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stefia

Nello spazio nessuno può sentirti urlare

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Commento

 

 

Dall’eco dei miei passi sul pavimento di pietra capisco di trovarmi un tunnel, ed è tanto grande che, anche allargando le braccia, non riesco a toccarne le pareti.

Le falcate sempre più corte, le gambe pesanti e il respiro un po’ affannoso sono la misura del tempo che ho trascorso camminando in questo luogo misterioso.

So di essere in un cunicolo e di doverlo percorrere fino alla fine ma, ancora, me ne sfugge il motivo.

L’oscurità è densa e vellutata al punto di apparire quasi solida: tenere gli occhi chiusi o aperti non fa nessuna differenza.

Improvvisamente il pavimento, da liscio e compatto che era, diventa irregolare e rumoroso: a ogni passo qualcosa scricchiola sotto i miei piedi.

Lo strato di materiale friabile aumenta rapidamente di spessore arrivandomi fino alle caviglie e rendendo la camminata più faticosa.

Mi chino e afferro una manciata di quelle ‘cose’ sperando che il tatto mi aiuti a capire di che cosa si tratta.

Sembrano conchiglie o chiocciole, gusci vuoti sottili che si frantumano alla minima pressione.

Come mai ce ne sono così tanti? Sono forse vicino al mare?

Affondo ripetutamente la mano tastando quei piccoli oggetti  e improvvisamente un guscio si muove.

Poi un altro, e un altro ancora.

Sulle prime non me ne rendo conto, ma presto il numero di gusci in movimento è tanto numeroso da produrre un ticchettio che aumenta di intensità fino a trasformarsi in un sibilo penetrante e continuo.

In breve mi ritrovo coperto da gusci brulicanti di vita, sento il leggerissimo tocco delle loro zampette e realizzo che si tratta di insetti.

Migliaia, milioni, miliardi di insetti che strisciano,  camminano svolazzano e mi si infilano sotto gli abiti, dentro le orecchie, in mezzo ai capelli.
Urlo.

Urlo così forte da far tremare il buio; talmente forte da svegliarmi.

 

Per fortuna sono stato riportato alla realtà non dai sibili degli insetti, ma solo dagli allarmi del monitor delle funzioni vitali  e della bombola d’aria in esaurimento.

Frastornato  e con il cuore in gola succhio un lungo sorso d’acqua,  apro la bombola d’emergenza e finalmente il silenzio torna a regnare nell’ ingombrante tuta spaziale che mi avvolge.

Con l’aiuto del pannello di controllo sul braccio sinistro individuo una grossa stella in lento avvicinamento: la Canterbury ha agganciato il transponder della tuta e sta venendo a recuperarmi. Spero che non mi addebitino il costo del carburante per la deviazione dalla rotta, dato che avrei fatto volentieri a meno di essere colpito da quel maledetto detrito vagante.

Mi sembra di essere alla deriva da giorni, ma se le bombole non sono ancora finite vuol dire che non è passato poi così tanto tempo.

In queste situazioni è importante non farsi prendere dal panico e dormire per quanto possibile per risparmiare ossigeno.

Peccato che l’incubo abbia intaccato le mie già scarse riserve e che adesso dovrò centellinare l’aria rimasta per farla durare fino all’arrivo dell’astronave.

Rimpiango di non aver voluto seguire le lezioni di Yoga, in Accademia. Si dice che quell’antica tecnica di meditazione, se eseguita ad alti livelli, permetta addirittura di controllare la frequenza del respiro e dei battiti cardiaci. Mi avrebbe fatto comodo in questo momento, ma faccio comunque del mio meglio chiudendo gli occhi e concentrandomi sull’ ombelico.

 

Non so se ho meditato o se mi sono riappisolato, so solo che quando riapro gli occhi il cuore salta un battito nel vedere un grosso scarafaggio marrone che cammina sul vetro del casco.

Lo osservo per un lungo istante chiedendomi da dove arrivi e come sia possibile che sia ancora vivo e alla fine mi rendo conto che, per quanto impossibile, quell’insetto è all’interno e le sue lunghe antenne ricurve arrivano quasi a sfiorarmi il viso.

Urlo colpendo istintivamente il visore nel tentativo di allontanarlo, ma il gesto produce l’effetto contrario e la creatura mi sbatte sul viso.

Grido disperatamente agitandomi e scuotendo la testa a destra e a sinistra, ma è tutto inutile. Sento il tocco leggero di quelle zampette sottili sul collo e poi sulla guancia e quando arriva vicino alla bocca, la chiudo temendo che ci si possa infilare dentro.

Mi rendo conto che il panico sta avendo la meglio e cerco di riprendere il controllo serrando gli occhi e visualizzando immagini rilassanti, ma ottengo solo di sentire il peso di quelle zampette sottili bruciare come fuoco sulla pelle del viso.

Le voci allarmate dei miei compagni, dal comunicatore, chiedono spiegazioni, ma io non posso parlare o quella bestia schifosa mi entrerà in bocca e mi divorerà dall’interno, così mi limito a mugolare penosamente.

La luce lampeggiante del monitor delle funzioni vitali mi avvisa che la pressione sanguigna ha raggiunto un valore impossibile, e subito dopo sono assordato dal sibilo della bombola in esaurimento.

“Devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia….”

La mente, in loop, spinta dall’urgenza di trovare una soluzione veloce, e frastornata dagli stimoli degli allarmi non mi fornisce più nessun sostegno.

Le antenne dell’insetto mi solleticano l’interno di una narice e a questo punto non mi rimane che una cosa da fare.

Sotto lo sguardo annichilito dei miei compagni di viaggio, armeggio goffamente e finalmente riesco a sganciare il casco dalla tuta.

 

 

 

 

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@stefia

 

Ciao! Un bell'incubo di atmosfera kafkiana ambientato nel cosmo, da cui è impossibile fuggire e non si può nemmeno urlare!

Mi è piaciuto, inquietante al punto giusto, con una buona dose di suspense angosciosa.

Incubi nello spazio: ecco, questo è esattamente uno dei motivi per cui non mi inoltrerei mai in un viaggio così sconosciuto, così profondo. L'impatto sull'inconscio umano potrebbe essere immenso e ancora troppo ignoto.

 

I miei complimenti e un paio di piccolezze:

 

Il 2/9/2018 alle 16:21, stefia ha detto:

 

Dall’eco dei miei passi sul pavimento di pietra capisco di trovarmi un tunnel, ed

"In un tunnel".

 

Il 2/9/2018 alle 16:21, stefia ha detto:

spessore arrivandomi fino alle caviglie e rendendo la camminata più faticosa.

Personalmente, toglierei il "mi" finale di arrivare, magari aggiungendo un "mie" dopo:

"arrivando fino alle (mie) caviglie".

 

Il 2/9/2018 alle 16:21, stefia ha detto:

Sembrano conchiglie o chiocciole, gusci vuoti sottili che si frantumano alla minima pressione.

Come mai ce ne sono così tanti? Sono forse vicino al mare?

Affondo ripetutamente la mano tastando quei piccoli oggetti  e improvvisamente un guscio si muove.

Poi un altro, e un altro ancora.

Sulle prime non me ne rendo conto, ma presto il numero di gusci in movimento è tanto numeroso da produrre un ticchettio che aumenta di intensità fino a trasformarsi in un sibilo penetrante e continuo.

In breve mi ritrovo coperto da gusci brulicanti di vita, sento il leggerissimo tocco delle loro zampette e realizzo che si tratta di insetti.

Ok: sono tanti, troppi, però, a mio avviso, ridurrei anche le ripetizioni della parola "guscio".

Ad esempio qui: "... e improvvisamente uno di loro si muove".

Volendo c'è anche la ripetizione di "numero-numeroso" che può risultare molto vicina.

 

Un buon racconto: perfetta l'atmosfera. Ciao!

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Ospite

Io non commento, non ne sono capace. Io ti dico solo che mentre ti leggevo mi saliva l'ansia come quando vidi per la prima volta il film Alien. Incredibile!

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Davvero interessante. Sebbene non sia proprio il mio genere, devo ammettere che sono rimasto molto colpito. La trama è fatta benissimo, dall'incipit fino al tragico finale. In pochi righi riesci a far immergere il lettore in un atmosfera cupa e spaventosa, da cui non si vede via d'uscita. Quando infine tutto sembra risolto, con grande maestria sei riuscita a introdurre (o meglio riproporre)  l'ultimo insuperabile ostacolo. E non mi riferisco all'insetto in se, ma alla paura, che può essere assai più pericolosa di un paio di fastidiose zampette pelose. È la paura la vera protagonista del racconto, e si mostra implacabile. Ho apprezzato molto anche l'ambientazione, a metà tra il sogno e il gelido spazio. Ben fatto

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@AndC grazie mille per la lettura e per aver "beccato" le mie millemila ripetizioni. Purtroppo so che è un mio difetto ma, per quante volte rileggo un testo non riesco mai a individuarle. 

Faccio subito un repulisti e sistemo gli svarioni che mi hai segnalato.

 

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@Principe dei desideri 

@lillibet

 

Grazie per il passaggio e per i commenti.

Il mio scopo era esattamente quello di riuscire a trasmettere il terrore crescente di una persona disperata e credo, dai vostri commenti, di esservi riuscita.

Grazie ancora.

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Ospite
33 minuti fa, stefia ha detto:

Grazie ancora.

Ma grazie a te per averlo scritto e averlo regalato a noi. Aspetto il prossimo.

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Il 2/9/2018 alle 16:21, stefia ha detto:

Commento

 

 

Dall’eco dei miei passi sul pavimento di pietra capisco di trovarmi un tunnel, ed è tanto grande che, anche allargando le braccia, non riesco a toccarne le pareti.

Le falcate sempre più corte, le gambe pesanti e il respiro un po’ affannoso sono la misura del tempo che ho trascorso camminando in questo luogo misterioso.

So di essere in un cunicolo e di doverlo percorrere fino alla fine ma, ancora, me ne sfugge il motivo.

L’oscurità è densa e vellutata al punto di apparire quasi solida: tenere gli occhi chiusi o aperti non fa nessuna differenza.

Improvvisamente il pavimento, da liscio e compatto che era, diventa irregolare e rumoroso: a ogni passo qualcosa scricchiola sotto i miei piedi.

Lo strato di materiale friabile aumenta rapidamente di spessore arrivandomi fino alle caviglie e rendendo la camminata più faticosa.

Mi chino e afferro una manciata di quelle ‘cose’ sperando che il tatto mi aiuti a capire di che cosa si tratta.

Sembrano conchiglie o chiocciole, gusci vuoti sottili che si frantumano alla minima pressione.

Come mai ce ne sono così tanti? Sono forse vicino al mare?

Affondo ripetutamente la mano tastando quei piccoli oggetti  e improvvisamente un guscio si muove.

Poi un altro, e un altro ancora.

Sulle prime non me ne rendo conto, ma presto il numero di gusci in movimento è tanto numeroso da produrre un ticchettio che aumenta di intensità fino a trasformarsi in un sibilo penetrante e continuo.

In breve mi ritrovo coperto da gusci brulicanti di vita, sento il leggerissimo tocco delle loro zampette e realizzo che si tratta di insetti.

Migliaia, milioni, miliardi di insetti che strisciano,  camminano svolazzano e mi si infilano sotto gli abiti, dentro le orecchie, in mezzo ai capelli.
Urlo.

Urlo così forte da far tremare il buio; talmente forte da svegliarmi.

 

Per fortuna sono stato riportato alla realtà non dai sibili degli insetti, ma solo dagli allarmi del monitor delle funzioni vitali  e della bombola d’aria in esaurimento.

Frastornato  e con il cuore in gola succhio un lungo sorso d’acqua,  apro la bombola d’emergenza e finalmente il silenzio torna a regnare nell’ ingombrante tuta spaziale che mi avvolge.

Con l’aiuto del pannello di controllo sul braccio sinistro individuo una grossa stella in lento avvicinamento: la Canterbury ha agganciato il transponder della tuta e sta venendo a recuperarmi. Spero che non mi addebitino il costo del carburante per la deviazione dalla rotta, dato che avrei fatto volentieri a meno di essere colpito da quel maledetto detrito vagante.

Mi sembra di essere alla deriva da giorni, ma se le bombole non sono ancora finite vuol dire che non è passato poi così tanto tempo.

In queste situazioni è importante non farsi prendere dal panico e dormire per quanto possibile per risparmiare ossigeno.

Peccato che l’incubo abbia intaccato le mie già scarse riserve e che adesso dovrò centellinare l’aria rimasta per farla durare fino all’arrivo dell’astronave.

Rimpiango di non aver voluto seguire le lezioni di Yoga, in Accademia. Si dice che quell’antica tecnica di meditazione, se eseguita ad alti livelli, permetta addirittura di controllare la frequenza del respiro e dei battiti cardiaci. Mi avrebbe fatto comodo in questo momento, ma faccio comunque del mio meglio chiudendo gli occhi e concentrandomi sull’ ombelico.

 

Non so se ho meditato o se mi sono riappisolato, so solo che quando riapro gli occhi il cuore salta un battito nel vedere un grosso scarafaggio marrone che cammina sul vetro del casco.

Lo osservo per un lungo istante chiedendomi da dove arrivi e come sia possibile che sia ancora vivo e alla fine mi rendo conto che, per quanto impossibile, quell’insetto è all’interno e le sue lunghe antenne ricurve arrivano quasi a sfiorarmi il viso.

Urlo colpendo istintivamente il visore nel tentativo di allontanarlo, ma il gesto produce l’effetto contrario e la creatura mi sbatte sul viso.

Grido disperatamente agitandomi e scuotendo la testa a destra e a sinistra, ma è tutto inutile. Sento il tocco leggero di quelle zampette sottili sul collo e poi sulla guancia e quando arriva vicino alla bocca, la chiudo temendo che ci si possa infilare dentro.

Mi rendo conto che il panico sta avendo la meglio e cerco di riprendere il controllo serrando gli occhi e visualizzando immagini rilassanti, ma ottengo solo di sentire il peso di quelle zampette sottili bruciare come fuoco sulla pelle del viso.

Le voci allarmate dei miei compagni, dal comunicatore, chiedono spiegazioni, ma io non posso parlare o quella bestia schifosa mi entrerà in bocca e mi divorerà dall’interno, così mi limito a mugolare penosamente.

La luce lampeggiante del monitor delle funzioni vitali mi avvisa che la pressione sanguigna ha raggiunto un valore impossibile, e subito dopo sono assordato dal sibilo della bombola in esaurimento.

“Devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia, devo togliere quella cosa dalla mia faccia….”

La mente, in loop, spinta dall’urgenza di trovare una soluzione veloce, e frastornata dagli stimoli degli allarmi non mi fornisce più nessun sostegno.

Le antenne dell’insetto mi solleticano l’interno di una narice e a questo punto non mi rimane che una cosa da fare.

Sotto lo sguardo annichilito dei miei compagni di viaggio, armeggio goffamente e finalmente riesco a sganciare il casco dalla tuta.

 

 

 

 

Assolutamente scritto bene, piccolissimi errori di ortografia, ma il racconto era così avvincente da non essermene accorto inizialmente. L'ho letto un paio di volte perché certe volte mi incasinavo con le frasi, ma non ha nulla a che vedere con il modo in cui è scritto, per l'amor del cielo!

Veniamo al dunque. Mi piace. E mi piace soprattutto il tema. Sia quello dello spazio e sia quello dell'incubo.

Mi piace, bravissim@.

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@zMatt.

 

Io purtroppo scrivo arzigogolato: certe volte le frasi sono talmente tanto intorcinate che mi fermo e mi chiedo che cavolo sto scrivendo.  :D

E' stato un tentativo di horror (esperienza praticamente nulla sul genere) e sono lieta di essere riuscita a inquietare il lettore.

Grazie ancora.

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@stefia Ciao!

Questo racconto è un vero incubo! Nel senso più bello che si possa intendere.

L'ho letto qualche giorno fa e ancora ci penso e mi sento camminare insetti addosso!

Tra l'altro ero molto stanca, subito dopo mi sono addormentata e l'ho rivissuto nel sogno. :huhu:

Brava!

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Mentre leggevo, avevo già in testa la critica all'iniziare il racconto con un sogno, che penso sia uno dei peggiori incipit esistenti; ma arrivata alla fine l'ho trovato, per una volta, estremamente sensato all'interno della narrativa. Complimenti!

Non ho particolare paura o schifo degli insetti, ma il tuo racconto è riuscito a farmi sentire ripugnata e a disagio (in senso buono!). Ottima idea l'incastrare il protagonista in una situazione dove  un gesto semplice come il toccarsi la faccia diventa impossibile. Il senso di claustrofobia e di impotenza è molto ben reso.

Non lo consiglierei ad alcuni amici insettofobici, ma un bel racconto che in poche righe riesce a dare atmosfera e forti sensazioni!

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@Mene @Fantasmary 

 

Grazie a entrambi per la lettura e i commenti. @Fantasmary concordo: iniziare con un sogno è il peggior incipit del mondo, ma mi serviva proprio fatto così. Grazie di averlo apprezzato.

Io ho schifo dei ragni ma non sono riuscita a inserire un ragno nel racconto: mi sarei agitata troppo, scrivendo! :D

 

 

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Ciao. Ho apprezzato molto l'introduzione spaesata dell'ambientazione. Il testo si chiarisce lentamente e il paragrafo centrale e molto ben sfruttato per far capire i pretesti della trama e avvicinare il protagonista al lettore. Infine direi che l'ultima parte possiede un bel crescendo, è piacevole il fatto che ogni paragrafo possegga una sua caratteristica.

Vorrei solo indicarti alcune parti dove, secondo me, il ritmo e lo stile del racconto vengono meno a causa di alcune espressioni troppo colloquiali o poco corrette:

Il ‎02‎/‎09‎/‎2018 alle 16:21, stefia ha detto:

camminano svolazzano e mi si infilano sotto gli abiti

La sostituirei con: "camminano, svolazzano e si infilano sotto i miei abiti.

Il ‎02‎/‎09‎/‎2018 alle 16:21, stefia ha detto:

ma ottengo solo di sentire il peso di quelle zampette

La sostituirei con: "ma riesco solamente a percepire il peso di quelle zampette"

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Signori vi ricordo che da regolamento:

 

In Officina non si possono usare i punti reputazione ad eccezione dei Topic ufficiali e degli Off-topic dei contest.

 

Stefia & C. avete riempito questo racconto di punti reputazione: vado a toglierli uno a uno, però la prossima volta vi richiamo uno a uno. :evvai:

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Ciao @stefia

bel racconto. Placido e leggero. Ritmo narrativo molto sul soft. Peccato, volevi scrivere un horror. Credo.

Giocando con ritmo e passione potresti ottenere qualcosa di diverso.

Il materiale c'è.

A presto.

 

"Ubbidisco e riprendo, - rispose il gatto".

Luigi

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12 ore fa, Marcello ha detto:

Signori vi ricordo che da regolamento:

 

In Officina non si possono usare i punti reputazione ad eccezione dei Topic ufficiali e degli Off-topic dei contest.

 

Stefia & C. avete riempito questo racconto di punti reputazione: vado a toglierli uno a uno, però la prossima volta vi richiamo uno a uno. :evvai:

Chiedo scusa.

Non ho letto il regolamento, a riguardo. Non ci ho proprio pensato di poter stare facendo una cavolata.

Grazie.

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@Luigi Amendola

Grazie della lettura e del commento. È interessante vedere come varia la percezione di un testo a seconda del lettore che lo commenta. Si passa dal lettore impressionato che se li è sognati di notte a quello che non lo considera nemmeno horror.

Mi rendo conto che S.King è su un altro livello, e questo è stato il primo tentativo di horror della mia vita.

È importante sapere il.materiale c'è. Devo solo scoprire come cambiarlo. Grazie.

 

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Ansia a palate! 

Brava.

Il 6/9/2018 alle 13:36, stefia ha detto:

Io purtroppo scrivo arzigogolato

non mi pare proprio. Arriva bello dritto.

Il 6/9/2018 alle 13:36, stefia ha detto:

E' stato un tentativo di horror (esperienza praticamente nulla sul genere) e sono lieta di essere riuscita a inquietare il lettore.

Secondo me sì ci sei riuscita.

Mi ha colpito e mi è piaciuto. :)

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@edu

Le frasi arzigogolate arrivano per prime e poi mi metto d'impegno per renderle intelliggibili e "decenti".

Grazie del passaggio e del commento.

Sono contenta che ti sia piaciuto. 

:)

 

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Un buon tentativo di horror (mannaggia alle zampette in faccia!)

 

Non si capisce se è qualcosa di reale o immaginario, e ci si immedesima molto nella situazione.

 

Unica nota, ma è un off topic, non è necessariamente mortale togliersi il casco, ma sicuramente spara nello spazio lo schifoso animaletto.

 

Un saluto! :plata:

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@-Omega-

Ciao. Grazie del passaggio e del commento.

Volevo giustappunto giocare tra incubo e realtà: potrebbe mai arrivare uno scarrafone in una tuta spaziale?

 

Sono contenta di essere riuscita a farti immedesimare nella situazione e di averti vagamente inquietato.

Il tuo "off topic" mi ha incuriosito, ho investigato, a riguardo (sono vittima di troppi film, immagino) e ho scoperto che:

 

"Si può sopravvivere a un’accidentale esposizione non protetta allo spazio aperto, a patto che duri poco e che si prendano alcune precauzioni, la più importante delle quali è: svuotare i polmoni prima di uscire e poi trattenere il fiato. Questo accorgimento impedirebbe all’aria di formare bolle che causerebbero seri danni. Per il resto, la pelle del corpo riuscirebbe a contenere lo squilibrio di pressione tra interno ed esterno e non ci sarebbero quindi né esplosioni né ebollizione dei liquidi interni, anche se il corpo inizierebbe gradualmente a gonfiarsi. Tenendo bocca e occhi chiusi si eviterebbe inoltre la vaporizzazione della saliva e delle lacrime. Quanto al freddo: il calore non si dissipa in modo efficiente nel vuoto, quindi il corpo non congelerebbe rapidamente. Certo, resterebbe il problema delle bruciature causate dall’esposizione ai raggi solari, e in ogni caso la perdita di ossigeno nel sangue porterebbe all’incoscienza. Ma insomma: probabilmente un minuto o giù di lì di permanenza nello spazio non causerebbe danni seri."

 

Diciamo che, comunque, una persona in preda al panico potrebbe non ricordarsi di prendere tutti questi accorgimenti e anche rimettersi poi il casco potrebbe non essere una procedura semplice essendo sempre in preda al panico.

 

Comunque grazie per l'informazione: potrebbe servirmi in altri racconti. ;)

 

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L'ansia che trasmetti è un crescendo, una montagna russa di emozioni. Il racconto è un susseguirsi di sensazioni ostili. Le parole imprimono le immagini come se il lettore le stesse vivendo in prima persona. L'incubo, l'oscurità che incalza, i passi incerti. Posso ancora avvertire quei milioni di zampette sulla mia pelle. Riemergi dal sogno insieme al protagonista. Un attimo di respiro per poi riprendere in una spirale di ansia e apprensione. Lo spazio sconfinato intorno, eppure il senso claustrofobico che ti toglie aria dai polmoni. Sei lì a fare difficili boccate, alla ricerca disperata di un lieto fine. Lì sospeso nel nulla a chiederti, "sopravviverò?", sapendo che l'ombra della morte già ti fiata sul collo, ma a te non basta. Vuoi portare il lettore ad un altro stadio del terrore. Compare lui. Subdolo. L'insetto. Credo che sulla terra esistano pochi esseri umani che non ne provino avversione. Io ne ho un terrore incondizionato. Quelle zampette le ho avvertire sul mio viso. Ho odiato quel maledetto essere in modo viscerale. Onestamente, mi sarei sfilata anche io il casco. Trovo che il tuo racconto sia scritto veramente molto bene. Mi sono goduta ogni parola, il viaggio è stato splendido, destinazione: paura. 

Trovo il tuo stile fluido. Semplice. Immediato. Credo di aver letto che fosse il primo racconto, scritto da te, di questo genere. Ti prego, non fermarti. Sarei felicissima di leggere altro scritto da te. I miei complimenti. A presto. 

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Mi ha preso moltissimo, ho provato disgusto e ansia crescente. Ho solo una perplessità: dal momento che il racconto è narrato in prima persona, la precisione con cui sono stati descritti gli eventi l'ho trovata stridente (perché il protagonista doveva essere in preda al panico). A meno che non sia miracolosamente sopravvissuto e non stia raccontando quest'incubo usando il presente...

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 @ValeErre

Ciao. Grazie del passaggio.

Sì, hai ragione: la sua lucidità è un po' stridente e su questo dovrei lavorare. Dovrei riscriverlo in modo diverso e forse prima o poi riuscirò a migliorarlo. Quello che intendevo fare era spiegare che era stato addestrato in modo da non lasciarsi prendere dal panico: quando ci sono problemi occorre ragionare lucidamente per cercare una soluzione; gridare aiuto serve solo a bruciare l'aria rimasta e ad accelerare la fine.

Il sistema che ho usato per "spiegarlo" non è minimamente efficace, me ne rendo conto, e dovrò trovare un altro metodo. Mi fa piacere che tu abbia avvertito l'ansia crescente che era quello che stavo cercando di suscitare, ma molti mi hanno proposto di tenere più lunga la parte descrittiva, di calcare maggiormente la mano, in modo da far immedesimare maggiormente il lettore.

Mi sa che diventerà una dei mille testi da "limare,rifinire,migliorare" ;)  :D

 

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L'ansia l'hai resa benissimo secondo me. Ti ho scritto quell'osservazione perché ne so qualcosa, è uno dei punti su cui devo lavorare anch'io quando scrivo: mi è stata rivolta la stessa critica su alcuni passaggi e, riflettendoci, mi sono resa conto che in effetti il panico mal si concilia con riflessioni elaborate. :)

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Stefia, il brano mi è piaciuto.

Credo che descrivere una situazione nella quale un personaggio si trovi in una situazione di ansia o paura sia molto difficile, perché anche una sola caduta di tensione rischia di invalidare l'intero brano. Penso che tu invece sia riuscita nello scopo. Apprezzo la capacità di riuscire a determinare un'immedesimazione del lettore, riportata nei commenti. Anch'io sono stato vittima di questo fenomeno. Complimenti, attendo la continuazione.... Ciao e grazie.

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@stefia, commenti. Scritto benissimo. All'inizio gli insetto del sogno mi hanno ricordato i film di Indiana Jones, un vero incubo. Come ha già detto qualcuno.prima di me ilcero protagonista qui è la paura e qui aggiungere, visto che siamo in mezzo all'infinito,  vertiginosa. Ciao e alla prossima 

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