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gmela

La pasta col ketchup [3/4]

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https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40266-in-ricordo-dei-futuri-capelli-perduti-13/?do=findComment&comment=711155

 

Link alla prima parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40249-la-pasta-col-ketchup-14/

Link alla seconda parte: https://www.writersdream.org/forum/forums/topic/40261-la-pasta-col-ketchup-24/

 

 

***

 

*

Quando arriviamo al capolinea sono le nove e mezza e il sole sta per tramontare, ci colpisce di taglio negli occhi mentre scendiamo lungo il sentierino che porta al pontile.

Ylva è di buon umore, si mette a correre. «Mamma!», urla forte, saltando su e giù e sbracciandosi come una pazza. A trecento metri di distanza, dall'altra parte del mare, sua madre, sagomina rossa ai piedi del bosco, alza un braccio in aria.

«Ylva!», la sua voce arriva da lontano. Io mi sistemo accanto alla mia fidanzata, alzo anch'io una mano in un gesto di saluto. Vorrei partecipare al suo entusiasmo, ma è davvero difficile, se penso alle cose terribili che ho promesso di fare. Sul bus non riuscivo proprio a far conversazione e alla fine abbiamo passato il tempo giocando a Travel Cluedo.

«Vi kommer!», grida Ylva, aprendo il lucchetto a combinazione che attacca la barca a un palo - mi ha spiegato, una volta, che anche in un posto disabitato come questo potrebbe sempre passare un ladro di natanti con la barca grande.

Saliamo a bordo: lei davanti, io dietro. Raccoglie due lunghi remi da terra. «Fai tu o faccio io?», chiede.

«Come vuoi», rispondo.

«Varsågod», conclude lei porgendomi i remi. Vuol dire "prego".

Partiamo, lasciamo la terraferma procedendo sull'acqua scura verso l'isola di Snarö, in compagnia dell'ombra smisurata che lasciamo sul mare calmo. I remi entrano in acqua con un "plop, plop" regolare, altri rumori non si sentono. Davanti a me ci sono gli zaini e il cactus che ho portato in regalo a Suzanne dall'Italia. Ylva, appassionata di canzoncine per bambini, canticchia uno dei suoi classici appollaiata di sbieco sulla prua: «Hej-oh, hej-oh-oh», fa, con voce profonda, «...härliga liv på böljan blå...» La conosco - è l'inno dei pirati, la canzone che le gira sempre in testa: di solito mi piace, sentirla cantare, ma ora sono troppo impegnato a cercare di andare dritto.

Terminiamo la traversata, Ylva salta sul pontile, madre e figlia si abbracciano mentre io mi distraggo un attimo e vado alla deriva. Mi tirano indietro con la corda, chiudono la barca col lucchetto. Suzanne si fa avanti, «Andrea!», dice venendomi incontro a braccia aperte, tendendomi una mano per aiutarmi a sbarcare, «Benvenuto a Snarö!»

«Grazie», rispondo io, porgendole il mio cactus-regalo. Si vede che la donna sprizza felicità da ogni poro, ha un sorriso enorme. Dal vivo sembra la versione più vecchia e più brutta di sua figlia.

Ci carichiamo gli zaini in spalla e ci incamminiamo su per un sentiero piuttosto largo, quasi una stradina. In mezzo a me e Ylva, Suzanne ci passa un braccio attorno alla vita. «Ah, come sono contenta che sei qui!», mi dice. «Ylva sempre parla di tu. Andrea qui Andrea lì... Oh Andrea, io tanto tanto contenta!»

«Anch'io», rispondo, anche se non posso evitare di pensare a ciò che quelle mani, che ora mi toccano, hanno cucinato.

«Ehi mamma guarda che ci sono anch'io eh!», fa Ylva.

«Ja men jag vet, älskling», ribatte sua madre baciandola sul collo; Ylva lancia un urletto scappando all'indietro, le viene la pelle d'oca, le due ridono e scherzano in una lingua di cui non capisco niente.

Io metto semplicemente un piede davanti all'altro, salgo lungo il sentiero con gli occhi per terra.

La stuga è in cima a una collinetta: una casetta vecchia, rosso vinaccia; un tavolo blu e quattro sedie di legno sono abbandonate distrattamente in mezzo al giardino, dove l'erba avrebbe bisogno di una sforbiciata. Ci sono un melo e un pero, lamponi e ortiche che crescono assieme, ai bordi del prato, cespugli di uva spina, un'enorme quercia alla quale è appeso un asse di legno a fare da altalena.

Ylva butta lo zaino a terra, si siede sull'asse con un «Ah!» soddisfatto e finisce la bottiglia di Gatorade che abbiamo condiviso sul bus. «Ohi,» dice Suzanne, «che tardi! Voi sicuro avete tanta fame. Ylva, mostra toilette a Andrea, prima che fa buio, io vado veloce a scaldare pasta con ketchup.»

Appoggio i bagagli al muro, guardo la donna sparire in casa. Alle mie spalle Ylva dondola avanti e indietro, piano, il sole ormai se ne è andato. Tutto è più silenzioso, senza Suzanne. So che dovrei dire qualcosa ma non ci riesco: è troppo difficile, specialmente col rumore di pentole che proviene ora dall'interno della stuga.

«Questo è un posto molto speciale per me sai, Andrea?», dice Ylva piano, «Tanti ricordi...»

«È bello», rispondo, ed è vero: non sto mentendo, si vede che c'è qualcosa di speciale in questo luogo, ha un fascino quasi irreale. In altri momenti sarei sicuramente stregato dalla sua bellezza selvatica, ma la verità è che ora non riesco a pensarci. Di sicuro Ylva lo capisce - non sono affatto un attore bravo come lei - ma per fortuna non infierisce, rispetta il mio stato d'animo e modera il suo entusiasmo per aggiustarlo al mio umore. È una qualità piuttosto rara, credo, tra le ragazze, e le sono infinitamente grato per questo.

Salta giù dalla sua altalena. «Dai, ti faccio vedere l'isola», dice.

Mi porta dietro alla casa: c'è la pompa dell'acqua, la rimessa per la legna da ardere e uno stanzino in legno con un buco a forma di cuore sulla porta. È il cesso.

«Per lavarsi si scende al mare», spiega, poi apre la porta dello stanzino: dentro c'è un buco che dà su un enorme barile semisotterrato, un rotolo di carta igienica sull'asse in legno dipinto, al muro foglie d'alloro secche e un vecchio albero genealogico della casa reale svedese a fare atmosfera. Ylva infila una pala in un secchio e tira su una palata di polvere bianca. «Se hai bisogno di pisciare falla nei cespugli; se devi cagare, quando hai finito, butta la calce nel buco.»

«Ok.»

Poi mi prende per mano. «Vieni,» dice, «voglio mostrarti una cosa.»

La seguo, ci inoltriamo nel bosco. Lei si china a raccogliere qualcosa, io calpesto un fungo velenoso.

«Lingon», spiega, passandomi una piantina dalla quale pendono grappoli di bacche rosse. Ne assaggio una, è aspra e amarognola.

Ci facciamo strada in mezzo agli alberi, non so come faccia Ylva a orientarsi. Dopo un po' ci sono rocce, saliamo, ci aiutiamo con le mani. In cima c'è muschio, il vento soffia e si vede tutta l'isola: un cerchio allungato su un lato, in mezzo al mare - forse quattrocento metri di diametro, nulla più. A nord c'è la stuga di Ylva, a sud-est e sud-ovest altre due casette.

«Ecco, questa è Snarö», dice Ylva, allargando le braccia a croce coi capelli nel vento.

«E quelle case laggiù?», chiedo io.

«Sono i vicini. Ma uno sta vendendo casa, l'altro ha un tumore. Ci siamo solo noi.»

Io non rispondo, guardo verso l'orizzonte. Se da un lato la terraferma è vicina, dall'altro c'è solo mare. E la Finlandia, suppongo, qualche centinaio di chilometri più ad est.

Ylva guarda le nuvole, in alto. «Il tempo sta cambiando», dice piano.

Una campana lontana si mette a suonare.

«Don... Don... Don...» Pausa. «Don... Don... Don...»

È l'unico rumore nell'aria e sembra provenire da un altro mondo, mette ansia. «Cos'è?», chiedo.

«La cena è pronta», risponde Ylva, puntando il braccio verso la stuga. Piccola sagoma scura in piedi davanti a casa, Suzanne agita su e giù una catena, facendo suonare una pesante campana che pende da un gancio sul muro.

Ripartiamo in silenzio, non c'è più nulla da dire. Quando arriviamo alla stuga blocco Ylva per la spalla.

«Vado a pisciare e arrivo», le dico sulla soglia, guardandola negli occhi.

Lei annuisce, entra in casa lanciandomi un ultimo sguardo difficile da interpretare. Forse è empatia, forse altro, non so.

Mentre la faccio nei cespugli penso a quello che sto per mangiare e non mi pare vero. Mi fa male la pancia, non so se avrò la forza di andare fino in fondo a questa storia, avrei voglia di andarmene da qui: ora che sta iniziando seriamente a scurire, sembra quasi ci sia qualcosa di sbagliato, nell'aria - un dramma sospeso, come se stesse per succedere qualcosa di terribile.

Poi penso a Ylva. Oh, Ylva...

Devo farlo, mi dico, devo. Per lei. Mi ha portato fin qui, non posso deluderla. Anche se non ce lo diciamo mai, la verità è che la amo.

Devo.

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@OMST6912280Eheh, diciamo che la merda è un sottotema molto sentito, in questo racconto... Non saprei nemmeno bene perché... Mah, suppongo semplicemente che, vista la pietanza al centro del racconto, continuasse a venirmi in mente quello mentre scrivevo ;) Se poi funziona o dà fastidio, non lo so...

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6 ore fa, gmela ha detto:

@OMST6912280Eheh, diciamo che la merda è un sottotema molto sentito, in questo racconto... Non saprei nemmeno bene perché... Mah, suppongo semplicemente che, vista la pietanza al centro del racconto, continuasse a venirmi in mente quello mentre scrivevo ;) Se poi funziona o dà fastidio, non lo so...

Funziona, funziona :lol:

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Stavo davvero pensando che il racconto potesse star sviluppandosi in un modo un po' più serioso, quando leggo la parola "cesso" e quel che ne segue. :D

A quel punto, ho cominciato a ritenere che il tuo sia un racconto scritto con evidenti tratti umoristici, ma che possegga altri significati rispetto a questi. Chissà se sia davvero così... Leggerò l'ultimo capitolo per vedere se ho ragione o meno. ;)

 

Comunque, volevo chiederti due cose:

 

1 - Ma tu in questi posti che descrivi ci sei stato per davvero? Perché sembri descriverli in maniera ottimale!

2 - Ho notato che alcune parole le scrivi in corsivo. Quelle straniere. E' una scelta apposita o una casualità?

 

Comunque non preoccuparti dell'utilizzo di termini quali "merda" o simili... Se hanno un senso (ed il tuo racconto ce l'ha un senso), si possono utilizzare quasi tutte le parole ed spressioni possibili, secondo me.

 

Altro capitolo scritto benissimo. ;)

 

@gmela

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@Mauro86Mah, diciamo che è un po' un mix di generi, ma alla basa è ovviamente e più di tutto un racconto umoristico. Però ho cercato di creare una "tensione da horror", questo sì.

 

Per quanto riguarda le tue domande, vivo in Svezia da più di dieci anni quindi direi che me ne intendo :D In realtà è la prima volta che scrivo di questo paese... Era un po' come giocare in casa ;) Facendo riferimento al tuo racconto, direi che è un po' come se tu stessi scrivendo da una prigione, insomma ;) (e spero proprio non sia così, neh!). I posti di cui parlo non esistono proprio realmente ma sono piuttosto standard qui in Svezia. Semplicemente, come al solito, ho fatto un po' il collage di diverse cose viste e straviste, tutto qui.  Ad esempio la descrizione del cesso fuori casa è preso paro paro da un cesso vero visto in una di "queste case di campagna" che sono molto tipiche qui - con tanto di albero genealogico della famiglia reale a fare atmosfera. In Svezia hanno una parola speciale, per distinguere questi bagni fuoricasa "alla buona" dai bagni veri, con l'acqua corrente e tutto il resto. In Italia non credo, allora ho detto "cesso". E il buco a forma di cuore nella porta c'è sempre.

 

Non so, di solito consigliano di mettere corsivo alle parole straniere. Qui ci sono dialoghi interi in lingua straniera, li ho messi in corsivo perché Andrea non li capisce né mi aspetto che il lettore li capisca... Servono solo a fare atmosfera, insomma, non veicolano nulla di importante!

 

Però ogni tanto mi viene il dubbio che forse bisognerebbe mettere in corsivo i pensieri di Andrea, per renderli distinti dal resto. Come qui:

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Devo farlo, mi dico, devo. Per lei. Mi ha portato fin qui, non posso deluderla. Anche se non ce lo diciamo mai, la verità è che la amo.

Devo.

 

Io i corsivi non gli ho messi, ma mi viene il dubbio che venga meglio coi corsivi... Mah! Se hai suggerimenti a riguardo fammi pure sapere, eh!

 

Grazie come sempre per i tuoi pareri, credimi, li apprezzo moltissimo :D

 

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3 ore fa, Mauro86 ha detto:

Allora io ho definitivamente un buon intuito, visto che ci ho preso sul fatto che conoscevi bene le ambientazioni... :)

(y)

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@gmela il racconto procede a gonfie vele, mi piacciono le tue descrizioni, non sono mai stata in Svezia ma in Norvegia sì, ho visitato un paio di isolette fotografando queste casette colorate e sperdute in mezzo al verde, con la barchetta legata ad un palo conficcato a riva, lì dove il medico  si vede una volta a settimana (se il tempo lo permette ); ho visto questi paesaggi e ne ero rimasta incantata fin quando, però, la guida non mi disse che qualche anno prima un'intera famiglia di sei persone era stata ritrovata cadavere dopo sei mesi. Sepolti dalla neve, erano morti tutti. E allora ho capito: certi paesaggi vanno bene per le cartoline poi... la vita è un'altra cosa. Per tutto questo mi ha affascinato la tua descrizione fin dal primo capitolo e quando hai scritto "ci abitiamo solo noi" ho avuto la certezza: parlavi di cose vere e viste con i tuoi occhi. Confermata da te nei commenti.

Questo terzo capitolo ha  punte di poesia, scopriamo che Andrea ama Ylva, incrociamo gli sguardi d'intesa tra i due, e pure tra le descrizioni ironiche del cesso e l'incombere della cena, il lettore ha modo di assaporare il sentimento dei ragazzi. Un mix (serietà e ironia) che, per me, funziona alla grande. 

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@Adelaide J. PellitteriScrivere di cose che si conosce è sempre molto più facile che non scrivere di cose che non si conoscono... Ammiro alla follia chi riesce a descrivere luoghi non visti come se li avesse visti, ma non sono tra questi.

 

Grazie degli apprezzamenti, mi fa piacere il pezzo ti sia piaciuto :)

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@gmela Ciao G. Eccomi di nuovo qui. Non sto più a ripetere tutto il pistolotto sulla soggettività delle osservazioni. Lo do per scontato. Ormai credo che ci siamo capiti al riguardo. :)

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Quando arriviamo al capolinea sono le nove e mezza e il sole sta per tramontare, ci colpisce di taglio negli occhi mentre scendiamo lungo il sentierino che porta al pontile.

Passaggi come questo di solito passano inosservati eppure sono encomiabili per come con poche parole dipingono nella mente di chi legge un quadro preciso.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

A trecento metri di distanza, dall'altra parte del mare, sua madre, sagomina rossa ai piedi del bosco, alza un braccio in aria.

Gusti. Opterei per dei periodi meno spezzettati. In questo caso: A trecento metri di distanza, dall'altra parte del mare, sua madre alza un braccio in aria, sagomina rossa ai piedi del bosco. Oppure sacrificherei l’ultima frase.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

alzo anch'io una mano in un gesto di saluto.

Via anch’io.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Sul bus non riuscivo proprio a far conversazione e alla fine abbiamo passato il tempo giocando a Travel Cluedo.

Ho notato come giochi e videogiochi vengano menzionati in diverse occasioni. Benissimo, ma sono curioso, c’è qualche ragione particolare?

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

anche in un posto disabitato come questo potrebbe sempre passare un ladro di natanti con la barca grande.

Non capisco bene la specifica con la barca grande. Nel senso che carica quella più piccola?

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Raccoglie due lunghi remi da terra.

…dal fondo della barca.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Partiamo, lasciamo la terraferma procedendo sull'acqua scura verso l'isola di Snarö, in compagnia dell'ombra smisurata che lasciamo sul mare calmo.

Che ambientazione stupenda...

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

di solito mi piace, sentirla cantare, ma ora sono troppo impegnato a cercare di andare dritto.

Via sentirla cantare.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Si vede che la donna sprizza felicità da ogni poro, ha un sorriso enorme.

Ha un sorriso enorme dopo la prima frase sembra un po’ inutile.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

e ci incamminiamo su per un sentiero piuttosto largo, quasi una stradina.

Concedimi un vezzo: non sopporto i quasi. Hanno lo stesso effetto dell’acqua in un bicchiere di vino. O si è o non si è. In questo caso io starei già a posto con la prima frase.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

si vede che c'è qualcosa di speciale in questo luogo, ha un fascino quasi irreale. In altri momenti sarei sicuramente stregato dalla sua bellezza selvatica, ma la verità è che ora non riesco a pensarci. Di sicuro Ylva lo capisce - non sono affatto un attore bravo come lei - ma per fortuna non infierisce, rispetta il mio stato d'animo e modera il suo entusiasmo per aggiustarlo al mio umore. È una qualità piuttosto rara, credo, tra le ragazze, e le sono infinitamente grato per questo.

Anche passaggi di questo tipo - esterno\interno, contesto ambientale\contesto interiore - hanno un grande peso e rendono la prosa molto piacevole. Sei bravo, sì. 

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

dentro c'è un buco che dà su un enorme barile semisotterrato, un rotolo di carta igienica sull'asse in legno dipinto, al muro foglie d'alloro secche e un vecchio albero genealogico della casa reale svedese a fare atmosfera.

Fantastico. Ottimi particolari.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Poi mi prende per mano. «Vieni,» dice, «voglio mostrarti una cosa.»

Ho notato che le virgole dopo la prima battuta a volte stanno dentro e a volte fuori dalle caporali. A me hanno suggerito addirittura di non metterle nella prima battuta. Chissà…

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

Dopo un po' ci sono rocce,

Bruttina questa.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

l'altro ha un tumore. Ci siamo solo noi.»

Be’, mica è ancora morto, poveraccio.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

«Don... Don... Don...» Pausa. «Don... Don... Don...»

Bella questa cosa. Sembra proprio l’annuncio di un funerale.

Il 25/10/2018 alle 13:51, gmela ha detto:

ora che sta iniziando seriamente a scurire, sembra quasi ci sia qualcosa di sbagliato, nell'aria - un dramma sospeso, come se stesse per succedere qualcosa di terribile.

Questo passaggio, insieme all’ambientazione e alla tag horror, confesso che mi aveva un po’ illuso in merito a un epilogo più cruento e tragico. Ma va bene così. Posso dirlo: ho già letto tutto e mi è piaciuto.

 

Benissimo, direi. Qui siamo tornati alle grandi descrizioni, intrecciate con i buoni dialoghi e con i giusti passaggi introspettivi. Bravo G. Alla prossima.(y):super:

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@Roberto BallardiniGrazie, come sempre, per l'analisi dettagliata e le ottime osservazioni :)

 

Concordo su molto di quello che hai detto, anche se, onestamente, i "quasi" a me piacciono. Trovo che sfumano, fanno meno "bianco e nero" a volte... Ma oh, nulla di male nella tua opinione - de gustibus, suppongo :)

 

La tag "horror" l'avevo messa un po' in senso ironico, forse avrei dovuto evitare... Però è vero: specialmente in questo pezzo, ho cercato di creare un'atmosfera da horror! Anche per questo ho menzionato il tumore: parola brutta da sentire, che dovrebbe mettere "inconsciamente" un po' d'ansia al lettore. Io intendevo che il vicino fosse via per curarsi, ma spiegato per filo e per segno mi sembrava pesante... Alla fine ho messo così, pensando che Andrea tirasse le somme da solo, o magari anche non capisse...

 

All'inizio del racconto Andrea spiega che Ylva è appassionata di giochi da tavolo. La passione per il teatro era ovviamente funzionale alla storia (deve recitare), ma quella per i giochi da tavolo era semplicemente una caratteristica a caso che mi sono inventato sul momento, giusto per caratterizzarla un po' :)

 

Grazie davvero dei tuoi commenti, preziosissimi :D

 

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