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Adelaide J. Pellitteri

Cosa possiamo definire "letteratura"?

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Voglio porre una domanda ai lettori del WD, e spero sia la sezione giusta, diversamente chiedo "a chi può" di spostarla.

I racconti (in generale) postati sul WD posso essere definiti letteratura? Se sì, perché? Quali sono i punti specifici che permettono di definirli tali?

Se no, perché? Quali sono i difetti che preclude loro tale definizione? 

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@Adelaide J. Pellitteri Ciao Adelaide.:sss: Mah. Comunemente si definisce letteratura uno scritto che abbia una valenza estetica o emozionale.

Secondo una valutazione il più possibile condivisa.

Il giudizio resta ovviamente soggettivo.

Lieto di averti spiegato tutto:D

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@camparino grazie sei stato gentilissimo a rispondermi. Ho sempre saputo che ciò che scriviamo è narrativa (buona o cattiva, quella è), ma mi sono sempre chiesta quando la narrativa può definirsi letteratura. Avevo letto la definizione e mi era rimasto come un dubbio, una insoddisfazione e ho fatto la domanda per avere un confronto. Ok, do per assodato che facciamo letteratura. 

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri, anche io me lo sono chiesta spesso e non ho trovato risposte, solo altre domande da pormi: ha a che fare con il numero di copie vendute e quindi con il successo avuto? Ha a che fare con la trasversalità dei temi che rendono la storia, se non attuale, almeno comprensibile al pubblico anche dopo molti anni? Ha a che fare con l'innovazione dello stile? Ha a che fare con l'influenza delle idee veicolate dalla storia sulla società?

Niente risposte, molte domande :rosa:

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55 minuti fa, camparino ha detto:

Comunemente si definisce letteratura uno scritto che abbia una valenza estetica o emozionale.

Ma quando mai!?

Mi stai dicendo che la sceneggiatura di "Un posto al sole" (che seguo) ha la stessa "valenza estetica o emozionale" di un dramma di Shakespeare? O che un libro fatto a posta per emozionare automaticamente candida al Nobel per la Letteratura l'Autore? Su, cerchiamo di stare con i piedi per terra. I nostri esercizi narrativi qui postati difficilmente supereranno la soglia dell'Esercizio e una gran parte della narrativa oggi pubblicata e letta mai arriverà a sfiorare l'ambito  che il tempo e la storia definiscono "letterario".

Il Dottor Zivago ha pagine paesaggistiche e filosofiche di eccelsa fattura insieme a pagine di "romanzo" insopportabili (e il suo gran successo non è da addebitare del tutto ai suoi meriti "letterari").  Gli indifferenti di Moravia letto oggi assume un valore, un significato, un senso che noi lettori del XXI sec. siamo in grado di interpretare e rivitalizzare perché ne cogliamo quelle caratterizzazioni psicologiche  e sociali che il tempo non ha invecchiato. Le Favole al telefono di Rodari offrono ieri oggi e domani una sapiente miscela estetico-didattica tali da rendere l'opera utile e nuova ad ogni generazione. Il testo che io o tu o gli altri scriviamo aspira ad avere i criteri  della leggibilità e della fruizione, non quelli estetico-culturali anti-decomposizione temporale. Ma è palese quanto anche gli Scrittori che il tempo ha imbalsamato o reso grandi hanno iniziato con esercizi narrativi, con prove di racconto, con testi dove provare e riprovare gli strumenti estetico-emozionali messi a disposizione della lingua prima e dalla cultura dopo.  

 

Ma io credo che si stia vivendo un tempo i cui i criteri di giudizio e di categorizzazione si allargano a dismisura per accogliere tutto e tutti. E questo  va bene per la narrativa commerciale ma è deleterio per la Letteratura che fonda sulla ricerca l'approfondimento la sperimentazione formale-linguistica il suo fascino e la sua definizione.  

 

Un caro saluto. 

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2 minuti fa, camparino ha detto:

Partì dal pregiudizio che esiste qualcosa di "universale". In un mondo in cui tutto e' relativo.

Ne sono consapevole, mah... in mare una rotta un faro un promontorio di riferimento lo devi avere se non vuoi perderti. Nell'oceano delle pubblicazioni che nel corso della nostra vita ci richiamano come le sirene di Ulisse, un criterio personale, soggettivo, frutto della nostra esperienza di lettori e non ideologico-scolastico-accademico, uno deve pur conquistarselo. Un libro come Cuore di De Amicis, lasciamelo dire, è valido dagli Appennini italiani alla Ande boliviane. Non sarà "universale", risulterà indigesto agli aborigeni australiani, ma diciamo che è un testo che fa leva su valori umani o su aspirazioni di valori umani piuttosto diffusi nel genere Uomo. L'Iguana di Anna Maria Ortese, già di per sé abbastanza sottovalutato nella storia della letteratura italiana, per essendo a mio avviso molto ben scritto e linguisticamente ricercato, è molto probabile che non supererà mai i confini nazionali,  perché trattasi di opera sofisticata, dentro quel ramo letterario dove  su una idea di fondo si plasma, si fonde si forgia una scrittura complessa, fuori dai canoni narrativi usuali -ma ricca di suggestioni letterarie  e creative. 

 

Quindi, direi non "tutto è relativo" ma ogni cosa è per noi fondante. Per noi! Cioè per me e per te. Perché alla fine della nostra vita il bilancio che sarà fatto non riguarderà la Storia della Letteratura occidentale ma la la storia di noi lettori, la nostra esperienza con la pagina scritta, il nostro rapporto con la parola. Ed essendo la parola caratteristica della popolazione umana, allora sì, il nostro bilancio avrà caratteristiche e suggestioni "universali".

 

Ciao, alla prossima. 

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@camparino non credo che il punto sia se esiste o meno qualcosa di universale, ma il fatto che certi libri lo sono diventati. Come hanno fatto? Io credo che abbiano saputo creare in maniera coerente un mondo da cui non si sono allontanati nemmeno per lo spazio di una parola, hanno infilato il lettore nella dimensione narrativa che hanno imbastito e lo hanno fatto arrivare fino alla fine senza senza rendersene nemmeno conto... e qui tornano le mie domande, come senza rendersene conto? Vuol dire che Guerra e pace non è letteratura? Perché lì te ne accorgi e come che ti mancano ancora 2789 pagine per arrivare alla fine della storia.

1 ora fa, Renato Bruno ha detto:

 

Ma io credo che si stia vivendo un tempo i cui i criteri di giudizio e di categorizzazione si allargano a dismisura per accogliere tutto e tutti. E questo  va bene per la narrativa commerciale ma è deleterio per la Letteratura che fonda sulla ricerca l'approfondimento la sperimentazione formale-linguistica il suo fascino e la sua definizione.  

quindi la narrativa commerciale non ha speranze di poter entrare a far parte della letteratura? è un po' come dire che bisogna far pensare e ragionare per poter essere considerati letteratura, tutti coloro che scrivono magari bene, narrativa di intrattenimento, non hanno nessuna speranza di entrare nella letteratura? Io credo che Shakespeare però abbia scritto Romeo e Giulietta per divertire il suo pubblico in teatro, non credo avesse idea che la sua storia sarebbe perdurata nei secoli.

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@@Kikki hai messo nero su bianco le mie stesse domande, mentre  tu@Renato Bruno mi ha fatto assaporare quello che ha il vero sapore della letteratura (Non avrei saputo come spiegarlo). @camparino hai riportato quello che universalmente e in linea generale è la definizoone data dai dizionari. Mi aveva sorpreso leggere, appunto,  questa definizione sulla Treccani e mi chiedevo se non sarebbe necessario un'approfondimento del lemma. 

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25 minuti fa, Kikki ha detto:

quindi la narrativa commerciale non ha speranze di poter entrare a far parte della letteratura? è un po' come dire che bisogna far pensare e ragionare per poter essere considerati letteratura, tutti coloro che scrivono magari bene, narrativa di intrattenimento, non hanno nessuna speranza di entrare nella letteratura?

Io non sono un critico letterario e non ho in mano l'ascia che mi permette di tagliare un confine netto tra tradizione e innovazione e quindi incasellare l'opera x nel settore Narrativa oppure in quello della Letteratura. Chi vive attentamente il suo tempo non leggere per "discriminare", per creare livelli, per fare graduatorie: divori tutto e di tutto può nutrirsi, se vuole.  Il critico è come il dietologo: mi dice in base a come sono fatto io quali letture sono più digeribili e utili per il mio peso/animo forma e quali meno. Ma quelle meno possono risultare nutrienti per altri a cui risultano nocive quelle giuste per me. 

 

Compito della narrativa commerciale come della letteratura è sempre catturare il lettore (ma questo è compito basico della parola scritta, al di là dei generi). Ma non basta questo per distinguere tra un'opera scritta di Marquez e una di Vargas Llosa. Perché a mio avviso non è sufficiente incollare il lettore alle pagine: occorre dirgli e dargli concetti, valori, filosofie, etiche, riflessioni, interpretazioni contro il conformismo dell'epoca in cui l'Autore vive. Ci sono pagine e pagine di Cent'anni di solitudine noiosissime e superflue, così come ci sono pagine ideologiche di Storia di Mayta di Llosa interessanti per capire come nasce e come si sviluppa e come viene manipolata l'antica esigenza umana di una società più equa. Questo per dire che non tutti i bestseller da noi amati lasciano un segno nella Storia della Letteratura (Borges ci riesce molto meglio!) mentre tutti o quasi modificano alterano migliorano o peggiorano il nostro gusto narrativo. 

 

La questione non è se esistono cibi "buoni" per tutti -se la narrativa da noi oggi apprezzata sia ipso facto già letteratura per le antologie scolastiche di domani- quanto capire che cosa noi pretendiamo dall'alimentazione/Parola scritta. Da qui i capolavori che si confermano tali o ci deludono col  passare del nostro tempo, col cambiamento del nostro gusto, con il semplice fatto che Borges letto a 18 anni dà e non dà lo stesso a 45.  Io trovo oggi insopportabile la narrativa che per essere disimpegnata e anti-ideologica vuole convincermi ad essere felice nel mio stato e condizione di moderno schiavo. Trovo per me giusta e nutriente la narrativa che vuole/pretende da me un altro Renato, un altro uomo, un'altra persona che dal vecchio Renato/uomo/persona tiri fuori il meglio, non il peggio. Un tempo si sarebbe chiamata Letteratura d'impegno, ma oggi non so più come  si potrebbe definire.  Temo, anzi, che il disimpegno sia la linea vincente nell'editoria italiana e straniera. Nella stessa Francia un libro per anni pensato prima di essere scritto come Gli anni di Annie Arnaux è una rarità. Così come in Italia i libri più premiati non sono quasi mai i migliori concepiti e pubblicati. Discorso complesso, amica mia. Il mio setaccio ha e maglie molto strette, il tuo? Leggo pochi libri, ma quelli che scelgo per me devono essere eccellenti e molto diversi l'uno dall'altro.  Papabili al titolo di opere letterarie, destinate a durare nel tempo. 

 

Un cordiale saluto.   

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@Renato Bruno Ritengo che tu abbia per metà ragione e per metà torto. Hai ragione a distinguere i vari tipi di letteratura in alti e bassi, ma sbagli a dargli un valore differente a seconda della categoria nella quale ricadono. L'Amleto non è più importante di 50 sfumature di grigio, il giudizio estetico e formale ricade eslcusivamente sul lettore. Una persona, che sia autore, lettore o critico, avrà il suo bagaglio culturale, il suo gusto personale e la sua buona dose di esigenza, e tramite questi tre aspetti si costruirà la sua personalissima, ma comunque vera, scaletta di valori.

 

Inoltre quello che non consideriamo mai è la corrente artistica dentro cui un testo ricade. Ciò che è definito come "commerciale" non è altro che espressione della cultura pop che imperversa ormai da 30 anni e più. Poi ci sarà il verismo, il neorealismo, le avanguardie e così via. Sono queste le categorie da tenere di conto.

 

Infine c'è da tenere conto che la letteratura è arte unica. A differenza della musica, della pittura, del cinema... è un'arte imperfetta e parziale. E raggiunge la sua completezza solamente se processata dalla mente del lettore. A differenza delle altri arti, la letteratura non va solo letta, ma va anche immaginata, e ogni lettore avrà la sua personalevisione che è sua e sua soltanto.

 

Puoi prendere un pezzo di Chopin, un quadro di del Vasari, un film di Fellini, e tutto ciò che è richiesto al consumatore è l'ammirazione estetica e l'interpretazione del significato dell'opera. Nella letteratura questi due aspetti si devono confrontare con l'immaginazione. E così uno stesso libro, avrà tante vite, quanti sono i suoi lettori, e ognuna sarà differente dalla precedente.

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3 ore fa, Renato Bruno ha detto:

Su, cerchiamo di stare con i piedi per terra. I nostri esercizi narrativi qui postati difficilmente supereranno la soglia dell'Esercizio e una gran parte della narrativa oggi pubblicata e letta mai arriverà a sfiorare l'ambito  che il tempo e la storia definiscono "letterario".

 

Chi scrive con la volontà di scrivere grande letteratura di solito è un cretino.

Solo chi scrive perché ha qualcosa da dire e cerca di farlo al meglio delle sue possibilità può finire per fare, inconsapevolmente (e gliene frega anche poco), letteratura. E non voglio certo parlare del mitico scrittore bohemienne sempre ubriaco, ma geniale. Parlo di chi affronta la scrittura con onestà, imparando il più possibile e cercando di metterlo a frutto.

Come già qualcuno ha fatto notare Shakespeare non voleva certo fare letteratura, lui scriveva sceneggiature, con buona pace di chi considera la sceneggiatura e il cinema inferiori alla letteratura. Gran parte della narrativa pubblicata e letta oggi non diventerà mai letteratura? Può essere, di certo non lo farà la produzione "letteraria" quella di certi autori e di certe scuole, tutte tese alla creazione del capolavoro linguistico.

Qui dentro c'è letteratura? C'è di tutto, cose buone, alcune anche molto buone, cose mediocri e cose pessime. Qualcuno e qualcosa passerà alla storia? Forse, questo lo giudicherà la storia, ma partire già con il preconcetto che qui troverai solo poveri grafomani incapaci di scrivere davvero mi sembra sbagliato.

Personalmente qui ho trovato alcuni racconti che non sfigurerebbero in una raccolta di Carver o di Cheever o Pancake. Certo ci sono molte cose ingenue, ma ce ne sono di quelli a cui, se tu li avessi trovati in mezzo alle pagine stampate di qualche autore famoso, non avresti osato muovere critiche correzioni, perché il grande autore se "sbaglia" lo fa consapevolmente, mentre chi va fuori da certi parametri qui sul WD è un incapace.

Ogni tanto mi piace fare anche l'esercizio contrario, prendere un racconto di un autore importante e immaginarmi come verrebbe commentato in Officina, beh ci sarebbero un sacco di cose che gli verrebbero segnalate.

Io sono per  le critiche severe, perché solo con quelle si può imparare, ma la severità va applicata a posteriori, dopo aver letto, non a priori perché tanto in Officina non potrà mai esserci qualcosa di buono.

Cos'è letteratura? La risposta è semplice: quello che viene pubblicato da Adelphi :D

 

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Secondo il mio umile punto di vista, letteratura è tutto ciò che usa le parole per insegnare, dire, far riflettere, far ragionare e far emozionare (che non vuol dire avvincere il lettore, ma fargli provare emozioni che anch'esse portino o siano portate da riflessioni varie). Qualsiasi scritto che abbia queste caratteristiche (narrativo, lirico o saggistico che sia) è per mio conto letteratura. Chiunque scriva perché ha qualcosa da dire, qualche riflessione importante da offrire, magari sulla vita, sul mondo, o che, sta scrivendo letteratura, come diceva @libero_s (però non capisco l'equazione chi vuol scrivere letteratura = cretino, visto che invece, a parer mio, chi ha qualcosa da dire = chi vuol scrivere letteratura). Poi c'è lo stesso letteratura straordinaria (presumibilmente quella di che unisce le più profonde e acute riflessioni possibili alla migliore cura linguistica possibile), letteratura ottima, letteratura mediocre, letteratura pessima (pessima più per le capacità stilistiche che per le riflessioni, visto che, sempre secondo il mio modo di vedere, un testo che porti una riflessione pessima non è letteratura: ne deriva anche che la definizione di letteratura o meno è soggettiva perché una riflessione per me pessima può essere ottima per un altro). Fatto sta che per me non è letteratura quella parte di narrativa che sia solo e soltanto mirata all'intrattenimento, nemmeno se lo scrivente, in quanto al mero stile, è meglio di tutti i più grandi autori di letteratura messi insieme. Questa è la mia sicuramente soggettiva visione della questione.

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Letteratura è quella che spesso nasce da tormenti, fantasmi, angosce e fughe.

Kafka e Simenon, così diversi, non potevano far altro che scrivere.

E erano, sempre in maniera diversa, tormentati.

Credo che oggi non nasca quasi più niente, perchè chi scrive lo fa per apparire. Perchè è "cool", perchè è bramoso di successo o della spasmodica smania di protagonismo.

Non dico che lo scrittore deve essere per forza un aspirante suicida per poter comporre pagine interessanti, ma la scrittura senz'anima e senza un'anima sfaccettata, rimane ( a mio avviso) lettera morta. O artificiosa.

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