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Traccia 5 (lo psicopatico), boa: Ci dev'essere una mutilazione di qualche tipo.

 

commento: 

 

 

 

«Ken non ha il pisellino! Non ha il pisellino!»

Mi diverto un sacco con mio fratello e mia sorella. Sono un po’ più grandi di me e tutti i giochi che sono miei adesso, prima erano loro.

Stiamo sempre insieme e anche quando la mamma ci chiama perché secondo lei abbiamo giocato abbastanza e dobbiamo uscire subito dalla cameretta, rimaniamo dentro e facciamo ancora più baccano, così pensa che non l’abbiamo sentita e si decide a lasciarci in pace.

«Nemmeno Barbie ha la patatina! Le ho tolto le mutandine e non ce l’ha!»

Giochiamo con tutto.

Prendiamo i dinosauri di mio fratello e facciamo finta di essere degli esploratori che trovano un tempio antico, infestato di pterodattili.

Oppure prendiamo le fatine di mia sorella e le facciamo volare da un capo all’altro della stanza, immaginando che siano delle fatine acrobate.

O ancora prendiamo i superliquidator e facciamo finta che siano fucili al plutonio, con cui uccidere gli alieni cattivi.

Quante risate e quanto divertimento.

Vorrei davvero che non finisse mai.

 

«Comandante Barkley, mi riceve?»

Un po’ seccato, apro la trasmittente.

È matematico: ogni volta che do il primo morso al mio sandwich, arriva una chiamata.

«Dimmi, Parker.»

«Siamo stati chiamati da una donna, signore. Abita sulla quinta e dice che i suoi figli sono rimasti chiusi in camera. Li chiama da ore e niente.»

«Siamo forse l’associazione fabbri d’America, Parker?»

«No, signore. Lo so. È che la donna dice di sentire odore di sangue. Piangeva mentre parlavamo al telefono. Credo che un fabbro non basti.»

«Dammi l’indirizzo. Ci vediamo lì.»

Segno tutto quello che mi dice il mio sottoposto e chiudo la conversazione. Parker è da poco con noi. È il più emotivo dei ragazzi e forse è il meno adatto a fare questo mestiere.

Eppure c’era qualcosa nella sua voce che mi ha fatto scattare sulla poltrona dell’ufficio.

Mi alzo, recupero la giacca dall’attaccapanni ed esco fuori.

 

L’odore di sangue c’è davvero.

Distinguibile già dalla porta d’ingresso.

E c’è anche una donna minuta in lacrime, che mi fa strada verso la camera incriminata.

Le sue parole di dolore cercano di venir fuori, fra i singhiozzi di un pianto ormai disperato.

«Stanno… giocando! Si sent…ono. Ma non mi risp…ondono. Perché?»

Vorrei trovare una risposta esauriente, per farla calmare, ma fino a che non entro in quella maledetta stanza, posso solo immaginare.

Poi do indicazione a un Parker con il volto paonazzo e sudato di buttare giù la porta e il mio sottoposto, nonostante i movimenti incerti, al secondo tentativo riesce ad aprire un varco.

Ci metto qualche istante a focalizzare.

Quelli che la signora aveva preso per rumori prodotti dai figli, sono prodotti in realtà da uno soltanto.

Un bambino sui dieci anni, ci rivolge uno sguardo a metà fra il sorpreso e l’infastidito. Attorno a lui ci sono giochi di vario genere, macchie di sangue di varie dimensioni, un revolver, un coltellino e un piccolo pene mozzato.

Ci sono poi il cadavere di un altro bambino maschio, con il pube martoriato di fresco e quello di una bambina, a cui è toccata la stessa sorte.

Entrambi presentano il foro di un proiettile al centro della fronte.

«Barbie! Ken! No!» urla la donna con gli occhi strabuzzati e si getta sui corpi dei due figli.

Parker ha la prontezza di bloccarla e trascinarla con forza fuori dalla stanza.

Io raccolgo la pistola e il coltellino, con l’intento di mettere la situazione in sicurezza, mentre il bambino con una voce estremamente piatta mi fa: «Vi odio. Ci stavamo divertendo un mondo.»

 

È il momento di capire, se possibile.

Oswald, questo il nome dell’autore del massacro, è stato messo in isolamento.

La madre, passato il momento iniziale di sordo dolore, ha voluto parlare con me. Lo ha preteso.

Forse anche lei ha bisogno di dare un contorno a tutto questo. Di trovare il razionale nell’irrazionale.

Siamo seduti al tavolo della cucina. Mi guarda con estrema lucidità. È lei a cominciare la conversazione.

«Oswald ha una malformazione.»

Di che tipo? Vorrei chiedere. Ma è ancora lei a parlare.

«È nato senza organi genitali.»

Ecco il razionale. Ecco la spiegazione.

Deglutisco un importante groppo di saliva.

Dare un contorno a tutto questo fa bene a noi e soprattutto a questa madre spezzata dalla disperazione.

«Dove può aver preso la pistola e il coltello, signora? So che probabilmente non avrà una risposta per questa domanda, ma sarebbe di estremo aiuto per le indagini.»

«Gliel’ho procurati io.»

Non credo di aver capito bene.

Ripeto nella testa ogni singola parola dell’ultima frase pronunciata dalla mia interlocutrice e proprio non viene fuori alcun nesso logico.

«Vede, anche io sono nata senza genitali. Barbie, Ken e Oswald, il mio adorato Oswald, sono stati adottati. I primi due avevano riempito il mio cuore. Ma quando dopo anni di ricerche mi sono imbattuta in Oswald, ho capito di essere finalmente completa. Lui è come me. È puro. Barbie e Ken non lo erano. Erano solo un palliativo. Meritavano di morire.»

Lo sguardo della donna non mi piace.

Vorrei urlare per attirare l’attenzione dei miei uomini nella stanza accanto e avere il loro aiuto, ma ho paura che la reazione di chi siede al tavolo con me possa essere sconsiderata.

«Perché ci ha chiamato, allora? Che senso ha?»

«Sapevo che sarebbe venuta la polizia. Mi piace l’uomo in divisa, sa? Sono una donna pura, con un figlio puro. Vorrei un marito puro. Mi basterà mondare il suo corpo e avrò ciò che desidero.»

Succede tutto in un attimo.

La donna salta sul tavolo con un paio di movimenti caotici e furiosi e in un attimo mi è addosso. Con la mano sinistra cerco di tenerla a bada, mentre con la mano destra tento di tirar fuori la pistola.

Nonostante la piccola stazza, la donna ha una forza notevole e, complice l’effetto sorpresa, sta per sopraffarmi.

È lei a mettere le mani sulla pistola e a puntarla verso il mio pube.

Bang!

Non provo dolore dove dovrei provarlo.

Eppure ha sparato. Ne sono sicuro.

«Comandante Barkley, è ferito?»

Benedetto Parker. È stato lui a far partire il colpo e a mettere fuori gioco la donna, ferendola a un fianco.

«Sto bene, ragazzo. Sto bene.»

 

  

 

 

 

 

 

Modificato da Lo scrittore incolore

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Uè bello, bentornato.  Ma guarda che qui te s'è scolorito pure il titolo del racconto... :asd:

Edit: ok, ora è tornato l'inchiostro!

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Mi aspettavo un titolo di trentasei parole! :muu: 

Letto. Mi ha fatto più ridere che paura, ma magari è perché sono infantile (ihih genitali).

 

Ciao @Lo scrittore incolore :flower:

 

 

 

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Buon pomeriggio a te, @Lo scrittore incolore

 

Ho trovato il tuo racconto ben scritto, piacevole, con una buona dose di "effetto paradossale", ma... boh, forse "pensato" (più che "scritto") troppo in fretta.

Peccato anche per il banale finale "buonista"...

... però direi che le doti ci sono, si intravede che hai capacità! 

 

Quindi tornerò a rileggerti prossimamente! (y)

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7 ore fa, H3c70r ha detto:

Buon pomeriggio a te, @Lo scrittore incolore

 

Ho trovato il tuo racconto ben scritto, piacevole, con una buona dose di "effetto paradossale", ma... boh, forse "pensato" (più che "scritto") troppo in fretta.

Peccato anche per il banale finale "buonista"...

... però direi che le doti ci sono, si intravede che hai capacità! 

 

Quindi tornerò a rileggerti prossimamente! (y)

Ciao! Grazie per il passaggio e il feedback :) le tue parole fanno piacere! ;)

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Ciao carissimo,

quanto tempo, sono felice di leggerti di nuovo. Se devo dirla tutta ti ricordavo con una comicità più brillante ma siamo in un contest horror quindi diciamo che hai le palle tagliate (per stare in tema). 

Nella prima parte del dialogo finale, diciamo questa:

 

Il 4/11/2018 alle 19:32, Lo scrittore incolore ha detto:

È il momento di capire, se possibile.

Oswald, questo il nome dell’autore del massacro, è stato messo in isolamento.

La madre, passato il momento iniziale di sordo dolore, ha voluto parlare con me. Lo ha preteso.

Forse anche lei ha bisogno di dare un contorno a tutto questo. Di trovare il razionale nell’irrazionale.

Siamo seduti al tavolo della cucina. Mi guarda con estrema lucidità. È lei a cominciare la conversazione.

«Oswald ha una malformazione.»

Di che tipo? Vorrei chiedere. Ma è ancora lei a parlare.

«È nato senza organi genitali.»

Ecco il razionale. Ecco la spiegazione.

Deglutisco un importante groppo di saliva.

Dare un contorno a tutto questo fa bene a noi e soprattutto a questa madre spezzata dalla disperazione.

«Dove può aver preso la pistola e il coltello, signora? So che probabilmente non avrà una risposta per questa domanda, ma sarebbe di estremo aiuto per le indagini.»

«Gliel’ho procurati io.»

Non credo di aver capito bene.

Ripeto nella testa ogni singola parola dell’ultima frase pronunciata dalla mia interlocutrice e proprio non viene fuori alcun nesso logico.

«Vede, anche io sono nata senza genitali. Barbie, Ken e Oswald, il mio adorato Oswald, sono stati adottati. I primi due avevano riempito il mio cuore. Ma quando dopo anni di ricerche mi sono imbattuta in Oswald, ho capito di essere finalmente completa. Lui è come me. È puro. Barbie e Ken non lo erano. Erano solo un palliativo. Meritavano di morire.»

Lo sguardo della donna non mi piace.

Vorrei urlare per attirare l’attenzione dei miei uomini nella stanza accanto e avere il loro aiuto, ma ho paura che la reazione di chi siede al tavolo con me possa essere sconsiderata.

«Perché ci ha chiamato, allora? Che senso ha?»

mi sembrava tutto un grande e deludente spiegone. 

Poi quando arrivi all'aggressione della donna verso il poliziotto tutto acquista senso ma mi è sembrato comunque illogico. Di fatto la donna avrebbe potuto saltargli addosso fin da subito, diciamo quando le entrano in casa. Perchè aspettare l'interrogatorio? L'unico motivo è che l'interrogatorio serviva al narratore. 

Insomma tutto molto bello e inquietante ma avrei strutturato diversamente la parte finale. La struttura spiegone+colpo di scena+salvataggio in extremis non mi ha soddisfatto del tutto.

 

Spero di leggerti presto.

 

 

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@Lo scrittore incolore ciao e piacere di leggerti per la prima volta.

Stavo per gridare al capolavoro quando è arrivat la parte che @Thea ti segnala: condivido al 100% la sua osservazione.

Nel complesso sono piacevolmente colpito, ma ho il rammarico di una seconda parte non ai livelli della prima, dove secondo me l'intuizione c'è tutta e fa quasi gridare al WTF

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Mi unisco al coro di chi sperava che il WTF sacramente messo su nella parte centrale avesse una degna prosecuzione. Ovviamente non è tanto lo spiegone, quanto il fatto che quella situazione narrativa mi pare tanto venire fuori da quei filmazzi trash (quelli veri, quelli che non sanno di esserlo) in cui lo psicopatico di turno diventa a tratti un totale idiota a favore di una resa più cinematografica dell'attacco. A mio parere non regge nemmeno l'idea stessa che questa metta in una stanza Oswald e gli altri due bimbi, sperando che anche lui manifesti una psicopatia tale da lasciarsi andare all'omicidio, e tutto questo solo per avere una scusa e una vittima per la sua di psicopatia (praticamente identica tra l'altro). Mi sembra una costruzione traballante anche in un contesto così weird.

Comunque. Conservi ancora un potere magnetico sui tuoi testi. Il lettore si aspetta sempre qualcosa di originale e si può assolutamente dire che non tradisci mai le aspettatative
 

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@Lo scrittore incolore Non so... il tuo racconto non mi ha convinto appieno... ho trovato fin troppo forzata la premessa su cui fondi tutto: una patologia così particolare su due individui diversi. E inoltre lo stesso fatto che una donna con tale patologia (e quindi grossi problemi, come si vede dal racconto) possa adottare tre bambini l'ho trovato inverosimile...

siamo d'accordo che in un racconto horror la veridicità è l'ultimo degli aspetti di cui tener conto, però in questo caso mi pare tu abbia abusato fin troppo del campo libero che la tematica horror concede.

E a rendere ancora più forzata la struttura del racconto è la reazione della madre: normale all'inizio, quando chiama disperata la polizia, e folle alla fine, quando rivela la sua vera natura...

Forse per rendere più funzionante il tutto, poteva essere una buona idea eliminare la patologia della donna, una vedova che aveva avuto questi 3 figli l'ultimo dei quali era appunto privo di genitali (magari a seguito di un'evirazione, più credibile rispetto alla patologia inventata nel testo) e che divenuta iper protettiva nei suoi confronti, procedeva al massacro...

 

Questa è giusto una bozza di come l'avrei sviluppato io, magari a te non piace... però boh, mi faceva piacere dirtelo...

A rileggersi.

 

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@Lo scrittore incolore ciao, Inc! Bentornato! Il racconto è ben scritto, come d'altronde ci hai abituato, eppure non so, qualcosa mi è mancato. È tutto così strano, a partire dalla malformazione della donna. Va bene la sua follia, e si capisce cosa l'abbia provocata, però non so. Ci sono cose che non mi convincono, in primis la sua condizione di madre adottiva, che trovo insensata vista la patologia. E Oswald che la asseconda così.. dall'incipit non si avvince che odia i fratelli, anche se, a una seconda lettura, dopo i fatti esposti lo si può pensare. Ma la cosa che mi ha maggiormente sorpreso è il cambio di punto di vista. Inizi con Oswald e poi passi al poliziotto. Un racconto piacevole senza dubbio, ma non mi ha convinto del tutto. O forse, quando si tratta di uno dei miei autori preferiti qui, ho le aspettative assai alte. ;) Sempre bravo, ma puoi fare di più! 

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Il 4/11/2018 alle 21:32, Lo scrittore incolore ha detto:

«Gliel’ho procurati io.»

 

Il plurale meglio non abbreviarlo

 

Per il resto il testo mi ha tenuto inchiodato alla lettura e si legge davvero in modo scorrevole. Forse è più thriller che horror, ma è un mio punto di vista. Mi ha colpito molto il cambio di narratore (anche se si capisce subito, all'inizio ho pensato che fosse il bambino cresciuto). Il finale mi ha convinto meno, non tanto per lo spiegone, ma per il fatto che lui fosse da solo con la donna (è vero che non era una criminale, ma di solito sono in due o c'è qualcuno che guarda, evidentemente Parker che ha sparato). Però in quella scena qualcosa di stonato c'è, anche se non ti saprei dire cosa. Idea grandiosa (potevi mostrare meglio la pazzia della donna, tipo che "noi siamo due angeli" o qualcosa di simile). Comunque lo stile è il tuo e ogni volta lo apprezzo (anche se... aspetta se me lo ricordo... Piri Mai mi era piaciuto molto di più). 

 

ps. Mi ricordavo bene "Piri Mai"? Il racconto dello stregone era il tuo se ricordo bene, dell'Isola di Pasqua.

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Il 4/11/2018 alle 19:32, Lo scrittore incolore ha detto:

È stato lui a far partire il colpo e a mettere fuori gioco la donna, ferendola a un fianco.

Per fortuna il fianco ce l'aveva.

Ben ritrovato, @Lo scrittore incolore, dovunque tu sia stato non hai perso la verve e la tua sana vena di follia. Un bel racconto, neanche troppo lungo. E dopo averne letti un casino, questa è sicuramente una qualità.

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Psicopatica la madre, psicopatico il figlio: si sono davvero trovati. Ci sono delle domande che sorgono nella mente del lettore, tipo quando l'ultimo figlio è stato adottato e quando ha dato segni di squilibrio e se questo ha fatto scattare poi qualcosa nella testa della donna, facendola andare fuori di capo oppure se lo è sempre stata ma ha tentato di cercare di essere normale. Ci sono dei punti deboli nello svolgimento della trama, ma lo sviluppo e lo stile sono tali da coinvolgere comunque il lettore in questo turbine di follia. 

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Ciao @Lo scrittore incolore, il tuo racconto ha una struttura e narrazione, si legge, attira il lettore, lo incolla alla sedia finché non ha finito. Da questo punto vista ben fatto.

La storia suona a tratti un po' inverosimile, cosa che a me non disturba se la trama tiene con elementi coerenti tra loro. In questo contesto, catapultare il lettore in scene non del tutto verosimili aiuta comunque la riflessione. Perché nel tuo racconto, almeno a me è sembrato, c'è voglia di far riflettere sulla diversità. 

Il gesto estremo, di Bobbittiana memoria(mi riferisco a Lorena), ha un suo perché. 

 

C'è solo un punto che non mi ha convinta, ovvero il movente. Anzi, meglio, I moventi. Oswald uccide i fratelli perché con loro si diverte e:

Il 4/11/2018 alle 19:32, Lo scrittore incolore ha detto:

Vorrei davvero che non finisse mai.

Mentre la madre va alla ricerca della purezza:

Il 4/11/2018 alle 19:32, Lo scrittore incolore ha detto:

Lui è come me. È puro. Barbie e Ken non lo erano. Erano solo un palliativo. Meritavano di morire.»

Ecco, per dare quel tocco di coerenza e accendere la riflessione nel lettore, farei provare gli stessi sentimenti a madre e figlio verso il fatto di essere portatori di questa rara malformazione. 

 

Nel complesso, il racconto è scritto molto molto bene, la storia è originale, la lettura è divertente e scorrevole. 

 

Talia 

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Il tuo racconto è originale, ben scritto e mantiene una suspense costante fino alla fine. Il finale mi ha lasciato perplessa, con la donna (completamente pazza) a cui è stato permesso di adottare tre volte e per di più un bambino con la sua stessa malformazione già non è credibilissimo, ma anche decidendo di crederci, il delirio della donna che vuole un "compagno puro", l'ho trovato davvero un po' troppo forzato. sarà anche perché negli anni ho letto diverse cose sui neonati nati ermafroditi o con i genitali assenti o ambigui, e so che quasi ovunque la norma è operarli appena possibile per "normalizzare" la cosa.

Insomma, ho apprezzato il racconto e la tua scrittura, ma senza poter davvero credere alla trama, il coinvolgimento e l'effetto sono stati un po' attenuati. Ciao

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La scrittura di racconti è un'arte strana. Da un lato se si omette nella speranza di sfruttare bene i non-detti, il rischio concreto è il disappunto di un lettore insoddisfatto; dall'altro, a voler chiarire tutto viene subito sgamato lo spiegone. Che fare, allora? Sinceramente non l'ho ancora capito neppure io.

Per quanto mi riguarda, credo che comunque l'omissione sia sempre preferibile all'infodump, dovendo scegliere fra una via e l'altra (anche se l'ideale sarebbe un buon equilibrio, traguardo tosto da raggiungere).

C'è molta consapevolezza stilistica nel racconto, @Lo scrittore incolore. Prende subito e accompagna verso la chiusura con la dovuta dose di pathos, salvo poi frenare durante l'interrogatorio. Sul finale ho sentimenti contrastanti. Intendiamoci, in questo contesto un lieto fine mette di fronte a un bivio: aspettativa disattesa e spiazzamento, due sfumature dello stesso effetto. Tutto sommato a me non è dispiaciuto essere spiazzato, laddove è facile aspettarsi un epilogo macabro.

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Ciao @Lo scrittore incolore ,

questo racconto ha molte potenzialità, ma l'ho trovato un pò sbilanciato.

Quando ci sono i bambini di mezzo, mi si accende la curiosità, e devo dire che non mi hai delusa.

Sfuma un pò tutta l'inquietudine verso il finale, dove tutto prende una piega troppo "normale", lasciandomi vagamente insoddisfatta.

Complimenti per l'idea.

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Bella idea, @Lo scrittore incolore !

Questo è il classico esempio di racconto che mostra il fianco con il limite di ottomila caratteri.

Mi sarebbe piaciuto leggere un interrogatorio più lungo, con gli arrampicamenti sugli specchi della madre e un accompagnamento più lento all'intuizione dell'accaduto.

L'horror è molto ristretto, però, e il finale lieto mi ha lasciato un po' deluso, sono sincero.

 

A rileggerti!

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