuno ha detto:

giocare a calcio o alla lotta

Che diavolo di usanze hanno i bimbi sulle coste adriatiche? xD 

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Ciao @Kuno, bel racconto(y). Come al solito il brano ha un'armoniosa scorrevolezza, si legge d'un fiato sospesi tra la curiosità di capire/sapere e l'angoscia condivisa col protagonista.

 

Non insisto oltre, sei davvero bravo da far invidia :scapiangere:ma un difetto l'ho trovato, almeno per i miei gusti... Il titolo! Sì, c'è uno strano forno uterino ma proprio non crea atmosfera questa parola;)

 

Talia 

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Piacevolmente inquietante. Ecco, questo è degno di un premio WTF :o (nel senso buono del termine, ovvero che ti fa dire 'che cosa ca...').

Ancora una volta prendi un elemento caro ai tuoi tops narrativi (un luogo comune o un modo di dire) e lo stravolgi in modo grottesco e assurdo, mettendo il lettore davanti al nonsense della convenzione linguistica. In questo caso: associare l'idea della gestazione a quella del forno.

A essere onesto questo modo di dire l'ho sentito adoperare poco, ma devo riconoscere che è più tipico della cultura anglosassone ("let's put a baby in the oven", ovvero "mettiamo un bambino nel forno" per dire 'concepiamo un figlio').

Devo dire però che questa volta ti sei superato, facendo tuo un punto strategico della narrazione horror, ovvero la confusione fra ciò che è reale e cose è invenzione.

Come lettore sono rimasto completamente sconvolto dal sottile gioco di significati (figurali e reali) che hai saputo costruire dietro quel 'forno': il protagonista è una creatura artificiale oppure è un bambino prematuro, magari affetto da qualche ritardo? la madre della storia ha davvero 'cucinato' suo figlio Leo o semplicemente quest'ultimo è una creatura artificiale come suo fratello? Cosa è reale e cosa no?

Nella storia dissemini sapientemente degli indizi che potrebbero portare in una direzione o meno, ma sempre a seconda dell'interpretazione… brillante.

 

Non trovo particolari rimproveri e/o correzioni da fare.

Hai il mio pollice su per quello che riguarda l'horror. Se mai ti venisse voglia di tentare la sorta con qualche podcast horror (vd. The no sleep podcast), mi offro di aiutarti a tradurlo in inglese.

Complimenti

 

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Ciao @Kuno ,

quella donna seduta davanti al forno con gli occhi spalancati verrà a trovarmi nei miei incubi, sappilo!

Leggendo il racconto sono riuscita a "vedere" le scene che hai creato, e questo merito alla fluidità della tua scrittura che scorre senza inciampi per arrivare proprio lì, dove vuoi tu.

Le immagini vivide insieme a una trama per niente scontata e molto spiazzante, fanno di questo racconto un signor racconto.

Una certa "incoerenza" nei tempi verbali è plausibile essendo il protagonista e narratore un bambino, anzi, questo espediente (non chiedermi il perchè… ma forse vivendo con un bambino piccolo certe cose vengono semplicemente assimilate), fa risultare più umano il bambino stesso.

Un horror elegante, molto visivo,  d'impatto e convincente.

Si può chiedere di più?

Complimenti.

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@caipiroska @AdStr :flower:

 

Il 14/11/2018 alle 17:32, Talia ha detto:

un difetto l'ho trovato, almeno per i miei gusti... Il titolo

@Talia Vero! Ci ho pensato tanto ma non ho trovato un titolo decente.

Grazie :flower:

 

 

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Vadi, vadi. Mentre Voi siete via queffe ed io ci occuperemo del maniero.

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Nel brano, un testo horror ambientato nella testa di un bambino, mi ha colpito la bravura dell'autore di "pensare" da bambino, che prende il mondo dell'adulto come inalterabile e ingiudicabile a prescindere, ossia un mondo da accettare così com'è, inevitabile e infallibile. La logica dei bimbi è un assoluto.

Stile asciutto e descrittivo, preciso e piano, eppure incalzante e che tiene desta la curiosità del lettore.

La mia ammirazione, @Kuno

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Sono arrivata da pochi giorni su questo forum e, tra i primi racconti che sono riuscita a leggere, c'è stato questo.

Solitamente quando si tratta di racconti o romanzi narrati in prima persona da bambini/ragazzini non ho vie di mezzo: o li amo (per quanto son scritti bene) o li odio (a causa della poca verosimiglianza). Non è facile tornare indietro nel tempo e tornare a pensare con la mente incorrotta di un bambino. 

 

Da lettrice mi verrebbe da fare un solo appunto, ovvero di porre attenzione ai tempi verbali che, in questo racconto, altalenano tra il presente ed il passato (cosa, per altro, fatta già notare da altri, quindi non ti sto dicendo nulla di nuovo :D ). Non stanno male, però rischiano di rovinare un po' l'atmosfera! 

 

Ho apprezzato tantissimo il finale aperto, invoglia tantissimo a voler sapere che cosa accadrà in seguito. 

Ho immaginato la mamma davanti al forno, il volto deformato in un urlo straziante e i bulbi oculari vuoti e neri. Sin dall'inizio quella madre non è una donna come tutte le altre: somiglia quasi ad una dea primordiale, selvaggia e misteriosa. Gi unici suoni che provengono dalla sua bocca sono vituperi e grida. Parla solo quando/se viene disturbata. E' la prerogativa di tutte le divinità: udiamo la loro voce soltanto quando qualcosa di funesto sta per accadere. 

 

Complimenti per averci regalato questo piccolo incubo!

 

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