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Nightafter

[MI 114] Sesso, droga e rock & roll

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Tema di mezzanotte

 

 

Sesso, droga e rock & roll

 

Aveva qualche problema ad essere li, anche se cercava di non darlo a vedere.

Non era per le luci dirette e fastidiose dello studio tv, né per il presentatore così enfatico e cerimonioso, che gli dava la paranoia e lo stava intervistando da una mezz'ora, nel mezzo di quella scenografia di un pacchiano rockettaro finto anni ’80.

Era per quel pubblico, oltre il muro di luce dei fari di scena, immerso nel buio della platea di poltrone, che risultava essere una presenza silenziosa, lontana e invisibile.
Lui era una rockstar da molti anni, forse troppi, un poco famoso, ma meno rock e meno star di un tempo: pericolosamente vicino a divenire una ex rockstar.

Era abituato alle luci del palco, al frastuono incalzante degli impianti audio, alla gente rumorosa e osannante che si muoveva come un corpo unico, al ritmo della musica nei concerti, con i palasport in overbooking.

Era proprio questo che lo metteva a disagio, ora non facevano il casino vitale e gratificante dei suoi anni giovanili, sembravano una platea di sordomuti, o di fantocci mummificati.

Se non fosse stato per la scritta “applausi”, nel quadrante a led luminosi in alto sul fondale di quinta alle sue spalle, che fuori dall'occhio delle telecamere a tratti lampeggiava, non davano segno di vita.

Un pubblico di figuranti, gente che di musica non capiva una sega, e soprattutto non capiva la sua, di musica.

Lui era un cantautore, non un semplice cantate, scriveva i suoi testi e la musica.

Ci teneva a quella distinzione e non era una questione di lana caprina.

Era di quelli che usavano la musica per veicolare un messaggio, ci metteva dei contenuti in quello che creava, perché riteneva di avere delle cose da dire, o quantomeno c’era stato un momento della sua vita in cui le aveva avute.

I messaggi invecchiano, non durano per sempre, non è mica così facile dire cose che mantengano un valore universale nel tempo.

Non ci erano riusciti neppure Bob Dylan o Bruce Springsteng, che erano dei cantautori con i controcazzi e lui, in verità, non era mai stato né l’uno né l’altro.

Forse solo Cristo ce l’aveva fatta a mantenere vivo il suo messaggio per quasi tremila anni, ma anche lui, del resto, iniziava ad avere qualche problema di tenuta.

Lui aveva avuto la sfiga di venire fuori in un momento sbagliato, era coetaneo di quelli tosti dell'onda emiliana del rock: il Vasco, il Liga, quel fighetto del Carboni. Panorama troppo affollato, per loro gli stadi pieni e per lui solo le briciole del successo, serate su serate, qualche palasport, pochi soldi e tutti sudati.

Comunque le sue soddisfazioni se le era levate, almeno quelle morali di sicuro.

Era sempre rimasto un musicista di nicchia, un po' come i Nomadi, anche se lui faceva un genere del tutto diverso: i suoi riferimenti erano i Velvet Underground, con un occhio alla poetica dei testi di Leonard Coen, roba fine.

C'erano stati momenti positivi, quando andava alla grande, è per questo che ancora lo ricordavano e ogni dieci anni gli regalavano un passaggio televisivo come quello di quella sera.

La celebrazione di una vecchia gloria, come tappabuchi del palinsesto di bassa stagione, per uno share al massimo del 7%, molti dei più giovani nel pubblico: generazione di buzzurri e ignoranti, non lo avevano mai sentito nominare o lo credevano già morto e sepolto.

I tempi cambiano, niente è per sempre, e non è facile restare sulla cresta dell’onda.

Molti su quella cresta c’erano annegati, spazzati via come un guscio d’arsella in una mareggiata.

Se li era portati via l’oblio crudele del pubblico, gli eccessi d’alcol e di sostanze, o più semplicemente si erano sparati un colpo in bocca, magari in qualche stanza d’albergo ai margini di un festival.

Nel monitor che aveva sul lato, si vedeva che si era ossigenato i capelli, li aveva fatti bianco-argento per coprire quelli grigi che erano la maggioranza.

Quando era di buon umore, allo specchio trovava di somigliare a un maturo Lou Reed, quando l’umore era pessimo, si vedeva come quel finocchio albino di Andy Wharol.

Indossava un “chiodo” di pelle nero sulla T-Shirt sbracciata dello stesso colore, come quando aveva vent’anni, sul polso risaltava il motivo tribale di un tatuaggio monocromo.

Si diceva che avesse più di una decina di quei disegni, sparsi per tutta la pelle del corpo, ma era una cazzata, in realtà ne aveva solo un altro.

Era il disegno di una pantera con sotto il nome “Lucille”, l’aveva fatta sull'inguine al tempo in cui stava con una che si chiamava Lucia.

A quelle che arrivavano a vederlo e gli chiedevano di quel nome, preferiva raccontare che era dedicata alla famosa chitarra di B.B. King: la mitica Lucylle, di cui possedeva un'imitazione.

Ci ripensava ogni tanto a lei, alla Lucia, erano stati bene insieme per quello che era durato, lei era una corista del suo gruppo: gran voce e temperamento, una specie di Debbie Harry romagnola, lui le aveva scritto anche una canzone.

Erano stati due anni memorabili, passione assoluta, vissuti col piede a tavoletta, andando contromano nel vento a occhi chiusi: tutti e due fuori come balconi.

A lei piaceva come lui le baciava la fica, quando si facevano di acido passavano quattordici ore di fila chiusi in casa a scopare.

Ne uscivano come limoni spremuti, ci davano dentro fin che ce n'era, fino all'ultima goccia di succo che avevano in corpo e nell'anima: totalmente devastati.

Le piaceva il sesso alla Lucia, era una bella maiala, come piacevano a lui.

Certe volte lo facevano in gruppo con gli altri ragazzi della band, unica donna tra loro cinque lei dava il meglio di sé, anche gli altri non erano da meno, non si tiravano di certo indietro.

Soprattutto il “lungo”, quel Jerry che suonava il basso.

Lungo di nome e di fatto, alla fine se ne erano andati insieme, e lui in una sola botta aveva perso la donna, la corista, e un buon bassista.

Dopo avevano messo su un gruppo loro, poi una notte al ritorno da una serata, in autostrada, si erano infilati sotto il cassone di un tir di profilati metallici fermo in galleria.

Sicuro che fossero ubriachi o strafatti, non c'erano segni di frenata su l'asfalto.

Oppure lei gli stava facendo un pompino mentre andavano e lui guidava ad occhi chiusi.

C'era rimasto male per loro, anche se si erano comportati da stronzi, al “lungo” era affezionato e lei gli era rimasta nel cuore. Da allora, negli spettacoli, non aveva più suonato la canzone che le aveva dedicato.

Durante l’intervista stavano seduti su due sgabelli di quelli alti, tipo da bar di night club, non avevano schienale, ed erano di una scomodità bestiale, iniziava a sentire male alla schiena.

Aveva un tacco dello stivaletto infilato nella staffa dello sgabello, con l’altro piede poggiava al pavimento, lo ruotava come per un tic nervoso, ogni tanto cambiava il piede d’appoggio muovendo il culo sullo sgabello, come se la seduta divenisse bollente.

Questo gli dava l'aspetto precario di chi sia sul punto di andarsene da un momento all’altro.

I presentatore continuava a parlarsi addosso più che a parlare con lui, era il prototipo del critico musicale gay: ridicoli quegli occhialini rettangolari stretti e color malva che gli stavano appesi a un naso stretto e aquilino.

Non che lui avesse nulla contro i gay, tutt'altro, ma era quel genere di conduttore dall'aria fasulla e saccente che gli stava sulle palle.

Ogni tanto sul videowall partivano filmati di suoi vecchi concerti: gente giovane, colorata e festante, arene piene come per un derby.

L'altro li commentava e gli poneva delle domande a cui lui rispondeva con mezze frasi, era chiaro che non gliene fotteva gran che dell’intervista: il fatto era che quella più che una serata monografica, sembrava un coccodrillo di repertorio, tirato fuori per commemorare la sua scomparsa.

Sul monitor che aveva di fronte il collo pallido contrastava in maniera troppo evidente col cerone sul viso, la ragazza del trucco e parrucco che lo aveva preparato non aveva valutato l’effetto di quella epidermide cinerea che sortiva dal nero della T-shit. Anche le truccatrici, oggi, non erano più attente e professionali come quelle di un tempo.

In una vecchia intervista aveva detto: ”Ma mi ci vedete, a cinquant’anni a fare ancora la Rock star? Cazzate! Non ci penso nemmeno, farò altro, magari il contadino come mio padre”.

Ma poi il tempo era volato, ora cinquant’anni li aveva e continuava a suonare senza più voglia di scrivere musica e cose da raccontare.

Forse era davvero il momento di smetterla di fare il coglione e iniziare a seminare rape e patate.

 

 

 

 

 

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15 ore fa, Nightafter ha detto:

Se non fosse stato per la (intermittente/lampeggiante) scritta “applausi”, nel quadrante a led luminosi in alto sul fondale di quinta alle sue spalle, che fuori dall'occhio delle telecamere a tratti lampeggiava, non davano segno di vita.

Qui, secondo me, hai aggiunto troppi dettagli, tutto sommato superflui e che ingarbugliano un po' il periodo. Almeno la parte che ti ho barrato, si potrebbe eliminare.

 

15 ore fa, Nightafter ha detto:

Un pubblico di figuranti, gente che di musica non capiva una sega, e soprattutto non capiva la sua, di musica.

Lui era un cantautore, non un semplice cantate, scriveva i suoi testi e la musica.

I primi due "musica" ci stanno, invece, eliminerei il  terzo, sostituendolo magari con una cosa del tipo "le sue note", o qualcosa del genere. 

 

15 ore fa, Nightafter ha detto:

Quando era di buon umore, allo specchio trovava di somigliare a un maturo Lou Reed, (spezzerei la frase con un punto) quando l’umore era pessimo, si vedeva come quel finocchio albino di Andy Wharol.

 

15 ore fa, Nightafter ha detto:

Certe volte lo facevano in gruppo con gli altri ragazzi della band, unica donna tra loro cinque lei dava il meglio di sé, anche gli altri non erano da meno, non si tiravano di certo indietro.

Io toglierei una delle due, visto che significano, più o meno, la stessa cosa.

 

15 ore fa, Nightafter ha detto:

Dopo avevano messo su un gruppo loro, poi una notte al ritorno da una serata,

 

15 ore fa, Nightafter ha detto:

I presentatore

Il, refuso.

 

Ciao @Nightafter , così come nell'altro tuo racconto che ho avuto modo di leggere, ho apprezzato particolarmente il tuo stile: rapido, senza fronzoli, spigliato.

Anche la storia merita: il resoconto di una vita passata nella musica e nel vizio e della quale restano solo ricordi - più o meno felici - e nessuna prospettiva futura che non sia quella di mettersi a seminare patate e rape, per l'appunto.

Insomma un bel pezzo divertente, condito con quel pizzico di amarezza, di nostalgia per i bei tempi andati e di rimpianto, che lo rende più profondo e incisivo.

Piaciuto, poco altro da dire ;) . 

Un saluto e a rileggerci :) . 

 

Modificato da AndreaSilver

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Bel racconto, mi è piaciuto parecchio. Se poi ci aggiungi che son cresciuta in Emilia e di musicisti e gruppi così, con lunghe carriere più o meno onorate e di secondo e terzo piano, da quelle parti se ne incrociano tanti. 

Ho un solo appunto, mi è venuto leggendo e te lo rigiro: la riflessione si svolge durante un’intervista ma l’intevista è assente. Anche se dici che è più un monologo del conduttore, ogni tanto deve rivolgergli la parola. Io qualche domanda del giornalista l’avrei inserita, a cui il rocker avrebbe risposto a monosillabi o forse neanche e a partire dalle quali si sarebbe riperso nelle sue riflessioni. È quello che ho pensato leggendo, poi vedi tu se la considerazione può essere utile o no. 

17 ore fa, Nightafter ha detto:

Molti su quella cresta c’erano annegati, spazzati via come un guscio d’arsella in una mareggiata.

Questa frase è magnifica. Si contende la palma con la frase di chiusura, nella mia soggettivissima classifica. 

Gran bel racconto, bravo. 

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Ciao mia deliziosa @Befana Profana

 

Hai sicuramente ragione, una o due domande "di maniera" del conduttore ci sarebbero state bene e avrebbero ampliato gli spazi di riflessione del personaggio.

Nella fretta di chiudere per tempo il racconto non mi è venuto in mente, ma ne terrò sicuramente conto in fase di riscrittura.

Ni fa piacere di saperti di quelle zone, ho molti simpaticissimi amici nella tua regione :D

 

Tantissimi grazie per avermi letto e per il gratificante giudizio :D

Un abbraccio e a presto rileggerti, ciao.

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@Nightafter Un bellissimo racconto, amaro, descritto con i toni giusti,  perfetto il registro e tutto il resto (a parte qualche limatura già suggerita da @AndreaSilver). Alla fine il successo si misura con gli anni, mentre sei sul palco e senti ancora gli applausi credi di essere sulla cresta dell'onda, e sulla scia di ciò  trovo bello l'attenzione che hai dato agli applausi a "comando". Bravissimo

17 ore fa, Nightafter ha detto:

essere li,

altro refuso

Non c'è altro da giungere se non altri complimenti

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