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Unius

[MI114] La ronda di notte

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Tema di mezzanotte

commento

 

Il dottor Joannis van Loon annuì con deferenza, chinandosi, alle parole che Saskia, nel suo letto di morte, aveva pronunciato al suo orecchio con un filo di voce. Voleva rivedere per l’ultima volta suo marito.

Rembrandt lavorava in una stanza al piano superiore della sua grande casa in Breestraat, un quartiere della opulenta Amsterdam del XVII secolo. Aveva da poco finito di dipingere la sua ultima opera, una grande tela commissionatagli da una delle tante corporazioni di armigeri della città.

Non si rendeva conto della gravità del male che aveva colpito sua moglie. L’adorata Saskia, al piano inferiore, stava morendo lentamente, tossendo piano piano,  spegnendosi ogni giorno di più, come le candele dei due grandi candelabri poggiati su una pettiniera della sua camera. Sembrava cercasse di non fare troppo rumore, di non disturbare, mentre suo figlio, il piccolo Titus, giocherellava con le lenzuola, seduto in un angolo del letto.

Rembrandt non si rendeva nemmeno  conto della pazzia latente di Geertije, la sua scorbutica e matura governante, che si aggirava per la casa, le maniche rimboccate, inveendo contro tutto e tutti, con le braccia piene di panni da lavare per le stanze ingombre di tele, broccati, elmi, statue, candelabri e mobili antichi, comprati  nel quartiere ebraico, che Rembrandt amava e  frequentava spesso, fonte inesauribile di ispirazione e di giochi di luce.

Il dottor Joannis van Loon, in tempi più felici lo aveva accompagnato spesso in queste sue escursioni e si era stupito di diverse cose: del fatto che Rembrandt non badasse a spese per comprare i più svariati oggetti e per il fatto che con gli ebrei si esprimesse perfettamente nella loro lingua, tanto da sembrare uno di loro.

La scorbutica Geertije provvedeva, nonostante tutto, a mandare avanti la casa, ad accudire Titus. Invano il suo amico, il dottore Joannis van Loon, cercava di fargli capire la realtà, invano cercava di far capire, a lui e alla governante, che Titus non doveva restare nella stessa stanza della madre o nella stanza dove gli allievi di Rembrandt stampavano le acqueforti, a respirarne gli acidi. Rembrandt aveva altri problemi. Di luci e di ombre. Il problema della sua vita.

– Sono figlio di un mugnaio di Leida.

Disse bonario  accogliendo il dottore, che era salito fino al suo studio, come se stesse continuando un discorso già avviato, come se quello fosse il modo normale di salutare una persona che oltre a essere il medico di sua moglie era anche suo amico.

Il dottore lo guardava pensieroso, chiedendosi se sarebbe mai riuscito un giorno a parlare  dei problemi della vita di tutti i giorni con quell’uomo dall’aspetto tozzo e ottuso, vestito come un bottegaio.

Eppure bisognava dirglielo di Saskia; doveva dirgli che era opportuno, che doveva  scendere nella sua camera. Non ne aveva per molto.

Ma capì anche, dall’espressione felice di Rembrandt sul volto rubicondo, che aveva sicuramente portato a termine la sua ultima tela, di cui gli aveva fatto qualche entusiastico accenno negli ultimi tempi.

Decise di lasciarlo parlare.

– Hai mai visto la luce che entra in un mulino, dalle finestre che si oscurano   al passaggio delle pale? Io sì, da piccolo. E’ particolare, lo sai? Un attimo: la luce. Un attimo dopo, solo un attimo: buio totale.

Muoveva le mani sporche di colori a olio in alto, il sorriso estatico, come fosse il sacerdote di un Dio che poteva vedere solo lui.

– La luce cambia ogni momento, i raggi del sole si spostano in continuazione, carichi del pulviscolo di farina, particolare, dà alla luce qualcosa di prezioso, come il luccichio del sole che scintilla sul mare, ma qui crea nuove visuali, lame di luce, prospettive, ombre crescenti e calanti, dalle quali emergono presenze che non sospetti, non tolleri, ma è tutto così naturale, armonico. E le persone, le cose, sono immerse in queste ombre e in queste luci che cambiano repentinamente, dandogli una motivazione, una collocazione giusta, come  il destino, la vita. Le persone, le cose, appartengono alla luce e alle sue ombre, devono vivere dentro di loro...

Prese un candelabro situato sopra un tavolo, sollevandolo alto, scostò una pesante tenda rossastra, come a teatro, comparve la tela, gigantesca, sovrastante.

– Il capitano Frans Banning Cocq – disse Rembrandt, come presentandolo.

 – Desiderava che ritraessi il suo reggimento. Volevo rinunciare. Non amo le moltitudini. Riesco a pensare come voglio io soltanto quando sono solo o ritraggo soggetti solitari. E poi questi  non sono veri soldati: falegnami, pescivendoli, fabbricanti di gin.

Se ne vanno in giro bardati con penne, piume, cappelli, gorgiere ed elmi, trascinano enormi archibugi istoriati, spadoni alla durlindana, lungo le vie notturne di Amsterdam, come se dovessero  fermare l’orda di Solimano, mentre siamo in tempo di pace e sappiamo che finiranno per passare la notte a giocare a dadi e bere birra al posto di guardia.

Però i padri di questi mercanti hanno dato la vita su veri campi di battaglia per la libertà della nostra Olanda. Un simile retaggio mi faceva apparire questi ubriaconi quasi nobili, belli, consapevoli di ciò. Dovevo provare a rendere questo. Con l’ombra e la luce, dalla quale dovevano emergere.

Li ho dipinti mentre escono dall’arsenale di notte, da un androne buio, materializzandosi ai lati di un palazzo illuminato dalle torce; uno stemma appena visibile, non si distinguono le sculture, in alto e in quella penombra puoi immaginare ogni cadente rappresentazione di rovine, di rimpianti, di attese.

Qui vedi picche che si intrecciano, cappelli con piume, morioni sbalzati, luccicanti di luce bronzea alle torce, amo questa luce, la amo. Sotto queste facce barbute, ecco, uno regge la bandiera, un altro indica una direzione, come un destino inevitabile, uno carica l’archibugio, un tamburo rulla per l’inizio della marcia, due ufficiali in gorgiera, al centro, in piena luce, come al compendio, può essere l’alba o il crepuscolo, discutono di questioni vitali, sicuri che saranno seguiti. Non andranno mai in guerra… Bambini si aggirano gioiosi in mezzo ai piedi. E’ tutto un gioco. Come questo gallo, Coq in francese, dal nome del capitano, non se ne avrà a male, penso.

Tutti emergono dalle tenebre e tendono gradualmente verso la luce, verso la vita. C’è vita nella luce, ma provengono, proveniamo  tutti dal buio oscuro, non dobbiamo averne paura. Questa consapevolezza, la vedi? Basta a nobilitarli. Ho cercato di renderlo.

Che te ne pare, amico mio?

Il dottore guardava estasiato il quadro, sentendosi trascinare dentro quell’androne semioscuro, dall’odore delle pietre umide, rilucenti di luce dorata delle torce, l’aria pregna di luce bronzea, un assembramento  di pacifici uomini in arme. Vedeva la luce illuminare le pozzanghere e gli elmi di bronzo, le facce degli armigeri serie e intente, come consapevoli di andare a una battaglia assolutamente essenziale. Assolutamente inesistente.

Sembrava di sentire la vita spuntare come da una rosa rossa in un giardino scuro profumato di pioggia in quella ronda di notte. 

– Magnifico. Magnifico, Rembrandt –  disse infine il dottore, staccando lo sguardo dalla grande tela, tornando alla realtà, tornando davanti a quell’uomo tozzo, dall’aspetto di un bottegaio, con il candelabro in mano.

–Ma ora vieni con me, giù. Tua moglie ti vuole parlare...

 

 

 

 

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Ospite Rica

@Unius mi hai fregato. Immaginavo ronde militari. ;) Ma continuando la lettura, ho capito che pur non essendo un reggimento, ma una masnada di ubriaconi, il senso della ronda resta. Armati e guardinghi. Quindi, mi hai fregato due volte.

Alterni l'arte alla vita, l'elevazione di uno spirito all'ineluttabile caducità del corpo.

A volte ho trovato le frasi spezzettate da incisi. Sinceramente? Troppi. Secondo me, in una revisione, potresti ridurre la lunghezza di alcuni periodi e inframmezzarli da punti fermi.

Anche il tuo personaggio ha a che fare con la malattia della moglie. Un Volponi al contrario.

Mi hai fatto venire in mente alcuni dipinti di Goya con le tue descrizioni. Ricordo delle tele enormi al Prado, dove militari si alternavano in prima linea con abitanti comuni, dai mestieri più disparati. Però armati. Io avrei giocato più su questo, avrei descritto meno tutti gli oggetti e presentato un'azione corale con più forza. E avrei descritto gli occhi e lo sguardo. 

Per il resto, niente da dire.

Alla prossima, caro Unius.

***

 

Il dottor Joannis van Loon annuì con deferenza, chinandosi, alle parole che Saskia, nel suo letto di morte, aveva pronunciato al suo orecchio con un filo di voce. Voleva rivedere per l’ultima volta suo marito.

– secondo me, la deferenza lo include. E togli un inciso.

 

Rembrandt non si rendeva nemmeno  conto della pazzia latente di Geertije, la sua scorbutica e matura governante, che si aggirava per la casa, le

– refuso: Gretije xD

 

 

 

– Hai mai visto la luce che entra in un mulino, dalle finestre che si oscurano   al passaggio delle pale? Io sì, da piccolo. E’ particolare, lo sai? Un attimo: la luce. Un attimo dopo, solo un attimo: buio totale.

– bello.

 

Muoveva le mani sporche di colori a olio in alto, il sorriso estatico, come fosse il sacerdote di un Dio che poteva vedere solo lui.

– in alto? Non capisco.

 

Qui vedi picche che si intrecciano,

– cosa sono?

 

 

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Ciao @Unius, il racconto mi è piaciuto molto, l'interpretazione del cambiamento come trasformazione dovuta alla luce è molto affascinante, e mi sembra un bell'atto d'amore all'arte di Rembrandt e ai suoi chiaroscuri.

L'unico "difetto" che ho riscontrato è una certa pesantezza dei periodi, molto lunghi, pieni di incisi e subordinate; probabilmente vogliono anche adeguarsi all'ambientazione della storia, ma più di una volta li ho trovati pesanti, rendono la lettura più difficoltosa, fin quasi a far perdere il filo del senso principale della frase. Secondo me snellire un po' togliendo dettagli superflui senza cambiare lo stile e la forma del testo potrebbe renderlo ancora più gradevole, poi vedi tu. Mi serve un commento per postare e quindi dovevo rompere per forza.

1 ora fa, Unius ha detto:

Il dottor Joannis van Loon annuì con deferenza, chinandosi, alle parole che Saskia, nel suo letto di morte, aveva pronunciato al suo orecchio con un filo di voce. Voleva rivedere per l’ultima volta suo marito.

Rembrandt lavorava in una stanza al piano superiore della sua grande casa in Breestraat, un quartiere della opulenta Amsterdam del XVII secolo. Aveva da poco finito di dipingere la sua ultima opera, una grande tela commissionata da una corporazione di armigeri della città.

Non si rendeva conto della gravità del male che aveva colpito sua moglie. L’adorata Saskia, al piano inferiore, moriva lentamente, tossendo piano piano.  Si spegneva ogni giorno di più, come le candele dei due grandi candelabri poggiati sulla pettiniera della sua camera. Sembrava cercasse di non fare troppo rumore, di non disturbare, mentre suo figlio, il piccolo Titus, giocherellava con le lenzuola, seduto in un angolo del letto.

 

1 ora fa, Unius ha detto:

Rembrandt non si rendeva nemmeno  conto della pazzia latente di Geertije, la sua scorbutica e matura governante che si aggirava per la casa, le maniche rimboccate, inveendo contro tutto e tutti, con le braccia piene di panni da lavare per le stanze ingombre di tele, broccati, elmi, statue, candelabri e mobili antichi, comprati  nel quartiere ebraico, che Rembrandt amava e  frequentava spesso, fonte inesauribile di ispirazione e di giochi di luce.

Io questo paragrafo lo spezzerei e snellirei l'elenco di oggetti, anche se le stanze sono ingombre. Magari puoi spezzare dopo l'elenco con un punto e poi dire "Tutti acquistati nel quartiere ebraico, che Rembrandt amava, quale fonte..."

1 ora fa, Unius ha detto:

 

La scorbutica (lo sappiamo già) Geertije provvedeva, nonostante tutto, a mandare avanti la casa, ad accudire Titus. Invano il suo amico, il dottore Joannis van Loon, cercava di far capire a lui e alla governante che Titus non doveva restare nella stessa stanza della madre o nella stanza dove gli allievi di Rembrandt stampavano le acqueforti, a respirarne gli acidi. Rembrandt aveva altri problemi. Di luci e di ombre. Il problema della sua vita.

 

1 ora fa, Unius ha detto:

– Sono figlio di un mugnaio di Leida.

Disse bonario  accogliendo il dottore, che era salito fino al suo studio, come se stesse continuando un discorso già avviato, come se quello fosse il modo normale di salutare chi oltre a essere il medico della moglie era anche suo amico.

 

1 ora fa, Unius ha detto:

Il dottore lo guardava pensieroso, chiedendosi se sarebbe mai riuscito un giorno a parlare  dei problemi della vita di tutti i giorni con quell’uomo dall’aspetto tozzo e ottuso, vestito come un bottegaio.

Io la rigirerei: "Il dottore guardava pensieroso quell’uomo dall’aspetto tozzo e ottuso, vestito come un bottegaio, chiedendosi se sarebbe mai riuscito  a parlare  con lui dei problemi della vita di tutti i giorni"

 

1 ora fa, Unius ha detto:

Eppure bisognava dirglielo di Saskia; doveva dirgli che era opportuno, che doveva  scendere nella sua camera. Non ne aveva per molto.

 

1 ora fa, Unius ha detto:

Ma capì anche, dall’espressione felice di Rembrandt sul volto rubicondo, che aveva sicuramente portato a termine la sua ultima tela, di cui gli aveva fatto qualche entusiastico accenno negli ultimi tempi.

Anche questa la rigirerei: "Ma capì dall'espressione sul volto rubicondo di R. che doveva aver terminato quell'ultima tela di cui gli aveva parlato in termini entusiastici più di una volta"

1 ora fa, Unius ha detto:

– Il capitano Frans Banning Cocq – disse Rembrandt, come presentandolo. quasi a volerglielo presentare

 

1 ora fa, Unius ha detto:

– Magnifico. Magnifico, Rembrandt –  disse infine il dottore, staccando lo sguardo dalla grande tela, tornando alla realtà, tornando davanti a quell’uomo tozzo, dall’aspetto di un bottegaio, con il candelabro in mano.

Qui eviterei i tre gerundi in fila. Puoi passare all'indicativo il primo "...dottore. Staccò lo sguardo dalla tela e ritornò alla realtà, davanti a quell'uomo con il candelabro in mano, dall'aspetto di bottegaio"

1 ora fa, Unius ha detto:

–Ma ora vieni con me, giù. Tua moglie ti vuole parlare...

Non chiuderei con i puntini ma con un punto. Anche se sappiamo cosa deve dirgli.

 

Insomma, solo una questione di rendere più agevoli da leggere certi passaggi, che sono davvero sovraccarichi di aggettivi e verbi, poi vedi tu; ma il racconto è molto bello, soprattutto con quella digressione sulla vita che è passaggio dall'ombra alla luce e il quadro che si anima davanti agli occhi del dottore. Non che la trasfigurazione dell'esercito di straccioni e contadini in eroi di luce. Piaciuto molto.

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@Unius Bel racconto, la parte superflua potrebbe essere quella della governante.  Sebbene usi frasi troppo lunghe, la tua scrittura mi affascina lo stesso. Mi piace l'idea dell'uomo artista talmente immerso nel suo lavoro da saperlo ridipingere a parole. Mostra all'interlocutore ogni minimo particolare, parla della luce, delle ombre, degli uomini che

2 ore fa, Unius ha detto:

trascinano enormi archibugi istoriati, spadoni alla durlindana, lungo le vie notturne di Amsterdam, come se dovessero  fermare l’orda di Solimano, mentre siamo in tempo di pace e sappiamo che finiranno per passare la notte a giocare a dadi e bere birra al posto di guardia.

in ogni particolare fai riesplodere l'artista che poco tiene in conto la salute della moglie. D'altronde si sa, un vero artista non appartiene a nessuno se non alla propria arte e tu hai saputo "esasperarne"  il concetto. Bravissimo.

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Grazie @Unius per lo straordinario omaggio alla "mia" Amsterdam, al "mio" Rembrandt e a quel capolavoro della storia della pittura che è "La Ronda di notte".

Non potrò mai scordare la prima volta che la potei ammirare al Rijksmuseum.

Nella collocazione originale (non ho ancora avuto l'opportunità di visitare la nuova, dopo la decennale opera di restauro del museo conclusa nel 2013), il dipinto occupava da solo una stanza lasciata appositamente nella semi-oscurità.  Ricordo come ora le esclamazioni dei visitatori, ivi comprese le mie: pareva che il dipinto fosse illuminato da una lampada fissata dietro il quadro  e invece la sola luce a illuminarlo era quella di Rembrandt.  Straordinario.  Non ho mai subito né prima né poi un simile innamoramento per un'opera d'arte, nemmeno per le splendide tele di Vermeer alla Mauritshuis dell'Aia.

Non sono riuscito a fare una qualsiasi analisi stilistica o contenutistica del racconto: ero troppo occupato a chiacchierare con il capitano Cocq :D.

Grazie per avermi riportato nei luoghi che amo più di ogni altro.

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@Rica

Grazie per la tua lettura, il commento e l'apprezzamento :)

Come vedi, non si vive di sole ronde, anche se a una ronda come quella dipinta da Rembrandt avrei partecipato volentieri, pur di  vedere e parlare con il Maestro…

Mi rendo conto dell’abbondanza di incisi, talvolta ho bisogno di dilungarmi, non sempre lo stile minimalista è da usare, secondo me, quando si vuole tracimare oltre....

Nel quadro La Ronda di Notte, oltre al carattere delle persone hanno la loro importanza e un significato anche gli oggetti, gli abiti, le armi, oltre alle alternanze di luci e ombre notturne fra le mura della caserma.

 

16 ore fa, Unius ha detto:

Muoveva le mani sporche di colori a olio in alto, il sorriso estatico, come fosse il sacerdote di un Dio che poteva vedere solo lui.

 

14 ore fa, Rica ha detto:

– in alto? Non capisco.

Sì, mi sono espresso male. Volevo dire che muoveva le mani verso l’alto e che le mani erano sporche di colori a olio…

 

 

16 ore fa, Unius ha detto:

Qui vedi picche che si intrecciano,

 

14 ore fa, Rica ha detto:

– cosa sono?

 

Sicuramente lo sai, nel testo l'ho scritto in italiano; ma in spagnolo sono picas, usate dalla fanteria contro la cavalleria...

Amando la Spagna, la sua lingua e la sua storia, si amano anche cose come questa

 

 

 

@Befana Profana

Ciao e grazie per le tue parole e per l'apprezzamento :)

Concordo sulla pesantezza delle frasi, non me la sentivo di spezzare e sintetizzare anzi, avrei anche messo qualcosa di più, ma si andava oltre i limiti e la decenza... :)

Ammiro molto Rembrandt,  la sua pittura, i suoi tempi. Quando ero ragazzo, all'Artistico, passavo ore a guardarmi le sue riproduzioni, a studiare la sua ossessione per i contrasti di luci e ombre, luci che erano tipiche nell'Olanda del Seicento...

 

@Adelaide J. Pellitteri

Grazie per aver gradito il testo e grazie per aver apprezzato il mio modo di scrivere, non sempre ortodosso... :)

 

@Marcello

Grazie per aver letto e permettimi di invidiarti: tu hai visto dal vivo la Ronda di Notte... Io non so se riuscirò mai ad andarci in Olanda... ci andrei solo per vedere il  Rijksmuseum, di cui ho tanto sentito parlare, letto e visto innumerevoli documentari...:)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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@Unius Bellissimo racconto, costruito sui colori di Rembrandt. In una Olanda dove sarebbe bastato un singolo bulbo di tulipano per comprare un palazzetto sui canali.

E l'ombra della grande peste si profilava all'orizzonte.

Bravo(y)

 

  • Grazie 1

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Bravissimo @Unius non avevo mai letto un quadro prima, lo hai raccontato così bene che mi è sembrato fin di sentirne l'odore. E anche lo stile mi è piaciuto parecchio, frasi lunghe, piene di incisi, così parla uno che ha passione, uno che ha molto da dire, da descrivere, uno che vive quello che dice.

Sai cosa penso? Che mi stamperò i tuoi racconti, tutti. Perché tu mi insegni, con te imparo. So che ora dico una bestialità, ma i quadri non mi trasmettono emozioni, a parte Hopper e Vettriano,  forse ho un problema con gli occhi ;), ma tu oggi me ne hai fatto guardare uno veramente e di questo ti ringrazio.

Ciao.

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Ehi @camparino grazie! Quel mondo purtroppo non esiste più, l'Olanda di Rembrandt, ma rivive nelle sue tele e se non si sta attenti si entra davvero in quel mondo... :)

Ma in fondo: perchè stare attenti? :D

 

@paolati Grazie delle tue parole, non pensavo di poter far "leggere" un quadro...

In effetti la pittura è sempre stata una mia grande passione e occasione mancata; da ragazzo avevo fatto il liceo Artistico, mi ero appassionato di Rembrandt, oltre che dei nostri classici italiani, specialmente dell'epoca rinascimentale e barocca...  poi non ho più preso i pennelli per tanti anni... ora ci sto a riprovare, ma è dura dopo tanto tempo... non sarò mai un vero pittore... :D

Addirittura vuoi stamparti i miei racconti? Indubbiamente mi fa piacere, ma guarda che alcuni non sono poi tanto belli... ;)

Ciao

 

 

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Buongiorno @Unius vedo un allontanamento dalla terra brulla del Mediterraneo e dall'odore di origano caldo di sole ;) Mi è piaciuto moltissimo il racconto, sono d'accordo che i periodi siano troppi lunghi e un po' pesanti, ma trovo che assomiglino alla pittura a olio. Il racconto è pastoso, scuro e denso, con qualche sprazzo di luce che evidenzia dei particolari, proprio come un quadro. Mi è piaciuto molto

Alle 20/5/2018 at 21:11, Unius ha detto:

nel suo letto di morte, aveva pronunciato al suo orecchio con un filo di voce

metterei: sul letto di morte gli aveva pronunciato all'orecchio...

Alle 20/5/2018 at 21:11, Unius ha detto:

della sua grande casa in Breestraat

anche qui toglierei il possessivo

 

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Per un attimo mi sono chiesto se Rembrandt fosse passato dalla Sardegna :D

Scherzi a parte, bel racconto, bellissima la descrizione della luce in particolare la frase sul mulino. Sono queste osservazioni particolari, dettagli che non tutti saprebbero vedere finché non li mostri quelli che accendono la fantasia e ti portano dentro il racconto e dentro il suo mondo, in questo caso dentro la testa del protagonista.

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Ho trovato l'inizio del racconto con descrizioni un po' troppo lunghe, come certi periodi; questo non mi ha coinvolto molto nella lettura. Poi però sei riuscito a entrare nel vivo dello spirito di Rembrant, facendo venir fuori l'artista che si lascia trasportare dalla sua creazione, che dimentica tutto per dedicarsi a essa, vivendo in un altro mondo, divenendo insensibile a tutto il resto, anche alla salute dei suoi cari. Molto bella la descrizione del quadro. Bello anche il personaggio del dottore che cerca di far tornare con i piedi per terra l'artista dal suo volo e fargli affrontare una realtà che, non sarà per niente bella, ma va affrontata. Bello contrapporre l'insensibilità del padre e marito alla sensibilità del dottore. 

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Bel soggetto. Un racconto storico, tenebroso, ho visto più oscurità che luce. La moglie morente da quel tocco di decadenza ottocentesca che mi piace, in questi contesti.

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Alle 20/5/2018 at 20:11, Unius ha detto:

Scusate, potrei inserire una rielaborazione, rivista e riscritta per rientrare nei parametri delle tracce, di un mio vecchio racconto?

Talvolta vecchie idee si prestano bene, riadattandole, alle tracce...

Secondo me, invece, con la traccia - così come scritta e proposta - non ci azzecca proprio,

Comunque un bellissimo racconto. Ne ho alcuni anch'io, la prossima volta ne utilizzo uno, qualunque sia il tema, e vediamo che succede.

 

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@M.T.

Ti ringrazio per la lettura e l'apprezzamento :)

 

 

@simone volponi

Grazie per il tuo gradimento. Mi piace molto la decadenza ottocentesca. Peccato che ci siamo ripresi... :D

 

@Macleo

Grazie per la lettura e il complimento. In effetti il tema bisogna cercarlo a fondo, è variabile,  può essere suscettibile di diverse interpretazioni, lo riconosco...

A volte, scavando nel pc tra vecchie bozze, incipit e frammenti lasciati a metà, postati, corretti e ricorretti, testi già editati e riattaccati con altri, alla Frankestein, saltano fuori creature che tentano di avere una nuova vita... non sempre il risultato è ottimale. Scrivere di getto è anche facile, ri-scrivere è una ulteriore fatica,  ancora più impegnativa e non sempre si ottengono buoni risultati...

 

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Ciao Unius.

Il racconto è bello, molto bello, direi bellissimo. Le descrizioni sono puntuali, precise ed estremamente evocative. Qualcuno ti ha rimproverato l'eccessiva lunghezza dei periodi ma a me questa cosa non ha affatto disturbato, visto che ti sei districato bene e senza inciampi anche nelle frasi più lunghe e complesse.

Forse avrei dedicato meno spazio alla governante e più al rapporto tra Dottore e protagonista, che mi sembra ben più interessante, ma parliamo di piccolezze.

Scrittura/stile di eccelsa fattura.

Come dicevo è una gran prova, riuscitissima. Se non l'ho votato è solo perché, così come Macleo, ho avvertito una risicatissima aderenza alla traccia. Magari sono stato io a non cogliere alcune sfumature ma mi è parso più un "cambiamento di prospettiva" che un cambiamento reale.

Spero mi perdonerai per quella che rimane - comunque - una mia valutazione (e interpretazione) della (sulla) traccia (e del racconto) e che nulla toglie alla qualità del brano: ottima, come detto.

Un saluto. 

 

 

  • Grazie 1

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@Unius" La ronda di notte": non riesco a capire cosa centra la ronda con il contenuto del racconto, oh! racconto eseguito a regola d'arte, molto fluido, mettendo in risalto Rembrandt  appassionato artista e per niente appassionato marito, difatti la moglie desidera vederlo per l'ultima volta e lui continua a esporre orgogliosamente le sue opere."ma la ronda di notte cosa centra con tutto questo?" Alla fine, dopo aver mostrato un suo grande capolavoro commissionato da una corporazione di armigeri della città, viene quasi trascinato con la forza dal dottore di famiglia non chè suo amico, verso il letto di morte della moglie." Ma cosa in comune tutto questo con il titolo del racconto ? Grazie 

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@flambar Ciao.

Il titolo "La ronda di notte" è il titolo del quadro che dipinse Rembrandt, che raffigurava una ronda notturna ad Amsterdam, la sua città, nei primi anni del Seicento... per parlare di quel quadro ci vorrebbe un libro; non a tutti piace la pittura, Rembrandt, l'Olanda del Seicento...

Il racconto faceva parte di una gara, MI 114 (Messaggi d'Inchiostro n. 114) gare di scrittura che si tengono ogni due settimane, per ora sospese con l'estate, ma che riprenderanno. In queste gare ci sono due utenti, due giudici, che hanno vinto la gara precedente e che propongono due argomenti di loro scelta da trattare sotto forma di racconto, adeguandosi a quello che hanno proposto nei loro argomenti.

Queste gare iniziano a mezzogiorno e si ha tempo fino a mezzanotte per scrivere e postare un racconto.

Si tratta di un esercizio, un divertimento e una passione, niente di molto impegnativo. Poi si viene votati dagli altri partecipanti alla gara e i due che ottengono più voti sono i prossimi giudici del prossimo MI, diretti da un arbitro dello Staff.

L'argomento che avevo scelto io era il cambiamento, come una persona possa cambiare davanti a un avvenimento e a me è venuto in mente di scrivere un testo basato sulla vita e su un quadro di questo grande pittore, anche perchè conosco la sua storia... tutto qui.

Se vuoi vedere la gara (ormai archiviata) di MI 114, clicca qui, così ti fai un'dea, nel caso volessi partecipare alle prossime gare, che ottengono sempre molti commenti e molta visibilità sul forum.

Spero di non aver creato confusione...

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