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Intro

[MI 114] L'incommensurabile

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Tema di mezzanotte: Change

 

Il cielo sopra la Casa delle Muse era offuscato: un reticolo uniforme di nubi si stava ridisponendo in matasse grandi e scure che assottigliavano le poche chiazze luminose del giardino.
Ippaso era in ginocchio. La posizione lo costringeva a portare il busto in avanti per ridistribuire il peso e alleviare un po’ il dolore alle rotule. Questo sbilanciamento gli dava l’aspetto di qualcuno che avesse ancora qualcosa da aggiungere al pentagramma e alle costruzioni geometriche segnate sulla sabbia che lo circondava. Ma la dimostrazione era conclusa e il silenzio tra i mathematikoi riuniti suggeriva il loro sgomento. Quel silenzio cominciava ad essere invece riempito dal sibilo del vento contro le colonne del porticato.
– Sei in errore, Ippaso.
La voce del maestro Pitagora, al di là della tenda che lo separava dai suoi discepoli, non aveva nemmeno la forza di staccarsi dal brusio del vento. A Ippaso sembrò essere un’accusa prodotta dal cielo stesso e trascinata fin nel portico da quel messaggero che ora cercava di lavare via il pentagramma dalla sabbia.

– Non ho usato che i vecchi metodi che tu mi hai insegnato. Come voi ho giurato la mia fedeltà e la mia dedizione versando il sangue sul Tetraktys. La Pentade stessa mi ha mostrato l’eresia nei suoi rapporti e nei numeri attraverso cui essi potevano essere espressi. – Ippaso aveva perso da un pezzo il distacco serafico che i mathematikoi esibivano con fierezza alle lezioni pubbliche del maestro. Ora cercava di ricostruire dalla sabbia l’impalcatura di un nuovo sistema di certezze come si farebbe coi cocci di un vaso. Saltava con gli occhi sui punti cardine della dimostrazione e sibilava al vento i suoi enunciati. Quei numeri non riuscivano a farsi esprimere come rapporto di qualunque altro numero, erano informi e blasfemi. La loro stessa esistenza privava il cosmo di quello splendore geometrico tanto decantato dalla scuola pitagorica. Sotto la soglia di quel pentagramma brulicava il caos, l’incommensurabile. Ippaso stringeva nel pugno un dodecaedro di argilla cotta e fissava la tenda, sperando che il suo maestro lo compatisse. A nord, il fronte opaco e uniforme di nubi nascondeva i segni di una tempesta; il nocciolo più scuro brillava ad intervalli regolari illuminandone le interiora.
– Il tuo sepolcro è già stato edificato... ­– E mentre la voce di Pitagora cercava di darsi una forma, il vento scostò di poco il tendaggio, mostrando il volto del maestro scomposto in una serie di chiazze sanguigne su uno sfondo pallido. Ogni cosa nel suo aspetto suggeriva la rabbia, tranne gli occhi. Dagli occhi defluiva la paura.

Le fette di cielo non ancora coperte viravano intanto verso un blu elettrico. Il vento aveva cancellato ogni traccia della dimostrazione sulla sabbia.

 

Poche ore dopo, Ippaso era stato fatto imbarcare con la forza. L’esilio da Crotone era quasi divenuto una cosa desiderabile: la cerchia ristretta dei mathematikoi poteva essere considerata l’emanazione diretta di Pitagora, e lui lo aveva maledetto. Mentre la tempesta imbruniva le ultime lingue azzurre di cielo, Ippaso ripensò alla bellezza della visione che Pitagora gli aveva elargito a piccoli bocconi: le orbite perfette degli astri e la musica sottile che infondono al cosmo, una melodia che nessuno poteva percepire poiché l’uomo nasceva e cresceva senza che questa fosse mai venuta meno. Ogni cosa risuonava secondo rapporti numerici. Il mondo sembrava potersi dispiegare perfettamente nella sua trama regolare fatta di punti, linee e superfici, come l’amuleto che teneva tra le dita. Lo stesso pentagono che poteva farsi faccia di un solido perfetto nascondeva al suo interno la traccia di quel subdolo rimando al caos. Da un punto imprecisato del cosmo, qualcosa ne aveva iniziato l’opera di dissoluzione. Ippaso maledisse sé stesso, avrebbe dovuto lasciare che l’inesprimibile rimanesse inespresso come lo era stato fino ad allora. Il vento intanto si era fatto freddo e le vele erano gonfie. Sentiva il legno dell’albero scricchiolare sotto la pressione della spinta. Quella coltre opaca nata da un punto del cielo ora era una bocca spalancata. 

 

Spoiler

Il Racconto è liberamente ispirato alla storia di Ippaso di Metaponto. A lui si deve la scoperta dei numeri irrazionali.

 

Modificato da Intro

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@Intro Ciao:) Piaciuto molto.

Rimanda a un'epoca in cui il mondo si voleva spiegare con i numeri. Affascinante, da Pitagora a Fibonacci. Mi pare di capire che Ippaso fosse voce contro e rappresenti la modernità del caos. Giusto lo stile del racconto.

Bravo(y)

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20 ore fa, Intro ha detto:

Ippaso maledisse sé stesso, avrebbe dovuto lasciare che l’inesprimibile rimanesse inespresso come lo era stato fino ad allora.

":" invece di ","

 

Il racconto è scritto correttamente, senza errori. Interessante il tema affrontato, ma il brano non riesce a coinvolgere appieno, non riesce a far immedesimare nel protagonista e per quello che prova per non essere compreso dagli altri, per l'esilio per un approccio e un modo di pensare diversi. Qualche aggiunta introspettiva sul protagonista sarebbe stata d'aiuto.

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Ospite Rica

ciao @Intro

Racconto difficile, a partire dal contenuto e dal muro di parole che, credo, tu abbia scelto.

Ben scritto.

Non so quanta importanza abbiano, o avessero, tutte le descrizioni del cielo. Forse avrei dovuto essere più dentro l'argomento, e mi scuso.

Ho amato

23 ore fa, Intro ha detto:

Ippaso era in ginocchio.

Non dirmi perché, ma credo sia tra le cose più belle del testo. Forse per la descrizione, tanto diretta quanto genuina, che consegna senza nominarlo ciò che c'è intorno.

 

Non sono riuscita a entrare nel racconto, però. Avrei voluto amare anche Ippaso, eppure non mi è arrivato come se, nonostante le info che mi dai di lui, io non riesca a conoscerlo, ad avvicinarlo, a sentirne i pensieri.

L'esilio creda sia trattato troppo superficialmente. L'esilio è straziante.

Un bel racconto, a parte i miei limiti.

Alla prossima. :) 

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@Rica @M.T. Grazie per il passaggio.

Avete entrambi totalmente ragione. Non era una scelta ne una specie di licenza poetica, non ho approfondito la psicologia di Ippaso perché non ci sono riuscito. Sia per il tempo che per una forma di stanchezza informe che mi ha trasmesso la stesura di questo racconto. In qualche modo mi ha prosciugato.

 

P.S. Il cielo è il  protagonista. A lui è affidato il compito di scandire le condizioni dell'animo di Ippaso e la sua lenta discesa in quello stesso caos che fuori viene raccontato con quella tempesta. Nella storia/leggenda Ippaso morì in un naufragio... C'era quindi il desiderio di narrare una forma di autodistruzione, una discesa nell'oblio. Ma servivano più righe e più abilità di quanta ne sono riuscito ad utilizzare domenica

 

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Ciao @Intro hai scritto un racconto interessante e complicato. Belle le descrizioni del cielo e del vento, ma avrei voluto sapere di più di Ippaso, di come si sentiva. Vedo dalla tua risposta sopra che l'avresti voluto anche tu. In ogni caso lo trovo un bel lavoro.

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Ciao @Intro, a me il racconto è piaciuto. Ti confesso che ho dovuto leggerlo una seconda volta per apprezzare alcuni dettagli che mi erano sfuggiti. Una cosa mi ha tratto in inganno e distratto: il mio primo pensiero è stato il teorema di Pitagora e l'incommensurabilità di cateti e ipotenusa, ma in un paio di punti parli di pentade e pentagramma e invece di capire che si trattava del simbolo dei pitagorici e che la dimostrazione incriminata era disegnata sotto il simbolo mi sono messo a pensare al pentagono e a quale dimostrazione matematica poteva aver sconvolto i pitagorici.

 

Il tuo racconto mi piace molto, l'hai basato su un'idea molto forte che meriterebbe di essere esplorata più a fondo.

Un difetto lo vedo nella parte conclusiva che meriterebbe un po' di dinamismo in più. Mi riferisco in particolare a: 

Alle 20/5/2018 at 20:58, Intro ha detto:

Poche ore dopo, Ippaso era stato fatto imbarcare con la forza. L’esilio da Crotone era quasi divenuto una cosa desiderabile: la cerchia ristretta dei mathematikoi poteva essere considerata l’emanazione diretta di Pitagora, e lui lo aveva maledetto

È una frase troppo didascalica per quello che contiene. C'è dentro tantissimo, lo sconvolgimento dei pitagorici e il loro rifiuto di vedere la realtà, la loro necessità di adattare la realtà alla teoria piuttosto che fare il contrario. C'è dentro un Ippaso  che sente un forte conflitto interiore, ma nonostante tutto non riesce a piegarsi ad accettare il dogma. C'è dentro una religione che contiene la propria negazione (come tutte le religioni, forse), ma che al contrario di tutte le religioni "normali" non può sopravvivere all'incoerenza interna.

 

Alle 20/5/2018 at 20:58, Intro ha detto:

Il vento intanto si era fatto freddo e le vele erano gonfie. Sentiva il legno dell’albero scricchiolare sotto la pressione della spinta. Quella coltre opaca nata da un punto del cielo ora era una bocca spalancata. 

Finale molto bello. L'albero che scricchiola è un dettaglio sensoriale forte e allo stesso tempo è lo scricchiolio dei pitagorici sotto la spinta dei numeri irrazionali.

 

Qui ci sarebbe da scrivere un libro su questa faccenda.

 

Concludo dicendo che mi hai fatto venire in mente due racconti di fantascienza: Divisione per zero di Ted Chiang e Luminous di Greg Egan nella raccolta di racconti con lo stesso titolo, che trattano temi simili al tuo. 

 

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@libero_s ciao! hai sempre la lettura giusta per i miei deliri malriusciti. E mi fa anche piacere attestare il fatto che i nostri gusti letterari convergono su alcuni punti. Ti spiego comunque una piccola curiosità: La voce più consolidata nel mondo accademico è che Ippaso non scoprì il concetto di numero irrazionale giocando geometricamente sulla diagonale di un quadrato (quindi cercando di definire il valore di radice di due) bensì costruendo rapporti tra valori dei vari lati e segmenti di un pentagramma (quindi era il numero aureo phi che in realtà non riusci ad esprimere in forma di frazione). Questo è collegato al fatto che i suoi studi si concentrarono proprio sulle proprietà del pentagono. Fu infatti lui a costruire per la prima volta un dodecaedro, cioè la figura solida che ha per facce dei pentagoni, solido da lui giudicato perfetto per via della sua inscrivibilità nella sfera. (del resto poi questa figura solida fu annoverata decine d'anni più tardi come uno dei solidi platonici)

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2 minuti fa, Intro ha detto:

La voce più consolidata nel mondo accademico è che Ippaso non scoprì il concetto di numero irrazionale giocando geometricamente sulla diagonale di un quadrato (quindi cercando di definire il valore di radice di due) bensì costruendo rapporti tra valori dei vari lati e segmenti di un pentagramma (quindi era il numero aureo phi che in realtà non riusci ad esprimere in forma di frazione).

 

Questo non lo sapevo, credevo che avesse scoperto i numeri irrazionali cercando di trovare la radice quadrata di due. 

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Non conoscendo praticamente per nulla l'argomento trattato, il contenuto mi ha un po' "respinto", non permettendomi di instaurare un forte coinvolgimento emozionale con la storia e non facendomi arrivare a percepire appieno l'angoscia del protagonista. Qualcosa mi è arrivato, ma non tutto. Chiaramente è un mio problema, e mi scuso con te per questo.

D'altro canto, non posso che farti i complimenti per l'ottima prosa e per le bellissime descrizioni. 

Un saluto, a rileggerci :) . 

 

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Nonostante la mia becera ignoranza in scienze matematiche ho molto apprezzato il tuo racconto. È vero forse, come hanno detto in molti, che manca un po' di pathos vissuto in prima persona, di sensazioni e sofferenze intime del personaggio, però la scrittura e le immagini sono bellissime. Soprattutto nella prima parte.

L'immagine dell'uomo che vorrebbe disperatamente ricostruire le certezze che il suo stesso sapere ha sgretolato, come si rincollano i cocci di un vaso l'ho trovata molto forte e riuscita. L'ho visto, con il suo dodecaedro di argilla in mano e lo sguardo implorante rivolto al maestro Pitagora. Forse il finale potrebbe essere un po' meno descrittivo e un po' più "sentito", ma lo trovo un ottimo racconto, davvero.

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@Intro, un bellissimo racconto in stile greco antico.

 

Solo qualche frase l'avrei resa in modo diverso e più semplice, del tipo

Alle 20/5/2018 at 20:58, Intro ha detto:

un reticolo uniforme di nubi si stava ridisponendo in matasse grandi e scure che assottigliavano le poche chiazze luminose del giardino

Alle 20/5/2018 at 20:58, Intro ha detto:

La voce del maestro Pitagora... non aveva nemmeno la forza di staccarsi dal brusio del vento.

 

Per quanto riguarda il tema, anch'io ho vari problemi con i numeri. Una volta avuta l'ottima idea di come raccontare un cambiamento, mi sarei invece indirizzato su Keplero o Galileo, più immediati e universali. Ippaso non lo conoscevo e sono andato a vedere Wiki, che mi ha confuso ancor più le idee dal punto di vista scientifico- matematico. Comunque sei stato gentile a esiliarlo, in realtà ho visto che per punizione l'hanno annegato al largo di Crotone, dove però l'acqua è bellissima e limpidissima.

 

Come detto all'inizio, veramente un bel racconto.

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L'eresia di Ippaso è in apparenza forse perfino più temibile di quelle di Copernico o di Darwin. Copernico toglie la Terra dal centro dell'universo, ma l'universo può avere ancora un centro, o averne infiniti. Darwin abbatte il muro che separa l'uomo dalle bestie e lo inserisce nello zoo universale, ma l'uomo resta pur sempre al vertice di quella piramide.

L'allievo di Pitagora invece apre una crepa nell'intero edificio universale. Qualcuno diceva che la pazzia non arriva di colpo ma inizia con una piccola incrinatura, appena visibile, che poi si ramifica e si allarga, fino a far crollare tutto l'edificio della mente. Questa crepa d'irrazionalità, in apparenza insignificante, rischia di far crollare l'universo, incrinandosi e ramificandosi tra le stelle, e dunque va stroncata subito. 

Ma è proprio così? Un numero  composto da infinite cifre (come pi greco o la radice di due) è irrazionale, ma per chi? Per chi non riesce a raffigurarsi l'infinito, ma per una mente capace di cogliere l'infinito quei numeri non sono affatto irrazionali, rappresentano anzi la più compiuta espressione dell'universo e forse della divinità.

E dunque perché Pitagora punisce così il proprio allievo? È in buona fede? Crede davvero che l'attacco all'armonia del cosmo sia malvagio? O è semplicemente un vecchio barone accademico che non accetta le nuove idee? Oppure in realtà lui conosce già quello che il suo allievo ha scoperto, ma come tutte le Chiese di tutti i tempi è convinto che per gli uomini siano meglio raffigurazioni più consolanti del mondo e della vita?

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