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gmela

La pasta col ketchup [4/4 + link alle parti precedenti]

Post raccomandati

https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40253-come-gli-uccelli-parte-2/?do=findComment&comment=711597

 

Quarta e ultima parte di questo horror scandinavo per stomaci forti in 30.000 caratteri.

 

Link alle parti precedenti:

 

prima parte
seconda parte

terza parte

 

***

 

Chiudo la zip ed entro nella stuga, lento. Il pavimento scricchiola, l'ingresso dà su una grande cucina. C'è puzzo di casa vecchia, tappezzeria a fiori, ci sono piatti e posate. Un grande tavolo di legno scuro, in mezzo. La luce è bassa, le sedie spaiate.

Nel centro del tavolo, la spaghettiera.

Ylva e la madre chiacchierano, sedute, ridono. Non capisco nulla, di quello che dicono.

Suzanne mi nota. «Hej», fa, con un gran sorriso.

La guardo in faccia, annuisco tra me e me. Ora le faccio vedere io a quella, penso.

«Ehi», rispondo sedendomi al tavolo, accanto alla mia fidanzata. Non la guardo: mi fisso sulla spaghettiera e cerco di non pensare a null'altro.

Per Ylva, mi dico, per Ylva, svuotando il recipiente a mestolate.

Le donne si sono già servite - alla maniera svedese, paese in cui non si aspetta necessariamente l'arrivo dei commensali per iniziare il pasto. È una fortuna: la mia parte stava sotto, là dove c'è meno salsa.

«Oh!», fa Suzanne, «Aspetta Andrea, qui sotto poco ketchup, io mescolato male... Aspetta aggiungo pochino.»

«Sì», rispondo io spingendo avanti il piatto. Il ketchup esce dalla bottiglia scoreggiando, casca a formare orrendi cordoni rossi sulla mia pasta.

«Ecco qui», fa la donna con un largo sorriso sincero.

«Grazie.»

Devo buttarmi subito, mi dico. Ingoiare tutto prima che il mio cervello capisca davvero quello che sto facendo. Pianto la forchetta nel piatto e tiro su un pezzettone di massa rossastra e informe. Non sembra nemmeno più pasta: quelli che un tempo erano spaghetti si sono uniti assieme durante la lunghissima cottura, le ore di riposo e il riscaldamento finale, saldandosi in una specie di osceno puré. Me lo ficco in bocca: ingoiare e basta, mi dico, questo è il mio obiettivo. Dalla forchetta alla gola, senza sfiorare altro: fortunatamente il cibo è talmente stracotto che non c'è bisogno di masticare.

Una, due, tre forchettate vanno giù, una dopo l'altra.

Mi sono dimenticato di respirare, mi manca il fiato, appoggio la forchetta sul tavolo. La mia bocca è tutta impastata col gusto acre del condimento; la mia lingua trova un pezzo di spaghetto, tra i denti e la gengiva, e per un attimo mi sento perduto: come un malefico verme inacidito, quell'inconfondibile rimasuglio di pasta col ketchup fa salire un formicolio familiare, in fondo alla gola. I conati sono lì dietro, sento, stanno per partire.

Ylva e Suzanne non parlano più, da quando ho iniziato a mangiare. Mi osservano perplesse, in silenzio, ma non me ne curo, mi concentro sull'obiettivo: tenere dentro quello che ho buttato giù, evitare di vomitare. Stringo le mani forte attorno alle posate, inspiro, espiro, cerco di pensare a mamma. Il formicolio aumenta, all'improvviso mi sento perduto.

«Un po' d'acqua?», chiede Ylva porgendomi il bicchiere.

Non rispondo nemmeno, lo afferro e bevo, trangugio tutto. Quando sento finalmente che riesco a controllarmi, ricomincio a mangiare.

Per Ylva, mi dico, per Ylva.

Una, due, tre forchettate. Le conto, mentre vanno giù. Quattro, cinque, sei. Mi fermo a riprendere fiato. Sette, otto, nove forchettate. Veloce, sempre più veloce.

Il piatto si sta svuotando, noto. Ancora uno sforzo... Per Ylva, per Ylva! Dieci, undici, dodici: dritto in bocca e giù nello stomaco.

Alla fine allontano il piatto e lascio cascare la forchetta sul tavolo, quasi ipnotizzato dal recipiente vuoto: ce l'ho fatta? Davvero? Non riesco a crederci.

«Ah beh!», fa Suzanne, tutta contenta, «Allora Ylva proprio ragione che tu ti piace pasta con ketchup!»

Mi volto verso Ylva ma la sua sedia è vuota, mi sorprende dal lato opposto: arriva portando una monumentale zuppiera con coperchio, la posa in mezzo al tavolo, torna a sedersi accanto a me. «Mamma», dice, «ho una cosa da annunciarti: quando torniamo a Torino, io e Andrea andiamo a vivere assieme.»

Io mi volto a guardarla. «Eh?»

Lei mi prende la mano, intreccia le dita con le mie.

«Andrea», inizia, «Ti devo dire una cosa: lo so quanto la pasta col ketchup ti fa schifo e...»

Io la guardo, confuso.

«...e per questo ho chiesto a mamma di cucinartela. Le ho detto che era il tuo piatto preferito!» Posa la mano sul coperchio della zuppiera, si ferma per una pausa a effetto; poi lo alza, liberando nell'aria un celestiale profumo di carne col sugo. «...e che lo stufato di alce al vino rosso e funghi finferli poteva tenerlo in frigo per domani», conclude con un sorriso entusiasta, che sembra andarle da un orecchio all'altro.

«Nämen... Ylva!», fa Suzanne, incredula nel sentire le parole della figlia.

Io la osservo a bocca aperta.

«Che... cosa?!», dico a fatica.

«Era tutta una prova!», risponde lei entusiasta. «Per me è importante sapere quanto ci tieni a me, prima di fare un passo grande come quello di prendere casa assieme!»

Io non so che rispondere.

«Ma... Ma... Ma...», balbetto.

Tutto, ho ingoiato, per lei. Ho rotto e calpestato le mie convinzioni più profonde, per lei; ho rischiato di vomitare in faccia a sua madre. L'ho fatto, per lei.

Non si fa, così!

«...Ma io sono una persona, cazzo!», urlo alzandomi in piedi e battendomi una mano sul petto.

Ylva quasi casca all'indietro. «Oddio, Andrea», dice, persa, aggrappandosi al tavolo.

Le punto un dito in faccia, cerco di dirle qualcosa di orribile ma la furia che provo è troppa, per essere espressa a parole.

Eppure la rabbia uno sfogo lo esige, e fermarla è assolutamente, totalmente impossibile: accecato dal furore afferro la zuppiera e la rovescio su Ylva, la cui testa, come in un folle e insensato teatro slapstick per bambini, viene letteralmente inghiottita dall'enorme recipiente.

«Herregud!», urla Suzanne con occhi allucinati. Io barcollo all'indietro, sbatto contro il frigorifero facendo cascare un magnete, guardo come ipnotizzato la mia fidanzata con la testa nella zuppiera - osceno copricapo in porcellana che le nasconde la testa intera. Si alza in piedi, muove il capo, le braccia, sembra confusa, emette strani suoni, fa cascare la sedia, forse non capisce.

Io inspiro, espiro attraverso narici tremanti.

Suzanne, in piedi accanto alla finestra, si aggrappa alla tenda. La noto solo con la visione periferica, evito di spostare gli occhi su di lei. Meno cose vedo, in quella stanza, meglio è.

Perché so che, qualunque cosa veda, non la dimenticherò mai.

Quando Ylva si toglie il recipiente di dosso, alzandolo per i manici e sfilandolo a fatica, il grosso dello stufato di alce le casca in testa come un'enorme cagata di mucca.

Dopo, la ragazza che conoscevo non c'è più. Ylva non è più bionda, la sua pelle non è più chiara, i suoi vestiti sono irriconoscibili: al posto della mia fidanzata c'è un grottesco mostro di sugo marrone, pezzi di carne e funghi finferli. Solo, in mezzo a quell'orrore, due occhi azzurri mi fissano con un'espressione che non riesco a sopportare: troppe emozioni mescolate, ci sono, là dentro.

Ylva me l'ha fatta grossa; io gliel'ho fatta grossa.

«A... Andrea?», dice.

Lascio la stuga indietreggiando nell'ombra, scendo al pontile, afferro cellulare e portafogli tra i denti, mi tuffo nel mare e mi allontano da quell'isola maledetta nuotando disperato verso la terraferma ormai nera - anche in Svezia, evidentemente, prima o poi la notte arriva.

Scappo da Snarö, da Ylva, da Suzanne, da quel pasto d'inferno e soprattutto, prima di tutto, dai fantasmi di quello che ho fatto.

Bracciata dopo bracciata, a denti stretti, cercando di non pensare a nulla.

Ogni tanto, nella vita, due persone normali vanno fuori di testa e si fanno cose dalle quali non si può più tornare indietro.

Cosa succederà, ora, non lo so proprio.

 

***

 

Nota a fondo pagina: Per chi fosse interessato, la zuppiera in testa a Ylva è un occhiolino a Emil, personaggio di Astrid Lindgren, il quale, in una famosissima scena, infila, appunto, la testa in una zuppiera per poi rimanerci incastrato. Visti gli interessi teatral-letterari di Ylva, mi pareva giusto che subisse una punizione "in tema" per le sue azioni. 

 

Grazie per la lettura!

 

 

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Quest'ultima parte e' davvero ben scritta. Si riesce a sentire il crescendo di sentimenti negativi fino all'inevitabile esplosione finale.

Non mi sento di eccepire nulla sotto il punto di vista stilistico. Davvero.

Alcuni dei miei passaggi preferiti:

 

Il 26/10/2018 alle 23:42, gmela ha detto:

È una fortuna: la mia parte stava sotto, là dove c'è meno salsa.

«Oh!», fa Suzanne, «Aspetta Andrea, qui sotto poco ketchup, io mescolato male... Aspetta aggiungo pochino.»

 

 Il momento "mai una gioia" meglio descritto di sempre xD

 

Il 26/10/2018 alle 23:42, gmela ha detto:

Per Ylva, mi dico, per Ylva.

Una, due, tre forchettate. Le conto, mentre vanno giù. Quattro, cinque, sei. Mi fermo a riprendere fiato. Sette, otto, nove forchettate. Veloce, sempre più veloce.

Il piatto si sta svuotando, noto. Ancora uno sforzo... Per Ylva, per Ylva! Dieci, undici, dodici: dritto in bocca e giù nello stomaco.

 

Ma le donne lo sanno che cosa siamo capaci di fare per loro?

 

Il 26/10/2018 alle 23:42, gmela ha detto:

«Era tutta una prova!», risponde lei entusiasta. «Per me è importante sapere quanto ci tieni a me, prima di fare un passo grande come quello di prendere casa assieme!»

Io non so che rispondere.

 

No, credo non se ne rendano conto...

 

Una certa aura, un non so che di surreale, circonda in modo discreto tutto il racconto, per poi imporsi prepotentemente con il bagno notturno nel baltico con tanto di cellulare e portafogli. Che dire...fantastico!

 

P.S: Che spettacolo, Emil proprio me l'ero scordato. E dire che era uno dei miei preferiti da piccolo :lol:.

Tutto il racconto mi e' davvero piaciuto. Mi sono piaciuti i ritmi, le riflessioni di Andrea, i dialoghi... tutto!

Inoltre ieri mi e' toccato l'IKEA, e mia moglie non capiva perche' stessi ridendo come un deficiente per tutto il tempo.

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8 ore fa, OMST6912280 ha detto:

Inoltre ieri mi e' toccato l'IKEA, e mia moglie non capiva perche' stessi ridendo come un deficiente per tutto il tempo.

Eheh... Ti ho aperto un'altra prospettiva sulla Svezia, eh? ;) Io ci vivo da più di dieci anni, e questo era un po' il mio obiettivo, in questo racconto: è un gran paese ma ha i suoi difetti, cibo in primis... Certe cose vanno denunciate, non si può tacere v_v

 

Ma guarda che non è autobiografico, eh! v_v

 

@OMST6912280Grazie davvero di esserti preso il tempo di leggermi e commentarmi, mi fa piacere ti sia piaciuto :) Emil è effettivamente un grande, mio figlio lo adora :D

 

Ti aggiungo anche che Snarö significa "isola del cappio". Volevo chiamare l'isola Fällö (isola della trappola) ma, anche se la vera pronuncia è diversa, pensavo che tutti ci avrebbero visto un doppiosenso.

 

Grazie :D

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Caro @gmela, ho letto con piacere anche quest'ultimo capitolo del tuo racconto. :)

 

Mi è venuta in mente una cosa: penso che potresti anche proporlo a qualche sceneggiatore di sitcom. Non scherzo, è semplice e divertente. Certo, a tratti anche un po' rozzo, ma non fa niente, ci piace così! :D

 

Anch'io ti cito dei passaggi che mi sono piaciuti:

 

Il 26/10/2018 alle 23:42, gmela ha detto:

«Sì», rispondo io spingendo avanti il piatto. Il ketchup esce dalla bottiglia scoreggiando, casca a formare orrendi cordoni rossi sulla mia pasta.

:D

 

Il 26/10/2018 alle 23:42, gmela ha detto:

Quando Ylva si toglie il recipiente di dosso, alzandolo per i manici e sfilandolo a fatica, il grosso dello stufato di alce le casca in testa come un'enorme cagata di mucca.

Dopo, la ragazza che conoscevo non c'è più. Ylva non è più bionda, la sua pelle non è più chiara, i suoi vestiti sono irriconoscibili: al posto della mia fidanzata c'è un grottesco mostro di sugo marrone, pezzi di carne e funghi finferli. Solo, in mezzo a quell'orrore, due occhi azzurri mi fissano con un'espressione che non riesco a sopportare: troppe emozioni mescolate, ci sono, là dentro.

Ylva me l'ha fatta grossa; io gliel'ho fatta grossa.

Anche questo passo mi fa sorridere, ma in maniera diversa: ci vedo un significato non ironico che, in fin dei conti, si è davvero rivelato per quello che penso. :)

 

Confermo il giudizio dato già in precedenza: hai scritto benissimo. Complimenti. Già soltanto per questo, leggerti è stato un piacere. ;)

 

P.S.:

 

La prossima volta che andrò all'Ikea penserò a questo racconto. :D

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@Mauro86Hai ragione, ci ho pensato anch'io che come racconto è molto "cinematografico"... Storia semplice semplice e senza pretese, ma che forse ben si adatta a un corto o qualcosa del genere. In effetti stavo pensando di cercare qualche concorso di racconti per corti - esistono - anche se penso che non avrei speranze per via della location dove bisognerebbe girare ;)

 

Ma sì, alla finfine un piccolo significato c'è, nascosto sotto alle risate... Nulla di che, semplicemente i problemi di comprensione e comunicazione in una coppia - credo Ylva non immaginasse veramente quanto fosse terribile per Andrea mangiarsi la pasta col ketchup - dove ogni tanto, per un problema di incomprensione o rabbia temporanea, si può rovinare tutto.

 

Mi fa davvero piacere che il racconto ti sia piaciuto, e ti ringrazio di cuore per la "fedeltà" con cui mi hai seguito :D

 

PS: a quanto pare, visto i commenti a questo pezzo, se questo racconto dovesse mai diventare famoso, le Ikee si riempirebbero di gente che ride. O che vomita ;)

 

Mi permetto di linkarti (anche per te @OMST6912280) una pubblicità svedese di una marca di pasta, che dimostra che almeno sanno ridere di sé stessi. I testi dicono: "La nostra responsabilità va dalla terra alla tavola" e "Il resto è responsabilità tua". 

 

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Il 26/10/2018 alle 23:42, gmela ha detto:

Lascio la stuga indietreggiando nell'ombra, scendo al pontile, afferro cellulare e portafogli tra i denti, mi tuffo nel mare e mi allontano da quell'isola maledetta nuotando disperato verso la terraferma ormai nera - anche in Svezia, evidentemente, prima o poi la notte arriva.

Scappo da Snarö, da Ylva, da Suzanne, da quel pasto d'inferno e soprattutto, prima di tutto, dai fantasmi di quello che ho fatto.

Bracciata dopo bracciata, a denti stretti, cercando di non pensare a nulla.

Noooooo! Tutto era andato alla grande fino alla zuppiera in testa, il sugo addosso, il magnete a terra, ma mettere cellulare e portafogli tra i denti e poi tuffarsi vestito nel mare svedese, notturno e comunque gelato (fosse anche luglio), che non faresti nemmeno trenta bracciate e ti verrebbe la sincope, mi fa crollare tutto il castello. Ti avrei concesso la notte chiuso nel cesso a fissare il "traforo" del cuore chiudendo il racconto con le due ultime frasi. 

 

Il 26/10/2018 alle 23:42, gmela ha detto:

Ogni tanto, nella vita, due persone normali vanno fuori di testa e si fanno cose dalle quali non si può più tornare indietro.

Cosa succederà, ora, non lo so proprio.

 

Ed io lettore annegai con il tuo tuffo. :D

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@Adelaide J. PellitteriMi spiace, a quanto pare ti ho proprio deluso, eh? :(

 

Però, obiettivamente, il mar Baltico è tutt'altro che gelato in estate, vicino alla costa in estate arriva a venticinque gradi o giù di lì... Non confonderti con la Norvegia: lì è oceano, si gela veramente. Ti assicuro che, in estate, le isolette sul Baltico come quelle descritte sono piene di bimbetti che sguazzano nell'acqua.

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@gmela e allora devo darti ragione, ma i vestiti addosso no, magari potevi preparare il lettore dicendo che avreste fatto delle belle nuotate in qual mare caldo, magari quella notte, al chiaro di luna, insomma montando quella che avrebbe dovuto essere una scena romantica per trasformarsi poi nella fuga da un incubo (o terribile errore). Ma queste sono le mie solite congetture che non c'entrano affatto con tutto il buon lavoro che hai fatto. Come vedi a non sapere le cose si sbaglia, e in questo caso ho sbagliato a giudicare, me ne sono andata dietro l'idea del Mar di Norvegia e... 

In ogni caso non mi hai delusa, ho imparato qualcosa di nuovo e tu scrivi benissimo.

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@Adelaide J. Pellitteri Macché sbagliato!

 

Guarda, ti ringrazio davvero, perché il tuo commento è davvero uno dei più importanti che ho ricevuto su questo pezzo.  La colpa dei tuoi dubbi è mia, solo mia, perché ho commesso il tipico errore di chi parla di cose che conosce: a volte le cose reali possono apparire inverosimili al lettore, ma lo scrittore, sapendo che tutto è vero, non si prende la briga di spiegare le cose come dovrebbe. Questa cosa dell'acqua fredda a me non è proprio venuta in mente, perché conoscendo la realtà so che la fuga è plausibile (quando diventa buio l'acqua è bella calda, dopo una giornata di sole, e come ti dicevo il Baltico, vicino alla costa, è più che nuotabile - certo non sarà piacevole come il mediterraneo, ma non muori di sicuro. Per quanto riguarda i vestiti... bah, che avrà avuto? Maglietta, pantaloncini... le scarpe, ok, ma non credo siano un problema, per nuotare trecento metri.)

 

Però effettivamente è normalissimo che un lettore italiano abbia dubbi... Anch'io, tanti anni fa, prima di visitare la Svezia per la prima volta, avrei probabilmente pensato che il Baltico non fosse posto in cui nuotare. Tu, poi, essendo stata in Norvegia, eri in posizione ideale per ritenere il finale non plausibile...

 

Quello che avrei dovuto fare era semplicemente menzionare in qualche modo la temperatura dell'acqua nel corso del racconto, e le occasioni per farlo non erano certo difficili da trovare. Come dici tu, parlare di una possibile nuotatina notturna tra i due fidanzatini sarebbe stato perfetto (bel contrasto tra pianificato e realtà!), oppure mi bastava far toccare l'acqua a Andrea quand'era in barca...

 

Provvederò di sicuro, e ti ringrazio moltissimo, davvero :D

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@gmela Ciao Gianni. C'è troppo poco da criticare per fare un commento utile a postare, quindi mi fermo per dire che il racconto intero mi è piaciuto molto. L'ambientazione particolare, i personaggi ben delineati, l'idea alla base della storia, la rivalsa di Andrea. Tutto benissimo. Dato il contesto, se fosse stato davvero un horror avresti fatto il botto, qui, però mi pare che sia andata alla grande ugualmente. Ciao, alla prossima (y).

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@Roberto BallardiniGrazie davvero per l'attenzione data al mio racconto :D

 

Mi sa che avrei fatto meglio a evitare il tag "horror", non mi piace dare idee sbagliate al lettore...

 

Alla prossima :)

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