Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Coloroilmiorespiro

Carbone e Diamanti - Il Funerale

Post raccomandati

 

Mi viene in mente Zeno: magari l’avessi mancato io sto mortorio.

Un lapsus, una piccola azione sottomessa al principio di piacere, o il cavallo nero di cui parla Aristotele che prende le redini, e via nella chiesa sbagliata. O ancora meglio, al bar.

A me queste cose non succedono. No, sono tra due donne di mezz’età nella fila in fondo. In piedi, mani conserte, schiena dritta. Rispetto per il morto.

Rispetto di cosa? Perché s’è liberato d’un peso, ecco perché. Allora abbasso il capo davanti alla sua bara.

Non lo conoscevo il vecchio, è ovvio. Mi sento d’avere la faccia da schiaffi, accanto a tutta la gente che soffre. La messa non l’ascolto. Bestemmio da una vita, non sto ad ascoltare le parole dei funzionari di Dio.

Una volta ho provato a crederci, seduto su un aereo in atterraggio che sembrava saltasse da una nuvola all’altra. Mani sudate che afferravano i braccioli. Lì che mi sentivo vicino alla morte avevo pensato “Dio, ti prego.” Non ho detto nient’altro, ho immaginato che il resto lo avrebbe capito da sé, con l’onnipotenza e tutto il resto. E’ successo solo una volta, ma dentro di me l’ho detto forte. Hanno abbassato il carrello, abbiamo toccato terra e la mia spiritualità l’ho lasciata lì. Dio non è più venuto a cercarmi, e figuriamoci se mi sono preoccupato di trovare il suo nascondiglio.

Ora qua stanno cantando, ma io non le so le parole.

Non mi preoccupo di niente, passo il tempo immerso nei miei pensieri, il mare che preferisco. Bagnato abbastanza da non sentire le lacrime appiccicarsi alle guance, profondo abbastanza da affondarci dentro.

Come tutti, io sto qui in piedi e penso alla morte. Disperata comunista lei si prende tutto: non vi è merito davanti alla morte. Severa con la stessa dolcezza di una madre.

Lavoro in un azienda, l’abito che porto lo dimostra. Il mio capo è un pezzo di merda, e mentre guardo il prete penso a lui. Con quel suo ufficio da frocio, le piantine allineate sui davanzali, assieme alle penne. Le strofina con quei panni per pulire le lenti degli occhiali da sfigato che porta sul naso, l’ho visto farlo. Rabbrividisce quando piazzo le mani sulla sua scrivania brillante. La prossima volta che mi chiama nel suo cazzo di ufficio mi sparo in testa.
“Ora brutto stronzo pulisci gli spruzzi del mio cervello dal laminato.” Penso che queste sarebbero le mie ultime parole prima di morire. Sì, ne vale la pena.
Scommetto che il poveraccio dentro questa bara è morto e basta, in ospedale per una malattia magari.
Io non vedo l’ora di morire, e voglio farlo per bene. Voglio far strofinare a quattro piedi il pavimento a quel rotto in culo del mio capo. Oppure, quale soddisfazione più grande di morire l’istante dopo aver partorito la più grande, la più soddisfacente, la più liberatoria cagata della propria vita. Quelle ne sono l’essenza. Gli occhi roteano al cielo, e caghi via la giornata. E anche se è stata una giornata del cazzo, io prima di andare a letto mi libero di tutta la merda che ho ingoiato.

Proprio mentre penso a quanto preferirei essere sul cesso di casa mia, mi sento osservato, in mezzo a tutti questi corpi vestiti di nero. Nello stesso momento un pianto di bambino irrompe nei timpani di tutti, ma in quel silenzio religioso il pianto m’è vibrato dentro al petto, forse pure al prete, che singhiozza un po’ le parole. Poi riprende solenne, a braccia aperte e mento alto. I preti sono i migliori cantastorie. Giullari di corte.

Questo suo lungo monologo non m’arriva manco alle orecchie, quel suono acuto invece ha infilzato i miei timpani come una lama, i capelli mi si rizzano sulle braccia e sulla cute. Mi rendo conto d’esserlo veramente, osservato: la donna accanto a me mi fissa dal basso, comodamente seduta.

“Allora sto piangendo”, penso. Il bambino che piange viene dal mio petto infuocato, penso.

Improvvisamente la realtà mi investe, ed è che sono l’unico rimasto in piedi. Il bambino che piange non sono io, è dietro di me tra le braccia della madre.

Il resto del tempo credo di essere pazzo. Credevo di star piangendo, di avere la voce d’un neonato.

Invece c’ho ancora la faccia da schiaffi e ho portato il culo sulla panca di legno. Non lo guardo nemmeno il prete, ho gli occhi fissi sulle mani congiunte. Solchi sulle sopracciglia mentre le unisco e piego in confusione, in contemplazione. Ho confuso quel pianto con quello che mi risuona dentro le orecchie da una vita, il mio.

Sospiro, ma tengo vivi i miei pensieri. Pure quelli che mi uccidono, tanto non sono io quello nella bara.
Dopo un po’ tutti si alzano e m'alzo anch’io. Rimango per un attimo impietrito quando la donna alla mia destra mi porge la mano, la stessa che mi ha fissato quando sono rimasto in piedi.

Non so perché, questo funerale mi confonde, mi sento intorpidito. Non lo capisco che vuole da me, con quella mano condita d’anelli e smalto perlato. Mi guardo intorno e tutti si danno la mano.
“Pace” dicono.

Pace? La pace è per i morti, ho ancora troppa vita da affrontare io.

Mi risveglio dai miei pensieri e muovo riluttante il braccio verso la donna, ma lei si è già girata e ora sta per risedersi. La gente ha finito di scambiarsi i segni di pace e io sono rimasto senza. Le ginocchia mi tremolano un po’, tentenno in piedi pensando che qualcuno mi stia ancora porgendo la mano, ma tutti si siedono e allora io mi affretto a fare lo stesso.

Ancora una volta, sono lo stronzo con la faccia da schiaffi e col pensiero tutt’altro che vicino al povero defunto.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

Lì che mi sentivo vicino alla morte avevo pensato

Aggiungerei una virgola dopo il "lì"

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

non vi è merito davanti alla morte

si ripete con la riga sopra, so che è un cavillo ma lo sostituireì con un banale "lei" "ella"...

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

Ora brutto stronzo pulisci gli spruzzi del mio cervello dal laminato.

metterei "brutto stronzo" in un inciso

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

Sì, ne vale la pena

"varrebbe"? In fondo ci sta solo pensando, ipotizzandolo.

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

Oppure, quale soddisfazione più grande di morire l’istante dopo aver partorito

"quale soddisfazione" in un inciso, la frase per intero la trovo da apnea.

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

i capelli mi si rizzano sulle braccia

al limite i peli, quindi " i capelli mi si rizzano in testa" o i "peli sulle braccia"

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

Solchi sulle sopracciglia mentre le unisco e piego in confusione

"le piego"? Non comprendo  quel "confusione" mi immagino un movimento continuo, convulso o automatico che sia, ma non sa di "confusione"

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

Le ginocchia mi tremolano un po’

ci vedo meglio un "tremano" più forte

 

Non so perchè, ma mi è piaciuto, non sembra, ma è un complimento.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Consigli utilissimi.

Quello sui capelli è un piccolo refuso, grazie per avermelo fatto notare. 

45 minuti fa, AnnaL. ha detto:

Non so perchè, ma mi è piaciuto, non sembra, ma è un complimento.

Complimento molto particolare ahahahah 
Ma ti ringrazio, soprattutto per essere passata a leggere e aver lasciato un commento. 
A presto!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Non ho tempo di lasciare un commento esaustivo ma... Uao.

Complimenti per la scrittura. Scorrevole, incisiva, energica al punto giusto, fatti salvi i rilievi che ti hanno già fatto notare. Ma si tratta di roba da correzione di bozze, niente più.

 

Se devo essere sincero al 100%, questo genere di racconti in cui trama e sviluppo lasciano spazio a impressioni e schizzi di vita non sono il mio pane. Ma nonostante tutto mentirei se dicessi che non mi è piaciuto. Di nuovo complimenti.

Spero di poter leggere altri tuoi scritti, magari più lunghi o strutturati. Alla prossima. :)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

o il cavallo nero di cui parla Aristotele che prende le redini

Pardon, ne parla Platone. Errore imperdonabile. 

 

@Midgardsormr Grazie per i complimenti, e per aver avuto la bontà di leggere e lasciare un commento!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Coloroilmiorespiro , questo tuo brano mi è piaciuto. La narrazione è franca e trovo che il tuo stile informale, nel contesto in cui è inserito e per il messaggio che mandi, funzioni.

Penso però che alcuni passaggi non mantengano il livello delle altre parti e penalizzino un po' l'esito complessivo.

Te li segnalo, premettendo che sono mie impressioni personali, da prendere con le molle.

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

il cavallo nero di cui parla Aristotele

Penso tu ti riferisca al mito dell'auriga. In tal caso ti segnalo che si tratta di Platone. Non per pedanteria, ma per il lettore che nota la cosa a inizio racconto è un cattivo biglietto da visita. Ho anche pensato all'ipotesi in cui tu volessi far commettere quest'errore di citazione al personaggio, per caratterizzarlo, il che potrebbe anche essere simpatico... Ma così come è scritto sembra comunque più un errore che una scelta narrativa.

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

, una piccola azione sottomessa al principio di piacere

trovo questa immagine un po' troppo elaborata, se non contorta, per essere efficace

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

lo avrebbe capito da sé, con l’onnipotenza e tutto il resto

Più che onnipotenza qui direi che l'attributo appropriato è onniscienza. Lo so che sembra voler spaccare il capello in quattro, però, in un racconto ben fatto, è proprio il tipo di imperfezione che non tiene il livello con il resto a cuimi riferisco, e balza all'occhio in maniera negativa. 

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

ufficio da frocio

Non penso affatto tu voglia dare un messaggio omofobo. Allora perché, mi chiedo, usare un termine così forte? Non sono per il politically correct a tutti i costi, ma usare termini del genere ne deve valere la pena nell'economia del racconto... qui non so se la valga

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

ma io non le so le parole

Ok, l'espressione è in sintonia con il tono informale di tutto il racconto. Tuttavia, in questo passaggio, credo che togliere il "le" farebbe guadagnare più di quanto non si perda.

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

Quelle ne sono l’essenza

...Non mi è chiaro "quelle" con cosa concordi. e nemmeno "ne". Vuoi dira che le cagate sono l'essenza dell'esistenza? Ne sono la soddisfazione maggiore?... Non è proprio chiarissimo...

 

Il 30/9/2018 alle 15:23, Coloroilmiorespiro ha detto:

i capelli mi si rizzano sulle braccia

è voluto?

 

“Allora sto piangendo”, penso. Il bambino che piange viene dal mio petto infuocato, penso.

Improvvisamente la realtà mi investe, ed è che sono l’unico rimasto in piedi. Il bambino che piange non sono io, è dietro di me tra le braccia della madre.

Non so perché non mi fa più quotare i tuoi contenuti... vabbé, copio-incollo mettendoli in corsivo. Questa qui sopra secondo me è l'immagine più bella del racconto. Ti suggerirei di non dire per esplicito "non sono io". è più che chiaro 

 

Al netto di ciò, ribadisco, il racconto mi è piaciuto, sia per come è scritto che per quello che dice, e la voce narrante ha una sua fisionomia ben precisa.

A rileggerci

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Cara Coloroilmiorespiro,

il tuo racconto potrebbe essere un esercizio perfetto per una classe di editor perché ha qualcosa che funziona e qualcosa da sistemare. 

In questo caso non farò un elenco per punti, ma cercherò di essere discorsiva perché la narrazione, al contrario di quello che molti pensano, è soprattutto ragionamento e contesto.

Iniziamo: siamo nella testa di un personaggio che si trova a un funerale. Molto bene, situazione interessante: i funerali sono eventi particolari, significativi, rari (si spera).

 

Il funerale però è di uno sconosciuto o, prendendo la frase per un’iperbole, di qualcuno poco conosciuto: “Non lo conoscevo il vecchio, è ovvio”. Qui mi trovo davanti alla prima difficoltà: il protagonista in questa affermazione è sincero o mente? Me lo devo chiedere perché nessuno troverebbe ovvio essere al funerale di qualcuno che non conosce e perché è una prima persona, do per scontato che l’evento non sia raccontato in modo oggettivo. Più avanti il personaggio afferma che sta piangendo interiormente quindi penso che la frase di prima potrebbe essere una bugia: il protagonista conosce il morto ed è disperato per la sua dipartita; ma in realtà sembra più disperato per la sua condizione esistenziale che per la persona nella bara, e inoltre in conclusione afferma di essere “col pensiero tutt’altro che vicino al povero defunto” e di nuovo crea distacco. Una bella confusione, come lettore ho pochi appigli, la narrazione gira intorno ai pensieri contradditori del personaggio e non sembra una scelta voluta, è come se la prima persona ti fosse sfuggita un po’ di mano.

 

Nel caso in cui il protagonista fosse sincero e non conoscesse davvero il defunto (propendo per questa soluzione dato che il protagonista non sa nemmeno di cosa sia morto il vecchio), l’ambientazione perderebbe forza perché non c’è coinvolgimento emotivo, il morto è uno sconosciuto e quindi essere al funerale o da un’altra parte diventa quasi la stessa cosa. E, in generale, quando in un testo una cosa potrebbe essere un’altra senza che questo metta in crisi tutta la narrazione è sempre un difetto.

 

Nel caso in cui invece il morto fosse un parente e lui stesse volutamente prendendo distacco per non soffrire, chiedi un grande lavoro di comprensione al tuo lettore e più volte lo devii.

 

Andando avanti scopriamo il rapporto del protagonista con Dio, di nuovo bene, un argomento mica lieve, usi un’immagine che funziona (il personaggio prega solo quando bussa alla porta la massima paura dell’uomo: la morte) e una frase che risolve la questione: “Abbiamo toccato terra e la mia spiritualità l’ho lasciata lì”. Molto buona, anche se sono sicura che puoi trovare un verbo più preciso di “lasciare”.

Dopo di ché il protagonista parla del suo capo, del prete, della messa. Arriviamo al punto in cui sente piangere un bambino e crede di essere lui a piangere: efficace, anche se risulta un effetto calato dall’alto. L’emozione prevalente, una frase prima, era la rabbia; ora è la disperazione. Diciamo però che posso accettarlo, sono dentro a un flusso di coscienza dopotutto.

 

Quello che invece mi palesa una certa ingenuità e acerbezza nella scrittura sono due problemi: primo, la poca precisione di alcune immagini e vocaboli. Ad esempio: “i preti sono… giullari di corte” (i giullari sono – come stereotipo – buffi, divertenti, ballano, cantano, fanno le boccacce, sono sempre in movimento, i preti durante una messa funebre, non mi pare); “i capelli mi si rizzano sulle braccia e sulla cute” (due errori: i capelli non sono sulle braccia, la cute è la pelle perché distingui braccia e cute?); “petto infuocato” (cliché). Secondo, nel tentativo di descrivere cosa sta accadendo al protagonista cadi in frasi didascaliche che mi spiegano quello che ho appena visto accadere. Ad esempio: “Ho confuso quel pianto con quello che mi risuona dentro le orecchie da una vita, il mio”; “Questo funerale mi confonde, mi sento intorpidito”; “La pace è per i morti, ho ancora troppa vita da affrontare io”.

Quando mi ritrovo la spiegazione di una scena o del racconto, so che la scrittrice mi sta mostrando insicurezza e l’insicurezza è una terribile nemica della scrittura.

In questo, la prima persona non aiuta così come non aiuta questa immersione totale nei pensieri del protagonista.

 

Se fossi un autore che lavora con me, ti chiederei di riscrivermi tutto il racconto in terza persona, senza introspezione. Non perché questa diventi la versione definitiva del racconto, ma per allenarti a uscire dalla mente del personaggio (non utilizzando quindi il registro colloquiale come scusa per cadere in imprecisioni stilistiche o semantiche) e per aiutarti a fare attenzione alla coerenza e alla struttura del testo nel suo insieme. Dopo di ché ti chiederei di riscrivere in prima persona il racconto, tenendo presente quello che hai imparato dall’esercizio precedente.

 

Considerata la giovane età, il mio giudizio è che tu abbia scelto un tema difficile, uno stile difficile e una voce difficile e, date queste premesse, ne sei uscita anche piuttosto bene. Ammiro il tuo coraggio nell’esserti cimentata in argomenti così complessi in un modo per niente semplicistico. Gli errori ci sono, com’è normale che ci siano per qualsiasi scrittore che non sia più che navigato (il talento conta il 10% nella scrittura, la pratica tutto il resto). Devi lavorarci, ma soprattutto ricordarti che non devi essere insicura, non devi “spiegarti”, non devi ripeterti. Scrivi un fatto, una volta, cerca di essere precisa, di scegliere bene le parole e le immagini e non cedere alla paura di non essere compresa.

Continua a scrivere,

 

Ambra

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un membro per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra comunitày. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×