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Torba

Ecatombe (Parte 1 di 3)

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Commento a Il Clown. In questo brano ho fatto usare alla voce narrante il presente indicativo (che descrive le azioni attuali) e il passato prossimo (per i fatti che si sono svolti poche ore prima). Visto che è una cosa nuova per me, penso che la consecutio temporum sia andata a farsi benedire.

 

Non credo che riuscirò a raggiungere le case. La ferita pulsa e mi sta svuotando piano piano. Il mio pensiero va a Laura, che a quest'ora si sarà già riaddormentata, ignara del mondo, e a Teresa che la regge in braccio cullandola. Sto strisciando in mezzo alle foglie cadute dai castagni da circa mezz'ora - o forse sono solo cinque minuti, difficile dirlo - ma il bosco sembra troppo grande. Non credevo che sarebbe finita così.

 

Quando stanotte ho sentito il primo grido, mi sono svegliato ma non ho neanche provato ad aprire gli occhi: credevo fosse solo l'eco di un incubo che stavo facendo. In quel sogno, continuavo a combattere armato solo di una piccola falce contro l'erba che cresceva a vista d'occhio e soffocava uno dopo l'altro i peri, che diventavano scuri e si accartocciavano su se stessi come vittime di un olocausto.

Al secondo urlo, quasi della stessa tonalità del primo e allo stesso tempo diverso in un modo che non ho colto, mi sono drizzato a sedere sul letto. La luna illuminava la stanza: l'alba e il lavoro erano ancora lontani, ma la schiena a pezzi mi ricordava che sarebbero comunque ritornati nel giro di qualche ora. La notte non mi avrebbe difeso per sempre dai calli e dal dolore. Teresa dormiva come un sasso in posizione fetale. Si è svegliata solo quando mi ha sentito scendere dal letto e armeggiare con la serratura dell'armadio dei fucili.

"Enzo, che fai?" mi ha chiesto con la bocca impastata dal sonno. Una spallina della camicia da notte le era scivolata giù e la pelle sembrava di perla, mentre la mia si era accapponata.

"Ho sentito gridare dalla fattoria degli Zotici" ho risposto.

È così che noi, gente di città, chiamiamo gli Streva quando nessuno di loro può sentirci. C'è Papà Zotico, ovvero il signor Antonio, perennemente con la zappa in spalla, la sigaretta in bocca e lo sguardo torvo, Mamma Zotica, l'acida consorte con l'onnipresente fazzoletto in testa, e gli Zoticini, Giuseppe e Giovanni, di anni dodici e otto, bambini guardinghi che sembrano cresciuti come gatti in mezzo ai rovi.

"Credi sia per via di quell’animale?"

"Non lo so, ma di sicuro qualcuno che ha gridato. Vado a vedere."

Ho inserito due colpi nella doppietta e mi sono allacciato in vita la cartuccera. Ero già alla porta, ma Teresa mi ha bloccato con una mitragliata di domande.

"Ma sei scemo? Che ne sai di cosa è successo? Non possiamo chiamare i carabinieri, invece?

"Arriverebbero come minimo tra due ore. Non ti preoccupare. Sta venendo anche Saverio: si è accesa la luce sul portico. Hanno sentito anche loro."

"Stai attento."

Avevo ragione: Saverio stava venendo verso la nostra casa di corsa, imbracciando quel fucile che mi ha umiliato con regolarità ogni anno durante la stagione delle beccacce.

"Hai sentito?" mi ha chiesto, trafelato e mezzo intontito dal sonno.

"Certo."

"Gli zotici?" mi ha chiesto, sottovoce. Poi si è risposto da solo: "Per forza. Chissà che cazzo hanno combinato i lupi questa volta."

“Forse mi sbaglio, ma urlare di notte per delle pecore morte mi sembra un poco esagerato.”

I nostri casolari distano non più di trecento metri dalla proprietà degli Streva: una costruzione di mattoni, pietra e legno, molto più antica delle nostre, circondata da un centinaio di ulivi e da una vigna stentata. Ci siamo arrivati in un minuto scarso.

Ho iniziato a tempestare di colpi la porta. Avrei potuto sfondarla con facilità ma era meglio capire, prima. La possibilità che Antonio accogliesse gli intrusi a fucilate era tutt’altro che remota. Dopo un’eternità, Papà Zotico si è presentato all'uscio. Aveva lo sguardo vuoto, come se avesse aperto la porta di casa per guardare la notte e i nostri corpi fossero trasparenti. Tremava e boccheggiava. Dall'interno venivano i singhiozzi di Rita, la moglie.

Lo abbiamo spinto da parte e siamo entrati. I lamenti ci hanno condotti a quella che doveva essere la camera da letto degli Zoticini, o almeno quello che ne era rimasto.

Rita era a terra e piangeva, raggomitolata su se stessa, con i vestiti lordi del sangue che aveva invaso la stanza. Era dappertutto: pareti, soffitto, mobili. Il pavimento di legno era ricoperto da un piccolo lago. Quello che doveva essere Giovanni, il più piccolo, era sparpagliato in giro. Di Giuseppe nessuna traccia, ma la finestra era aperta.

Saverio si è messo a piangere con una mano sulla bocca, invocando la Beata Vergine. Da un'altra stanza venivano i rumori di Antonio, che si armava dopo essersi ripreso dallo shock.

"È stato quell'animale?" gli ho chiesto quando è ricomparso nel corridoio.

"I lupi non fanno nulla del genere". Sembrava che ogni parola gli costasse un anno di vita.

"Non rapiscono neanche i bambini, se è per questo. Signora, chiami i carabinieri. Noi andiamo a cercare Giuseppe, non si preoccupi."

"Andatevene a casa."

Lasciai stare Rita e mi girai verso Antonio: il viso dello Streva era imperscrutabile. Mi sono parato davanti a lui, più per capire cosa gli passasse per la testa che in un vero atteggiamento di sfida.

"Sta delirando. Se ci mettiamo tutti e tre abbiamo buone probabilità di ritrovare Giuseppe."

"Ho detto che non sono affari vostri. Tornatevene a letto."

Sapevo che Papà Zotico era burbero e scontroso, un vero orso, ma non credevo che potesse essere anche stupido. Per fortuna Saverio si era ripreso dal suo momento di debolezza e mi si era messo a fianco.

"Lei può anche cercare suo figlio da solo, se le piace. Ma se c'è in giro una bestia – o qualcuno - capace di fare questo macello e che non si limita più alle pecore, dobbiamo toglierla di mezzo. Comprendo il suo dolore e so che non ci sopporta, ma anche noi abbiamo dei bambini. Faccia strada."

Antonio non si è mosso. Continuava a guardarci con quegli occhi che, oltre all'ostilità, non lasciavano trasparire nient’altro.  Alla fine, è stata Rita a convincerlo.

"Ninni, falli venire con te. Ti prego."

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Ciao @Flavio Torba

 

l'ambientazione, secondo me, è buona, la trama intrigante...  la voglia di leggerne il seguito me l'hai messa.

 

Il ritmo è buono, i personaggi mi piacciono... in generale è scritto bene... forse deve ancora decollare completamente.

 

I tempi verbali, invece, no. :D (lapidario!) 

 

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

In questo brano ho fatto usare alla voce narrante il presente indicativo (che descrive le azioni attuali) e il passato prossimo (per i fatti che si sono svolti poche ore prima). Visto che è una cosa nuova per me, penso che la consecutio temporum sia andata a farsi benedire.

 

Il punto è che non hai usato solo il presente e il passato prossimo, ma usi anche molto imperfetto (il che frastorna molto, secondo me) e, almeno in un caso, anche il passato remoto... troppi tutti insieme... si percepisce l'incertezza di una storia che è raccontata in troppi tempi tutti insieme, secondo me... se vuoi attenerti a due, ne bastano due, non aggiungerei imperfetto o altro... lo stacco si fa molto ampio...


 

Ecco alcuni esempi:

 

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

In quel sogno, continuavo a combattere armato solo di una piccola falce contro l'erba che cresceva a vista d'occhio e soffocava uno dopo l'altro i peri, che diventavano scuri e si accartocciavano su se stessi come vittime di un olocausto.

Tutta questa frase mi sembra poi lunghetta, tanto che io cercherei almeno di limare i due "che" riducendoli a uno solo

 

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

Al secondo urlo, quasi della stessa tonalità del primo e allo stesso tempo diverso in un modo che non ho colto, mi sono drizzato a sedere sul letto. La luna illuminava la stanza: l'alba e il lavoro erano ancora lontani, ma la schiena a pezzi mi ricordava che sarebbero comunque ritornati nel giro di qualche ora. La notte non mi avrebbe difeso per sempre dai calli e dal dolore. Teresa dormiva come un sasso in posizione fetale. Si è svegliata solo quando mi ha sentito scendere dal letto e armeggiare con la serratura dell'armadio dei fucili.

Qui, lo stacco temporale è forte, particolare... perché stai cercando di fare il gioco inverso...dall'imperfetto giungi al passato prossimo (più vicino al presente)... mentre a logica mi verrebbe un passato remoto...

 

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

Credi sia per via di quell’animale?"

"Non lo so, ma di sicuro qualcuno che ha gridato.

Eliminerei il "che", sottintende un verbo che non c'è "(es, "essere": "è qualcuno che ha gridato") oppure non torna con il "per via" della domanda precedente.

Volendo, il "gridare" ritorna anche come ripetizione da poco sopra:

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

Ho sentito gridare dalla fattoria degli Zotici" ho risposto.

 

 

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

Dopo un’eternità, Papà Zotico si è presentato all'uscio. Aveva lo sguardo vuoto, come se avesse aperto la porta di casa per guardare la notte e i nostri corpi fossero trasparenti. Tremava e boccheggiava. Dall'interno venivano i singhiozzi di Rita, la moglie.

Anche qui, i tempi non mi convincono troppo...
 

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

Noi andiamo a cercare Giuseppe, non si preoccupi."

"Andatevene a casa."

Cercherei di evitare la ripetizione di "andare".

 

Alle 13/5/2018 at 20:38, Flavio Torba ha detto:

Lasciai stare Rita e mi girai verso Antonio: il viso dello Streva era imperscrutabile. Mi sono parato davanti a lui, più per capire cosa gli passasse per la testa che in un vero atteggiamento di sfida.

Qui, passi dal passato remoto al passato prossimo per descrivere una scena che avviene sempre nel passato...

 

Insomma, secondo me buona la storia, mentre sull'uso che hai fatto dei tempi verbali sono anch'io molto incerto della loro efficacia.

 

Ciao!
 

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@AndC grazie per le tue indicazioni. Ho steso una prima bozza che era tutta narrata al passato remoto, ma volevo più immediatezza e senso di urgenza (infatti, nella tua ultima citazione c'è un passato remoto che è un residuo della vecchia bozza). A parte questo, non mi è chiaro perché ti lasciano perplesso gli imperfetti. In generale, ho usato il passato prossimo per azioni "immediate" (mi sono drizzato a sedere sul letto) e l'imperfetto per azioni invece "continuative" (La luna illuminava la stanza). Al di là dell'efficacia del verbi, mi sembra che il costrutto in italiano sia corretto. O forse mi sto perdendo qualcosa.

Per esigenze di trama, non vorrei usare il passato remoto. Una soluzione sarebbe usare il presente dappertutto, ma credo che poi non sarebbero chiari i salti temporali. 

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4 ore fa, Flavio Torba ha detto:

A parte questo, non mi è chiaro perché ti lasciano perplesso gli imperfetti. In generale, ho usato il passato prossimo per azioni "immediate" (mi sono drizzato a sedere sul letto) e l'imperfetto per azioni invece "continuative" (La luna illuminava la stanza). Al di là dell'efficacia del verbi, mi sembra che il costrutto in italiano sia corretto.

 No, tranquillo, non ne faccio una questione di correttezza o meno... non so che mi sta succedendo, ma ultimamente l'imperfetto è un tempo che mi da molto da riflettere...

 

Nel tuo racconto ho visto molto il distacco "a orecchio" dei passaggi dall'imperfetto al passato prossimo... ma è più una cosa mia personale che altro... non volevo metterti troppi dubbi, visto che già qualcuno lo avevi di tuo... forse è solo che mi suona strano perché non ci sono troppo abituato... non saprei, ma è una sensazione... puoi tranquillamente non tenere conto delle mie annotazioni, tanto più se hai già fatto la prova all'inverso e ti conviceva di meno (ossia al passato remoto)...

 

Al prossimo capitolo!

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@Flavio Torba questo primo capitolo mi è piaciuto: lo stile è buono, non ho trovato grandi cose da correggere, e alcune descrizioni sono molto calzanti (ottima, secondo me, l'espressione per cui 'ogni parola sembrava togliergli un anno di vita', molto azzeccata e rende bene l'idea). La presenza di soprannomi rende il tutto più verosimile, concreto. Anche a me è parso di cogliere una qualche incertezza nell'uso dei tempi verbali, ma soprattutto sul finale, dove il passato remoto stona un po' (ho letto che la tua prima bozza era al remoto, apprezzo la decisione di aver trasferito tutto al presente).
Ci sono due cose che non mi sono piaciute: la parte iniziale in corsivo, troppo vaga e imprecisa e che al tempo stesso spoilera troppo di quello che succederà. Secondo me, togliendola, la storia ne guadagnerebbe.

La seconda cosa che non mi è piaciuta riguarda il motivo che adduce il protagonista per uscire di notte armato di fucile e, ancora di più, quando trovano il corpo maciullato del bambino. Chiunque avrebbe chiamato la polizia in una situazione come quella: le sue argomentazioni non stanno in piedi.
Parlando di cose positive, invece, la scrittura è rapida e precisa: sei riuscito a creare tensione e a risultare interessante senza annoiare. Forse mi sarei soffermato un po' di più sul momento in cui arrivano dagli zotici: quello che il protagonista pensa, l'impatto con il lago di sangue, la reazione del padre che ha appena trovato il figlio in quello stato. Insomma, è stato un po' troppo rapida la seconda parte, rispetto alla prima in cui i tempi risultano meglio regolati. Comunque, la voglia di andare avanti c'è. 
Un saluto!

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