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Rewind

Letto Bolaño, cambiato mestiere

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Il titolo è una frase di Dario Voltolini che, dopo aver letto 2666, la inviò all'amico Baricco. 

 

E allora vi chiedo: avete mai provato

- o state provando - la stessa sensazione? E cioè leggere un autore e pensare "Non sarò mai al suo livello", " che scrivo a fare", "Ho davvero qualcosa da dire..." e via discorrendo.

Modificato da Rewind
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Capita continuamente.

 

Non guardo mai la cima dell'Everest. Penso che sarebbe meraviglioso raggiungerla, ma so di dover salire un metro alla volta. E che potrei anche essere costretto a tornare indietro a un certo punto del cammino.

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Letto Bolaño, cambiato mestiere

Bene, meno concorrenza in giro.  Bisogna diffonderlo e farlo conoscere questo Bolaño. :sorrisoidiota: 

 

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27 minuti fa, Rewind ha detto:

 

E allora vi chiedo: avete mai provato

- o state provando - la stessa sensazione? E cioè leggere un autore e pensare "Non sarò mai al suo livello", " che scrivo a fare", "Ho davvero qualcosa da dire..." e via discorrendo

@Rewind Tutte le volte che chiudo un libro e mi sento completamente appagata, mi assale questo dubbio.

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Questo è esattamente ciò che mi trattiene dallo scrivere "in proprio": la certezza che il talento, quando non ce l'hai dentro (ma sarà vero?) te lo devi conquistare  con tale sacrificio e fatica che o gli dedichi tutta la vita -sì, va bene, ma nel frattempo come campi?-  sperando di raggiungere un livello commercialmente discreto, oppure  in vita te ne freghi di tutto e di tutti e scrivi solo per te stesso, lasciando ai posteri il compito di mettere a posto le carte per la pubblicazione.  Dicono che sia solo un difetto di autostima, una sorta di complesso di inferiorità verso chi la vetta l'ha scalata -e anche più volte. Sarà,  ma cimentarsi con la scrittura vuol dire sempre fare i conti con il proprio caos interiore,  con la mancanza di allenamento che l'età aggrava, con l'artrosi alle dita e la tastiera che ha sempre di più tasti privi di lettera. Ecco, ritorno alle mie lettere , quelle che scrivo agli amici, più spesso alle amiche, perché la lettera è misura a me più congeniale, non a capitoli, l'incipit è prestabilito e alla fine ci sono sempre i saluti. Però..., a pensarci bene potrei scrivere un epistolario: il maschile e il femminile ce l'ho, un sentimento valido si trova, il suo contrario pure,  e per la trama basta attingere alla vita degli altri manipolando un poco la propria, che sarebbe la mia. Sì, potrei provarci... però non mi dite che è stato già fatto e pure meglio! Sì, lo so, nel Don Chisciotte c'è tutto, il resto è solo replica ma che importa, anche noi, in fondo in fondo, non siamo altro che replica di qualcun altro: ogni testo contiene una reincarnazione, solo che a noi piace chiamarla "novità".  Non prometto nulla, butto giù qualche riga e poi vi farò sapere. Nel frattempo, leggiamoci Bolaño, pronipote, nipote e figliastro di Jorge Luis Borges, questo sì "l'inarrivabile"! 

 

Un saluto.

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non essendo il mio mestiere non ho il problema di doverlo cambiare :D 

 

 

Devo dire che non mi capita, direi che mi succede anzi il contrario. Quando leggo qualcosa di davvero bello mi viene la voglia di scrivere qualcosa che possa avvicinarsi il più possibile a ciò che ho letto. Riuscirci o meno non è fondamentale quanto il provarci. Non lo dico per retorica, ma perché il divertimento è proprio nel cercare di comprendere i meccanismi che hanno reso bello l'uso di una parola, una frase, un racconto, un libro o perfino un'intera saga. Provare ad applicare lo stesso meccanismo non garantisce il risultato, ma insegna qualcosa. DI solito se leggo qualcosa che mi piace per un po' mi ritrovo a scrivere (o a voler scrivere) qualcosa che gli assomiglia.

 

Devo dire che mi capita di veder pubblicate anche molte cose pessime,  peggiori di qualsiasi cosa io abbia mai scritto, perfino dei miei temi delle medie e alla fine questo mi scoraggia di più della lettura di cose sublimi. In un mondo ideale e popolato solo di testi di buona qualità  se non so scrivere posso imparare o almeno provarci e sperare che la qualità porti alla pubblicazione. In un mondo in cui le vetrine delle librerie sono infestate di porcherie illeggibili mi sento senza speranze, qual'è la strada per pubblicare? La bravura sembra ininfluente e allora cosa conta?

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La cose che mi lasciano più perplesso quando leggo:

 

1) Notare come tutti gli scrittori più ammirati siano in grado di parlare per pagine e pagine di arte e poi chimica e poi architettura e poi astrologia e poi religione e di come è costruito un frullatore e di come si allacciano le scarpe gli eschimesi, eccetera. Non ci credo che viene tutto dalla fase di documentazione che precede la scrittura del libro: è troppa roba. Questa gente ha passato la vita a studiare tutto quello che ha intorno.

Ci vuole una curiosità disumana.

 

2) Notare come gli scrittori veri siano in grado di visualizzare e quindi descrivere qualunque gesto, movimento, processo, meccanismo e di rendere queste descrizioni addirittura piacevoli. Uno scrittore che spiega come gli eschimesi si allacciano le scarpe fa ansimare le signore. Io non sarei in grado di insegnare a mio fratello di sei anni come si fa il doppio nodo (...prendi questo laccio qui e lo tieni tipo così e poi fai una spece di giro ma non qua, qui, cioè...). Hanno il controllo assoluto delle parole e sanno esprimere in modo efficace e piacevole ogni immagine o pensiero.

 

3) Ricollegandomi al punto precedente: mi lascia perplesso notare come gli scrittori siano in grado di "vedere" la scena che descrivono. Non è mai "Mario c'ha una maglietta rossa e va in farmacia": gli scrittori sono (o comunque sanno essere) incredibilmente precisi nelle descrizioni, perché effettivamente "vedono" e "sentono" anche i dettagli più insignificanti, che io francamente non cacherei di striscio nemmeno sotto effetto di funghetti. In questo momento indosso una maglietta gialla a maniche corte. Al massimo posso dirti che è un giallo senape. Di più non saprei proprio che inventarmi.

 

Per rispondere alla domanda: sì, non ho mai voluto fare lo scrittore e ogni volta che leggo un buon libro penso “bravo, trovati un sogno sensato”. E sono contento, eh, sono contento che fare arte non sia da tutti, che gli artisti veri siano quasi alieni o semidei. È giusto che sia così.

Modificato da Kuno
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@libero_s mi hai fatto ricordare che l'impulso di scrivere (già mi cimentavo in poesiole in vernacolo), mi è venuto dopo avere letto un libro della Fallaci, Lettera a un bambino mai nato. Solo in seguito sono cominciati i dubbi, quando ho deciso di fare sul serio, e più vado avanti più aumentano. Ma vorrei anche aggiungere che non si scrive per diventare famosi (quello è solo  l'effetto collaterale di una passione capace di diventare malattia), così come non credo sia giusto scrivere solo per se stessi, se non il proprio diario. Si scrive per il piacere di osservare con gli occhi e con l'anima e comunicarlo agli altri. Nessuno, nemmeno Dante ha scritto la Divina commedia con l'intento di farla arrivare a noi,  allo scrittore dovrebbe bastare  la scoperta quotidiana del mondo e dell'uomo che lo abita, il resto viene da sé. 

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5 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

non si scrive per diventare famosi

giustissimo, come è altrettanto giusto ciò che dici dopo

5 minuti fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

così come non credo sia giusto scrivere solo per se stessi,

 

Infatti scrivo per il piacere di farlo e anche per la gioia di condividere qui o sul mio blog ciò che scrivo.

 

Il discorso sulla pubblicazione era legato al vedere la scrittura come mestiere. In quel caso piuttosto che un corso di scrittura consiglierei un corso di marketing e di personal branding. Il genio in questo senso non è Bolaño, ma il tizio ciccione che mangia su youtube e ha milioni di follower.

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Ospite gecosulmuro

M'è successo. Cioè, dal momento che non ho ancora deciso di intraprendere una carriera da autore (che è cosa diversa dallo scrittore), non ho dovuto cambiare mestiere, ma ho trovato il mio Everest. Fatti meglio i conti grazie a quello, dopo, ne ho trovati altri. Che dire. Nello scoprire dove non puoi arrivare scopri invece dove puoi. Ancora non ho deciso se mettermi a scrivere e di cosa.

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Ricordatevi sempre che prima di arrivare a quel livello (in cima all'Everest) gli autori erano a quell'altro livello (ai piedi dell'Everest). Fare confronti con autori già affermati non ha molto senso, perché per forza di cose è difficile raggiungerli. Avete letto come scrivevano i primi tempi? Avete visto quante modifiche sono state fatte durante ogni revisione e quante altre ha apportato l'editing?

Fate come @libero_s: sfruttate i grandi romanzi per imparare, non per demoralizzarvi. E magari un giorno lo raggiungerete anche voi quel livello. ;) 

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Spessissimo, e mi succede anche in altri ambiti. Un libro o una canzone bellissima mi suscitano la frustrazione di non poter mai nemmeno aspirare a simile bellezza (ben descritta nel commento di @Kuno )

Tento di accontentarmi, anche se è dura (comunque cercando sempre di migliorare il livello per rispetto nei confronti dell'eventuale lettore).

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7 ore fa, Rewind ha detto:

 

E allora vi chiedo: avete mai provato

- o state provando - la stessa sensazione? E cioè leggere un autore e pensare "Non sarò mai al suo livello", " che scrivo a fare", "Ho davvero qualcosa da dire..." e via discorrendo.

Sempre.

Non tanto per stile e forma, quanto per l'invenzione: Calvino è inarrivabile perché ha inventato Qfwfq, perché "respirando" l'Orlando furioso ha saputo creare Agilulfo de' Guildiverni e gli ha costruito intorno un mondo facendolo raccontare da una suora, perché ha saputo concepire Le città invisibili e Se una notte d'inverno... Cose simili potrei citare di Borges, di Kafka e di innumerevoli altri grandi... Lo stile lo possiamo anche imparare, l'uso efficace della parola anche. L'invenzione no. (Ho un bel da "respirare" capolavori: io non ci arriverò mai) :(

 

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Oh sì, e non solo leggendo un libro. Forse é perché non ci devo campare, ma no, non mi viene voglia di mettere giù la penna, ma solo di capire come usarla meglio. 

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A me capita di continuo pensare di non essere al livello di altri autori.

D' altro canto però questo può essere un modo per spronarmi a fare meglio, un modo per mettermi alla prova 

faccia a faccia con me stessa.:)

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10 ore fa, Rewind ha detto:

leggere un autore e pensare "Non sarò mai al suo livello", " che scrivo a fare", "Ho davvero qualcosa da dire..." e via discorrendo.

Da quando sono qui e frequento l'officina non mi capita di rado, di recente l'ho pensato - e l'avevo scritto a caldo - leggendo questo racconto.

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Alle 22/5/2018 at 12:19, Kuno ha detto:

Notare come tutti gli scrittori più ammirati siano in grado di parlare per pagine e pagine di arte e poi chimica e poi architettura e poi astrologia e poi religione e di come è costruito un frullatore e di come si allacciano le scarpe gli eschimesi, eccetera. Non ci credo che viene tutto dalla fase di documentazione che precede la scrittura del libro: è troppa roba. Questa gente ha passato la vita a studiare tutto quello che ha intorno.

Ci vuole una curiosità disumana.

 

Io credo invece che di ricerca ce ne sia, e molta. Ma non solo. In alcuni casi, si avvalgono di consulenti e collaboratori di vario genere, che non mancano di citare nei ringraziamenti assieme ai volumi che hanno utilizzato per documentarsi (spesso a decine e riguardanti ogni possibile aspetto). Stiamo ovviamente parlando di gente che con lo scrivere ci campa e si può permettere di investire settimane di studi preliminari.

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Alle 22/5/2018 at 12:19, Kuno ha detto:

Notare come tutti gli scrittori più ammirati siano in grado di parlare per pagine e pagine di arte e poi chimica e poi architettura e poi astrologia e poi religione e di come è costruito un frullatore e di come si allacciano le scarpe gli eschimesi, eccetera.

 

Alle 22/5/2018 at 12:19, Kuno ha detto:

Notare come gli scrittori veri siano in grado di visualizzare e quindi descrivere qualunque gesto, movimento, processo, meccanismo e di rendere queste descrizioni addirittura piacevoli.

 

Alle 22/5/2018 at 12:19, Kuno ha detto:

Ricollegandomi al punto precedente: mi lascia perplesso notare come gli scrittori siano in grado di "vedere" la scena che descrivono.

<3 

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Se hai qualcosa da dire, dillo, se hai qualcosa da scrivere, scrivilo. La scrittura è questo.

Il volantino del Discount dietro casa con le braciole a 4,60€ al Kg e un best seller hanno lo stesso scopo, ovvero veicolare un'informazione tramite le parole, ma è chi lo scrive che decide il come. Non riesci a visualizzare i dettagli o credi che ci vorrebbe di più per rendere corposo il testo? La quantità è ciò che da qualità al testo o è comunque un compromesso tra cosa e come lo scrivi? E se ti chiedessi di descrivere l'ultima volta che hai parcheggiato l'auto o il tuo primo bacio? I dettagli sarebbero più vivi perchè li hai vissuti o la tua mente ricorda solo alcuni stralci, lasciando comunque spazio alle emozioni del momento o ricostruendo una storia sensata e coerente?

Hai qualcosa da trasmettere tramite una storia? Fallo: ognuno il mondo lo vede e descrive in maniera diversa.

E adesso vado a prendere le braciole che mi scade l'offerta. :yupphi:

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E' una discussione interessante. A me personalmente, come a @libero_s    , capita l'opposto, cioè leggere qualcosa di bello mi sprona a cercare di migliorare. Spesso mi è capitato mentre leggevo di avere l'ispirazione per una bella frase o immagine da aggiungere al mio libro, anche se l'argomento non c'entrava. E' come se lo stile o il ritmo di un bravo scrittore mi contagiassero e per un po' mi trovo inconsapevolmente a pensare nello stesso modo.

Se mai mi capita di pensare: "Riuscirò mai a scrivere qualcosa del genere?", mi consolo pensando che probabilmente anche i grandi hanno letto molto prima di cominciare a scrivere, e avranno avuto le stesse sensazioni. Dubito che qualcuno abbia preso in mano una penna e creato capolavori così dal niente. Magari qualcuno è più predisposto dall'inizio, ma di sicuro dietro a quello scritto che ci colpisce ci sarà un sacco di lavoro, di correzioni, di frustrazioni, un sacco di altri scritti venuti male che nessuno ovviamente ha visto.

Penso che per diventare davvero bravi l'unico modo è fare pratica, finché scrivere non diventa automatico, a quel punto la mente è libera di creare immagini originali o di trovare il ritmo giusto, invece che concentrarsi sulla tecnica o la grammatica( come per qualsiasi attività che si impara). Non è un'impresa impossibile per nessuno, se si ha la passione. Io per esempio ho iniziato da poco, ma dopo un anno e mezzo ( e un paio di migliaia di pagine scritte) penso di essere già migliorata. Certo, le prime 500 pagine non erano eccezionali, ma senza di esse non avrei mai imparato. Tra l'altro ognuno ha il suo di stile( che deriva dal suo carattere, dalle sue letture e dalle sue esperienze), quindi piuttosto che dire "Non scriverò mai come il tale", sarebbe meglio fare pratica per capire qual è il nostro

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Non credo che serva a molto avere un approccio "competitivo" alla questione. Il primo impulso a scrivere nella quasi totalità dei casi è di altro tipo: sfogo, divertimento, voglia di comunicare, etc. Poi può anche esserci una componente di emulazione nei confronti dei nostri autori preferiti, ma sono d'accordo con chi dice che di solito sia molto più frequente un sentimento di stimolo alla scrittura che non di frustrazione. 

Ovviamente contano anche molto gli obiettivi che ci si prefigge: se uno pensa di scrivere qualcosa di mai scritto oppure il grande affresco della nostra epoca, etc, allora nel 99,99% dei casi è meglio che rinunci in partenza; ma se le sue ambizioni si limitano a cercare di scrivere qualcosa di interessante o di divertente, magari restando nell'ambito della cosiddetta letteratura di genere (che, per inciso, spesso si rivela la migliore proprio perché non ha la buffa pretesa di scrivere capolavori epocali), allora non vedo perché non provarci.

 

E comunque alla fine tutto dipende dall'esempio: "Letto Moccia, mi licenzio dal lavoro e faccio lo scrittore"

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Ma accidenti. L'irraggiungibile è tipico di ogni attività umana, professionale, sportiva o esistenziale.

Un bravo tennista che vede giocare Federer mica butta via la racchetta.

Una ragazza carina che vede sfilare Naomi Campbell mica ci mette una pietra sopra.

O no?

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2 ore fa, camparino ha detto:

Ma accidenti. L'irraggiungibile è tipico di ogni attività umana, professionale, sportiva o esistenziale.

Un bravo tennista che vede giocare Federer mica butta via la racchetta.

Una ragazza carina che vede sfilare Naomi Campbell mica ci mette una pietra sopra.

 

Quanta saggezza in quest'uomo.

In più aggiungere che mentre la bravura nel tennis è una misura oggettiva nella scrittura, come in qualsiasi arte, non lo è. Ci sono scrittori e artisti snobbati ai loro tempi che vengono riscoperti in seguito così come altri osannati vengono molto ridimensionati successivamente.

Quindi è giusto lasciarsi affascinare e magari anche intimorire dalla scrittura di certi autori, ma non devono essere necessariamente i grandi, ma quelli che uno sente come grandi.

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Ma no, qui si parla della gran fatica e del molto tempo che ci vuole per assimilare i grandi, dimenticarsene ed elaborare una propria scrittura. Un processo complesso che richiede attenzione e grande sensibilità umana e letteraria. "Arrivò a destinazione" o "Giunse a destinazione", scelta in apparenza semplice e facile, è scelta che già  nasconde un discorso sulla lingua, una riflessione sull'atto comunicativo, una rielaborazione della sintassi in chiave narrativa (anche se questo esempio non è tra i più azzeccati). Chi scrive è di fronte, è dentro il gioco linguistico a partire dalla propria esperienza con gli aspetti creativi del linguaggio. Non si limita a fotografare una realtà, ma inventa quella specifica realtà per confermare o smentire una concezione comune o stravagante della parola "realtà" -cioè di un termine che si misura con la propria tradizione concettuale prima di aprirsi ai nostri descrittivi e psicologici scenari futuri. 

 

Quindi, non  si tratta del confronto con questo scrittore o con quell'altro: il processo di assimilazione tramite la lettura e il conseguente esperimento di scrittura, bensì di un uso strumentale della narrativa altrui per mettere a punto il nostro modo poliedrico e sperimentale di acquisire uno stile soggettivo che rispecchi appieno una o più nostre sensibilità. La questione caso mai riguarda come noi nel tempo nutriamo questa nostra sensibilità di fondo. Busi vale quanto Ceronetti? Volo quanto Galasso? In base a quale nostro criterio -cangiante nel tempo- ci appassioniamo a questo o a quello Scrittore? Perché abbiamo abbandonato Kerouac? Esistono autori "universali", leggibili nelle diverse epoche della nostra esistenza? Vale davvero la pena di leggere tutti per il nostro nutrimento narrativo di aspiranti scrittori o sarebbe meglio concentrarsi sui pochi e soliti maestri del passato recente o remoto? Ho imparato più dalle Cosmocomiche di Calvino o da Tante storie per giocare di Gianni Rodari? Da tutti, è probabile, ma nessuno di questi ci farà da Virgilio quando si tratterà di dare un senso nostro ai nostri esperimenti creativi. Ciò che veramente conta è non perdere mai il senso e la qualità e la finalità del gioco con le parole, dello spirito critico che deve guidarci per tenere a bada la nostra naturale vanità, del binomio molto stretto tra la qualità della nostra vita e il suo felice o infelice riflesso di essa nel nostro disegnare a parole, costruire con le parole  il mondo che vorremmo... dove per noi il verbo giungere è e non è identico al verbo arrivare.  

 

Un saluto a tutti.

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Ecco, ho appena letto un racconto di Erri De Luca e chiusa la pagina il primo pensiero è stato:

«Sono niente, non scriverò mai così bene, cosa diavolo perdo tempo!»

Ma poi...

È scattato qualcosa in me, è come spuntata una piantina che mi ha scongiurato di annaffiarla. È la voglia di scrivere. È questo quello che si intende quando si dice “un aspirante scrittore deve leggere tanto per imparare”... 

Morale della favola, cambierei il titolo della discussione in “Letto Bolano, voglio ancora di più fare quel mestiere!”

 

P.s. mi capita anche con Borges! :)

 

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1 ora fa, Renato Bruno ha detto:

del binomio molto stretto tra la qualità della nostra vita e il suo felice o infelice riflesso di essa nel nostro disegnare a parole, costruire con le parole  il mondo che vorremmo..

 

Questa però in che senso? Quell'infelice riflesso è da intendersi come un riflesso scadente, malriuscito, oppure letteralmente infelice?

Fin troppo facile fare esempi di vite infelicissime (Leopardi, Kafka) che hanno prodotto letteratura felicissima per livello, ma infelicissima per visione della vita, del destino umano, etc.

Del resto, lo scrittore almeno un po' infelice  lo è per definizione: chi si trova bene nel mondo non ha bisogno di costruire con le parole il mondo che vorrebbe, vive in quello che c'è già. 

 

L'aspirante però non si scoraggi mai, perché sta scritto (Proverbi, 6-6): Letto Bolaño, trovato l'ingaño  (va be', bonanotte...)

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35 minuti fa, massimopud ha detto:

Del resto, lo scrittore almeno un po' infelice  lo è per definizione: chi si trova bene nel mondo non ha bisogno di costruire con le parole il mondo che vorrebbe, vive in quello che c'è già

Stampo e attacco in camera. Di fianco alla mia foto con il broncio.

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Ospite gecosulmuro

Letto Bolaño, fidanzato con milionaria, mollata scrittura. :D Non so, ma raramente mi capita di leggere qualcosa ed esclamare "geniale!". Di solito, apprezzo una scrittura solo dopo qualche tempo, prima la devo metabolizzare, e in questo processo (il metabolizzare) molte cose me le perdo per strada. Alla fine mi resta solo un'impressione. In effetti, non sono lo stile o la qualità della scrittura che, ai miei occhi, "reclamano" il bollino blu, quanto la capacità dell'autore di cogliere un qualcosa che non mi aspetto; potrebbe essere un punto di vista nuovo e originale, la narrazione di un mondo reale, che non conoscevo o la capacità di "andare oltre il suo tempo". Se si legge "Madame Bovary", si vede il romanticismo grondare, quasi, da ogni pagina: non possono esserci dubbi, siamo nel pieno del diciannovesimo secolo; se si legge, invece, "Erodiade", sempre di Flaubert, si resta (perlomeno, io ci sono rimasto) a bocca aperta: è un testo che per stile e modalità del narrare, potrebbe essere stato scritto l'altro ieri. L'attualità di Erodiade è impressionante, non sembra scritta nemmeno dalla stessa persona (parlo, purtroppo, della sua traduzione in Italiano, non conosco abbastanza il francese), certo, c'è qualche "tacca" qua e là, qualche segno del tempo, ma la lingua (la "giustapposizione" di scelte lessicali), la struttura delle frasi, sono incredibilmente vicine, contemporanee. Ecco, la capacità di Flaubert di passare dall'ottocento al novecento con una tale disinvoltura, padroneggiando entrambi (anche se il mio preferito resta "L'educazione sentimentale") mi da il senso di che cosa significhi "saper" scrivere.

Modificato da gecosulmuro

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