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Francescam

Pseudo case editrici

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9 ore fa, Folletto ha detto:

Ad ogni modo sottolineo che la realtà editoriale italiana è quantomeno surreale. 

Pochi, pochissimi lettori, tanti scrittori e ben 4500 e rotti case editrici (si ragazzi, sono proprio cosi tante).

 

La situazione è davvero tragica. Gli editori sono degli imprenditori che devono trarre un profitto dai loro investimenti. Mi sembra logico, a questo punto, fare riferimento a un "capitale sociale" , per definire le risorse su cui un'azienda può fare riferimento, in modo da svolgere al meglio la propria attività.

Ad esempio per Mondadori sono indicati queste cifre al 16/04/2018:

http://www.mondadori.it/investors/capitale-sociale-e-azionariato

 

Quota

Il capitale sociale di Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., interamente sottoscritto e versato, è pari ad euro 67.979.168,40

 

Purtroppo, questi dati non sono disponibili per tutte le case editrici, quindi, resta difficile capire chi siano le "pseudo case editrici" e la loro capacità di fare impresa.

Qui viene suggerito un altro metodo per riconoscere l'editore giusto:

COME RICONOSCERE L’EDITORE GIUSTO

Suddividendoli in "editori a pagamento", "editori colossali", "editori idealisti" e "editori indipendenti". Secondo me, però, conviene poi fare ulteriori differenzazioni. Notando soprattutto se la casa editrice partecipa a delle fiere di settore, quante presentazioni svolge con i propri autori, la qualità dei libri pubblicati (numero di vendite e accoglimento della critica) e ecc.

 

Il 1/11/2018 alle 20:03, Francescam ha detto:

Diciamo che questo è un po' il periodo dei decaloghi irritanti e non proprio consoni alla materia. E' tutto molto semplice per un editore anche subissato: non prende in considerazione chi non interessa.

 

Questo è un altro aspetto interessante della questione. Aggiungo un articolo che forse può essere d'aiuto:

Di che cosa ha bisogno un editore per decidere di pubblicare un libro?

In questi punti, capiamo coma la scelta dei romanzi non possa basarsi su dei decaloghi ironici, perchè si richiede una certa serietà, in quanto ne va del futuro dell'azienda. Questo mi sembra imprescindibile. Secondo me, più che dettare regole sulle modalità d'invio, si dovrebbe avere una capacità di gestire al meglio le numerose richieste di pubblicazione, perchè l'errore può essere compiuto da un autore, ma il "vero danno economico" dovrebbe gravare sull'editore. Su questo mi sembra ci sia poco da ridere. Fare attendere troppo per una risposta, significa poca organizzazione delle risorse. Bisogna capire quanti invii possono essere gestiti e chiudere o riaprire le valutazioni in base alle proprie capacità. Agli autori viene poi restituito un'immagine di efficienza e serietà.

Mi piacerebbe leggere ulteriori interventi, grazie a tutti voi per i vostri contributi.

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Caro provocatore Alexmusic,

non sono permalosa e neppure suscettibile e aggiungo, non ho contattato editori negli ultimi due anni. Prima neppure, forse otto anni fa Mondadori. Non ho un libro da sistemare, ne ho sei. Ho mollato una piccola editrice perché non ho avuto nemmeno uno straccio di contratto di edizione. Ok?

Non sto attendendo risposte e non mi interessa niente di quello che pensa questo e quello mentre svolge il proprio lavoro. Ognuno si comporti come meglio crede. Io mi riservo il diritto di non spedire niente a una ce che dichiara forse, di darti risposta in otto/dieci mesi, oppure mai.  Ok? Per come rispondono o non rispondono, con ironia o non ironia,  non saprei che dirti, non è un problema mio. 

Io semplicemente non prendo in considerazione case editrici che fanno tanto gli spiritosi e tante parole. Cerco persone più professionali. Tutto qui. 

Se qualcuno si sente tanto offeso da questa presa di posizione non so che farci. Io rispetto molto la libertà di espressione e di pensiero di tutti, pure degli animali, che secondo me pensano :)

 

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19 ore fa, Folletto ha detto:

Ha ragione. Lo conosco poco, parlo da esterno ed esprimo tutta la mia perplessità.

Credo che l'osso da spolpare sia piuttosto risicato e la qualità del prodotto sia molto importante per la riuscita della vendita.

Una parola molto ricorrente tra piccoli e medi editori è "Professionalità".

Ho letto i più fantasiosi e simpatici metodi di pubblicazione: crowdfounding, autoediting, autopromozione (della serie un po' tu e un po' io), dopo una soglia ti pubblico diversamente, autodistribuzione etc.etc.

Tutto lecito e legittimo, sia ben inteso.

Però mi si conceda il giudizio alquanto precario sulla reale efficacia ed estrema professionalità del sistema.

Il tutto è mescolato ad attese millenarie per avere risposta e se le stelle si uniscono e la luna entra in posizione, forse si avrà un responso.

Vuole la mia preferita? "Risponderemo solo se interessati dopo tot mesi, prego di non inviare solleciti di lettura, se siete già in firma fatecelo sapere, eviteremo inutili letture."

A me vien da ridere. Non ti degni di farmi sapere neanche se hai ricevuto il testo e pretendi pure che ti informi se sono in parola con un altro? Solo il tempo della ce editrice ha un valore?

Oppure: libri impaginati alla meglio, copertine disegnate da un bambino, editing inesistente per un totale di 130 pagine vendute a 18 euro.

Mi permetta un caustico commento: noi siamo aspiranti scrittori, spesso anche le ce sono aspiranti editori.

Non conoscerò i delicati meccanismi editoriali ma credo di vedere un grave problema in code di lettura lunghe un anno intero. È un problema piuttosto grave avere proposte arretrate sino ad un anno. Una gentilissima ce editrice molto piccola è riuscita a rispondere a me e a tutti gli altri nel giro di tre giorni.

Come hanno fatto? Semplice, sono organizzati. Credo di non straparlare se dico che 10 mesi di attesa siano un enormità, a maggior ragione se si tratta di una grande ce che avendo mezzi e risorse maggiori dovrebbe risolvere la coda di lettura in paio di mesi senza troppi problemi.

Ad ogni modo sottolineo che la realtà editoriale italiana è quantomeno surreale.

Pochi, pochissimi lettori, tanti scrittori e ben 4500 e rotti case editrici (si ragazzi, sono proprio cosi tante).

Un osso troppo piccolo per troppe bocche. La carne, poca anche quella, la mangiano qualche ce e qualche scrittore affermato.

 

 

Il problema, almeno per me, nasce dal fatto che non amo generalizzare. Se parlo di editori mi riferisco a quelli professionali, grandi o micro che siano, a quelli che rispondono alle mail, che pagano le royalties, magari con qualche giorno di ritardo ma le pagano. Purtroppo il problema non è solo dell'editoria ma è anche un problema generale del nostro paese. Su dieci mail che invio per i più disparati motivi (non solo per il lavoro che svolgo) se va bene ricevo meno della metà delle risposte. Su dieci librerie che ci devono pagare una fattura due pagano quando devono, tre con mesi di ritardo, tre anche dopo un anno e le ultime due cercano di non pagare proprio. Il problema è che è difficile, oggigiorno, trovare persone che fanno bene il loro lavoro in quasi tutti i campi. Poi c'è il fenomeno di sfruttare "il momento" per cui se gli aspiranti scrittori sono tanti e "disposti a molto" pur di essere pubblicati ecco che fioccano le case editrici a pagamento, a pagamento parziale, le quasi free, eccetera eccetera.

Ha ragione le case editrici sono troppe e non perché si legga molto ma perché c'è un mercato fatto di aspiranti che alimenta un tipo di mercato molto remunerativo. Per come riconoscerle c'è un ottimo intervento di @Bango Skank (non ricordo in quale discussione) che (semplificando molto) dice: diffidate delle ce che nella home del sito si rivolgono più agli scrittori che ai lettori...

Per questi e altri motivi ritengo che certe affermazioni non possano essere generalizzate: le case editrici sono tante, tantissime ma estremamente diverse tra loro tanto da formare diversi mondi a sé. E, sempre secondo me, è assolutamente sbagliato dividerle per "grandezza" o fatturato o altro perché ci sono grandi che lavorano malissimo e non pagano e micro che lavorano benissimo (nei limiti delle loro possibilità economiche ovviamente).

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Faccio un po' fatica a seguire il tuo commento @Riccardo-Spartaco, ti riporto i punti un po' controversi:

49 minuti fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Se parlo di editori mi riferisco a quelli professionali, grandi o micro che siano, a quelli che rispondono alle mail, che pagano le royalties, magari con qualche giorno di ritardo ma le pagano.

 

Poi scrivi:

49 minuti fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

E, sempre secondo me, è assolutamente sbagliato dividerle per "grandezza" o fatturato o altro perché ci sono grandi che lavorano malissimo e non pagano e micro che lavorano benissimo (nei limiti delle loro possibilità economiche ovviamente).

 

Se parliamo di editori "professionali", così come da te inteso, non possiamo più riferirci a quelli che poi lavorano "malissimo".

Il fatturato ci fa capire la forza economica e conseguentemente gli investimenti che può effettuare una casa editrice, questo mi sembra assodato. Infatti, la divisione tra grande aziende e piccole aziende viene fatta proprio tenendo in considerazione questi parametri. Per pagare infine gli autori devi sviluppare un guadagno e quindi la capacità imprenditoriale, ovvero l'abilità di vendere un libro, in qualche modo deve pur essere misurata in base a un profitto.

 

57 minuti fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

diffidate delle ce che nella home del sito si rivolgono più agli scrittori che ai lettori...

 

Una casa editrice che si rivolge principalmente agli scrittori, magari con proposte fantasiose di self-publishing o di contributi vari, mi sembra evidente che non prenda in considerazione i lettori. L'invio dei manoscritti, appunto, dovrebbe comparire davvero in "modalità nascosta" e non con "supponenti" regole. Ai veri lettori queste cose non interessano.

 

2 ore fa, Francescam ha detto:

Io semplicemente non prendo in considerazione case editrici che fanno tanto gli spiritosi e tante parole. Cerco persone più professionali. Tutto qui. 

 

Concordo su questo con @Francescam. Gli editori devono vendere i libri, le parole o le spiritosaggini, non muovono i bilanci.

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10 ore fa, Valentina Iusi ha detto:

 

Questo è un altro aspetto interessante della questione. Aggiungo un articolo che forse può essere d'aiuto:

Di che cosa ha bisogno un editore per decidere di pubblicare un libro?

In questi punti, capiamo coma la scelta dei romanzi non possa basarsi su dei decaloghi ironici, perché si richiede una certa serietà, in quanto ne va del futuro dell'azienda. Questo mi sembra imprescindibile. Secondo me, più che dettare regole sulle modalità d'invio, si dovrebbe avere una capacità di gestire al meglio le numerose richieste di pubblicazione, perché l'errore può essere compiuto da un autore, ma il "vero danno economico" dovrebbe gravare sull'editore. Su questo mi sembra ci sia poco da ridere. Fare attendere troppo per una risposta, significa poca organizzazione delle risorse. Bisogna capire quanti invii possono essere gestiti e chiudere o riaprire le valutazioni in base alle proprie capacità. Agli autori viene poi restituito un'immagine di efficienza e serietà.

Mi piacerebbe leggere ulteriori interventi, grazie a tutti voi per i vostri contributi.

Gentile Valentina,

mi lasci citare la sua frase esaustiva della  discussione che ho avviato: la scelta dei romanzi non può basarsi su dei decaloghi ironici, perché richiede una certa serietà, in quanto ne va del futuro dell'azienda.

Non che alla CE manchi il nostro lavoro o muore, è una questione di immagine. Queste sono cose che alla lunga deteriorano un'azienda. 

La professionalità paga sempre. Essere seri non vuol dire percorrere una valle di lacrime, non capire l'ironia o non sorridere a una battuta, ma ogni cosa ha il suo momento. 

Se mi presento ad un colloquio di lavoro ridendo e scherzando facendo dell'ironia a sproposito, paragonando magari il mio potenziale datore di lavoro ad un tale che toccava il sedere alle sue dipendenti, non avrò mai quel lavoro. Se il titolare dell'azienda dove mi presento per un colloquio, ride a sproposito, si diverte a farmi notare che ho un vestito orrendo, fa battute contro le donne molto infelici, mi paragona a tutti i personaggi più negativi senza conoscermi e senza conoscere il  mio lavoro, alla fine della fiera mi alzo e me ne vado. Con tanta cortesia, salutando perfino, ma declinando l'offerta. Pensando magari che essendo stato così esagerato, forse  lo ha fatto apposta per farmi scappare?

Sicuramente quella persona o un'altra ancora, dopo di me, accetterà quel lavoro, ma queste aziende che operano in questo modo sono sempre alla ricerca di dipendenti. Non sanno selezionarli, non sanno valutarli e quelli che potrebbero avere un'input importante sulla società non sanno tenerseli. 

Per quello che riguarda le CE chiudere e aprire le valutazioni secondo le loro possibilità è indice di serietà e organizzazione nonché,  secondo me, di un approccio veramente efficace con il pubblico. Sia per gli scrittori che per i lettori, cui si riesce a proporre un prodotto se non altro almeno selezionato e valutato con attenzione.

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36 minuti fa, Valentina Iusi ha detto:

Se parliamo di editori "professionali", così come da te inteso, non possiamo più riferirci a quelli che poi lavorano "malissimo".

Il fatturato ci fa capire la forza economica e conseguentemente gli investimenti che può effettuare una casa editrice, questo mi sembra assodato.

Non per forza una grande casa editrice è professionale. Qualche volta è solo una casa editrice che ha saputo investire bene i propri soldi. Di conseguenza una casa editrice ricca non è detta che spenda tutti i suoi soldi per promuovere le cose più buone o tutto quello che produce magari lo fa per le cose che le portano più soldi...

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@Riccardo-Spartaco,

scusami se continuo a citarti, non voglio monopolizzare la discussione, ma solo cercare di chiarire un argomento che mi sembra sfuggire...

Seguendo il tuo punto di vista, gli editori professionali sono:

 

2 ore fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Se parlo di editori mi riferisco a quelli professionali, grandi o micro che siano, a quelli che rispondono alle mail, che pagano le royalties,

 

Ora, spero che tu me lo conceda, ma rispondere alle mail e pagare le royalites, mi sembra il minimo sindacale. Comprendo che questo a volte neppure avvenga, ma volendo proprio giungere a una definizione di "editori professionali" (e non solo quelli onesti e coscienziosi) dobbiamo sapere quanto guadagnano con la loro professione e di conseguenza quanti libri riescono a vendere.

E qui ritorniamo alla più classica domanda: "Chi si può definire un editore?".

Editore

 

Quota

La funzione dell'editore, nel senso odierno, si è venuta determinando solo dopo l'invenzione della stampa e quando il rischio industriale di un'abile mediazione fra autori e compratori di libri ha potuto essere concepito e assunto come un'impresa per sé stante,

 

Quindi è un mediatore tra l'autore e il lettore con lo scopo di vendere dei libri (fare impresa). L'email e le royalites sono rivolte, sempre e solo, all'autore.

L'editore deve iniziare a vendere davvero i libri, invece di preoccuparsi dei decaloghi sulle modalità d'invio (rivolte sempre e solo agli autori) o altre fantasiose iniziative. Questo, a parer mio, rende un editore professionale.

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10 minuti fa, Valentina Iusi ha detto:

Ora, spero che tu me lo conceda, ma rispondere alle mail e pagare le royalites, mi sembra il minimo sindacale. Comprendo che questo a volte neppure avvenga, ma volendo proprio giungere a una definizione di "editori professionali" (e non solo quelli onesti e coscienziosi) dobbiamo sapere quanto guadagnano con la loro professione e di conseguenza quanti libri riescono a vendere.

Infatti, forse si capisce male ma davo per scontato che per "editore professionale" ci fosse il mestiere di editore e in più che facessero cose che, dovrebbero essere scontate ma che in realtà non lo sono più come pagare quello che c'è da pagare, comunicare con chiarezza ed educazione con il mondo circostante eccetera.

 

13 minuti fa, Valentina Iusi ha detto:

invece di preoccuparsi dei decaloghi sulle modalità d'invio (rivolte sempre e solo agli autori) o altre fantasiose iniziative.

Su questo non posso che essere d'accordo.

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4 ore fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Purtroppo il problema non è solo dell'editoria ma è anche un problema generale del nostro paese

Non posso che essere pienamente d'accordo. È un vizio generale.

3 ore fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Non per forza una grande casa editrice è professionale. Qualche volta è solo una casa editrice che ha saputo investire bene i propri soldi.

Altro punto su cui si potrebbero scrivere fiumi di parole, è tremendamente vero ciò che dice, purtroppo.

Sono contento di aver inserito nella discussione il tema delle proposte fantasiose, è una tragicomica realtà.

Però lei @Riccardo-Spartaco ha sollevato un'altra clamorosa questione che a mio parere è il tema fondante di tutti i disguidi e le roccambolesche avventure di noi aspiranti scrittori:

4 ore fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Ha ragione le case editrici sono troppe e non perché si legga molto ma perché c'è un mercato fatto di aspiranti che alimenta un tipo di mercato molto remunerativo.

È proprio questo il punto focale.

Quanto cuba un aspirante in media?

A mio parere qualcuno ha fatto due calcoli su di un foglio di carta.

 

"Quanto sono gli aspiranti in italia?"

Tantissimi.

"Che qualità hanno in media i loro libri?"

Bassa, bisognerebbe lavorare molto sull' editing e sulla promozione, ma tutto ciò ha un bel costo.

"Ma questo esordiente avrà pure amici e parenti e vuoi che non si auto compri una trentina di copie?"

Giusto. E allora quanto vale il suo libro in termini di rendite?

"Poco, pochissimo. Ma se si massimizzano le pubblicazioni facendo esordire un mucchio di gente forse il granello diventerà montagna."

Vero. Il numero degli aspiranti è talmente elevato da potere essere definito un mercato parallelo.

 

Ecco quindi spiegato il perchè ci siano più case editrici che funghi porcini. Quindi io credo che bisogna ragionare un minimo prima di concedersi a braccia aperte al primo editore che si palesa sulla nostra e-mail.

Noi amici miei siamo il mercato.

Non ci dobbiamo sorprendere se le proposte diventano sempre più fantasiose e arzigogolate, è un modo per tirare avanti la carretta aggredendo il florido mercato di noi scribacchini. 

L'attualità economico finanziaria ci insegna qualcosa: la finanza creativa e fantasiosa non ha creato praticamente nulla, è scoppiata quasi sempre in una bolla di sapone con risultati sotto gli occhi di tutti. Perchè l' editoria dovrebbe esserne esente?

Io credo che serietà e poche parole siano il miglior modo di affrontare una collaborazione. Tutto il resto sono fronzoli e orpelli che lasciano il tempo che trovano.

 

Folletto.

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18 ore fa, Folletto ha detto:

È proprio questo il punto focale.

Quanto cuba un aspirante in media?

A mio parere qualcuno ha fatto due calcoli su di un foglio di carta.

 

"Quanto sono gli aspiranti in italia?"

Tantissimi.

"Che qualità hanno in media i loro libri?"

Bassa, bisognerebbe lavorare molto sull' editing e sulla promozione, ma tutto ciò ha un bel costo.

"Ma questo esordiente avrà pure amici e parenti e vuoi che non si auto compri una trentina di copie?"

Giusto. E allora quanto vale il suo libro in termini di rendite?

"Poco, pochissimo. Ma se si massimizzano le pubblicazioni facendo esordire un mucchio di gente forse il granello diventerà montagna."

 

Appunto, ecco perché un anno per la valutazione è veramente troppo ma bisogna diffidare di chi dà una risposta in meno di un mese e la dà a tante persone, una dietro l'altra.

A proposito normalmente qui nel forum ci si dà del tu... ;)

Modificato da Riccardo-Spartaco
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3 ore fa, Riccardo-Spartaco ha detto:

Appunto, ecco perché un anno per la valutazione è veramente troppo ma bisogna diffidare di chi dà una risposta in meno di un mese e la dà a tante persone, una dietro l'altra.

Sono d'accordo, purtroppo.

Ti davo del lei perchè di fronte alla fusione tra il cuor di leone e il trace ribelle un po' di soggezione si fa presente :D.

A presto.

 

Folletto

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Dal decalogo sul sito della Compagnia Editoriale Aliberti:

Noi siamo assolutamente convinti che la Maddalena non sia la moglie di Gesù. Per cui non inviateci Manoscritti che sostengano o che perlomeno adombrino questa tesi.

 

Ho appena telefonato al mio amico Dan, che conferma: la Compagnia Editoriale Aliberti non gli ha neppure risposto! 

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Il ‎05‎/‎11‎/‎2018 alle 08:59, Alexmusic ha detto:

Diverso, e meritevole di una discussione separata, è il discorso di quegli editori che si fingono "free", ma che poi, sottobanco e con svariati sotterfugi, pretendono quattrini. In quel caso la denuncia mi pare giusta, anzi sacrosanta, ma dovrebbe essere sempre supportata da prove: fino a quando non siamo in grado di fornirle, per non rischiarla noi una denuncia, forse è meglio tacere.

Sono d'accordo solo in parte. Ci sono anche molti editori che, pur essendo effettivamente "free", pubblicando tutto quello che capita (naturalmente, on demand) inquinano il mercato. La verità è che noi aspiranti scrittori veniamo considerati merce a basso costo: le Ce serie, anche se piccole, cercano di pescare la merce non avariata, mentre le altre prendono tutto in blocco, tanto la merce più è scadente, più si vende da sola. Credo che quello che stiamo vivendo sia un brutto periodo per gli esordienti e per le CE serie, ottimo invece per gli specialisti nel gioco delle tre carte.

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Ospite
Il 18/3/2019 alle 12:21, cheguevara ha detto:

Credo che quello che stiamo vivendo sia un brutto periodo per gli esordienti e per le CE serie, ottimo invece per gli specialisti nel gioco delle tre carte.

Sottoscrivo. Ma non arrendiamoci.

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Il ‎05‎/‎11‎/‎2018 alle 10:48, TuSìCheVale ha detto:

Fare attendere troppo per una risposta, significa poca organizzazione delle risorse. Bisogna capire quanti invii possono essere gestiti e chiudere o riaprire le valutazioni in base alle proprie capacità. Agli autori viene poi restituito un'immagine di efficienza e serietà.

Sono d'accordo, ma l'esperienza insegna che la maggior parte delle case editrici grandi, medie e piccole (parlo di CE serie, perché le altre ti rispondono anche dopo una settimana) prende almeno sei mesi di tempo per un'eventuale risposta positiva, mentre per quelle negative vige la regole del silenzio-dissenso (e noi in sospeso, prima di poter cancellare l'aspettativa). Significa che sono tutti disorganizzati nella gestione delle risorse?

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1 ora fa, cheguevara ha detto:

Sono d'accordo, ma l'esperienza insegna che la maggior parte delle case editrici grandi, medie e piccole (parlo di CE serie, perché le altre ti rispondono anche dopo una settimana) prende almeno sei mesi di tempo per un'eventuale risposta positiva, mentre per quelle negative vige la regole del silenzio-dissenso (e noi in sospeso, prima di poter cancellare l'aspettativa). Significa che sono tutti disorganizzati nella gestione delle risorse?

 

credo significhi piuttosto che alle case editrici arrivi ogni anno una quantità di nuovi manoscritti che l'editore stesso sarebbe felice equivalesse a nuovi lettori.

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Ciao @cheguevara,

seguo con molto interesse i tuoi commenti ;).

I sei mesi di tempo, per avere una risposta da parte di una CE, è un’attesa ormai consolidata e quindi approvata (non so da chi xD). Io mi riferivo a quelle CE che ti fanno attendere oltre e che magari applicano la regola del silenzio-dissenso, l’autore cancella le sue aspettative, firma con altri e poi si vede recapitare l’esito positivo per una valutazione riferita a un anno fa. Questo intendevo con “far attendere troppo”. Io credo che una CE non può permettersi tempi di valutazione superiori ai canonici sei mesi. Ultimamente, invece, mi ero imbattuta in una CE che dava subito una risposta, molte volte positiva, ma ti faceva attendere oltre un anno per la pubblicazione. Suggerisco agli autori di fare molta attenzione quando si firmano i contratti, ad esempio, effettuare una “visura camerale” ottenendo, quindi, un documento informativo sull’impresa iscritta, può darci un’indicazione sulle capacità di investimento di una casa editrice (perché è lei che deve finanziare le presentazioni dell’autore e non viceversa. L’autore deve, invece, rendersi disponibile e proporre iniziativa utili alla vendita del romanzo, operazione che è nelle mani della casa editrice. Non dimentichiamoci che vengono ceduti i diritti, riferiti esclusivamente alla vendita del libro, alla casa editrice).

Purtroppo, però, mi rendo conto che c’è una voglia di protagonismo da parte di molti autori, dettata anche da una società che agevola questa ambizione (non solo negli scrittori), perciò, si farebbe di tutto per arrivare a questa fatidica pubblicazione, firmando o pagando a chicchessia. Ci vorrebbe, quindi, una sorta di notaio super partes, che valutasse tutti i requisiti delle persone firmatarie del contratto, questa figura manca completamente nell’editoria (ovvero non è obbligatorio e molti non ne fanno uso, forse per evitare ulteriori spese. I contratti sono stipulati come “scrittura privata”, si potrebbe far riferimento alla SIAE, ma anche questa non è essenziale, qui per chi vuole approfondire) e molte volte l’autore si trova da solo a firmare un contratto, non conoscendo nemmeno i suoi diritti e peggio non avendo mai incontrato l’editore. Io penso che questo mondo dell’editoria sia una giungla, perché mancano delle regole e le professioni non sono poi così rispettate, possiamo trovare anche un contadino a capo di una casa editrice, senza che la cosa debba apparici quanto meno insolita. Tutto rientra in una “normalità” delle cose, che poi tanto corrette non sono. Queste, naturalmente, sono le mie opinioni.

 

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Le questioni che ponete sono complesse e spinose.

Sei mesi sono un tempo lunghissimo per chi attende una risposta, ma breve per chi, oltre a valutare tanti (troppi?) manoscritti, deve portare avanti l'attività della casa editrice: lavoro sui manoscritti già scelti, pubblicazione, promozione, presenza a fiere che significa programmazione di trasferte ecc.

Del resto far aspettare anche due anni (qui sul forum mi pare di avere letto anche di attese di questo tipo) significa rischiare di pubblicare un romanzo postumo. A parte gli scherzi, due anni sono un'infinità e molto probabilmente l'opera, in quel lasso di tempo, ha già subito numerosi cambiamenti nella testa di chi l'ha scritta. 

Credo - forse mi sbaglio, non lo so - che gli invii spontanei piacciano poco o niente, specie agli editori medi e grandi, ma che anche quelli piccoli, se anche non fanno propriamente scouting, abbiano maggiore attenzione per aspiranti autori che in qualche modo conoscono perché li hanno letti, ci hanno interagito in qualche modo, li hanno conosciuti di persona, sono stati presentati da un'agenzia affidabile. Spesso non è solo una questione di qualità del testo, ma di tempismo rispetto alla "moda" del momento e in generale capacità di muoversi anche a prescindere dalla pubblicazione tradizionale. Penso per esempio alle varie autrici romance che sono state pubblicate da un grosso editore perché notate in self. Il romance vende e, se un'autrice (o autore) riesce a crearsi un pubblico da sola, la casa editrice metterà le sue competenze e le sue forze al servizio di qualcuno che non parte da zero lettori, ma da +1000. 
Questo discorso, assai generico, non comprende alcun biasimo: le CE, piccole o grandi che siano, sono aziende e come tali ragionano. Sono aziende culturali, si potrebbe dire, e infatti sono convinta che pubblichino, oltre a ciò che ha appeal commerciale, anche ciò che  amano pubblicare. Senza estremizzare, credo le due caratteristiche si possano tranquillamente trovare nello stesso testo che magari tratta dell'argomento "giusto" e lo fa in modo valido, anche senza volersi erigere a monumento della letteratura. 
Insomma, bando ai complotti. Personalmente vedo molti piccoli editori che lavorano strenuamente controvento per cercare di portare avanti un'attività che è divenuta improba se non sei un colosso. E vedo colossi che pubblicano lo youtuber del momento (gadget più che libri in senso stretto), ma anche autori splendidi. 
Io attendo sei mesi e spesso di più perché non ricevo risposta, essendo stata scartata e so che, se fossi Simenon, potrebbe non andare così. Non ne sono certa, le variabili sono troppe. Ma tutto ciò su cui posso lavorare è me stessa. E quindi cerco di fare quello che posso, nella consapevolezza che non sono un talento, non lo diventerò e i sei mesi - o i due anni - me li merito. Non sono una punizione, sono il dato di fatto di un sistema che vede il mercato spostato da coloro che leggono a quelli che scrivono.

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4 ore fa, TuSìCheVale ha detto:

Ciao @cheguevara,

seguo con molto interesse i tuoi commenti ;).

I sei mesi di tempo, per avere una risposta da parte di una CE, è un’attesa ormai consolidata e quindi approvata (non so da chi xD). Io mi riferivo a quelle CE che ti fanno attendere oltre e che magari applicano la regola del silenzio-dissenso, l’autore cancella le sue aspettative, firma con altri e poi si vede recapitare l’esito positivo per una valutazione riferita a un anno fa. Questo intendevo con “far attendere troppo”. Io credo che una CE non può permettersi tempi di valutazione superiori ai canonici sei mesi. Ultimamente, invece, mi ero imbattuta in una CE che dava subito una risposta, molte volte positiva, ma ti faceva attendere oltre un anno per la pubblicazione. Suggerisco agli autori di fare molta attenzione quando si firmano i contratti, ad esempio, effettuare una “visura camerale” ottenendo, quindi, un documento informativo sull’impresa iscritta, può darci un’indicazione sulle capacità di investimento di una casa editrice (perché è lei che deve finanziare le presentazioni dell’autore e non viceversa. L’autore deve, invece, rendersi disponibile e proporre iniziativa utili alla vendita del romanzo, operazione che è nelle mani della casa editrice. Non dimentichiamoci che vengono ceduti i diritti, riferiti esclusivamente alla vendita del libro, alla casa editrice).

Purtroppo, però, mi rendo conto che c’è una voglia di protagonismo da parte di molti autori, dettata anche da una società che agevola questa ambizione (non solo negli scrittori), perciò, si farebbe di tutto per arrivare a questa fatidica pubblicazione, firmando o pagando a chicchessia. Ci vorrebbe, quindi, una sorta di notaio super partes, che valutasse tutti i requisiti delle persone firmatarie del contratto, questa figura manca completamente nell’editoria (ovvero non è obbligatorio e molti non ne fanno uso, forse per evitare ulteriori spese. I contratti sono stipulati come “scrittura privata”, si potrebbe far riferimento alla SIAE, ma anche questa non è essenziale, qui per chi vuole approfondire) e molte volte l’autore si trova da solo a firmare un contratto, non conoscendo nemmeno i suoi diritti e peggio non avendo mai incontrato l’editore. Io penso che questo mondo dell’editoria sia una giungla, perché mancano delle regole e le professioni non sono poi così rispettate, possiamo trovare anche un contadino a capo di una casa editrice, senza che la cosa debba apparici quanto meno insolita. Tutto rientra in una “normalità” delle cose, che poi tanto corrette non sono. Queste, naturalmente, sono le mie opinioni.

 

Ciao @tusichevale,

sottoscrivo pienamente. Tempo fa, dopo aver firmato incautamente un contratto con una CE, aver ricevuto per il "visto si stampi" un testo pieno di errori e refusi (non miei), aver constatato che tre distributori online sui quattro indicati non disponevano del libro, aver sostenuto uno scambio di mail a seguito del quale venivo tacciato di fare la "sentinella" anziché adoperarmi per promuovere le vendite, ed altre amenità che ti risparmio, inviai una raccomandata per l'annullamento del contratto, rivelatosi irregolare per vizi formali e sostanziali. Essendomi restituita la lettera con la dicitura "destinatario sconosciuto", andai a fare una visura camerale per vedere se la CE avesse cambiato indirizzo. Così appresi che l'indirizzo era sempre quello e che la società, una Srls, era composta da quattro soci che dividevano in quote paritarie un capitale sociale di ben un Euro. Con un tal capitale di rischio, questa CE si vanta di pubblicare oltre trecento titoli in un solo anno. Naturalmente ho raccontato la storia sul Forum: ne è seguito un dibattito dai toni a volte grotteschi, che è poi stato cancellato su richiesta della CE, come suo diritto. Ne parlo per rafforzare il tuo invito a servirsi del servizio visure della Camera di Commercio prima di firmare un contratto, ma temo che, a parte le CE grandi e molte medie, il resto sia una selva di Srl e Srls, con capitali di rischio variabili da uno a diecimila Euro, quindi sicuramente non idonei a supportare granché. Però è anche vero che le spese possono essere sostenute dai finanziamenti dei soci, che è anche un modo per i soci di maturare crediti da recuperare prontamente nel caso che si profili all'orizzonte un fallimento.

In conclusione: questo è il contesto nel quale, volenti o nolenti, siamo costretti a muoverci

Ti ringrazio per l'interesse che, ti assicuro, è reciproco.  

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Il 20/3/2019 alle 12:31, ophelia03 ha detto:

Spesso non è solo una questione di qualità del testo, ma di tempismo rispetto alla "moda" del momento e in generale capacità di muoversi anche a prescindere dalla pubblicazione tradizionale.

È una grande verità ciò che scrivi. Aggiungo che qualsiasi attività imprenditoriale giustamente punta a vendere i propri prodotti nel solco di mercato più redditizio in quel momento.

Sono pedantememte banale, lo so :bandiera:.

Il 20/3/2019 alle 12:31, ophelia03 ha detto:

che gli invii spontanei piacciano poco o niente, specie agli editori medi e grandi, ma che anche quelli piccoli, se anche non fanno propriamente scouting, abbiano maggiore attenzione per aspiranti autori che in qualche modo conoscono perché li hanno letti, ci hanno interagito in qualche modo, li hanno conosciuti di persona,

Questa parte (anche questa grande verità e ti ringrazio per averla riportata) mi arrovella i neuroni. Mi ricorda tanto gli annunci di lavoro del tipo: "Cercasi giovane apprendista con esperienza pluriennale".

Il tutto si può riassumere con: è nato prima l'uovo o la gallina? Lo scrittore esordiente o lo scrittore affermato?

È ben noto che un esordiente assoluto deve essere ampliamente conosciuto come scrittore per potere esordire la prima volta.

 

Folletto.

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8 ore fa, Folletto ha detto:

Questa parte (anche questa grande verità e ti ringrazio per averla riportata) mi arrovella i neuroni.

Immagino ci siano casi di persone che inviano e vengono selezionati perché hanno scritto un romanzo bellissimo e vendibilissimo, ma,  la scommessa su un perfetto sconosciuto, in un un settore dove si legge poco e si leggono sempre i soliti noti (in generale, noi magari leggiamo di tutto), è davvero un rischio. Al di là delle romanticherie sull'editore pigmalione e mecenate, ci sono conti che alla fine dell'anno devono tornare. Lo dico senza polemica alcuna e con la maggiore dose di pragmatismo di cui dispongo: non sarei comunque io la selezionata, quindi a me cambia poco, ma sicuramente qualche bell'autore lo stiamo perdendo. Forse pochi, una manciata, ma qualcuno senz'altro c'è. 
Ma probabilmente è così in ogni ambito, specie in quelli che sfuggono a logiche scientifiche. 

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16 ore fa, ophelia03 ha detto:

Forse pochi, una manciata, ma qualcuno senz'altro c'è. 
Ma probabilmente è così in ogni ambito, specie in quelli che sfuggono a logiche scientifiche

È proprio vero, alle volte trattiamo il mondo etereo della scrittura con canoni da chimici di laboratorio.

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Il 28/10/2018 alle 17:18, Francescam ha detto:

Ciao Ellery, hai ragione sono uscita dal contesto. Mi riferivo  in ultimo a Curcio Editore, pure menzionato fra le free, poi chiede soldi per pubblicare. In quanto ad Aliberti hanno creato un decalogo ridicolo per l'invio di manoscritti, la gente dovrebbe offendersi oltre che snobbarli. Mi riferivo proprio alla Aliberti che ridicolizza le opere di potenziali scrittori loro, prima ancora di leggerle. Sarcasmo: -non inviate se avete 34 protagonisti- religione: -non inviate se per sostenere la tesi che Maria Maddalena era la moglie di Gesù- e via discorrendo. Compreso specificare per filo e per segno,  oltre che sinossi, numero di battute, numero di capitoli, per chi lo hai scritto, per cosa lo hai scritto, a che genere di persone può interessare, in che collana dovrebbe essere pubblicato il testo che hai inviato. In ultimo c'è un'altro bel decalogo in cui pretendono di insegnarti a come scrivere, cosa dire e non dire, e ovviamente consigliano se non segui alla lettera meglio non inviargli niente.

Un incubo e una cretineria.  Naturalmente questo è il mio parere.

Più ironia, meno arroganza e più voglia di imparare. Gli incubi sono altri, permettimi. Il decalogo è divertente, le norme di invio più che lecite, se non ti piace l'editore, non mandare, ma io non le trovo per nulla offensive.

Questo è il mio parere.

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4 ore fa, Lemmy Caution ha detto:

Più ironia, meno arroganza e più voglia di imparare. Gli incubi sono altri, permettimi. Il decalogo è divertente, le norme di invio più che lecite, se non ti piace l'editore, non mandare, ma io non le trovo per nulla offensive.

Questo è il mio parere.

 

che poi il decalogo di Aliberti irride non le idee degli scrittori famosi, quanto quelle dei tentativi di emulazione.

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17 minuti fa, LuckyLuccs ha detto:

che poi il decalogo di Aliberti irride non le idee degli scrittori famosi, quanto quelle dei tentativi di emulazione.

È anche la mia impressione, tanto che i riferimenti sono chiaramente a best seller di anni passati. Posso capire che dia fastidio, ma, se non si commettono certe ingenuità, non dovrebbe toccare più di tanto. Per il resto direi che sì, al massimo si può non condividere l'approccio e passare oltre, ma non mi pare che ci siano ragioni per offendersi, al massimo per sorridere un po', anche di sé stessi (che non fa mai male).  

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13 ore fa, Lemmy Caution ha detto:

Più ironia, meno arroganza e più voglia di imparare. Gli incubi sono altri, permettimi. Il decalogo è divertente, le norme di invio più che lecite, se non ti piace l'editore, non mandare, ma io non le trovo per nulla offensive.

Questo è il mio parere.

Ciao Lemmy Caution, siamo d'accordo, io non invio nulla. Manda tu il tuo lavoro e con tanti auguri. PS: ricordati di rispettare tutti i numerosi paletti altrimenti rischi di essere scartato a priori.

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12 ore fa, Francescam ha detto:

Ciao Lemmy Caution, siamo d'accordo, io non invio nulla. Manda tu il tuo lavoro e con tanti auguri. PS: ricordati di rispettare tutti i numerosi paletti altrimenti rischi di essere scartato a priori.

Io ho inviato, neanche avevo letto il decalogo e sono stato pubblicato. Non essere avventata giudicando La compagnia editoriale Aliberti "pseudo casa editrice", è scorretto e non vero, per altro non è piccolissima ed è anche quotata in borsa.

Ho appena finito di leggere "Come si scrive un giallo", è straordinaria l'umiltà di  Patricia Highsmith, quando parla dei suoi rapporti con gli editori e di quanto fosse grata di quando hanno rifiutato i suoi romanzi (già quando era una scrittrice di fama cristallina).

Mi permetto di consigliarti di leggere bene quelle regole, per quanto ironiche, le trovo molto utili. Capisco che non la vedi così, ma la scrittura è prima di tutto umiltà e voglia di imparare.

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Per curiosità mi sono riletto il decalogo.

Per mandare un manoscritto ad Aliberti:

1) devo essere altamente motivato a inviarlo

2) nel mio manoscritto deve succedere qualcosa e devono esserci delle idee

3) nel mio manoscritto i colpi di scena devono essere al servizio della trama e non il contrario

4) non devo aver scritto un thriller scopiazzato da Dan Brown

5) non devo aver scritto un noir scopiazzato da Camilla Läckberg

6) devo inviare il materiale via mail e non fare una stampa del manoscritto con invio cartaceo piego di libri

7) devo armarmi di pazienza e umiltà sapendo che potrei essere letto dopo parecchio tempo o essere scartato.

Non so voi, ma non vedo poi tutti questi paletti, anzi. Non ci sono nemmeno riferimenti  a riccastri sadomaso che però poi per amore si redimono, né a vampiri luccicanti come fatine, né a scuole di magia con protagonisti prescelti, né a fantasy con orfani prescelti... insomma, a voler fare i precisini, il decalogo avrebbe potuto essere molto più lungo.

 

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3 minuti fa, LuckyLuccs ha detto:

né a fantasy con orfani prescelti

Allora si può inviare la storia di un ragazzino che trova una spada nella roccia e diventa re d'Inghilterra.

Tutta di mia ideazione:D

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