Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Post raccomandati

Il Coperchio

Da qualche parte, 11 febbraio 2018

 

Stanotte non ho chiuso occhio. Mi ha tenuto sveglio quel volto paonazzo incollato alla finestra. Che sia stato un incubo?
Voglio raccontare la mia storia, perché tutti sappiano la verità.

 

Lo strano legame tra me e Torlaschi iniziò l'undici febbraio del 1958, al cinema con la scuola. Maria sedeva vicino a me ed ero imbarazzato. A un tratto avvertii un formicolio lungo la schiena. Qualcosa si muoveva tra la maglia di flanella e la pelle. Mi alzai di colpo, sollevai la maglietta e vidi cadere a terra una bestiaccia nera. La calpestai. Risero di me, Torlaschi in testa. Rise anche Maria. Corsi via per la vergogna: inciampai, provocando nuove prese in giro.
Il giorno dopo, durante la ricreazione, Torlaschi mi mostrò un barattolo pieno di scarafaggi.
«Maledetto Gurrieri, mi hai ucciso il capofamiglia»
Esplose in un'altra risata. Cercai Maria con lo sguardo. Aveva gli occhi fissi a terra.
Passato il Carnevale, continuai a giocare a nascondino con Torlaschi e gli altri. Non divenni il loro bersaglio. Eppure, nonostante sembrasse tutto finito, non riuscivo a superare il ricordo delle risate prima, e del disagio poi, che avevo visto sul volto di Maria.
Attesi con pazienza. L'undici febbraio dell'anno seguente arrivai in classe prima degli altri. Sotto il giubbotto tenevo nascosto un secchiello di vernice verde. Lo piazzai sulla mensola, sopra la porta dell'aula. Lo legai a un filo e sedetti al mio posto, in ultima fila. Tirai appena Torlaschi entrò. Ah, che gioia provai nel sentirlo imprecare, mentre si ripuliva e si lamentava del bruciore agli occhi. Maria rise e mi guardò con simpatia. Non mi importò della punizione.
Da quel giorno divenne tradizione che, di anno in anno, io e Torlaschi ci facessimo degli scherzi. Mi sembra di averli ancora davanti agli occhi. Quando raggiungemmo la maggiore età andammo in montagna per una battuta di caccia. Mi rivolse un cenno, indicandomi un punto preciso. Feci un passo e mi sentii sollevare. Rimasi appeso a testa in giù, il piede legato a una corda. Torlaschi e gli altri mi fustigarono con dei rami, colpendomi come se fossi una pignatta finché, stanchi, mi lasciarono lì.
Indolenzito e scosso, trovai la forza per dondolarmi quel tanto che bastò a raggiungere un ramo al quale mi aggrappai. Lì passai tutta la notte e, in alcuni momenti, confesso di aver temuto di morire assiderato. Al mattino, pieno di dolori, mi aiutarono a scendere, mi offrirono del caffelatte e ne ridemmo di gusto. Ci scambiammo grandi abbracci e poderose pacche sulle spalle.
Trascorremmo un Capodanno insieme, prima che io sposassi Maria e lui partisse. A mezzanotte, dopo aver brindato ed esserci scambiati gli auguri, io e Torlaschi uscimmo fuori per sparare dei fuochi d'artificio. Gli chiesi di controllare che il primo della fila fosse ben fissato. Appena si chinò, con un movimento lesto accesi un razzo e lo piantai nel terreno, tra le sue gambe. Quando partì gli presero fuoco i pantaloni e rientrò tra le consuete imprecazioni e le immancabili risate.
«Non è giusto, furfante. Non sono questi i patti!»
Brandelli bruciacchiati dei pantaloni ballonzolavano a ogni passo.
Gli scherzi annuali si interruppero quando Torlaschi divenne primario di chirurgia in un ospedale di città. Si trasferì e non ci vedemmo per anni. Di frequente, però, ci mandavamo una lettera per ricordare la giovinezza trascorsa insieme e per dirci quanto ci volessimo bene. 
Presi le redini di mio padre nell'attività di famiglia. Da bambino temevo i sotterranei, il luogo dove lui lavorava tra bare e cadaveri. Mi fece entrare per la prima volta a vent'anni e mi spiegò che mi sarei abituato presto. Così fu. Grazie ai morti ho mantenuto Maria e quattro figli.
Tre anni fa Torlaschi è tornato al paese. Un signore distinto, irriconoscibile rispetto al ragazzino dispettoso e un po' tonto col quale ero cresciuto. Riprendemmo a frequentarci: giocavamo a carte, bevevamo vino una sera a settimana, commentavamo la vita italiana e paesana. Non pensavo più all'infantile tradizione degli scherzi. La vita aveva dato successo a lui e amore a me. Potevamo ritenerci soddisfatti.
Tutto questo fino a due anni fa, quarant'anni dopo l'ultima volta. Da quando era tornato il dottore, ormai in pensione, frequentava spesso la mia casa. I suoi vestiti eleganti mettevano a disagio mia moglie. Maria era sfiorita, ma conservava una composta bellezza.
Ancora oggi mi chiedo come sia potuto accadere, eppure il mattino dell'undici febbraio del 2016, al rientro dalla mia passeggiata, col giornale sotto il braccio, sentii del chiacchiericcio provenire dalla camera da letto. Aprii la porta e vidi Torlaschi in mutande e calzini. Mi sorrise allargando le braccia come ad accogliermi, dopodiché scoppiò in una risata catarrosa. Aprii la bocca senza sapere cosa dire, cercando gli occhi di Maria, nuda sul letto. Li abbassò, coprendosi. Sul volto aveva disegnata la vergogna, ma anche dell'altro: ineluttabilità, forse. Cercai dentro di me le ragioni per non aggredire quel viscido: forse per proteggerla dalla vista di un'azione violenta, o forse perché sentivo che anche quel gesto rientrava in un disegno di cui facevo parte. Mi costò, ma riuscii a ridere anch'io, abbracciando Torlaschi senza calore e dandogli manate rabbiose sulla schiena nuda e pelosa.
L'anno seguente preparai un piano per sfruttare il mio turno. Un paio di settimane prima della data fatidica presi da parte Paolo, il mio primogenito. Gli misi in mano una busta con cinquecento euro e gli dissi di prendersi qualche giorno di svago con sua moglie.
«Non morirà nessuno, è solo un sabato», aggiunsi per rassicurarlo sull'imprevista chiusura del negozio.
Non avevo più invitato Torlaschi a casa dopo che era andato a letto con Maria. Eppure, ogni volta che ci eravamo incontrati era stata una festa. Io ridevo con gli occhi e con la bocca. Non credo si sia mai accorto che le mie risate non erano più legate a ricordi divertenti di marachelle ormai passate; erano il gustoso preludio di quanto andavo architettando.
Lo invitai un anno esatto fa, l'undici febbraio. Nonostante sapesse che giorno fosse, accettò e si presentò puntuale. Non prese il caffè che gli offrii, temendo che potessi avvelenarlo. Non mangiò niente e non volle nemmeno un goccio del liquore di finocchietto selvatico che tanto amava. Decisi di non insistere e la mossa sembrò funzionare. Stava abbassando la guardia.
«Vecchio mio, cosa vai pensando? Ormai non abbiamo più l'età per quelle cose, dobbiamo starcene buoni e pensare a goderci quel che ci resta», dissi conciliante.
«Hai ragione Gurrieri, amico mio. Ma dimmi, come se la passa quel tuo figliolo al negozio?»
Non mi sembrò vero. Si stava infilando con le sue mani nella trappola che avevo ordito per lui.
«Vieni, ti faccio vedere come lo ha rimesso a nuovo»
Le scale per i sotterranei erano ripide e strette. Accesi la luce e mandai avanti Torlaschi. Fu questione di un attimo: lo spinsi e ruzzolò per le scale, battendo la testa e le ginocchia. Finì accartocciato contro la porta, privo di sensi.
Con fatica riuscii a trascinarlo fino alla bara che avevo predisposto per lui. Lo sistemai dentro e saldai il coperchio. Ne avevo scelto uno con l'oblò. Per nulla al mondo avrei voluto perdermi la sua espressione al risveglio. Stavo ripulendo il sangue sulla porta quando sentii un colpo provenire dall'interno della bara.
Guardai e, per un istante, lessi il terrore nello sguardo di Torlaschi. Sono certo che ne provasse, ma non mi diede soddisfazione e iniziò a ridere. Mi sedetti di fianco alla bara e per qualche minuto parlammo con naturalezza. Notai sul suo viso un crescente rossore mentre cercava di allentarsi la cravatta e di sbottonare la camicia. Non m'implorò di lasciarlo uscire. L'ultima cosa che vide fu il mio sorriso malevolo.

 

Ho creduto che fosse finita. Nessuno si era preoccupato della sua sparizione. Era andato via così com'era ricomparso.
Allo scoccare della mezzanotte del primo anniversario della sua morte, Torlaschi ha grattato al vetro della finestra della mia camera da letto. Era vestito come lo avevo seppellito. Il volto paonazzo, gli occhi sporgenti, la bocca aperta alla disperata ricerca di ossigeno. E rideva. È rimasto lì per qualche minuto, poi mi ha salutato ed è sparito. So che tornerà. Ho un fucile, ma potrebbe non bastare. Prometto che, se dovesse accadermi qualcosa, continuerò a tormentarlo anche dall'oltretomba.
Ecco! Mi sembra di sentire risate nei sotterranei…

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @Luca Trifilio ,

ho letto con piacere questo tuo racconto.

Riesci molto bene a far crescere le aspettative nel lettore, creando un'atmosfera d'attesa, carica di brividi sinistri.

Quello che all'inizio appare come una scaramuccia tra ragazzini, cresce con il tempo e si amplifica nelle azioni.

Certamente è voluto, ma alcuni "scherzi" sono veramente esagerati, e non credo sia credibile che due persone (seppur sadiche...) possano davvero continuare a frequentarsi dopo aver vissuto quei trascorsi...

 

Alle ‎03‎/‎05‎/‎2018 at 17:27, Luca Trifilio ha detto:

Si trasferì e non ci vedemmo per anni. Di frequente, però, ci mandavamo una lettera per ricordare la giovinezza trascorsa insieme e per dirci quanto ci volessimo bene. 

Ma veramente si vogliono bene o è un ulteriore presa in giro?

Perchè perdere tempo a scriversi se non fossero legati da vero affetto?

Il rapporto tra questi due, ormai uomini grandi e grossi forse è la parte più misteriosa dell'intero racconto...

 

Quando poi lo trova a letto con la moglie si sfiora vagamente l'assurdo: come può un uomo continuare a frequentare un "amico" che è riuscito a fare questo? ( per non parlare della moglie che sicuramente al corrente dei fatti, si presta a questo adulterio... ma dico, se proprio lo voleva tradire non poteva farlo con qualcun altro? Così diventa doppiamente complice! E se tra i due c'è una "sfida in atto" per lei invece si tratta di una scelta consapevole: fatta per colpire dove fa più male).

A questo punto il racconto strizza l'occhio al finale: il lettore appena sa che Gurrieri ha un'agenzia di pompe funebri, riesce a fare due più due e si aspetta qualcosa di simile a quello che poi accadrà.

Il fatto che poi Torlaschi diventi un'anima in pena che non trova il riposo nella pace eterna, è l'elemento che cerca di ridare una scintilla di vitalità al brano, che però non riesce (a parere mio) perfettamente nell'intento (già comunque anticipato all'inizio).

Racconto scorrevole, corretto e farcito di quell'alone dark che a me piace tanto e che non può non piacermi!

L'unica cosa che mi sento di dirti ( giusto per dirti qualcosa!) è appunto questo voler calcare troppo la mano, rasentando l'assurdo e il verosimile nel rapporto particolare che hanno i due "amici": s'intuisce chiaramente che l'intento è quello di rendere il brano grottesco e esagerato, per giustificare sia la parte del "sepolto vivo" sia quella del morto che ritorna.

Ma, secondo me, questa forzatura fa perdere qualcosa alla storia.

Due parole sul titolo: che c'entra? Cioè, nel contesto è poco giustificato. Non credo che si riferisca al coperchio della bara nella quale viene sepolto vivo Torlaschi, perchè al limite dovrebbe intitolarsi L'oblò, ma non avrebbe senso davvero. Riflettendoci potrebbe essere un richiamo al proverbio: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi, e anche in questo caso sembrerebbe (a me) ancora un pò forzato.

Giusto due osservazioni a questo bel pezzo.

Complimenti.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Ciao @caipiroska, ben ritrovata. :)

 

Come hai tu stessa evidenziato nel tuo commento, il brano è giocato per intero su toni grotteschi. Parte realistico e sfocia pian piano nell'inverosimile e, infine, nel soprannaturale. Ogni aspetto è rivolto proprio a creare quel risultato. Lo scopo, se proprio vogliamo trovarne uno, è di calare il lettore in una vicenda fuori dal tempo e anche fuori dalla logica, intrattenendolo in maniera - si spera! - piacevole.

 

Data questa premessa, capirai bene come io non sia in grado di rispondere ad alcuno dei tuoi dubbi. Si vogliono bene sul serio? L'intero rapporto è pura finzione e in realtà li unisce un reciproco odio? Possibile che rimangano in rapporti buoni, o comunque civili, dopo quanto accade tra loro? Nel mondo del racconto, a quanto pare, questo è possibile.

 

Sul titolo posso dirti che è quello utilizzato nel MI al quale partecipai. Non ne sono mai stato granché convinto nemmeno io, ma l'ho mantenuto anche in questa sua "seconda edizione". Il riferimento è comunque proprio al coperchio della bara.

 

Ti ringrazio molto per la lettura e per l'apprezzamento di questa piccola follia.

 

Alla prossima! 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Che bello!!

 

Tiè! Scacco matto!

Ho pensato alla fine

 

Per tutto il tempo mi ha fatto pensare al film "Amami se hai coraggio" di Yann Samuell, inappropriata traduzione del titolo originale "Jeux d'enfants".

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
4 ore fa, mhayli ha detto:

Per tutto il tempo mi ha fatto pensare al film "Amami se hai coraggio" di Yann Samuell, inappropriata traduzione del titolo originale "Jeux d'enfants".

 

Pur essendo appassionatissimo di cinema - forse ancor più che di letteratura -, non conoscevo il film. Quindi due volte grazie: per il passaggio e per il suggerimento. Lo vedrò quanto prima!

 

Ciao @mhayli:)

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Crea un account o accedi per lasciare un commento

Devi essere un utente per inserire un commento.

Crea un account

Iscriviti per un nuovo account nella nostra community. È facile!

Registra un nuovo account

Accedi

Sei già registrato? Accedi qui.

Accedi Ora

×