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Seconda parte di un racconto in 40.000 caratteri circa, stramberia ironica multigenere soprannaturale e inclassificabile sul mondo della scrittura (mindfuck).

 

Qui il link alla prima parte: 

 

Nota: il racconto non è stato scritto con l'idea di essere spezzettato, quindi le parti postate qui sono un po' tagliuzzate a caso. In particolare, questo pezzo e il successivo costituiscono uno spezzone unico.

***

 

Un giorno bussano alla porta, apro e mi trovo davanti un ragazzo con un’aria vagamente familiare. Piccolo, magrolino, bruttarello e malvestito, mi guarda da sotto in su.

«Sì?», faccio, sforzandomi di essere educato.

«Signor Tristone, posso parlarle un attimo, per favore?», mi chiede lui, con una vocina stridula e un forte accento americano. Mannaggia, penso, mi sembra proprio di conoscerlo: già, rifletto, assomiglia proprio tanto a... a...

Trasalisco, portandomi una mano alla bocca.

«Oddio, Jimmy?!», chiedo, stupefatto.

Lui mi guarda con aria grave. «Sì signor Tristone, sono io», dice aprendo la camicia e mostrandomi il torace. La mia bocca si spalanca per lo shock: è lui, è il mio Jimmy! Tutto, tutto corrisponde: l’orrenda bruciatura a forma di ferro da stiro inflittagli da Grandma Molly, quel famoso giorno in cui si è dimenticato di comprarle le birre; la quarta costola destra perennemente incrinata, rotta a bottigliate da zio Steve durante la visione di una partita di football andata in malora; i morsi di Ol’ Bastard, il cane dei Thompson, che i suoi crudeli vicini non esitano ad aizzargli contro mentre va a scuola - inconfondibili per via dell’incisivo mancante, perso per una pallottola durante una partita di caccia allo scoiattolo.

«Posso... toccarti?», chiedo passando dita tremanti sulla gigantesca cicatrice a forma di pneumatico, perenne e indelebile ricordo dell'ultimo quattro luglio, nel quale Grandpa Joe, ubriaco marcio e praticamente cieco, dopo sessant'anni di moonshine al metanolo, sparava in aria cantando Star spangled banner a squarciagola e tentando di investire Jimmy col furgone. La precisione dei dettagli mi fa girare la testa: tutto corrisponde, in quella cicatrice, finanche alle bolle verdognole dovute alla cauterizzazione con la benzina operata da Meth Head Tom, l'ex veterinario tossicomane davanti al cui trailer i Robertson hanno scaricato Jimmy, gettandolo giù dal cassone del furgone, quando si sono accorti che il loro passatempo preferito stava per morire.

E poi ci sono i tagli, le bruciature tonde delle sigarette dei bulli... Potrei stare lì per ore, ad ammirare quel corpo martoriato: dietro a ogni segno c'è una storia.

«Jimmy...», mormoro tra me e me.

Ora, cari lettori, vi aspetterete forse che, trovandomi davanti al mio personaggio, scappi a gambe levate per andare a chiudermi in un manicomio per schizofrenici. Ma dovete sapere che io al soprannaturale ho sempre creduto, in quanto nella mia vita sono successi diversi fatti strani, al limite dell’inverosimile, che mi hanno spesso fatto pensare di essere un predestinato, una persona speciale, uno a cui le leggi della logica e della scienza non sempre si applicano: ad esempio, nel novantanove, in Portogallo, ho deciso di tentare la mia fortuna a una prestigiosa lotteria nazionale, giusto per vedere quello che sarebbe successo.

E ho vinto.

Nel duemilacinque, in Argentina, l'aereo su cui viaggiavo si è schiantato contro il terminal dell'aeroporto: sono morti tutti, tutti tranne me. Non solo non mi sono fatto nulla - nemmeno un graffio - mentre l'equipaggio e gli altri cinquantasei passeggeri sono esplosi nell'impatto o bruciati vivi pochi minuti dopo - ma la compagnia aerea mi ha pure elargito una somma colossale per il disturbo.

Insomma, a causa di tutto questo, e di tante altre storie simili, che ora non sto a raccontarvi, oggi non ho troppi problemi ad accettare che il ragazzo sul mio uscio sia proprio il mio Jimmy: averlo davanti, poterlo vedere e toccare, non può essere paragonato a nulla di meno che a una vera e propria esperienza mistica - il suo corpo è la materia grezza, il marmo su cui io, io scultore rinascimentale, ho scolpito il mio capolavoro a colpi di martello.

«Jimmy...», balbetto ancora, sentendomi rapire dalla bellezza e dal potere trascendentale dell'arte. Poi lui si chiude la camicia e io vengo preso da un improvviso moto di simpatia nei suoi confronti, gli passo un braccio attorno alle spalle e me lo porto in casa.

«Jimmy, ragazzo mio, come stai?», gli chiedo facendolo accomodare sul divano.

«Eh insomma...», fa lui con un sospiro, «Come vuole che vada, signor Tristone? Come sempre.»

Gli batto una mano sulla spalla. «Su, su, adesso ti faccio una cioccolata.»

È la sua bevanda preferita: nessuno gliene ha mai offerta una, ovviamente, ma quando zia Mary-Ann, che ne va ghiotta, finisce di cucinarsene una, si diverte a tirargli addosso il pentolino arroventato, recipiente dal quale lui poi lecca i rimasugli.

Jimmy sorride. «Grazie», dice semplicemente.

«E... Come hai fatto ad arrivare qui?», gli chiedo mentre raccolgo gli ingredienti per la bevanda.

«Ero nei campi a mietere le pannocchie, quando è apparso un signore vestito di rosso.»

«Ok...»

«Mi ha spiegato che sono il protagonista di un libro e che mi avrebbe fatto incontrare il mio creatore. Alla fine ha schioccato le dita e mi sono ritrovato qui, davanti a casa sua.»

«Ah!», faccio. Mi chiedo chi sia questo signore vestito di rosso. Dio?

«Quindi», continuo, «tu non lo sapevi proprio, che eri un personaggio?»

Jimmy scuote la testa.

«No.»

«E che effetto ti ha fatto», chiedo curioso, «scoprire che vivi in un romanzo?»

Il ragazzo alza due occhi seri su di me. «Onestamente, signor Tristone, ho pianto dalla felicità.»

«Davvero?»

«...Perché non ho mai capito cosa non andasse in me! Come fosse possibile che tutto, tutto mi andasse sempre storto. A scuola sono bravino e i professori mi odiano, aizzano i bulli contro di me e si girano teatralmente dalla parte opposta quando mi picchiano. Mai una volta, mai una sola, che qualcuno sia stato gentile con me. Un giorno aiuto la signora Oldfield a attraversare la strada, e quella mi spacca l’ombrello in testa. Perché? Perché?»

«Effettivamente...», mormoro. La sua non è certo una vita facile!

Gli faccio un sorriso comprensivo. «Eh Jimmy, non sei finito nel migliore dei libri, questo è poco ma sicuro.»

Lui abbassa la testa e nasconde il viso tra le mani.

«Senta, signor Tristone,» chiede grave, «avrei una cosa da chiederle. Una. Poi giuro che sparisco e torno nel mio romanzo.» «...Nel suo romanzo», si corregge.

«Ok...», faccio io, incuriosito, mettendo via il pentolino della cioccolata.

«Non è che potrebbe darmi un giorno, uno solo, di felicità?»

Sgrano gli occhi.

«Guardi,» continua lui, prima che possa rispondergli,  «lo so che il libro andrà a finire male. Ormai l'ho accettato, e sono pronto ad andare sereno verso qualunque orribile fine abbia in serbo per me. Però vorrei tanto, tanto, tanto avere un giorno di felicità. Uno, uno solo.»

«Non chiedo niente di più», aggiunge con voce lacrimevole, «Giusto per sapere cos’è, la felicità. Un giorno.»

Io non so che dire, sono senza parole, lo studio ammutolito. «Poi guardi,» lui aggiunge, «onestamente credo che farebbe bene anche al suo romanzo... Con tutto il rispetto, ma credo che abbia un po' esage...»

Alzo una mano, lo interrompo.

«Jimmy», gli dico, fermo, «Piano.»

Lui alza il volto.

«Senti,» gli spiego paziente, «ti ho accolto in casa, ti ho offerto la cioccolata. Sei il mio personaggio, ti voglio bene.»

«...Infatti le sono davvero grato, signor Tristone», dice lui.

«E vorrei vedere!», ribatto. «Non so se l’hai notato, ragazzo mio, ma nessuno ti ha mai trattato così. Puzzi, puzzi come puzza tutto quello che passa in quel buco lercio che chiamate casa, eppure ti ho fatto sedere lo stesso sul mio divano preferito.»

Jimmy mi guarda in silenzio, non osa parlare. Io cerco di calmarmi, anche se, onestamente, sono piuttosto irritato.

«Insomma, mi stai simpatico, sei la mia creatura e averti in casa è davvero un privilegio per me. Però non dimenticarti che io sono lo scrittore, e tu il personaggio. Quello che capita e non capita nella mia storia lo decido io. Non tu.»

 

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Ospite AndC

@gmela

 

A me questo racconto piace, e mi fa ridere! Lo trovo ben scritto, ironico e anche molto originale. Bravo!

 

8 ore fa, gmela ha detto:

«Signor Tristone, posso parlarle un attimo

xD Sentirlo chiamare signor Tristone, sarà stupido confessarlo, ma a me fa ridire.

 

8 ore fa, gmela ha detto:

«Oddio, Jimmy?!», chiedo, stupefatto.

Lui mi guarda con aria grave. «Sì (virgola) signor Tristone, sono io»,

Ecco: qui mi hai davvero sorpreso. Non me l'aspettavo. Bello!

Forse, dopo il "sì" è sempre (o quasi) consigliabile una virgola.

 

8 ore fa, gmela ha detto:

perennemente incrinata, rotta a bottigliate da zio Steve durante la visione di una partita di football andata in malora; i morsi di Ol’ Bastard, il cane dei Thompson, che i suoi crudeli vicini non esitano ad aizzargli contro mentre va a scuola - inconfondibili per via dell’incisivo mancante, perso per una pallottola durante una partita di caccia allo scoiattolo.

«Posso... toccarti?», chiedo passando dita tremanti sulla gigantesca cicatrice a forma di pneumatico, perenne e indelebile ri

Il "perenne" mi è ritornato con "perennemente".

 

Anche questa parte mi è piaciuta e mi ha divertito molto. Forse, sai cosa (ammetto però di non aver controllato approfonditamente la faccenda, essendo molti i personaggi citati in così breve spazio, tanto che faccio prima a chiedertelo)...  in tutta questa parte in generale, avrei inserito un altro tipo di ferita-sfregio fatto sempre dallo stesso personaggio che dopo un po' ritorna. Cioè, far ritornare un'altra volta (non di più) ad esempio il nonno che gli ha fatto un'altra cicatrice. Non so se mi sono spiegato.

 

Poi Granma e Granpa, il chiamarli così, all'americana... ottimo!

 

8 ore fa, gmela ha detto:

Jimmy...», mormoro tra me e me.

Ora, cari lettori, vi aspetterete forse che, trovandomi davanti al mio personaggio, s

Qui te l'ho segnalato, perché secondo me lo stacco di narrazione con cui il protagonista si rivolge ai lettori è forte, nel senso che ti fa staccare un attimo dalla storia di Jimmy per ritornare a quella del protagonista scrittore. Come dire, quasi che ci vedrei bene un rigo bianco a inframezzare, ma forse sarebbe troppo come stacco anche questo. Non so...

 

8 ore fa, gmela ha detto:

i fatti strani, al limite dell’inverosimile, che mi hanno spesso fatto pensare di essere un predestinato, una persona speciale, uno a cui le leggi della logica e della scienza non sempre si applicano: ad esempio, nel novantanove, in Portogallo, ho deciso di tentare la mia fortuna a una prestigiosa lotteria nazionale, giusto per vedere quello che sarebbe successo.

"Fatti" e "fatto" un po' si scontrano nel ritorno, secondo me.

Buono - come dicevo un po' nella parte precedente - che il gioco sugli anni ritorni e non sia stato abbandonato. Funziona bene, crea ciclicità e dona regolarità alla caratterizzazione del personaggio.

 

9 ore fa, gmela ha detto:

a la compagnia aerea mi ha pure elargito una somma colossale per il disturbo.

Non so, più che disturbo, ci vedrei meglio "risarcimento", più da compagnia aerea.

 

8 ore fa, gmela ha detto:

, il marmo su cui io, io scultore rinascimentale, ho scolpito il mio capolavoro a colpi di martello.

Nella parte precedente mi hai spiegato la motivazioni dei vari "io" ripetuti (sottolineare il gran ego del protagonista); eppure, qui, eliminerei la ripetizione a prescindere. Suona male.

 

8 ore fa, gmela ha detto:

«Jimmy...», balbetto ancora, sentendomi rapire dalla bellezza e dal potere trascendentale dell'arte. Poi lui si chiude la camicia e io vengo preso da un improvviso moto di simpatia nei suoi confronti, gli passo un braccio attorno alle spalle e me lo porto in casa.

Anche in seguito te l'ho segnato. Un appunto di forma estetica. Non parlo di "regole precise", eppure, di norma, io sono abituato a "dialogo, descrizione dialogo, punto." Dopo il punto a capo. Ecco: qui andrei a capo prima di "poi lui si chiude".

 

8 ore fa, gmela ha detto:

«Eh insomma...», fa lui con un sospiro, «Come vuole che vada, signor Tristone? Come sempre.»

xD Lo immagino anche io: che deve dire, questo poveraccio del povero Jimmy! xD

 

8 ore fa, gmela ha detto:

gli chiedo mentre raccolgo gli ingredienti per la bevanda.

"Raccolgo", quasi mi dà l'idea "da terra", che poi è uno dei primi significati del termine. È vero che significa anche "radunare", ma forse e appunto userei questo sinonimo.

Oppure, al massimo, con un certo senso quasi dispregiativo, o accozzato: "racimolo", "raccatto", "rimedio"...

 

8 ore fa, gmela ha detto:

«Ah!», faccio.

Faccio un po' lo usi spesso, sopratutto come sinonimo di "dire". Molto alla mano, gergale o colloquiale, però ogni tanto lo limerei.

 

8 ore fa, gmela ha detto:

«Effettivamente...», mormoro. La sua non è certo una vita facile!

Ugualmente come poco sopra, dopo il punto, per forma, andrei a capo. Però a capo spezzerebbe troppo il pensiero, che invece colpisce meglio se letto di filato. Forse allora, suggerisco una virgola al posto del punto:" mormoro, la sua...". Però, con la virgola, suona quasi meglio a metterlo di nuovo fra i caporali... non so, non mi suona benissimo come è, ma nemmeno come potrebbe essere. Eppure va lasciato, mi piace la frase.

 

8 ore fa, gmela ha detto:

Eh Jimmy, non sei finito nel migliore dei libri, questo è poco ma sicuro.»

Geniale: mi è davvero, davvero piaciuta come uscita!

 

8 ore fa, gmela ha detto:

«Ok...», faccio io,

Un'altro faccio...

Prima, mo' li quoto tutti (ma non sono così tanti), c'erano questi:

9 ore fa, gmela ha detto:

«Sì?», faccio, sforzandomi di essere educato.

 

9 ore fa, gmela ha detto:

Su, su, adesso ti faccio una cioccolata.»

 

9 ore fa, gmela ha detto:

Gli faccio un sorriso comprensivo.

 

 

 

9 ore fa, gmela ha detto:

Guardi,» continua lui, prima che possa rispondergli,  «lo so che il libro andrà a finire male. Ormai l'ho accettato, e sono pronto ad andare sereno verso qualunque orribile fine abbia in serbo per me. Però vorrei tanto, tanto, tanto avere un giorno di felicità. Uno, uno solo.»

«Non chiedo niente di più», aggiunge con voce lacrimevole, «Giusto per sapere cos’è, la felicità. Un giorno.»

Ugualmente, qui hai spezzato con un accapo perché il discorso è lungo e ci sono due interventi della voce narrante. Eppure, in linea teorica, secondo me andrebbero mantenuti sulla stessa riga, dato che a parlare è sempre la stessa persona.

 

9 ore fa, gmela ha detto:

Io non so che dire, sono senza parole, lo studio ammutolito. «Poi guardi,» lui aggiunge, «onestamente credo che farebbe bene anche al suo romanzo... Con tutto il rispetto, ma credo che abbia un po' esage...»

Ugualmente qui, sarei andato a capo perché a parlare è Jimmy e non Tristano.

 

9 ore fa, gmela ha detto:

«Jimmy», gli dico, fermo, «Piano.»

Se non c'è punto, credo ci vada comunque la minuscola a "piano".

 

Bel racconto, mi sta piacendo. Complimenti! Grazie delle risate e ben scritto. Ciao!

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Riciao @gmela

più interessante della prima parte. La vita di Jimmy intendo. Quando parla lo scrittore, muore tutto. Si vede che stai forzando. Opinioni.

Aspetto la terza parte. Ma il romanzo è Jimmy. Tristone, una mela acerba nel casco di banane.

A presto.

 

"...ci sono delle lacrime che mi aspettano nei petali d'una rosa".

Luigi

 

PS: non capisco cosa ci sia da ridere nel leggere di uno che viene continuamente calpestato, picchiato, deriso ecc. Sarà sicuramente un mio limite. Chiedo umilmente scusa.

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14 ore fa, Luigi Amendola ha detto:

PS: non capisco cosa ci sia da ridere nel leggere di uno che viene continuamente calpestato, picchiato, deriso ecc. Sarà sicuramente un mio limite. Chiedo umilmente scusa.

@Luigi AmendolaNon c'è nulla da ridere si uno che viene calpestato, picchiato eccetera.:"Vita di Jimmy" non fa ridere affatto. Raccontare di uno scrittore che scrive continuamente di torture e vessazione, in maniera così entusiasta e esagerata, dovrebbe far ridere, nelle mie intenzioni. Poi, ovviamente, la cosa può non funzionare.

 

Grazie del commento :)

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Il 6/10/2018 alle 00:06, AndC ha detto:

Anche questa parte mi è piaciuta e mi ha divertito molto. Forse, sai cosa (ammetto però di non aver controllato approfonditamente la faccenda, essendo molti i personaggi citati in così breve spazio, tanto che faccio prima a chiedertelo)...  in tutta questa parte in generale, avrei inserito un altro tipo di ferita-sfregio fatto sempre dallo stesso personaggio che dopo un po' ritorna. Cioè, far ritornare un'altra volta (non di più) ad esempio il nonno che gli ha fatto un'altra cicatrice. Non so se mi sono spiegato.

@AndCScusa se non rispondo punto per punto a ognuno dei tuoi numerosissimi commenti, purtroppo non ne ho proprio il tempo :( Però volevo ringraziarti davvero per l'analisi molto approfondita e per i punti che sollevi, che sono tutti ottimi, davvero. Diciamo che su quello che non ti cito qui, c'è un "hai perfettamente ragione" sottinteso (ripetizioni, verbo fare abusato, eccetera). Per quanto riguarda il punto qui sopra citato, ti sei spiegato benissimo, ma io pensavo fosse più divertente dare uno sfregio per uno, ai parenti, per segnalare che non è uno solo/pochi che si accaniscono su di lui, ma proprio tutti tutti... E anche per far vedere che non c'è un "capobranco" che picchia più degli altri, ma che sono in realtà tutti molto equi, armoniosi e bilanciati tra loro... Una famiglia modello, insomma ;)

 

Il 6/10/2018 alle 00:06, AndC ha detto:
Il 5/10/2018 alle 14:20, gmela ha detto:

a la compagnia aerea mi ha pure elargito una somma colossale per il disturbo.

Non so, più che disturbo, ci vedrei meglio "risarcimento", più da compagnia aerea.

Hai perfettamente ragione, però ogni tanto, a questo signor Tristone, mi piace fargli dire qualche parola "strana". Usare la parola "disturbo" per un disastro aereo con decine di vittime non ci sta proprio, e l'uso della parola qui aveva un po' lo scopo di mostrare che l'io narrante ha una visione un po' stramba del mondo.

 

A proposito degli accapo, onestamente ho le idee un po' confuse... Ho deciso di non darmi regole troppo precise: mi piace andare accapo quando cambia la persona che parla, ma ogni tanto farei eccezioni, tipo in passaggi di questo genere:

 

"Corri!", urlo io. "Veloce!", grida lei mentre scappiamo di corsa.

 

Insomma, qui un accapo mi parrebbe spezzare troppo qualcosa che dovrebbe essere rapido. Idem per quando ci sono battuta e ribattuta che sono molto legate assieme. Poi, quando parla una persona sola, di solito mi chiedo semplicemente: "quando deve essere lunga la pausa tra questi due passaggi?". Se è corta, sto su una riga; se è lunga, vado a capo.

 

A parte questo, sono sicuro che ci sono tantissimi punti in cui ho sbagliato, nell'andare a capo: questo racconto è fresco e non l'ho ancora riletto e limato fino all'ultimo. Ad esempio, concordo in pieno con il suggerimento qui di seguito

Il 6/10/2018 alle 00:06, AndC ha detto:

 

Il 5/10/2018 alle 14:20, gmela ha detto:

Guardi,» continua lui, prima che possa rispondergli,  «lo so che il libro andrà a finire male. Ormai l'ho accettato, e sono pronto ad andare sereno verso qualunque orribile fine abbia in serbo per me. Però vorrei tanto, tanto, tanto avere un giorno di felicità. Uno, uno solo.»

«Non chiedo niente di più», aggiunge con voce lacrimevole, «Giusto per sapere cos’è, la felicità. Un giorno.»

Ugualmente, qui hai spezzato con un accapo perché il discorso è lungo e ci sono due interventi della voce narrante. Eppure, in linea teorica, secondo me andrebbero mantenuti sulla stessa riga, dato che a parlare è sempre la stessa persona.

 

Ti dico già che, se continui a leggere, troverai tanti altri passaggi del genere, con problemi di a capo (non sentirti in dovere ti segnalarmeli tutti, se continui a commentare :) )

 

Il 6/10/2018 alle 00:06, AndC ha detto:
Il 5/10/2018 alle 14:20, gmela ha detto:

«Jimmy», gli dico, fermo, «Piano.»

Se non c'è punto, credo ci vada comunque la minuscola a "piano".

Assolutamente! Mi è scappato, rimedierò :)

 

In generale, grazie davvero tantissimo per i commenti, li apprezzo moltissimo: tante osservazioni davvero utili e intelligenti :D

 

E mi fa piacere che il racconto ti stia piacendo, ovviamente :D

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