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Edu

La scatola dell'eco

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Non so come mi ritrovai in pieno deserto. Il paesaggio mutò gradualmente e io camminavo da sempre, per cui non facevo caso al diradarsi della vegetazione, mi sembrava lo stesso scenario di sempre. Ma una volta in pieno deserto la differenza tra il prima e il dopo è evidente.

In pieno deserto ti prende il mutismo.

In pieno deserto respiri la polvere che tu stesso sollevi, e il tempo scorre lento, non succede mai niente… così lento che sei portato a ignorarne il fluire e a sottovalutarlo, a rimanere anni nel deserto senza accorgertene.

Il deserto di bello ha le stelle, così tante che puoi passare le notti a scorgerne di nuove. E stupirti di come mutino posizione, di come le perdi e le ritrovi, di quante ne scopri, seppure le più brillanti rimangono quelle di sempre.

Piano piano però, stranamente, ti accorgi che preferivi il bagliore dei lampioni, le insegne dei locali, le luci di città, anche se mangiano le tue stelle; che cammini cammini, nel deserto, e non le raggiungi mai.

Ci sono vari modi per arrivare in pieno deserto. Uno di questi è innamorarsi delle foglie morte al suolo, e ignorare quelle verdi sugli alberi. Camminare con una di queste in mano e perdersi nel suo rosso scuro fino a ritrovarsi in pieno deserto.

Capii di essere in pieno deserto dall’impressionante uniformità di colore. E dal silenzio. Il deserto è così uguale a se stesso che puoi camminare su di una giornata passata centinaia di volte senza cambiarne il corso. E non riesci a sentire le voci della gente. Eppure, c’è una discreta folla, oramai, qui in pieno deserto.

Vi portano le spighe di grano e le seppelliscono.

È seppellendo la mia spiga di grano che trovai la scatola. A giudicare dai volti che mi circondano devono averla trovata una in parecchi.

In pieno deserto capisci di avere più voci. E che queste parlano tra loro. Io ho capito che possono anche non comprendersi.

Vagavo da mesi in cerca dell’eco, della voce che rispondesse alle mie voci…

Naturalmente non era la folla a potermi rispondere, né io potevo rispondere alla folla: quando sei da molto tempo in pieno deserto dimentichi la tua lingua. Io non confidavo più di ricordarla: cercavo solo gli echi perduti delle mie voci, echi che parlassero la stessa lingua che parlano loro.

Quando trovai la scatola il cerchio del tempo si raddrizzò: quel giorno sarebbe stato diverso dal precedente. La cosa mi spaventò. Quando sei in pieno deserto ti abitui a distese indistinte di sabbia: un percorso immutato e immutabile, un’uniformità che col passare del tempo ti rassicura, muta la rassegnazione in accettazione, la curiosità in peccato. Una religione insomma.

Scoprendo la scatola persi il conforto dell’immutabilità. Ma a spaventarmi non fu tanto questo, quanto il pensiero che la scatola potesse essere abitata dall’eco.

In pieno deserto tra te e l’orizzonte è solo spazio aperto, o dune, mentre l’eco abita i palazzi e le caverne.

In pieno deserto l’eco non abita, per cui se lo si cerca non lo si vuole trovare. Ma una scatola! Chi si aspettava una scatola in pieno deserto… Una scatola ha pareti che si fronteggiano e intrappolano lo spazio… una scatola, a volte, è un posto dove l’eco viene a fare il nido.

E se entrando nella scatola avessi incontrato gli echi delle mie voci? …Cosa mi avrebbero detto?

Non avevo mai pensato all’eventualità di poter ricevere risposte sgradite o dolorose (non avevo mai pensato all’eventualità di ricevere risposte). La cosa mi terrorizzava al punto tale che sulle prime mi allontanai.

Attesi mesi senza decidermi a entrare nella scatola o a proseguire il mio cammino.

Alla fine desistetti, sacrificando il desiderio alla paura.

Proseguii il cammino attraverso il deserto rispettando i suoi ritmi e i suoi rituali: il deserto è così uguale a se stesso che puoi camminare su di una giornata passata centinaia di volte senza cambiarne il corso.

Noi che siamo in pieno deserto, talvolta, abbiamo rimpianti, ma in fondo speriamo che la sabbia si estenda all’infinito.

Quando ripenso alla scatola, e succede spesso, mi chiedo se sia realmente abitata dall’eco. Ma più ci ragiono e più mi convinco che, tanto, se anche l’eco mi avesse parlato, non ne avrei compreso l’idioma.

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@edu, sono incantata dalla bellezza, in potenza, di questo racconto. :)

Sono innamorata di questo concetto: 

17 minuti fa, edu ha detto:

una scatola, a volte, è un posto dove l’eco viene a fare il nido.

Per il resto… sono sorpresa. Di te mi colpiscono ogni giorno il brio, l'energia, l'elasticità e la rapidità di mente. Ti definirei... uno dall'italiano scoppiettante.

Qui è tutto rallentato.

Un 45 giri spostato a 78. Non so se mi spiego.

Ma forse sono io eh, a volte mi capita, leggendo, di non comprendere a fondo quello che leggo e di aver voglia di ritornarci sopra. Lo farò. Ti rileggerò anche domani. ;)

Ciao Edu, ammirevole la tua capacità di  "svestirti" così.

Non me lo aspettavo.

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Cara @paolati 

Beh, anche tu sei rapida: questo racconto sta qui da un'ora e già l'hai letto. Grazie per la dedizione.

Diciamo che sta penna po esse piuma e po esse fero. Il più delle volte è piuma, perché senza leggerezza non si vive. Solo leggerezza, però, come diceva qualcuno, è insostenibile. a volte mi va di essere serio: in questo racconto so stato decisamente fero.

È chiaro che rispetto ai racconti tutti gag il ritmo rallenta. Non mi è ben chiaro dal tuo commento se è una cosa che ti ha disturbato o meno.

Grazie per le parole carine che mi riservi sempre...:love3:

 

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13 ore fa, edu ha detto:

In pieno deserto respiri la polvere che tu stesso sollevi, e il tempo scorre lento, non succede mai niente… così lento che sei portato a ignorarne il fluire e a sottovalutarlo, a rimanere anni nel deserto senza accorgertene.

invertirei per chiarezza l'ordine dei fattori, come segue: In pieno deserto respiri la polvere che tu stesso sollevi, non succede mai niente e il tempo scorre lento, … così lento che sei portato a ignorarne il fluire e a sottovalutarlo, a rimanere anni nel deserto senza accorgertene.

 

13 ore fa, edu ha detto:

Vi portano le spighe di grano e le seppelliscono

Molto poetico, ma forse richiederebbe una minima spiegazione. O forse no (leggi in fondo).

 

Il deserto è così uguale a se stesso che puoi camminare su di una giornata passata centinaia di volte senza cambiarne il corso. ....

In pieno deserto capisci di avere più voci. E che queste parlano tra loro. Io ho capito che possono anche non comprendersi.....

Quando sei in pieno deserto ti abitui a distese indistinte di sabbia: un percorso immutato e immutabile, un’uniformità che col passare del tempo ti rassicura, muta la rassegnazione in accettazione, la curiosità in peccato. Una religione insomma.....

 

Passaggi fantastici!

 

14 ore fa, edu ha detto:

Ma una scatola! Chi si aspettava una scatola in pieno deserto…

Cambierei di poco per non esagerare con i puntini: Ma una scatola, chi si aspettava una scatola in pieno deserto!

 

14 ore fa, edu ha detto:

una scatola, a volte, è un posto dove l’eco viene a fare il nido.

E se entrando nella scatola avessi incontrato gli echi delle mie voci? …Cosa mi avrebbero detto?

Altro passaggio sorprendente!

 

@edu, non ti avevo mai letto e sono veramente impressionato. Da un punto do vista "stilistico", l'unica cosa che mi sento di suggerire è qualche virgola in più. Ma potrebbe essere anche una tua scelta la quale, a fronte di quanto riesci a trasmettere, va rispettata.

Il punto è che, con la massima semplicità, senza nessuna spiegazione e senza trucchi ed effetti speciali, riesci a rendere spontanei e consequenziali concetti e sensazioni che non lo sono affatto a prima vista... in effetti si potrebbe chiamare poesia!

Inoltre c'è tutto quello che sta sotto, appena accennato ma evidente e a portata di mano.

14 ore fa, edu ha detto:

Noi che siamo in pieno deserto, talvolta, abbiamo rimpianti, ma in fondo speriamo che la sabbia si estenda all’infinito.

Quando ripenso alla scatola, e succede spesso, mi chiedo se sia realmente abitata dall’eco. Ma più ci ragiono e più mi convinco che, tanto, se anche l’eco mi avesse parlato, non ne avrei compreso l’idioma.

Queste scatole le abbiamo quasi tutte fra le mani e potremmo semplicemente aprirle accettando il rischio, ma preferiamo camminare per sempre nel deserto. Forse siamo fatti proprio per questo.

 

Che si può dire d'altro? Bravissimo! Non si può che invidiare la tua ispirazione e il modo delicato ed efficace di esprimerla nella scrittura.

 

 

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@Macleo Grazie, mi fa molto piacere quello che mi dici.

trovo le tue osservazioni sui singoli passaggi molto ben meditate, credo proprio che ne terrò conto.

Che dire, mi fa molto piacere che tu sia passato di qui. A rileggerci presto :)

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Finale inatteso. A me, questo tuo racconto ha fatto pensare costantemente alla doxa di Platone. Così, libere associazioni. Mi piacerebbe sapere a quale simbolo hai pensato tu, @eduscrivendo di questo deserto!
Il ritmo che hai impresso rende perfettamente la sensazione di camminare nella sabbia. Però, anche se immagino sia voluto, a parere mio l’interruzione di paragrafo così frequente spezza un po’ troppo la narrazione (che credo miri a trasmettere lentezza più che frammentazione, o no?).

 

15 ore fa, edu ha detto:

Ci sono vari modi per arrivare in pieno deserto. Uno di questi è innamorarsi delle foglie morte al suolo, e ignorare quelle verdi sugli alberi.

Io invece mi sono innamorata di questa frase. 

 

15 ore fa, edu ha detto:

puoi camminare su di una giornata passata

Dettaglio: il “di” spezza il fluire del periodo.

 

15 ore fa, edu ha detto:

averla trovata una in parecchi.

“averne” 

 

15 ore fa, edu ha detto:

un percorso immutato e immutabile, un’uniformità che col passare del tempo ti rassicura, muta la rassegnazione in accettazione, la curiosità in peccato. Una religione insomma.

Applausi! In più, non mi aspettavo l'ironia vista l'atmosfera generale.
 

15 ore fa, edu ha detto:

La cosa mi terrorizzava al punto tale che sulle prime mi allontanai.

Suggerirei di togliere “tale”, oppure di usare “in modo tale”. 


Disclaimer: è la prima volta che commento un racconto su WD, con tutte le implicazioni del caso. Ad ogni modo, sono felice che sia stato questo :)
 

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Un racconto davvero intenso dal punto di vista della forma e del significato, @edu. Non riesco a capire come tu sia riuscito a trarre queste immagini così vive senza giochi di stile o costruzioni complesse. Niente da dire, per me un piccolo grande esercizio di stile e di anima...

... se poi devo fare un appunto ti chiedo il perché di "idioma" come parola finale. Un termine complesso in un racconto dalla forma e dal contenuto incredibile ma con un lessico molto più "leggero". Sono curioso di sapere se si tratti di una scelta personale o di pura ispirazione.

Comunque una curiosità personale, null'altro. Per me dopo il bis rischi il ter. ;)

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Grazie @Teleri , mi fa davvero piacere ricevere commenti da utenti mai incrociati prima. Trovo le tue osservazioni ineccepibili

 

1 ora fa, Teleri ha detto:
16 ore fa, edu ha detto:

averla trovata una in parecchi.

“averne

("averne", certo... ho aggiunto "una" che prima non c'era e ho dimenticato di adeguare)

 

1 ora fa, Teleri ha detto:
16 ore fa, edu ha detto:

La cosa mi terrorizzava al punto tale che sulle prime mi allontanai.

Suggerirei di togliere “tale”, oppure di usare “in modo tale”. 

sì sì, c'è un tale di troppo.

 

Grazie, torna a trovarmi :-)

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p.s.

1 ora fa, Teleri ha detto:

A me, questo tuo racconto ha fatto pensare costantemente alla doxa di Platone. Così, libere associazioni. Mi piacerebbe sapere a quale simbolo hai pensato tu, @eduscrivendo di questo deserto!

La metafora si presta volutamente a più interpretazioni. Ma ti posso dire che è un racconto molto influenzato da Borges

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@bwv582 tu sei sempre troppo buono con me.

Idioma solo perché lingua mi stonava. Mi spiace deluderti, ma in realtà non c'è una consapevole e lunga riflessione dietro questa scelta terminologica. 

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@camparino Grazie! 

Questo racconto mi sta facendo incrociare un sacco di utenti non ancora incrociati. La cosa mi fa strapiacere!

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Ciao @edu

riletto, lentamente, a 78 giri.

Notevole. 

Il ‎16‎/‎09‎/‎2018 alle 23:08, edu ha detto:

a volte mi va di essere serio: in questo racconto so stato decisamente fero.

Non è vero, sei stato piuma anche questa volta, solo… una piuma diversa. Non vola, non solletica, questa piuma accarezza. ;)

Il ‎16‎/‎09‎/‎2018 alle 23:08, edu ha detto:

se è una cosa che ti ha disturbato o meno.

Nessun disturbo, anzi. Un racconto profondo, dalle mille sfaccettature, dove il non detto pesa quanto e più del detto, dove ognuno ci mette le tinte che vuole.

Un racconto, il tuo, che non si esaurisce arrivando all'idioma punto, ma che entra nei pensieri dolcemente e lì se ne sta a ricamare e tessere echi, e spighe, e scatole sepolte. Immagini affascinanti, poetiche, capaci di portarti via.

Insomma, bravo davvero. Torno a leggerti anche domani. :rosa:

 

Ah, se lo riscrivi, puoi togliere uno dei due sempre? 

Il ‎16‎/‎09‎/‎2018 alle 21:12, edu ha detto:

e io camminavo da sempre, per cui non facevo caso al diradarsi della vegetazione, mi sembrava lo stesso scenario di sempre.

 

Il ‎16‎/‎09‎/‎2018 alle 23:08, edu ha detto:

Grazie per le parole carine che mi riservi sempre…

Tutte meritate.

Mi sa che lo struzzo gira intorno a te. Nessuna invidia, solo ammirazione. :festeggiamo:

 

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Ciao @edu.

 

Ho apprezzato degli altri tuoi racconti il piglio surreale e dinamico e l'interna coerenza.

Qui la mia impressione è che vi sia troppa roba tutta insieme che tenta di risultare evocativa senza esito, e che tu non sia riuscito a maneggiare questo materiale per propria natura suggestivo e simbolico.

 

Mi riferisco a frasi come

"innamorarsi delle foglie morte al suolo", o

"camminare con una di esse in mano", o

"la gente che porta spighe di grano e le seppellisce", o 

"vagavo in cerca dell'eco", o ancora

"una scatola, a volte, è un posto dove l’eco viene a fare il nido".

 

Potrebbero essere cariche di seduzioni e invece qui, non so perché, si disinnescano e appaiono forzatamente incastrate nel resto. 

 

La sensazione è che tu per primo non abbia creduto fino in fondo a questa ampia metafora del deserto, sulla quale si innestano le altre metafore/simbologie.

Ad esempio, il valore simbolico del grano è immenso (anche senza coinvolgere il Cristianesimo): la spiga di grano è operosità, fertilità, abbondanza.

La gente che le porta nel deserto e le seppellisce è un'immagine potente, che rovescia e contorce la generosità insita nel simbolo-grano: non sei entrato però dentro quest'ombra, ma l'hai solo sfiorata per passare ad altro.

 

Anche la ricerca dell'eco e il ritrovamento della scatola nella quale si dovrebbe nascondere sono tentennanti, abbozzati: e non intendo dal punto di vista sintattico naturalmente, ma del senso.

Non che io ricerchi a tutti i costi una coerenza: ma qui, differentemente dagli altri tuoi testi, manca una cornice ben definita, necessaria anche se i testi sono surreali. Mi riferisco al timido inizio: 

 

"Non so come mi ritrovai in pieno deserto. Il paesaggio mutò gradualmente e io camminavo da sempre, per cui non facevo caso al diradarsi..."

 

Mi viene da chiedere perché mai "non so come", e che significa "camminavo da sempre", se poi nomini i lampioni e le insegne dei locali.

Mi stona questo essere contemporaneamente vagabondo dell'eternità e cittadino di una metropoli. 

O meglio: mi stona perché c'è una titubanza, un'approssimazione che nei tuoi scritti (surreali) non ho mai trovato.

 

Forse facendo cominciare il racconto con il seguente blocco:

"Ci sono vari modi per arrivare in pieno deserto. Uno di questi è innamorarsi delle foglie morte al suolo, e ignorare quelle verdi sugli alberi. Camminare con una di queste in mano e perdersi nel suo rosso scuro fino a ritrovarsi in pieno deserto",

e attaccare qui il tuo incipit:

"Non so come mi ritrovai in pieno deserto",

fornirebbe quella cornice iniziale di cui si sente la mancanza: pur essendoci molti modi (assurdi) di arrivare in un deserto, io non so proprio come ci sia giunto.

 

Anche la ricerca (ambivalente) dell'eco e il suo ipotetico collocarsi nella scatola non mi fornisce suggestioni di alcun tipo.

 

Ciò che al contrario mi ha colpito è stata la massiccia ricorrenza (ben tredici volte!) della locuzione "in pieno deserto" e del termine "deserto" (sei occorrenze, se ho contato bene).

Ecco, proprio qui mi è parso di ravvisare il nucleo del brano: "deserto" è la parola che rimbomba ossessiva nell'eco e il racconto stesso rappresenta la scatola dove l'eco è racchiusa.

 

Grazie per la lettura e un saluto!

 

 

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@paolati se continui così va a finire che mi monto la testa. Quindi non so se è il caso di continuare. Anzi no. Continua!

 

@Ippolita2018 Ciao Ippolita, ben trovata.

 

10 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

"deserto" è la parola che rimbomba ossessiva nell'eco e il racconto stesso rappresenta la scatola dove l'eco è racchiusa.

Bellissimo, non ci avevo pensato! Cioè, avevo pensato di far rimbombare ossessivamente la parola deserto, ma non che il racconto stesso fosse la scatola dell'eco. Bellissima suggestione, grazie.

 

Il tuo commento perplesso, per paradosso, in fin dei conti mi conforta. Conferma l'attenzione che metti (e che devo dire la quasi totalità dei commentatori mette) quando leggi e fai le tue osservazioni: non è possibile che un racconto piaccia a tutti né è possibile che tutto ciò che uno scrive piaccia alla stessa persona. La presenza di commenti critici avvalora anche quelli più entusiastici, altrimenti dovrei pensare che si avanzano complimenti per tatto e pro forma, cosa che non è, perché siete lettori accorti. Grazie dunque per la tua attenzione, per il tempo impiegato a darmi questa risposta, e grazie per aver condiviso con me queste tue perplessità senza tenertele per te.

 

Vorrei risponderti su diversi punti, e sapere cosa ne pensi. Metto tutto in spoiler, però, perché sto per uscire fuori metafora. Non consiglio di aprire lo spoiler né a chi non ha ancora letto il racconto, né a chi l'ha già letto, perché, trattandosi di un racconto che vuole innanzitutto essere suggestivo e lasciare spazio a ognuno di cogliervi l'immaginario che preferisce, uscire fuori di metafora vuol dire ucciderlo.

Io non entrerei. Però sta a voi: entrare o non entrare in questo spoiler dell'eco?   :asd:

 

Spoiler
10 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

qui, differentemente dagli altri tuoi testi, manca una cornice ben definita, necessaria anche se i testi sono surreali. Mi riferisco al timido inizio: 

 

"Non so come mi ritrovai in pieno deserto. Il paesaggio mutò gradualmente e io camminavo da sempre, per cui non facevo caso al diradarsi..."

 

Mi viene da chiedere perché mai "non so come", e che significa "camminavo da sempre", se poi nomini i lampioni e le insegne dei locali.

Mi stona questo essere contemporaneamente vagabondo dell'eternità e cittadino di una metropoli. 

Iniziamo dall'inizio.

Beh l'estraneamento e il senso di indefinito sono in realta sensazioni molto volute.

Chiaramente, il deserto è un paesaggio interiore, che si presta a molte metafore, come tu ben cogli, ma se dovessi indicarti le principali sono: 1) la depressione; 2) quella dimensione di introversione che accompagna ogni esistenza, anche la meno depressa, in cui si torna a battere sempre sugli stessi nodi interiori, sempre sulle stesse immagini, gli stessi ricordi, gli stessi amori passati (le foglie rosse al suolo che non ci fanno vedere le verdi sui rami). è perciò che il paesaggio è così monotono. Iniziare dicendo che camminavo da sempre e mi trovai, non so come, nel deserto vuol dire che nel deserto non ti ci trovi da un momento all'altro: senza accorgertene ci sei arrivato, camminando da sempre (vivendo da sempre) e non è che abbia un inizio ben preciso.

Sì, sono assolutamente  (in quanto personaggio) "contemporaneamente vagabondo dell'eternità e cittadino di una metropoli": nel deserto della metafora ci sei anche se abiti la metropoli più affollata, l'uno è un paesaggio interiore, l'altro è il mondo esterno con cui smetti di comunicare. Nel deserto di cui parlo ci sono folla e lampioni. Incoerenza?... non so, ma non direi. Piuttosto è ambiguità e ambivalenza, che nei paesaggi interiori mi sembrano ingredienti immancabili.

 

10 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

il valore simbolico del grano è immenso (anche senza coinvolgere il Cristianesimo): la spiga di grano è operosità, fertilità, abbondanza.

La gente che le porta nel deserto e le seppellisce è un'immagine potente, che rovescia e contorce la generosità insita nel simbolo-grano: non sei entrato però dentro quest'ombra, ma l'hai solo sfiorata per passare ad altro.

Bene. Questo è un racconto costruito così, con tecniche che spesso ricorrono nella poesia: la ripetizione, la metafora, la simbologia. Tra queste rientrano le immagini che di per sé sono ricche di significato e che tu inserisci per dare, appunto, una suggestione. Io temo che indugiarci su farebbe perdere parecchio a queste immagini, soprattutto farebbe perdere il loro significato ambivalente e aperto all'immaginario di chi legge. Se il deserto è innanzitutto depressione, seppellire le spighe di grano è, come cogli, svalutare ciò di prolifico si è fatto buttandolo via; è seppellirsi vivo. Ora, uscendo fuor di metafora diventa chiaramente tutto più brutto. Quello che a me interessava, però, era appunto dare la stura per consentire agli altri di evocare ciò che per loro è connesso a quel simbolo. E infatti: io ai rimandi alla simbologia cristiana non avevo affatto pensato, ma sono contentissimo l'abbia fatto tu. Se non indugio oltre, se non aggiungo attributi, è perché fondamentalmente non voglio rompere l'ambiguità del testo. Facendolo casomai uscirebbe fuori qualcosa di migliore, non lo so, può darsi, ma andremmo a parare decisamente altrove, cambieremmo proprio il tipo di racconto.  

 

Quota

Anche la ricerca (ambivalente) dell'eco e il suo ipotetico collocarsi nella scatola non mi fornisce suggestioni di alcun tipo.

L'eco sono le nostre voci di dentro, che non sempre si capiscono quando si parlano, o non sempre sono concordi (nel senso proprio di cum cordis: con il cuore). Ricerca della scatola dell'eco è la ricerca della Risposta definitiva, della comprensione delle proprie voci. La si cerca davvero, nella vita? Sì, la si cerca in continuazione, anche se si sa bene che non esiste possibilità di Risposte definitive. La si vuole davvero ascoltare? Non penso proprio. e comunque sarebbe al di fuori della nostra comprensione, ed in questo è il senso del finale.

 

Ora, ti dico tutto ciò per dire che di questo brano io salvaguarderei due cose:  l'ambivalenza dei simboli (ovvero il senso aperto) e lo straniamento da paesaggio interiore (che può consentirsi di essere incoerente). Non so se le tue dritte andrebbero in questa direzione. Let's have a deal on it, ho in considerazione quello che dici, perché sei commentatrice molto puntuale, e mi farebbe piacere continuare ad approfondire la cosa  . 

 

 

 

 

 

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Un piacevole monologo interiore, a mio avviso. Ancora un poco acerbo. Ma di poacevole lettura. Peccato per il finale. 

 

Ciao :)

 

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@Vestnik Ciao, grazie per la lettura.

1 ora fa, Vestnik ha detto:

Ancora un poco acerbo.

In realtà lo penso anche io, ma vorrei sapere perché lo pensi anche tu.

 

1 ora fa, Vestnik ha detto:

Peccato per il finale. 

Idem: perché? Non è la prima perplessità espressa sul finale, anche @bwv582 ne aveva avanzata una. Questa però non è motivata, così non mi aiuta.

 

Grazie comunque per il commento, a presto :)

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Ciao:)

Sarò lieto di risponderti.

Tra oggi e domani lo farò. 

Ho al momento del lavoro da fare.

Se hai pazienza torno domani.

:)

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Buinguorno. 

Come dicevo, sento una certa cura, nel tuo brano. Il rapporto tema tono è a mio parere adeguato. Percepisco un tono drammatico, che fa da solvente all'introspezione del protagonista. La voce narrante corrisponde colprotagonista. E l'uso della prima persona mi sembra adeguato. Il che viene utilizzato è medio. Per cui sento omogeneità, in tutto questo. Sento un buon uso delle metafore e del verbo in generale. Un contatto col visivo che di solito viene ben allenato dall'attivita poetica. Non ho idea se scrivi poesie. Ma c'è delirico, a tratti. Quel "mangiano le tue stelle" a mio avviso ne è un esempio. A tratti. Sembra un ambiente onirico,  per certi versi, mi dà l'idea di un territorio interiore ben articolato da un punto di vista descrittivo. E con descrittivo intendo di contatto con le sensazioni proprie interne. Ora ti dirò forse una cazzara ma mi ha fatto pensare alla desolazione di un uomo trasognato dal vivere suo malgrado  nel limbo della perdita di un affetto. Un uomo che perde la sua/e stella polare e che si immerge nel tragitto di ritorno verso se stesso scoprendo altre luci nel cielo grazie al buio e altre stelle, che forse possono essere il ravvisare altre persone lungo il suo cammino. È solo una mia stupida idea. Il tema mi piace. È di mio gusto. Quindi ti dico con certezza che è di mio gradimento questo genere di testo. Una via di mezzo tra il prosimetro e il racconto. Lo sento però non ancora pronto. Non una voce narrante spinta sin dove potresti a mio stupido parere e non tiene per tutto il brano. Sento degli scalini. Delle incertezze. Come se l'idea di fondo fosse stata avvolta da una scrittura più superficiale. Il trauma lo ho avuto nel passaggio all'eco. È come se la prima parte fosse slegata dalla seconda. Forse scritta in tempi interiori diversi e di diversa resa. 

La qualità della scrittura è buona. Ma non inogenea. Ci sono cambi (piccoli) di registro che tradiscono a mio avviso questa incertezza. Il finale nel mio modo di vedere le cose è un masso di cemento scaricato su di un prato. Quella parola ( : idioma ) a mio modo di vedere le cose ha sgretolato il senso onirico del brano, per far posto all'autocelebrazione.

Sono col cellulare. Spero di non aver fatto troppo errori. In ogni caso, sono solo mie stupide impressioni.

E io non sono nessuno.

Per cui ignorale.

:)

Ciao

 

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@Vestnik Grazie di cuore per questa disamina così accurata.

1 ora fa, Vestnik ha detto:

A tratti. Sembra un ambiente onirico,  per certi versi, mi dà l'idea di un territorio interiore ben articolato da un punto di vista descrittivo. E con descrittivo intendo di contatto con le sensazioni proprie interne

beh, hai ben colto le intenzioni

 

1 ora fa, Vestnik ha detto:

Ora ti dirò forse una cazzara ma mi ha fatto pensare alla desolazione di un uomo trasognato dal vivere suo malgrado  nel limbo della perdita di un affetto. Un uomo che perde la sua/e stella polare e che si immerge nel tragitto di ritorno verso se stesso scoprendo altre luci nel cielo grazie al buio e altre stelle, che forse possono essere il ravvisare altre persone lungo il suo cammino. È solo una mia stupida idea.

Non è a questo che avevo pensato, ma, come scrivevo a Talia, molte cose sono lasciate volutamente all'ambiguo e vogliono avere un senso aperto, per cui, se a te è venuto in mente questo va benissimo e non mi sembra esserci alcunché di sciocco.

 

1 ora fa, Vestnik ha detto:

Lo sento però non ancora pronto. Non una voce narrante spinta sin dove potresti a mio stupido parere e non tiene per tutto il brano. Sento degli scalini. Delle incertezze. Come se l'idea di fondo fosse stata avvolta da una scrittura più superficiale. Il trauma lo ho avuto nel passaggio all'eco. È come se la prima parte fosse slegata dalla seconda. Forse scritta in tempi interiori diversi e di diversa resa. 

Oh, allora ho fatto bene a spronarti a esplicitare le tue perplessità. Mi hai scoperto: esattamente come dici tu, parti scritte in momenti diverse. Ed esattamente nel punto che hai individuato. Il tuo commento mi da un feedback importante: la cosa si percepisce. Altro che stupido parere!

 

1 ora fa, Vestnik ha detto:

Il finale nel mio modo di vedere le cose è un masso di cemento scaricato su di un prato. Quella parola ( : idioma ) a mio modo di vedere le cose ha sgretolato il senso onirico del brano, per far posto all'autocelebrazione.

Beh, due indizi fanno una prova: non sei il primo a cui "idioma" ha stonato di brutto. Mi sa che mi tocca starvi a sentire e cercare un termine meno altisonante.

 

Grazie mille, il tuo commento a mio avviso coglie chirurgicamente i difetti del mio racconto. Questo mi inorgoglisce ancora di più nella parte dei complimenti, di cui pure ti ringrazio :)

 

 

 

 

 

 

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Ciao @edu.

 

Tu dici: uscire fuori di metafora vuol dire uccidere l'immaginario di chi legge, e per questo - scherzosamente - poni in spoiler le tue risposte.
Il non-risolto del tuo racconto è, a mio modestissimo avviso, proprio questo: a me è apparso tutto fuor di metafora e ciò ha sottratto spazio a ogni mio desiderio immaginifico.


È come se tu, prendendomi per mano, mi accompagnassi nel tuo racconto-sentiero e a ogni descrizione mi dicessi: 
"Ecco, questa è la metafora del deserto: è sufficientemente metaforica della solitudine interiore?"; oppure: 
"Si capisce cosa intendo con la spiga di grano, e con l'eco, e con la scatola? Sono chiari questi simboli?"
Questo intendo quando nel commento scrivo di aspetti tentennanti e abbozzati, o che tu non hai creduto fino in fondo alle metafore cui ti appoggi.
Non è quindi che io non abbia compreso le metafore, ma che le suddette metafore - la cui cifra è l'amplificazione, il cui valore è l'ipnosi - non hanno stimolato in me (in me!) associazioni subitanee o vaghezza di pensieri se non in misura molto contenuta. 


Giustamente tu concludi che del brano metteresti al riparo due aspetti: l'ambivalenza dei simboli e lo straniamento, che ammette l'incoerenza.
Riguardo al primo aspetto ti rimando alle prime righe del mio commento; quanto al secondo, non si tratta di incoerenza - alla quale non ho mai fatto cenno: tutti noi siamo allo stesso tempo vagabondi dell'eternità e cittadini di metropoli.
Ti scrivo infatti che la nota stonata consiste nella titubanza in cui viene espresso il concetto, non nel concetto stesso: come se non ci fosse stata da parte tua (scusa se mi ripeto) una piena accettazione di questa modalità di raccontare (@ Vestnik l'ha percepita come frammentazione, e concordo in pieno).

 

Mi accorgo che è molto difficile spiegare tutto questo e mi dispiace se sono stata approssimativa o poco chiara; ti ringrazio per la stima e l'occasione di dare concretezza a pensieri sfumati e fuggevoli sensazioni.

 

P.S.

Il mio parere sul termine "idioma", suggello del racconto? Perfetto.

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2 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

 

Il mio parere sul termine "idioma", suggello del racconto? Perfetto

Che dire, @Ippolita2018 ...con questo mi crolla l'unica certezza :facepalm:

 

Scherzi a parte:

vai con lo scherzoso spoiler!

Spoiler

 

il deserto, come ti scrivevo,  in questo racconto per me era correlativo oggettivo di

Il 18/9/2018 alle 08:26, edu ha detto:

depressione

Il 18/9/2018 alle 08:26, edu ha detto:

introversione

Il 18/9/2018 alle 08:26, edu ha detto:

in cui si torna a battere sempre sugli stessi nodi interiori, sempre sulle stesse immagini,

Per te:

2 ore fa, Ippolita2018 ha detto:

Ecco, questa è la metafora del deserto: è sufficientemente metaforica della solitudine interiore?

Ecco, per quanto ti abbia preso per mano sei andata dove volevi tu: la solitudine io non l'ho menzionata e non era un sentimento che stavo esprimendo. Chiaro che rientra però nei rimandi dell'immagine. Nel deserto sei solo (solitudine), ed è quello che cogli tu immediatamente. E a me sta benissimo. Non si esaurisce però in questo la sua area semantica. Il deserto è anche un posto arido (depressione), a differenza di un'isola sperduta che pure può essere metafora di solitudine (ed è questo aspetto che privilegiavo io, almeno nelle intenzioni). Ed è un posto dal paesaggio monotono, dunque sensazione di immobilità. Quanto all'introversione, non è affatto solitudine: l'una è indifferenza perciò che ti sta attorno,che può essere anche una folla, perché si è calati su se stessi; l'altra è dolorosa mancanza dell'altro. Direi che sono concetti antitetici.

Con questo non voglio difendere il mio stesso racconto: sarebbe infantile, come già detto anche io lo trovo acerbo e come confessato è frutto di un patchwork, di cui peraltro i lettori si sono accorti. Voglio però farti notare che tu ha pensato alla solitudine, quasi protestando per l'eccessiva chiarezza dell'immagine, Vestnik prima di te ha pensato a un amante abbandonato, io stavo parlando di aridità e monotonia... insomma, il racconto è rivedibile ma a me pare che l'ambivalenza (che di per sé non è ne un bene né un male) è confermata proprio dalle vostre interpretazioni.

 

 

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