Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Alice Bassi

Romanzo americano. Motivi per cui due amici dovrebbero litigare fino ad arrivare alle mani?

Post raccomandati

Buon pomeriggio a tutti :)

Premessa: da mesi sono bloccata su un romanzo. Dopo vari tentativi falliti, purtroppo mi sono ritrovata a buttare via centinaia di pagine. Al momento sono paralizzata. So che fa parte del gioco e che uscirò da questo pantano, ma sono demoralizzata. Oltretutto è un progetto che mi coinvolge molto, emotivamente, tanto da impedirmi di riuscire a scrivere altro.

Detto ciò, vi illustro il problema.

 

Romanzo americano (ci si prova, so che sarà dura). Sfondo sociale di povertà, arretratezza culturale e scarse opportunità di lavoro. Due ragazzi fra i 18 e i 22 anni, che chiameremo Piero e Ugo, sono amici per la pelle. Il protagonista, Piero, era bravo a scuola ma come molti ragazzi disadattati ha finito per mollarla. Vive solo con il suo fratellino, che per lui è la cosa più importante al mondo. E' pieno di sogni di mollare tutto e andarsene insieme all'amico verso ovest, ma non può farlo perché è povero e anche per via del fratello, non lo lascerebbe mai. Lavora in un'officina spaccandosi la schiena per pochi spiccioli l'ora. E' uno sconfitto che però continua a sognare a occhi aperti, un autolesionista, depresso, represso, con un passato orribile alle spalle che Ugo non conosce; Piero ha molto da nascondere sulla sua identità e la sua infanzia ed è terrorizzato all'idea che qualcosa salti fuori. Per tutta la sua vita non ha fatto altro che scappare ogni volta che si sentiva braccato.

Ugo è il suo unico amico. Lui studia sodo per andare al college, per andarsene da quel paesino, e vorrebbe che anche Piero lo facesse, ma non riesce a farlo tornare a studiare. Lavora in un fast food e spesso ospita a sue spese Piero ai pasti, o gli porta qualcosa di caldo, dato che Piero è messo proprio male con i soldi. Potrebbe (dico potrebbe perché anche qui ho varie versioni in mente, non uccidetemi) essere balbuziente e non venire apprezzato dal padre, che invece apprezza Piero, che non pesa sulla famiglia ed è un "vero uomo".

 

Quale potrebbe essere il motivo per cui i due potrebbero litigare di brutto, tale che Piero massacri di botte Ugo e scappi col fratellino, terrorizzato di avere ucciso l'amico, ma anche ferito a morte da quanto Ugo gli ha fatto?

Ugo dovrebbe pensare di aver agito per il suo bene, anche se nel modo sbagliato. Poi, scoprendo determinate cose, dovrà rendersi conto di aver commesso uno sbaglio colossale, interpretando male il motivo per cui Piero ha reagito così, e partire per cercarlo.

 

Io ho un paio di idee, ma temo manchino di originalità. Purtroppo ci sono sopra da così tanto tempo che non riesco più a essere creativa. :arrossire: Mi riesce difficile trovare una soluzione che mi piaccia e sia anche in linea con lo stile di scrittura e le sensazioni che vorrei trasmettere: una sorta di lento trascinarsi, di fuga disperata, sconfitta, vaste lande desolate, ruggine, abbandono, speranza. Non voglio in alcun modo un thriller o troppa suspense.

 

Scusate per la lunghezza del post, spero di non aver chiesto l'impossibile o aver spiegato troppo poco.

Grazie in anticipo!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
1 ora fa, Alice Bassi ha detto:

Romanzo americano (ci si prova, so che sarà dura).

Se non hai vissuto negli USA ti consiglio di cambiare ambientazione, perché difficilmente un editore ti prenderà in considerazione.

 

Per quanto riguarda i motivi di un litigio hai tante opzioni... una ragazza, una squadra sportiva, la religione, la politica... dipende da che personalità hanno i personaggi. A cosa tengono? In cosa credono? Concentrati su qualcosa che per loro sia davvero importante e parti da quella "macroarea". Poi da lì ti concentri sul motivo specifico del litigio.  

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao, capisco il tuo suggerimento e ti ringrazio per avermelo dato, ma, nonostante lo accoglierei volentieri, non mi è possibile. Tutto il mio romanzo si svolge lungo la Route 66 per motivi specifici, perciò anche volendo non potrei cambiare ambientazione. Dal canto mio, posso dirti che conosco vari amici che hanno vissuto da quelle parti per anni, più un parente che abita proprio nel Maine da trent'anni, e tutti loro mi hanno parlato a lungo di ogni aspetto necessario della vita americana. Poi, probabilmente avrai ragione tu, mi rendo conto che sia un grande azzardo e che probabilmente non ne caverò un ragno dal buco; tuttavia, vorrei provarci.

Purtroppo i due non possono litigare né per una ragazza, né per politica, religione o sport. Pensavo che magari il cosiddetto Ugo scoprisse qualcosa sul passato di Piero, inavvertitamente o compiendo una qualche azione a fin di bene, magari inviando dei suoi test o qualcosa del genere a un college (dico cose a caso, so bene che non funziona così), ma non riesco ad avere le idee chiare o a farmene piacere una in particolare.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Non è necessario chiudere il topic @Alice Bassi , altri utenti potrebbero essere interessati e agganciarsi al tuo post per effettuare richieste analoghe. ;)

  • Mi piace 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@ElleryQ

Il 24/7/2018 alle 09:49, ElleryQ ha detto:

altri utenti potrebbero essere interessati e agganciarsi al tuo post per effettuare richieste analoghe. ;)

 E, infatti, eccomi qui! :)

@Bango Skank

Il 23/7/2018 alle 20:50, Bango Skank ha detto:

Se non hai vissuto negli USA ti consiglio di cambiare ambientazione, perché difficilmente un editore ti prenderà in considerazione.

 

Ciao a tutti! La mia domanda è molto semplice: ma perché? A me pare una limitazione alla fantasia. Non starò a tirare in ballo scrittori (vedi Salgari), i quali le ambientazioni per le loro storie non le hanno viste neppure con il cannocchiale (ma non per questo sono stati incapaci di scrivere avventure che hanno appassionato generazioni di lettori. Me compreso). Vorrei porre l'accento su come ci sia un errato pregiudizio sull'ambientare una storia all'estero (dal mio punto di vista, naturalmente). Se decido di scrivere una trama che riguardi i Corsari dei Caraibi, bé giocoforza, non potrò usare come sfondo il centro commerciale che vedo davanti alla finestra del mio studio o, tanto meno, ambientare le scorrerie tra Portofino e Recco. Così, se volessi scrivere di una casa infestata da strane creature, non vedo perché non potrei ambientarla sulla costa del Devonshire preferendola alle zone di Roncobilaccio e Barberino del Mugello (senza nulla a toglierle, naturalmente). O, ancora, se volessi scrivere una storia che portasse i personaggi a spostamenti all'interno di alcuni tra gli stati Americani (perché voglio, per esempio, scrivere qualcosa che abbia inizio nella famigerata Area 51... e l'Area 51 è solo lì, nel Nevada e non nascosta sotto i Trulli di Alberobello, per quanto siano meravigliosi), quale sarebbe il problema? Se si trattasse di un bravo scrittore (non io, naturalmente:D), quindi uno in grado di creare l'atmosfera, che risulta essere convincente con i dialoghi, la descrizione dei personaggi ecc. ecc., torno a domandare: perché no? Chiaramente, ci sarebbe tutto un lavoro di ricerca che comporterebbe lo studio geografico delle zone, flora e fauna, condizioni meteo, composizione delle popolazioni che vivono in quegli stati, stile e materiali con i quali si costruiscono le abitazioni, il tipo di struttura politica e via dicendo. Una delle obiezioni potrebbe essere: "eh sì, però sarebbe meglio scrivere di ciò che si conosce". Giusto! Ma cosa si conosce... prima di conoscerla? So che sembra assurda come affermazione ma veniamo alla spiegazione. Sono Italiano, i miei genitori sono italiani e vivo in Italia da 48 anni (ok, 49 fra pochi giorni... pignoli!:D). Se dovessi descrivere la fuga di due protagonisti da Genova a Palermo, dovrei necessariamente effettuare delle ricerche (le stesse che dovrei effettuare per la fuga da New York a Philadelphia). Se dovessi descrivere il tipo di divisa e arma in dotazione ai Carabinieri o alla Polizia, dovrei effettuare delle ricerche (le stesse che dovrei effettuare per la polizia di New York e Philadelphia) e così via, perché di alcuni argomenti non ne so comunque nulla. Che la storia sia ambientata in Italia o a Nairobi, sempre ricerche dovrei fare. Non vedo dove sia tutto questo problema; per quanto sono d'accordo (a sensazione e non per riscontro diretto) con Bango Skank, il quale dice che un editore difficilmente ti prenderà in considerazione. Ma come? Non siamo nell'era della globalizzazione? Non siamo in un mondo "più ristretto" grazie alle tecnologie come internet o a pubblicazioni specifiche da ogni parte del mondo (con le quali puoi documentarti) e  che ti vengono consegnate nel giro di 24 ore? Per come la vedo io, il bello della scrittura è anche nelle ricerche che si fanno e che ci permettono di conoscere argomenti, curiosità e fatti storici che non avremmo mai avuto la possibilità neppure di immaginare. Vorrei concludere, con ciò che dice Stephen King a proposito di imprecisioni che potrebbero esserci in un testo, nonostante tutte le ricerche svolte (per storie che siano ambientate in Italia o all'estero).  King racconta di come riceva decine di lettere da persone che lo rimproverano (stentavo a crederlo anch'io:o) per il fatto che: "Lei nel libro seguetitolo, nel capitolo tre, pagina 123, paragrafo cinque, capoverso quattro ha scritto che il protagonista si è liberato svitando una vite con un cacciavite a stella. Sappia che quel tipo di vite si può svitare solo con un cacciavite a taglio!". La risposta del Maestro è: "Chissenefrega! La storia vi è piaciuta? Vi ha suscitato emozioni? Avete pianto e riso con i protagonisti? E se la risposta a queste domande è sì, sarebbe cambiato qualcosa se avessi scritto correttamente che il protagonista si è liberato con il cacciavite giusto?". Per quel che mi riguarda, la risposta è no.  

  • Mi piace 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
17 ore fa, Jena Plissken ha detto:

Ciao a tutti! La mia domanda è molto semplice: ma perché?

E la risposta è ancora più semplice: perché ciò che scrivi risulterà artefatto, provinciale e dilettantesco. Ne consegue che nessuna grande CE ti prenderà mai in considerazione.

 

17 ore fa, Jena Plissken ha detto:

A me pare una limitazione alla fantasia.

E in effetti lo è. Mi permetto però di suggerire agli aspiranti scrittori di entrare nell'ottica che la scrittura come professione è, appunto, una "professione". Un lavoro. Per capirci: se volessi costruire una sedia con le 4 gambe di lunghezza diversa, potrei farlo in nome di concetti quali libertà, fantasia ecc ecc? Certo che sì, e guai se così non fosse. Solo che, dopo, non dovrei azzardarmi a lamentarmi se nessuno ci si vuole sedere, su quella sedia. Diciamo che la fantasia di un professionista è quella che gli permette di costruire sedie molto particolari ma comunque comode.

 

17 ore fa, Jena Plissken ha detto:

Non starò a tirare in ballo scrittori (vedi Salgari), i quali le ambientazioni per le loro storie non le hanno viste neppure con il cannocchiale (ma non per questo sono stati incapaci di scrivere avventure che hanno appassionato generazioni di lettori. Me compreso).

E infatti non devi: Salgari scriveva avventure esotiche su dei posti misconosciuti, muovendosi nell'ambito del fantastico avventuroso. Un po' come se oggi uno scrivesse di Marte, per intenderci. 

 

17 ore fa, Jena Plissken ha detto:

Vorrei porre l'accento su come ci sia un errato pregiudizio sull'ambientare una storia all'estero (dal mio punto di vista, naturalmente).

Quello che tu chiami "errato pregiudizio", è il sentire comune di ogni professionista del mercato editoriale. Dammi retta: fidati dei professionisti. E te lo dice uno che, una decina di anni fa, inviò a una grande agenzia una raccolta di racconti ad ambientazione USA e UK, tutta Mark, Frank, Paul e Johnny. Pagai anche una piccola fortuna per farmi rispondere che avevo scritto una roba piena di cliché cinematografici che non poteva interessare nessuno. Mi consigliarono di scrivere di ciò che conoscevo. Lì per lì mi pure arrabbiai, convinto che ci fosse questo errato pregiudizio di cui parli anche tu ora. Ci misi un po' a capire che non è un pregiudizio, ma la prima e più importante lezione che un aspirante deve imparare per diventare scrittore. Una volta capita la lezione, una volta capite le "regole", le puoi stravolgere come vuoi (ma questo è un altro discorso ancora).

 

17 ore fa, Jena Plissken ha detto:

Se decido di scrivere una trama che riguardi i Corsari dei Caraibi, bé giocoforza, non potrò usare come sfondo il centro commerciale che vedo davanti alla finestra del mio studio o, tanto meno, ambientare le scorrerie tra Portofino e Recco.

Certo che no, ma qui sei nel campo del fantastico avventuroso e sopratutto non sei nel "presente".

Se scrivo uno storico (al di la del genere), posso anche ambientarlo negli USA, facendo però molta attenzione alla prospettiva dei miei protagonisti: la storia di un emigrante europeo che sbarca negli USA e fa fortuna (o muore male... quel che sia, insomma) potrebbe anche diventare un best seller, se studio bene fonti e documenti relativi al periodo in questione. Anche se negli USA non ci sono mai stato.

 

17 ore fa, Jena Plissken ha detto:

Così, se volessi scrivere di una casa infestata da strane creature, non vedo perché non potrei ambientarla sulla costa del Devonshire preferendola alle zone di Roncobilaccio e Barberino del Mugello (senza nulla a toglierle, naturalmente).

Dipende: un horror ambientato al giorno d'oggi, non consiglierei a nessuno di ambientarlo nel Devonshire se non sa come si vive lì.  Molto meglio ambientarlo a casa tua, perché se poi sei bravo, è così che diventi un professionista (Eraldo Baldini docet. Scrittore horror che reputo bravissimo e la cui forza è ambientare le sue storie cupe nelle terre che conosce bene, rendendo il tutto reale).

Ricollegandomi a quanto hai detto dopo, il punto non è se voglio scrivere dell'area 51 o dell'Amazzonia. Il punto è far muovere i personaggi in un ambiente che conosco o non conosco. Non è vero che far muovere un personaggio da A a B in Italia è uguale a farlo muovere da A a B negli USA. C'è una differenza infinita. Se il mio protagonista entra in un bar a Genova, io so perfettamente cosa potrebbe trovarci, indipendentemente dal fatto di esserci stato o no. Poi se ci sono stato e so che in quei bar ci sono cose particolari rispetto ai bar di Bari (o viceversa), tanto di guadagnato, risulterò ancora più vero. Ma il punto è che in ogni bar italiano io posso far muovere i miei personaggi senza alcun problema. Invece io di quello che c'è in un bar di Philadelphia non ne so nulla. In un bar di Nairobi peggio me sento.

Esempio illuminante. Ogni tanto mi vedo "delitti a circuito chiuso", un crime che mandano su sky crime, o come si chiama il canale. Ci sono questi investigatori americani che ricostruiscono quello che è successo alla vittima di turno (di norma una persona che scompare) dalle immagini delle telecamere a circuito chiuso di locali, hotel e negozi. Nelle ultime 10 puntate che ho visto, almeno in 8 sono andati a vedere le telecamere di una sorta di grande supermercato (non food, vende di tutto e di più... non saprei se vende anche cibo, forse sì) aperto anche di notte, una catena che non avevo mai sentito e di cui non ricordo il nome. Dalla Florida alla California, dal Montana al New Jersey, la gente va a fare spesa dentro questi posti dove vendono un po' di tutto e che hanno telecamere su telecamere dentro e fuori, nei loro parcheggi immensi. E io non lo avevo mai sentito. Non so neanche che vende... come funziona. Negli USA sarà la catena più famosa che c'è, o quasi.
Ora, come potrei io solo "pensare" di poter ambientare una storia negli USA se non so neanche come funziona la vita lì a livello di "quotidiano"? Non c'entrano i tecnicismi delle forze dell'ordine, qui parliamo dell'ABC. O negli USA ci sono stato (e non per 2 giorni) e ho assorbito assai bene la cultura, il modo di pensare e il modo di vivere del luogo (cosa mangiano al mattino? a pranzo a cena? dove vanno se devono comprare un panino? un paio di scarpe? un mobile? ecc) oppure dovrei passare tanto di quel tempo a fare delle ricerche che scrivere il mio romanzo vorrebbe dire investire anni in questo, probabilmente.
Il punto è che quando scriviamo di qualcosa che non conosciamo, il lettore esperto ci fa "tana " dopo due pagine. E il professionista a cui abbiamo sottoposto il nostro lavoro sorride, scuote la testa e pensa: "Ecco un altro dilettante allo sbaraglio. Avanti il prossimo". Garantito al 100%, senza se, senza ma e senza appello.

Vorrei chiudere anche io con King, perché in effetti King è centratissimo come esempio. Ma per dimostrare quanto dico, non il suo contrario.

Lasciamo da parte le piccole imprecisioni sui cacciaviti, che sono tutt'altro argomento che il conoscere le ambientazioni.

King ha sempre scritto di casa sua. Il primo King lo conosco benissimo. Descriveva la sua periferia, quella che aveva dietro casa. King non ha fatto la sua fortuna inventando ambientazioni fantasiose o estranee, di cui non sapeva nulla. L'ha fatta prendendo i tizi che vedeva ogni giorno, facendo far loro le cose che sapeva avrebbero fatto ogni giorno, facendo bere loro il whisky da due soldi che sapeva avrebbero bevuto ogni giorno. E infilandoci in mezzo la sua fantasia horror. Fantasia? Quanta ne vuoi. Ma con personaggi e ambientazioni più reali del vero.
King è del Maine. Quanta roba di King avete letto ambientata nel Maine? Pensateci. Poi pensate a quanta roba di King avete letto ambientata in Messico, con protagonisti Pancho e Clarita. O in Svezia, con protagonisti Larsonn e Ingrid. O in Cina, con protagonisti Tso e Chen. 

Intendo questo quando dico che aveva ragione da vendere chi, a suo tempo, mi stroncò senza appello: scrivi di ciò che conosci. Altrimenti appari solo come un dilettante, e anche un pizzico presuntuoso. :)

 

  • Mi piace 5
  • Grazie 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Condivido al 101% tutte le argomentazioni di @Bango Skank  e ripeto quanto ho già espresso in altri post simili: per ambientare scene in un luogo occorre averlo visitato di persona.  Le mappe di Google non ti trasmettono gli odori, le abitudini delle persone che vi abitano, i rumori che si possono udire percorrendo una certa strada e via di seguito...

Un esempio? 

Prendiamo Amsterdam, un esempio "banale" perché è una delle città più visitate d'Europa, e prendiamo uno scrittore che non c'è mai andato e pure vuole ambientarci nemmeno un romanzo, ma un semplice raccontino.  Facciamo che i suoi personaggi dovranno trovarsi in mezzo alla folla sul far della sera.  Facile, dice il nostro scrittore: Amsterdam è sempre piena di turisti a tutte le ore...  Va su Google immagini, o su Trip advisor o su quello che è, e sceglie una delle vie più trafficate che esistano, la Kalverstraat per esempio:

Amsterdam - Kalverstraat.jpg

E alle sette di sera ecco i suoi protagonisti muoversi in mezzo a questo brulicare di gente, perfetto.

Poi qualcuno che conosce la città (non c'è bisogno di esserci stato ventinove volte come ho fatto io, per saperlo) legge e si mette a ridere.

Perché?

Semplice, questa è la via dello shopping e sono tutti negozi.  I negozi ad Amsterdam chiudono di solito alle cinque e mezza del pomeriggio (alle sei il giovedì, in genere): questa strada alle sette di sera è un deserto totale, al punto che uno potrebbe permettersi di orinare in mezzo alla strada con buone possibilità che nessuno lo veda.

E se può accadervi una cosa del genere ad Amsterdam, figuriamoci quello che vi può capitare ambientando un intero romanzo in un paesino del Wisconsin...

  • Mi piace 2
  • Grazie 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Adesso, Marcello ha detto:

al punto che uno potrebbe permettersi di orinare in mezzo alla strada con buone possibilità che nessuno lo veda.

 

O commettere un delitto! :rolleyes:

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
4 minuti fa, ElleryQ ha detto:

O commettere un delitto!

Ancora più facile: ci vuole meno tempo... :D

  • Divertente 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao a tutti. Grazie a Bango Skank per aver esposto il tuo punto di vista molto interessante e pieno di spunti di riflessione.

@Bango Skank

1 ora fa, Bango Skank ha detto:

ciò che scrivi risulterà artefatto, provinciale e dilettantesco.

Bé, insomma, deciderlo così a priori mi pare supponente, borioso e anche poco intelligente da parte di una casa editrice. Spero vivamente che non sia così. Se un autore è bravo (naturalmente non parlo per me), le sue qualità dovrebbero, al contrario, venire alla luce e questo indipendentemente dall'ambientazione.

 

1 ora fa, Bango Skank ha detto:

Salgari scriveva avventure esotiche su dei posti misconosciuti, muovendosi nell'ambito del fantastico avventuroso. Un po' come se oggi uno scrivesse di Marte, per intenderci

Ho citato Salgari perché non inventava le ambientazioni "di sana pianta", bensì faceva riferimento a diverse fonti (i luoghi non erano proprio così misconosciuti), così riferisce la biografia ufficiale di questo grande scrittore e gli errori che sono presenti nelle sue opere, sembrano essere imputabili a imprecisioni presenti nelle fonti stesse o a errori di trascrizione (ciò non toglie che abbia scritto dei capolavori). Per venire ai giorni nostri, Carrisi (non il cantante:D), il quale vive e lavora a Roma ma è considerato un italiano che scrive ottimi Thriller all'americana (definizione che già la dice lunga), ha esordito con un romanzo "Il Suggeritore" che non è ambientato in Italia (a onor del vero, nel suo libro non si menziona il luogo ma è facilmente riconducibile agli U.S.A.). E' stato apprezzato ugualmente dalla critica proprio per il discorso a cui facevo riferimento prima: la capacità dello scrittore di rendere credibile la trama, i personaggi e la tensione che crea e che non ti consente di interrompere la lettura (se non per le pause fisiologiche:P). 

 

1 ora fa, Bango Skank ha detto:

Se scrivo uno storico (al di la del genere), posso anche ambientarlo negli USA, facendo però molta attenzione alla prospettiva dei miei protagonisti: la storia di un emigrante europeo che sbarca negli USA e fa fortuna (o muore male... quel che sia, insomma) potrebbe anche diventare un best seller, se studio bene fonti e documenti relativi al periodo in questione. Anche se negli USA non ci sono mai stato

E questo è il nocciolo della questione! "Se studio bene fonti e documenti relativi al periodo in questione"; che può essere benissimo quello attuale (aggiungo io). E' chiaro che se decido di ambientare la mia storia in una zona che non sia sotto casa, dovrò documentarmi (anche su ciò che si può trovare in uno Starbucks di Philadelphia... ma anche nel bar a Bari). Poi, se parto in quarta e scrivo che in Ohio vive una comunità di un miliardo di cinesi che coltivano riso e allevano canguri, risulto poco credibile e su questo siamo d'accordo. Ma un'inesattezza del genere è figlia di un'assenza di ricerca.

 

2 ore fa, Bango Skank ha detto:

Se il mio protagonista entra in un bar a Genova, io so perfettamente cosa potrebbe trovarci, indipendentemente dal fatto di esserci stato o no. Poi se ci sono stato e so che in quei bar ci sono cose particolari rispetto ai bar di Bari (o viceversa), tanto di guadagnato, risulterò ancora più vero. Ma il punto è che in ogni bar italiano io posso far muovere i miei personaggi senza alcun problema.

Perdonami ma qui più che ai bar mi riferivo alle vie di comunicazione. Ciò che intendevo è che se dovessi far muovere uno o più personaggi da Genova a Bari (mettiamo su strada con una vettura), non avrei la minima idea del tragitto, così come non avrei idea se dovessi fare altrettanto per il tragitto da New York a Philadelphia: dovrei in entrambi i casi fare riferimento a Google Map o a cartine stradali dettagliate (a meno che non fossi così pazzo da mettermi in auto e fare effettivamente il percorso). Ma, anche in riferimento al bar, credo che le informazioni su ciò che puoi trovare in uno Starbuks non siano così difficili da reperire.

 

2 ore fa, Bango Skank ha detto:

Esempio illuminante. Ogni tanto mi vedo "delitti a circuito chiuso", un crime che mandano su sky crime, o come si chiama il canale. Ci sono questi investigatori americani che ricostruiscono quello che è successo alla vittima di turno (di norma una persona che scompare) dalle immagini delle telecamere a circuito chiuso di locali, hotel e negozi. Nelle ultime 10 puntate che ho visto, almeno in 8 sono andati a vedere le telecamere di una sorta di grande supermercato (non food, vende di tutto e di più... non saprei se vende anche cibo, forse sì) aperto anche di notte, una catena che non avevo mai sentito e di cui non ricordo il nome. Dalla Florida alla California, dal Montana al New Jersey, la gente va a fare spesa dentro questi posti dove vendono un po' di tutto e che hanno telecamere su telecamere dentro e fuori, nei loro parcheggi immensi. E io non lo avevo mai sentito. Non so neanche che vende... come funziona. Negli USA sarà la catena più famosa che c'è, o quasi.

Credo che tu ti riferisca ai 7-eleven, sono supermercati presenti in tutte le città USA (e non solo), aperti 24/24.

 

2 ore fa, Bango Skank ha detto:

dovrei passare tanto di quel tempo a fare delle ricerche che scrivere il mio romanzo vorrebbe dire investire anni in questo, probabilmente.

Probabilmente sì ma dipende da quanto tempo puoi permetterti di impiegarci e dal risultato che vuoi ottenere. 

 

2 ore fa, Bango Skank ha detto:

Il punto è che quando scriviamo di qualcosa che non conosciamo, il lettore esperto ci fa "tana " dopo due pagine. E il professionista a cui abbiamo sottoposto il nostro lavoro sorride, scuote la testa e pensa: "Ecco un altro dilettante allo sbaraglio. Avanti il prossimo". Garantito al 100%, senza se, senza ma e senza appello.

Su questo, se hai tempo e voglia, ti posso rispondere in privato su una mia esperienza con una grande casa editrice e di cui non vorrei parlare pubblicamente onde venir scambiato per megalomane e anche un pizzico presuntuoso. :)

   

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Riprendo questa discussione perché il punto mi sta particolarmente a cuore.

Sono colpevole: io scrivo storie ambientate negli Stati Uniti (e in Siberia, in Francia, su Saturno), e cerco di farlo con cura nella ricostruzione e anche con gusto per quei "cliché" tanto vituperati. Trovo che il quadro descritto da Bango Shank sia realistico, ma completamente esecrabile: l'unico metro di valutazione che dovrebbe interessare un'opera dovrebbe essere la qualità dell'opera stessa, non un pregiudizio limitante. Un'ambientazione propria di chi scrive garantisce accuratezza e valore?

Allo stesso modo, il provincialismo che si diceva prima (condito da un'ottusità marchiana) sta semmai nello scartare opere che si ritiene arbitrariamente non valide solo perché non descrivono il vissuto dell'autore: io che sono salentino non so nulla di come sia la vita in Valle D'Aosta, tuttavia se scrivessi una storia ambientata in quei luoghi sono certo che non troverei la resistenza riservata invece ad un'ambientazione statunitense. A fronte di ciò, non capisco perché questo atteggiamento supponente e sciocco non riguardi altre forme di narrazione nobili quanto la letteratura, come ad esempio i fumetti (o non avremmo Tex, che è un coacervo di quei deprecabili "cliché", Dylan Dog, Nathan Never e praticamente nulla della Bonelli) o il cinema (e non avremmo avuto Leone, Bava, Fulci, Bertolucci).

Per concludere se, come certo, stanno così le cose, io inviterei gli autori a non desistere da questo intento, ma a perseverare. Sono dell'idea che la scrittura di qualità nasca innanzitutto dalla fascinazione e dal gusto che l'autore stesso prova per i luoghi, i contesti, i personaggi che scrive, e se a me l'Italia non interessa, dovrei benissimo poter scrivere i qualsiasi altra cosa, potendo conservare la speranza di non essere snobbato e scartato per questo. Per cui insistete, documentatevi bene, curate le vostre storie e poi insistete ancora, a curarle e proporle. I sistemi fallati si possono sanare.

Mi scuso in anticipo con Bango Shank e con tutti se ho usato toni che potrebbero sembrare un po' accesi, ma come ho detto è un argomento che sento particolarmente vicini.

  • Mi piace 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Quota

Credo che tu ti riferisca ai 7-eleven, sono supermercati presenti in tutte le città USA (e non solo), aperti 24/24.

Questo dimostra soltanto che bisogna documentarsi bene, ma questo è un discorso che credo valga in ogni caso. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Enrico Conte Ciao Enrico, mi trovo perfettamente d'accordo con quello che scrivi. Che sia ambientato negli Stati Uniti, nell'America latina, in Indonesia o sotto casa, la ricerca è fondamentale. Personalmente, ambiento tutti i miei romanzi negli U.S.A. Non ti sto neppure a raccontare quante ore di ricerca faccio, prima di mettere nero su bianco ciò che devo descrivere. Tengo a precisare che per ricerca, non intendo un'occhiata veloce su internet. Anzi, il web lo ritengo "l'ultima spiaggia"; per ricerca intendo pubblicazioni di autori affidabili per esempio giornalisti che descrivono segmenti della vita politica, sociale di un determinato luogo, con tanto di indicazioni sui ceti sociali, differenziazione etnica, stili di costruzione, storia locale, leggende ecc. ecc. Mi piace molto anche la storia americana. Ho letto diverse pubblicazioni sulla guerra d'indipendenza e tra i nordisti e sudisti. Tutte le ore di ricerca passate chino sui libri hanno dato i loro frutti: ho pubblicato due romanzi con una casa editrice digitale il cui direttore editoriale è Franco Forte (che non è proprio l'ultimo arrivato) e a marzo pubblicherò il primo romanzo con una casa editrice che pubblica anche in cartaceo. Inutile dire che sono tutte storie ambientate negli U.S.A. Vorrei precisare che le motivazioni che mi spingono a scrivere ambientando le storie all'estero, non sono da ricercarsi in uno "snobismo" o un insano sentimento di repulsa per L'Italia; semplicemente, essendo cresciuto con autori americani (ho letto anche i classici italiani e russi), mi è venuto naturale documentarmi per ambientare le storie in quei luoghi. E veniamo ai tanto decantati errori. L'errore è sempre dietro l'angolo; anche quando si ambienta in luoghi che "dovrebbero" essere familiari. Come torno a ripetere, se ambiento una storia in Italia nella quale c'è un protagonista che si muove in lungo e in largo lungo tutto lo "stivale" bé, giocoforza devo documentarmi perché non so nulla (allo stesso modo come non so nulla dell'Ohio) di ciò che posso trovare in Calabria (non me ne vogliano i calabresi ma non ci sono mai stato... mi hanno detto che è bellissima). Sono anche convinto, però, che non è un singolo errore a inficiare la bellezza di una storia. Un'imprecisione (che sia "ambientata" in Italia o in uno stato estero) non può prevalere sulla ridda di sentimenti che ha suscitato la lettura di quel romanzo. Non posso credere che la gioia, il dolore, l'allegria o la rabbia che abbiamo provato vengano annullate dal fatto che l'autore si sia confuso tra Starbuks o Bar. E poi, se vigesse una regola non scritta che obbliga un autore ad ambientare le storie solo sotto casa, bé non avremmo storie di spionaggio nelle quali i protagonisti si spostano da New York a Bangkok, passando per Pechino e Mosca. Come in ogni aspetto della vita, la preparazione è ciò che conta realmente e, se una persona tiene a ciò che fa, sicuramente si preparerà in modo adeguato. In bocca al lupo per i tuoi scritti.  

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Di errori di ricostruzione se ne trovano tranquillamente anche in testi di autori, per esempio, americani che scrivono degli Stati Uniti d'America. Io, d'altro canto, da anni mi muovo in una forma diversa, che è quella del cinema, e anche lì scrivo e dirigo storie ambientate altrove. Risultato: coi miei lavori ho raccolto decine su decine di selezioni ufficiali e preso premi negli Stati Uniti, in Canada e nel Nord America tutto. Non capisco quindi perché, se una sceneggiatura scritta da me, dichiaratamente italiano, oltretutto in inglese che non è la mia lingua, e ambientata negli USA può essere apprezzata al punto da essere selezionata, arrivare in finale o addirittura vincere (come è successo) un concorso proprio negli Stati Uniti, un mio testo con la stessa ambientazione non può essere considerato valevole da un editore italiano. Non ha senso.

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×