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Il Figlio del Drago

Tanti dettagli o tanta immaginazione?

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Un mix, spero giusto. A mettere troppi dettagli si rischia di cadere nel cataloghismo più ridondante, a non metterne... insomma, siamo scrittori ed è giusto costruire un mondo per il lettore, regalargli immagini vive dove far muovere l'azione. Sono per la via di mezzo, insomma. Ben dosata, s'intende. O almeno è ciò che provo a fare. 

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@YumaKuga79 Potresti fare un esempio? Così sarà più semplice capire cosa intendi con "descrivere ogni minima cosa". :)

 

In linea generale, la descrizione è la strada corretta. Lasciare spazio all'immaginazione non significa costringere il lettore a immaginare tutto (anche perché il lettore tenderà a non farlo); è proprio grazie alle descrizioni se il lettore può immaginare il mondo in cui è ambientato il romanzo e tutto ciò che lo abita. Non immaginerà mai il protagonista se non lo descrivi; e non parlo del colore degli occhi o della lunghezza dei capelli, ma di tutti quei dettagli fisici e caratteriali che lo rendono un personaggio unico e completo. Lo stesso vale per qualunque cosa all'interno del romanzo, personaggio, animale, oggetto inanimato e ambientazione.

Nel contempo, bisogna evitare di risultare pesanti con descrizioni eccessive, prolisse e noiose. Una buona soluzione è quella di diluire la descrizione nel corso del romanzo, invece di descrivere tutto in una volta sola, e soprattutto di renderla dinamica ("nella stanza c'è una sola finestra" è meno interessante di "la pioggia sbatte sui vetri dell'unica finestra").

 

Descrivere non uccide l'immaginazione, la stimola. :) 

 

PS: Ho spostato in Scrivere.

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Per me le descrizioni devono avere uno scopo preciso. Devono, ad esempio:
 

  • essere utili alle emozioni del/dei protagonisti ("il taglio radente di luce su quella parete di roccia gli ricordò lo stesso identico colore dei capelli di Dora quando, illuminati da dietro, rilucevano e sembravano vivere di vita propria")
  • essere utili all'avanzamento della storia ("la cella in cui fu rinchiuso non accettava compromessi. I due metri quadrati, le pareti unte e la branda di legno esigevano tutta la sua determinazione per non infilarsi una corda al collo alla prima occasione")
  • essere particolarmente belli ("Le finestre illuminate, discontinue, sembravano uno spartito sulle facciate dei palazzi del rione, che a suonarlo ti saresti sentito ubriaco, e forse felice").
  • evocare da un singolo particolare qualcosa di più sulle caratteristiche di un personaggio ("Non c'era una sola cornice diritta in tutta la stanza, o forse lo erano tutte, ma solo per gli occhi annebbiati di Marco, che con un ago in vena per la maggior parte del tempo, forse aveva ben altro a cui pensare").

E via dicendo. Insomma, personalmente, le uniche descrizioni che tollero o addirittura apprezzo sono quelle imprescindibili e quelle dei punti sopra, con tutte le valide eccezioni del caso e senza essere troppo rigido. 

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Le descrizioni accurate fanno parte anche dei tempi in cui sono proposte.

I romanzi dell'Ottocento erano ricchi di descrizioni particolareggiate, mostravano tutto: paesaggi, persone, abbigliamenti, cibi... situazioni nei minimi particolari e il motivo era che a quell'epoca i lettori non erano come oggi, non viaggiavano, non avevano televisione, social e quant'altro e la loro conoscenza del mondo era molto limitata, al solo ambito dove vivevano.

Un italiano non aveva tante occasioni di conoscere Londra, Parigi o Mosca, ad esempio. Le aveva sentite nominare. I romanzieri inglesi, francesi e russi supplivano descrivendo anche le pietre che pavimentavano le strade, facendo visualizzare i loro paesaggi ed entrando in profondità nei personaggi, come una pittura di Caravaggio.

Oggi sarebbe pesante fare così. Anche chi non è mai stato all'estero ha una visione d'insieme delle città, dei luoghi, persone, cibi:

Non abbiamo tanto bisogno di descrizioni accurate della 45^ Strada a New York, perché l'abbiamo vista innumerevoli volte fin da piccoli in innumerevoli film.

Ci interessa sapere cosa accade. Poi ben vengano comunque le descrizioni particolareggiate in chiave moderna, se sanno essere accattivanti e interessanti.

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Io personalmente ho il vizio di non abbandonarmi a descrizioni molto accurate dei personaggi. Mi piace far cadere i particolari un po' alla volta, e lasciare che ci si arrivi col tempo. Ma mi hanno gia' ripetutamente cazziato per questo...

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Una descrizione dovrebbe essere concisa e precisa. Per ogni elemento ambientale in scena quindi dovremo aggiungere uno, al massimo due dettagli, significativi. E consiglio sempre di usare i tropi: ad esempio la sineddoche se si vuole accorciare e rendere rapido, o una perifrasi (magari con l'ironia) se al contrario si vuole spendere qualche parola in più. Questa seconda possibilità si presta bene alle descrizioni di pensieri e concetti astratti.

 

Comunque di base direi che per cominciare è bene fare una lista degli elementi in scena e porli in ordine di importanza, e a seconda di come sono classificati decidere quanti dettagli usare per presentarli.

 

 

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6 ore fa, Unius ha detto:

Le descrizioni accurate fanno parte anche dei tempi in cui sono proposte.

 

E perchè mai? La descrizione di un paesaggio, di un albero, di una foglia, di una montagna, di un sentiero... possono regalare pagine bellissime, se si è capaci di evocarne le immagini.

Lo scrittore dovrebbe essere fuori dal tempo,  almeno secondo me, in un tempo senza facebook, social che sono soltanto aberrazioni.

Se in un romanzo contemporaneo c'è chi mi descrive una strada di New York come nessuno mai ci era riuscito in maniera coinvolgente, ben venga.

Le foto di Instagram sono spesso insignificanti e prive di qualsivoglia didascalia o spiegazione. O descrizione.

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@Iamthedoctor

Condivido assolutamente quello che hai detto.

Io propenderei per le descrizioni particolareggiate, sono un cultore dei classici dell'Ottocento. Ma purtroppo bisogna constatare che quelle descrizioni oggi sarebbero meno comprese e meno amate. Ormai, fin da adolescenti e anche prima, si è già visto tutto in tutte le salse e solo pochi sono in grado di amare e stupirsi per le cose che hai elencato, leggendo le loro descrizioni "addirittura" su libri di carta.

Come far amare alle giovani generazioni di oggi l'addio ai monti di Lucia nei Promessi Sposi, la  fantastica descrizione della piazza di Milano durante la rivolta del pane,  l'Innominato, La monaca di Monza, le scene della peste?

Vogliamo parlare dei Malavoglia e Mastro Don Gesualdo di Verga? Io da ragazzo in quei libri ci ho visto un mondo, oggi cosa ci vedrebbero i ragazzi?

Si può comunque essere fuori dal tempo nello scrivere, concordo e condivido, ma quella irripetibile stagione non tornerà mai più.

 

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Sarà per questo motivo che i miei acquisti sono di autori per lo più dei decenni passati. Poco o nulla oramai mi attrae e affascina, nella letteratura ( ammesso che si possa definire tale) contemporanea.  Prendo un esempio a caso, Joseph Roth. I suoi libri sulla Russia di inizio secolo sono quanto di più incantevole e realistico allo stesso tempo si sia scritto su quel mondo rimasto per decenni ammantato in un'aurea irreale se non farsesca.

Ma per restare sugli italiani, abbiamo avuto scrittori che hanno fatto delle parole, delle descrizioni, delle evocazioni, punti altissimi e oramai inarrivabili, per chiunque si cimenti nella scrittura nell'epoca contemporanea dei bloggher e dei social.  Penso a Calvino, Manganelli, Landolfi, Pavese, Gadda o anche Sciascia.

Non ci saranno più scrittori così. E anche se ci fossero, al lettore contemporaneo non importerebbe nulla. Oggi si ricerca l'effimero tra le pagine. E l'indirizzo Instagram dell'autore in terza di copertina.

 

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@Unius @Iamthedoctor Però dobbiamo scindere due cose. La descrizione secca, e il commento alla descrizione. Tanti di quegli autori che avete elencato spendevano pagine e pagine sulle descrizioni perché si dilungavano sui commenti. Prima descrivevano e poi commentavano quello che avevano appena descritto.

 

Una descrizione pura che duri anche più pagine senza altro attorno non l'ho mai trovata. Neppure nel classicismo italiano.

 

Inoltre quel modo di scrovere non tornerà più per una ragione semplice: gli autori moderni sono nati e vissuti nel '900 e il '900 è il secolo della velocità, del dinamismo e del trasformismo. E la società dove viviamo influenza l'arte.

 

Lo stesso Tolkien, spesso accusato di dilungarsi nelle descrizioni, è in realtà un maestro di commenti.

 

Dall'incipit de Lo Hobbit. Le parti in neretto sono commenti.

 

In un buco nella terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente su cui sedersi né da mangiare: era un buco-hobbit, vale a dire comodo.
Aveva una porta perfettamente rotonda come un oblò, dipinta di verde, con un lucido pomello d'ottone proprio nel mezzo. La porta si apriva su un ingresso a forma di tubo, simile a un tunnel: un tunnel molto confortevole, senza fumo, con pareti rivestite di legno e pavimento di piastrelle ricoperto di tappeti, provvisto di sedie lucidate e di un gran numero di attaccapanni per cappelli e cappotti: lo hobbit amava ricevere visite. Il tunnel, lungo e tortuoso, penetrava abbondantemente - anche se non fino in fondo - nel fianco della collina (o meglio della Collina, come la chiamavano gli abitanti della zona nel raggio di molte miglia) e molte porticine rotonde si aprivano su di esso, prima da un lato e poi dall'altro. Per lo hobbit, niente piani superiori: le stanze da letto, i bagni, le cantine, le dispense (assai numerose), i guardaroba (c'erano intere camere destinate agli abiti), le cucine e le sale da pranzo erano tutti sullo stesso piano, anzi sullo stesso corridoio. Le stanze migliori erano tutte sul lato sinistro (entrando), perché erano le uniche ad avere finestre: finestre rotonde e profondamente incassate, che davano sul suo giardino e più in là sui campi che digradavano verso il fiume.

 

Nello Hobbit si vede ancora come descrizione e commento sono bilanciati, forse le descrizioni sono maggiori. Ma nelle opere successive, ha abbandonato le descrizioni minuziose per una prosa di più ampio respiro, infarcita di commenti indimenticabili.

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Anche io sarei piu' per azione e sequenza di eventi, piuttosto di lunghe descrizioni particolareggiate. 

 

Comunque dipende molto dal tuo stile. Ci sono scritto che ancora oggi spendono una bella paginetta descrivendo rumori, sensazioni, colori e riescono ad non essere ne banali ne noiosi...

 

Per uno scrittore agli inizi, consiglierei, descrizioni concise ma efficaci, e una vivace sequenza di eventi. Il lettore moderno e' abituato ad associare parole chiave ad immagini quindi e' sufficiente creare un richiamo alla memoria.

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Secondo me le descrizioni sono ideali per lasciare spazio all'immaginazione del lettore. Devono essere nel numero giusto, né abbondanti per non appesantire il resto, né scarse. Quando leggo mi piace farmi un'idea su come gli ambienti, i personaggi ecc., ma quando l'autore si concentra troppo sui dettagli per me diventa tutti noioso. Stesso discorso quando scrivo: mi piace inventare i dettagli, ma quando mi divulgo poi mi annoio!

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Trovare l'equilibrio tra descrizione ed eventi è una cosa che ancora mi causa molti problemi.

Devo ancora lavorarci molto ma... credo nel bilancio tra le due cose. Testi troppo descrittivi mi fanno perdere la concentrazione e mi annoiano a volte ma testi troppo diretti molto spesso non mi lasciano nulla. Ma soprattutto a me piace che a parlare siano i personaggi: cioè che tramite le loro azioni e pensieri si possa delineare il resto.

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