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Edison

[MI112] FNG

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Traccia di mezzogiorno: "La descrizione di un attimo"

 

Che ne sai tu del Vietnam, fottuto novellino?

La verità non è né nella faccia di Cronkite alla televisione, né nelle pagine di Stars and Stripes. Per me e per te, due blu-boys lontani dalla loro tan town, la verità si conquista giorno per giorno, metro per metro, ogni volta che usciamo in missione.

Ci tieni così tanto a sapere che cosa ne penso io del Vietnam?

Tanto per incominciare sciacquati la bocca con la candeggina prima di aprirla. Sei parte della gloriosa 101° divisione aviotrasportata, l’aquila urlante, corpo militare già bravo a dire la sua in Normandia e sulle Ardenne contro i nazisti. In secondo luogo non credere di essere migliore o peggiore di altri, tanto meno di quei peckerwoods che ti hanno scansato per tutto il viaggio fino a qui.

Ti ho visto quando sei arrivato. Puzzavi ancora di mondo e avevi quella faccia da Jim Crow tanto capace di buscarsi una pallottola da un honky con i nervi tesi. Sapevo che avresti zampettato fino a me a chiedere aiuto, non hai visto molti sergenti con il tuo stesso colore della pelle, vero?

Per farti capire che ne penso io del Nam, bro, ti racconto la storia di Tim Murphy.

Ce lo consegnarono a febbraio. Era biondo, diciannove anni, alto un soldo di cacio e con occhiali spessi due dita: un fior fiore di ciliegina. Da quanto seppi poi, era figlio di un hard-hat di Chicago e la sua partecipazione alla guerra era più per soddisfare il desiderio paterno di ben figurare che per propria convinzione.

Parlava troppo e male. Elencava quello che aveva lasciato a casa, facendoci ammattire tutti quanti di nostalgia. Poi il tenente, che è un mustang e sa come vanno queste cose, lo prese da parte e gli spiegò quale buona idea sarebbe stata darci un taglio con i ricordi.

Allora si mise a citare poeti e scrittori di non so dove e, quando comprese di non avere seguito, decise di rannicchiarsi e stare per le sue. Non fumava, non beveva e non imprecava; mai visto con una ragazza e non penso che ne avesse mai toccata una. Un giorno il vecchio Dutch lo volle trascinare da una hootchgirl e lui si mise a ragliare di peccati mortali facendosi ripetutamente il segno della croce.

Dopo un po’ iniziò a balbettare. Alla fine lo chiamammo Nordo. Gli short-timers lo scantonavano e nessuno avrebbe scommesso che sarebbe stato all’altezza delle aspirazioni famigliari.

Sia tu che lui avete scelto il momento sbagliato per essere FNG, se mai ce ne è stato uno giusto. È da prima della mia partenza che le cose per noi si stavano mettendo male quaggiù. Non c’era bisogno che Mc Namara da falco diventasse a colomba per capirlo; già nel ’67 si bruciavano le cartoline precetto e il movimento pacifista stava guadagnando terreno. Inoltre grazie al signor King e alle Black Panthers la nostra gente sta finalmente uscendo dal bozzolo ed è tutta unita a dirci di non combattere la guerra dell’uomo bianco.

Da quando poi Nixon ha deciso di ritirare le truppe e scodellare la patata bollente al governo di Saigon, nessuno vuole essere l’ultimo americano che qui ci lascia la pelle.

Sono aumentate le diserzioni, gli ammutinamenti e le frammentazioni. In giro ci sono alcuni giornali clandestini che offrono taglie per la testa di ufficiali o graduati odiosi. Un po’ di tempo fa ho letto di una ricompensa di diecimila dollari per chi eliminava Honeycutt, il tizio al comando a Hamburger Hill.

Così in un plotone, se si vuole sopravvivere in un’azione, bisogna conoscere ogni cosa di ogni compagno. Basta un’alzata di ciglia o uno scuotimento di testa per interpretarne il pensiero e, magari, usarlo per uscire dai guai. Un FNG è un’incognita: nessuno sa come si comporterà al momento del dunque e potrebbe essere un maledetto rischio per tutti. Ti lascio immaginare quanta simpatia avesse raccolto un tipo schivo come Nordo.

Io lo affidai come servente a Billy Joe Cowley, un redneck dell’Alabama, lifer e bogart, ma buono ad abbattere i gooks con il suo maiale come birilli al bowling. Non gli piacque l’idea, ma dopo avermi visto dare il bacio della vita a un suo amico ridotto male a Hamburger Hill, di me si fidava. Mi aveva detto: «Io, i negri, li odio, ma tu sei okay».

Un giorno Nordo venne da me piagnucolando per il fatto che tutti lo odiassero. Io gli domandai. «Che ci sei venuto a fare qui, figliolo?»

«Volevo sapere quanto valgo», mi fece lui.

Ci guardammo negli occhi poi gli sussurrai. «Verrà il momento in cui lo capirai da solo.»

Fatto sta che a luglio finimmo nella valle di A Shau. A marzo la terza brigata aveva ricostruito la base di fuoco Ripcord. Era su un’altura e, secondo i piani dell’alto comando, da lì si dovevano bombardare i nemici dall’altro lato della piana. In questo modo avremmo spianato la strada alla fanteria che avrebbe bloccato una volta per tutte i rifornimenti verso sud, transitanti per il sentiero di Ho Chi Minh.

Ma a luglio, dopo mesi di scaramucce, Charlie iniziò a martellarci sul serio con artiglieria e cecchini. Eravamo circondati da ogni parte, si è parlato di un rapporto di forze a noi sfavorevole di dieci a uno. Noi ribattevamo con il Nape, il rock and roll e i bloopers. I big boys scaricarono su di loro tonnellate di piombo. Ricevevamo provviste e rinforzi con i chinooks, ma i dinks non mollavano e ogni giorno provavano a sfondare. Quando uno dei nostri elicotteri esplose sopra un deposito di munizioni mi sembrò che l’intera montagna rabbrividisse.

La nostra compagnia faceva la guardia a una delle colline intorno. Eravamo immersi nella vegetazione e ci nascondevamo dietro ripari di fortuna. Ovunque ti voltavi era l’inferno: urla, schioppettate, botti. Charlie ci veniva addosso a ondate, almeno non eravamo noi a doverci muovere come a quota 937. Jimenez, Malone e Collins erano stati feriti, il tenente reclamava rinforzi alla radio senza successo e notavo nel volto degli altri la convinzione di non riuscire a tornare indietro con le proprie gambe.

Mi strisciò accanto Gus Schneider. Canticchiava “We gotta get out of this place” e grondava sudore come se fosse uscito da una sauna. L’avevo sistemato in una buca più in basso, insieme a Billy Joe e Nordo, e si era avventurato indietro per recuperare munizioni e acqua. Io gli domandai del pivellino, lui mi fissò negli occhi e relazionò: «Ha perduto la borraccia e sta facendo casino con i rotoli. Billy gli ha mollato un pugno e gli ha detto che ci farà ammazzare se non usa la zucca».

Più tardi ci fu un’esplosione vicino a loro. Gus e Billy Joe se la cavarono con qualche scheggia. Nordo, l’unico illeso, dovette pensare però che fossero stati unti entrambi poiché non li degnò di un’occhiata. Afferrò una Willie Pete e corse a rotta di collo giù per il pendio verso un mucchio di musi gialli in avanzamento. Gridava: «Sono il dio della morte, sono il dio della morte».

Non so come, ma giunse tutto intero a pochi passi da loro, poi qualcuno gli fece saltare la testa. Nessuno andò a recuperarlo. Un’intera vita riassunta in un secondo.

Il ventitré fummo costretti ad alzare le terga con gli Huey. Ritornati qui a Camp Cambell contammo settantacinque ragazzi sprecati nel corso della battaglia, tra cui il comandante, il colonnello Lucas, fregato mentre dirigeva la nostra ritirata. A Ripcord non ci è tornato più nessuno, soprattutto dopo che i B-52 hanno fatto piazza pulita.

Quello che ti voglio dire, FNG? Come Nordo avrai anche tu il tuo attimo, la tua occasione. Comunque ti vada, non sperare di tornare indietro come sei partito. Il lato positivo? Questa guerra è un grosso affare per i pestaterra a Washington e tanto vale che anche noi ci ricaviamo qualcosa. Pertanto intascati i cinquantacinque dollari di soprassoldo per ogni uscita che farai, è molto di più di quanto prenderesti come John Henry dall’altra parte del grande umido. Provvedi inoltre di non sperperarli tutti in flatbackers o hash.

Se poi ti dovesse dire male, consegnerò ai tuoi genitori il numero di telefono del padre di Nordo. Sicuramente avrà una risposta diversa per tutto questo. Io non ce l’ho.

 

 

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Credo che siano necessarie alcune spiegazioni.

Nel corso della guerra del Vietnam i soldati americani elaborarono un gergo tutto loro, il Nam-speak, a cui si aggiunse il Soul Brother Dictionary, il vocabolario dei ragazzi di colore. Ecco il significato dei termini che ho usato nel racconto, dove ho potuto o dove ho ritenuto opportuno, li ho tradotti in italiano.

·     Alzare le terga: evacuare.

·     Bacio della vita: la respirazione artificiale.

·     Big boys: l’artiglieria.

·     Blooper: il lanciagranate M79.

·     Blue boy: soldato di colore.

·     Bogart: Accanito fumatore di marijuana.

·     Bro: abbreviazione di brother, fratello.

·     Charlie: il nemico (da una designazione militare ufficiale).

·     Chinooks: grosso elicottero da trasporto.

·     Ciliegia, ciliegina: verginella, persona inesperta.

·     Colomba: persona contraria alla guerra.

·     Dall’altra parte del grande umido: dall’altra parte dell’oceano, cioè in patria.

·     Dink: insignificante, vietnamita.

·     Falco: persona favorevole alla guerra.

·     Flatbacker: prostituta.

·     FNG (fucked new guy): fottuto novellino.

·     Frammentazione: uccidere un ufficiale incompetente lanciandogli una granata a frammentazione nella tenda.

·     Gook: vietnamita.

·     Hard-hat: operai edili, rudi, gran bevitori di birra, patriottici e strenui sostenitori dell’intervento americano in Vietnam. Si contrapponevano ai movimenti pacifisti.

·     Hash: hashish

·     Honky: uomo bianco

·     Hootchgirl: giovane ragazza vietnamita.

·     Huey: l’elicottero UH-1.

·     Jim Crow: menestrello negro, simbolo della segregazione razziale.

·     John Henry: un civile nero.

·     Lifer: soldato di carriera.

·     Maiale: la mitragliatrice M60.

·     Mondo: gli Stati Uniti.

·     Mustang: ufficiale che prima era stato soldato semplice.

·     Nam: il Vietnam.

·     Nape: il napalm.

·     Nordo: persona che ha scarsa capacità di comunicazione.

·     Peckerwood: povero bianco del sud.

·     Pestaterra (ground puonder): un amministrativo.

·     Redneck (collo rosso): contadino del sud, povero e fanaticamente razzista.

·     Rock and Roll: fuoco automatico

·     Short-timer: soldato a cui mancano meno di trenta giorni per finire l’anno di leva.

·     Sprecare: uccidere (da cui si intuisce che opinione avessero i soldati della guerra).

·     Tan town: ghetto di persone di colore.

·     Unto: ucciso.

·     Willie Pete: granata al fosforo.

In più:

·     Cronkite (Walter): famoso commentatore televisivo, capace di impersonare le preoccupazioni dell’americano medio.

·     Mc Namara (Robert): segretario alla difesa, favorevole alla guerra.

·     Stars and Stripes: giornale delle forze armate che rispecchiava la propaganda dell’alto comando.

 

La maggior parte delle informazioni inserite sono state ricavate da NAM, pregevole enciclopedia in due volumi sulla guerra nel Vietnam. Per quelle riguardanti la battaglia di Ripcord, combattuta dalla 101° divisione aviotrasportata e tenuta segreta al popolo americano fino al 1985, ho setacciato il web.

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È un racconto senz'altro molto dettagliato (se non avessi messo la descrizione di eventuali termini mi sarei persa!) ;) 

tutto sommato è un buon testo, preciso, ricco di azione. Bravo!

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@Edison Ti premetto che i racconti farciti di termini anglofoni o comunque in linguaggio simil-straniero, neologismi e gerghi particolari, mi rallentano terribilmente la lettura e inficiano un po' l'esperienza.

Detto questo, che però va valutato come un mio limite, anzi a te un plauso per la ricerca che hai svolto nel documentarti, il tuo racconto è molto coinvolgente.

Ottima la scelta della seconda persona, per far calare il lettore nei panni del novellino che riceve le informazioni dal veterano.

Sei molto abile nel ricostruire lo scenario, dettagliare i particolari degli eventi che funestarono quella guerra terribile.

E altrettanto bravo sei stato nel presentarci i vari attori, per bocca del veterano narrante. Tutti alle prese con il loro vissuto e con l'incognita di un futuro incerto e appeso a un filo.

Durante la lettura ho ricostruito nella mia mente i terribili scenari che hai descritto, le paranoie dei vari marines descritti dal veterano, insomma la tua scrittura è efficace e funzionale.

 

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Si dice "scrivi di ciò che conosci", e dall'alto della mia ignoranza mi pare che nonostante l'ambientazione tanto particolare tu sia riuscito a rispettare questa direttiva. Coinvolgente, americanissimo, credibile per quel poco che ne conosco io (il lettore medio? Magari la rappresentante di una generazione). Anche il messaggio che comunichi, assieme al punto di vista sulla guerra e sulla vita in generale, è molto convincente. Per quel che vale, mi è piaciuto!

 

Ti segnalo questo piccolo refuso:

18 ore fa, Edison ha detto:

Non c’era bisogno che Mc Namara da falco diventasse a colomba per capirlo;

 

Mentre questa espressione mi ha mandata in crisi, ma a volta mi succede di non riconoscere modi di dire che sono anche comunissimi, quindi c'è un'ampia probabilità che il problema qui sia mio :asd:.

18 ore fa, Edison ha detto:

un’alzata di ciglia

 

A rileggerti!

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Ciao @Sarettyh, @Federico72 e @Freedogs

 

vi ringrazio per il passaggio e i complimenti. Vi dirò che appena ho letto la traccia del contest mi sono fiondato a rileggere i testi per rispolverare le informazioni storiche che ho inserito nel racconto. Purtroppo, come ho segnalato, non ho potuto e voluto tradurre tutte le parole dall'inglese all'italiano. Secondo me l'intera struttura avrebbe perso efficacia e credibilità.

2 ore fa, FreeDogs ha detto:

Mentre questa espressione mi ha mandata in crisi, ma a volta mi succede di non riconoscere modi di dire che sono anche comunissimi, quindi c'è un'ampia probabilità che il problema qui sia mio

Nessun problema: l'espressione può essere modificata in uno spalancare gli occhi, in modo da avvertire sorpresa o pericolo.

Grazie ancora e alla prossima.

 

Edison   

 

 

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Ospite Rica

@Edison buongiorno! :)

 

Il tuo brano è molto molto ben scritto, a mio avviso. Esprimi una scrittura consapevole e molto curata. Durante la lettura ho faticato nella comprensione, poi ho letto il "dizionario" e tornando sul testo la lettura è volata via liscia.

 

Un brano molto denso, in tutti i sensi. Personaggi e informazioni sono ricche e abbondanti. Forse fin troppo. Ma hai saputo calibrare bene il tutto e inserirlo negli 8000, difficile secondo me farlo con un testo così. Quindi non posso che dirti "bravo". :sss:

 

Inoltre, penso che questo lavoro possa essere la base per una futura dilatazione del racconto in un testo più lungo, che ti permetta di sviluppare in modo più organico le informazioni e la storia.

Questo non toglie tu abbia saputo condensarle, secondo me anche molto bene, in questa che considero davvero una buona prova.

 

Se dovessi ampliarlo, potresti inserire info tacite sulle parole che utilizzi, evitando così un “glossario” a parte e distribuendo ilmtutto all’interno della storia. La lettura ne gioverebbe.:) 

Ti faccio i miei complimenti.

 

A presto. 

Modificato da Rica

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10 ore fa, Rica ha detto:

Ti faccio i miei complimenti.

:rosa:

2 ore fa, Vincenzo Iennaco ha detto:

E tu sei riuscito a trasporlo magistralmente,

:grazie:

 

Il linguaggio usato è quello che reputo essere "il qualcosa in più" che invita e aiuta il lettore a calarsi nella situazione. Io non credo che sarebbe stato possibile per me scrivere un racconto sulla guerra in Vietnam senza il "Nam-speak", è stato anche una fonte d'ispirazione nella creazione della storia.

Alla prossima.

 

Edison 

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@Edison Ueilà:) Bastarda ambientazione vietnamita. Apocalipse Now.

Efficace

Alle ‎22‎/‎04‎/‎2018 at 22:40, Edison ha detto:

«Sono il dio della morte, sono il dio della morte».

Un must.

Anch'io avrei tralasciato il realismo tecnico. Piaciuto(y)

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Ciao

16 ore fa, Befana Profana ha detto:

Tra l'altro mi ha riportato alla "banda" di soldati spediti sulle tracce del comandante Kurtz in Apocalypse Now, le loro storie, le loro emozioni.

Sono lieto che il mio racconto ti sia piaciuto. Più che ad "Apocalypse Now" mi sono ispirato ai rapporti interrazziali che la guerra del Vietnam aveva pesantemente rimesso in discussione. Ecco perché il protagonista della storia è un sergente di colore e a essere predominante è il suo punto di vista sul conflitto. E' stato un piacere leggere il tuo commento.

1 ora fa, camparino ha detto:

Bastarda ambientazione vietnamita.

In effetti ci tenevo che tutti i mali della guerra fossero affrontati, sebbene in modo sbrigativo (causa gli ottomila caratteri), nel racconto. In questo modo il lettore poteva farsi una sua personale idea  e conoscere alcuni aspetti che non reputo essere stati evidenziati nei film americani. La scelta di Nixon di ritirarsi dal Vietnam, le differenze sociali (hard-hats contro pacifisti, bianchi contro afroamericani), lo spreco di intenti risorse contribuirono al crollo del morale e alla definitiva sconfitta. Sono contento che il testo ti sia piaciuto e grazie per il passaggio.

20 minuti fa, AdStr ha detto:

Quando non si accettano mezze misure, bisogna fare così come tu hai fatto.

L'uso del gergo è stato un rischio che comunque ho deciso di affrontare sia per rendere il racconto più plausibile, sia per permettere al lettore di vivere a fondo l'esperienza di quel tragico periodo. Ho voluto inserire nel testo due slang diversi (quello generale e quello dei soldati di colore) appunto per sottolineare come il Vietnam permise a due culture, separate in patria, di venire in contatto e destabilizzare i rapporti sociali fino ad allora molto marcati. Non credo che, eliminandolo o riducendolo, sarei rimasto soddisfatto del lavoro. Grazie per il commento e i complimenti.

Alla prossima.

 

Edison 

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Beh, non si può certo dire che tu sia un F.N.G. della scrittura, honky @Edison, non sei proprio una ciliegina.

Bel fottutissimo pezzo, bro, magari per scriverlo ti sei fatto un po’ di hash, anche se secondo me  non sei un bogart.

Ti dirò solo che a casa ho una tenda originale di un comando U.S.A. che mi ha portato dal Nam mio suocero, un comandante di nave che portava lì, dall’altra parte del grande umido, carburante per gli Huey e i Chinooks. Mi ha detto di non aver mai visto un charlie, ma qualche flatbacker, quella probabilmente sì, conoscendolo. Non era certo un pestaterra, con tutti i suoi difetti.

Quando la monto in giardino mi aspetto sempre di vederci uscire un mustang col suo bravo maiale o la sua Willie Pete, canticchiando “Lookin' Out My Backdoor”.

Ma adesso alzo le terga e ti lascio. Ancora complimenti, anche se mi hai quasi unto con tutta questa terminologia.

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ciao @Edison

ripeto ciò che è stato detto, il racconto è scritto bene e la messa in scena di ciò che succede è realizzata alla grande. Il problema sono i tecnicismi, gli intercalare, i neologismi e i termini anglofoni: sono troppi. Io che sono cresciuto coi film che parlano del Vietnam ho fatto fatica, qualcuno lo conoscevo e altri li ho individuati per intuito, ma la maggior parte ho li ho dovuti scoprire tramite la tua lista. Immagino qualcuno più giovane che si trova a leggere. Io ti consiglio di sfoltirli e nemmeno poco (almeno la metà). Al massimo avresti dovuto metterli all'inizio, sotto spoiler, ma anche così la lettura sarebbe risultata spezzata. Comunque l'atmosfera alla seconda lettura viene fuori potente, il problema è che ormai si sa dove si va a parare.

Alla prossima 

:plata: 

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Ospite

Ciao @Edison, hai fatto una scelta precisa, che rispetto in toto. Oltre a ciò, aggiungo che l'ho anche apprezzata.

 

Infatti, se è vero - come alcuni ti hanno fatto notare - che la lettura è un po' ostica, lo è altrettanto il fatto che è anche grazie alla massiccia presenza di slang specifico che il lungo discorso assume piena credibilità e coerenza.

 

Per questo motivo mi sento di appoggiare la tua scelta. Inoltre, è proprio questo lo spazio per sperimentare, per battere nuove strade, fare scelte al limite - alcune sbagliandole anche, com'è giusto e naturale.

 

Un valido lavoro. A rileggerti!

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6 ore fa, Macleo ha detto:

Bel fottutissimo pezzo, bro, magari per scriverlo ti sei fatto un po’ di hash, anche se secondo me  non sei un bogart.

Hai ragione, non sono un bogart. Sono contento che il pezzo ti sia piaciuto e mi ha fatto piacere aver creato con te la giusta empatia tra personaggi e lettore. 

Il brano voleva basarsi su un sunto delle varie problematiche che il Vietnam ha messo in evidenza, slang compresi.

7 ore fa, Plata ha detto:

il racconto è scritto bene e la messa in scena di ciò che succede è realizzata alla grande.

Ti ringrazio per i complimenti. TI confesso che il Nam-speak è molto più complesso e articolato. Quello che hai letto è solo una quinta parte.

2 ore fa, Luca Trifilio ha detto:

Un valido lavoro.

Mi ha fatto piacere il tuo passaggio e i tuoi complimenti. Ti rivelo che lo slang utilizzato e le tematiche affrontate, seppure parzialmente, nel testo avrebbero dovuto rimanere sul fondo per dare al racconto coerenza e credibilità. Ciò che mi interessava era, in ossequio alla traccia esposta, evidenziare come la guerra porti all'estremo persone pacifiche e come la morte riduca la loro esistenza a un attimo, nonostante quanto fatto in passato.

Alla prossima.

 

Edison

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Bravo @Edison l'ho letto d'un fiato fidandomi di te, non ho capito tutto, ma ne ho capito il tono, il senso e il sentimento. Scritto benissimo. Lascerei tutto così, sposterei solo le spiegazioni all'inizio. :) Molto bene.

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@Edison Ho trovato questo racconto davvero bellissimo. Ovviamente sono (siamo) sempre propensi a dire che troppi dettagli tecnici inguaiano il lettore, lo lasciano fuori dal racconto (dal mondo narrato), ma - non so chi di voi ci abbia fatto caso - il personaggio che ammonisce il novellino è un uomo di rango, con il suo vissuto da militare che parla ad un altro militare che conosce benissimo ogni singolo riferimento, a questo punto ci si rende conto che un militare non potrebbe parlare diversamente. Appena ho visto la lunga legenda ho preferito ignorarla, mi sono detta: vediamo cosa riesco a capire. Ebbene, quello che c'era da comprendere l'ho compreso e questo è un valore che ha il racconto, è una bravura mostrata dall'autore. È chiaro che conoscendo tutti i riferimenti il pezzo avrebbe avuto più gusto, ma quello che ho letto è un lavoro eccellente. Mi fa dire: A me qualche particolare sfugge, ma lui lo ha scritto veramente bene, per la miseria. 

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Il racconto è ben scritto e curato per la ricerca dei termini usati. L'unico neo è che la guerra del Vietman è stata mostrata ormai in tutte le salse e questo fa perdere un po' la scoperta del brano. Rimane comunque un buon testo.

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Ciao @Edison, bellissimo racconto, denso e potente. Ho cominciato a leggere e non ci ho capito niente, poi ho pensato che bastava ignorare i termini sconosciuti che sono importanti perché danno sapore al toto, ma non apportano elementi narrativi, quindi andava bene così. 

Alle 22/4/2018 at 23:40, Edison ha detto:

mi sembrò che l’intera montagna rabbrividisse.

molto bella questa frase

Mi sono piaciute molto anche : "puzzi ancora di mondo" e la frase

Alle 22/4/2018 at 23:40, Edison ha detto:

Elencava quello che aveva lasciato a casa, facendoci ammattire tutti quanti di nostalgia.

 

Però non so qual'è l'istante clou del racconto, io non lo so cogliere.

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19 ore fa, paolati ha detto:

l'ho letto d'un fiato fidandomi di te,

Ciao, ti ringrazio per il commento, l'apprezzamento e la fiducia. L'idea era quella di evidenziare il comportamento di una persona quando giunge al limite in una situazione a lui aliena. Come sarà quell'attimo, quel "momento del dunque"? Come si comporterà? Il Vietnam, ferita ancora aperta, doveva rimanere sullo sfondo.

19 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

il personaggio che ammonisce il novellino è un uomo di rango, con il suo vissuto da militare che parla ad un altro militare che conosce benissimo ogni singolo riferimento, a questo punto ci si rende conto che un militare non potrebbe parlare diversamente.

Hai centrato in pieno il punto. Soprattutto negli stati poveri del sud degli Stati Uniti dove la segregazione razziale era ancora molto forte e violenta (vedi "Mississipi Burning") il servizio militare era per un uomo di colore una delle poche risorse per uscire dalla miseria e da una vita ai margini della società. Il sergente narrante è un lifer (uno che ha firmato a vita). Probabilmente è partito da soldato semplice e poi è riuscito a ottenere i gradi sul campo grazie ai suoi meriti. Dopo anni trascorsi nella giungla non poteva che parlare così. Purtroppo il lessico usato voleva dare semplicemente coerenza e credibilità al testo e, secondo i miei progetti, restare sullo sfondo. Il tema da focalizzare era il comportamento di Nordo durante la battaglia. Quell'attimo in cui la vita cambia del tutto. Ti ringrazio per i complimenti e per il commento lusinghiero.

17 ore fa, M.T. ha detto:

Rimane comunque un buon testo.

Ti ringrazio per il passaggio e il complimento. Mi piacerebbe vedere un film in cui si mostra il punto di vista di un soldato vietnamita o di un vietcong.

10 ore fa, Kikki ha detto:

Però non so qual'è l'istante clou del racconto, io non lo so cogliere.

Il momento più importante era il comportamento di Nordo durante la battaglia. Ho voluto immaginare come un ragazzo del ceto medio americano e inabile al combattimento potesse affrontare una situazione critica. Come sarebbe arrivato al momento in cui avrebbe dimostrato il suo valore. Grazie dei complimenti, molto graditi.

 

Alla prossima.

 

Edison   

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@Edison ciao! Che il racconto sia ben scritto è un dato di fatto. Ammiro le tue conoscenze in un campo non tanto a me congeniale che traspirano da ogni riga. Sono però io che non amo particolarmente la narrativa "militare", e in questo caso la scrittura densa di termini, un po' troppi per il mio gusto, ha reso la lettura ostica e poco coinvolgente. Tuttavia riconosco il valore della narrazione, la ricerca che c'è dietro a ogni tuo pezzo, la passione che ci metti sempre. Anche se non nelle mie corde è una prova più che buona. Bravo. 

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Caro @Edison

Sono sinceramente colpito da questa tua rappresentazione di uno spaccato di vita al fronte del Nam. Al pari di Verga, che con incredibile sforzo stilistico riusciva a modellare il sui registro linguistico, fino a scendere al livello di un narratore dell'ambiente descritto, così tu riesci a farci entrare nella testa di un vet che si confida con un fng. 

Credo che lo sforzo al realismo che hai operato sia stupefacente, nonostante l'uso dello slang sia così abbondante da costringere il lettore a continue e lunghe pause documentative  (grazie per il glossario :asd:

Ti dico subito che il dubbio (l'unico che mi sento di esprimere apertamente) che ho sul testo sta proprio nell'abbondanza dei termini gergali, ovvero: siamo davvero sicuri che chi possedesse tali cognizioni linguistiche ne facesse un uso così continuo e reiterato all'interno del parlato quotidiano?  Soprattutto nei confronti di un novellino che presumibilmente non aveva la stessa esperienza? 

 

Ripeto, questo è l'unico dubbio e tutto sommato non è nemmeno così grave. Forse qualche termine in meno velocizzerebbe la lettura, ma certamente lo stile ne uscirebbe alterato. 

 

La scelta del tema storico è molto coraggiosa. Parlare del Vietnam oggi, a più di 40 anni dalla guerra che ha infiammato le coscienze di mezzo mondo, non è affatto facile, soprattutto dopo l'enorme quantità di materiale culturale che è stata prodotta da allora (film,  documentari, libri ecc...).

Per questo hai saggiamente puntato ad un aspetto universale e quindi sempre valido di questo topos narrativo, ovvero l'effetto straniante della guerra,  che manipola e conforma il pensiero umano alla logica cinica del homo-homini-lupus. 

In questo senso credo che il racconto, anche e soprattutto oggi, possa essere ancora valido e di interesse. 

A tal proposito, però, occhio a non esagerare con le peculiarità del Vietnam in sé, a discapito del suo significato emblematico come guerra insensata in sé  ;)

 

Insomma, tutto questo per farti i miei più sinceri complimenti e motivarti a migliorare il racconto, magari in vista di qualche concorso ;)

 

Confesso che eri una delle mie nomination, ma poi qualcuno ha saputo colpirmi di più.

Alla prossima! 

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5 ore fa, Emy ha detto:

uttavia riconosco il valore della narrazione, la ricerca che c'è dietro a ogni tuo pezzo, la passione che ci metti sempre.

Grazie per il commento e i complimenti. Non avrei accettato di scrivere un racconto sul Vietnam senza utilizzare il gergo del tempo che, per quanto complesso, imprime coerenza al testo.

3 ore fa, ITG ha detto:

Oltre a una capacità di scrittura ottima trovo significativo l'approccio quasi professionale che hai nello strutturare i contorni del racconto.

Così mi fai sciogliere. Ti dirò che, appena ho letto la traccia ho pensato subito alla guerra in Vietnam e al modo che ebbe di cambiare le persone che la vissero, sia in patria, sia sul campo di battaglia. L'enciclopedia "NAM" in mio possesso è stato un valido aiuto in quando non racconta solo il conflitto nel suo aspetto storico, ma reca le testimonianze del soldato semplice o dell'americano medio travolto da qualcosa inaspettatamente più grande di lui.

2 ore fa, Nerio ha detto:

siamo davvero sicuri che chi possedesse tali cognizioni linguistiche ne facesse un uso così continuo e reiterato all'interno del parlato quotidiano?  Soprattutto nei confronti di un novellino che presumibilmente non aveva la stessa esperienza? 

Il NAM-speak è molto più complesso. Quello che ho usato nel testo rappresenta solo una quinta parte. L'FNG era l'ultima ruota del carro, nessuno gli spiegava niente e si supponeva che o fosse in grado di cavarsela da solo o che imparasse guardando gli altri. Pertanto un veterano, abituato da anni di guerra a parlare in un certo modo, non avrebbe avuto scrupolo a usare il suo gergo, un po' per risparmiare tempo, un po' perché ormai incapace di esprimersi in altro modo. Inoltre i due protagonisti della storia sono entrambi di colore e si suppone che siano inclini a parlare con lo slang della loro gente ("dall'altra parte del grande umido", "Redneck" e "Peckerwood" sono termini di tale vocabolario, il "Soul Brother Dictionary"). Ti ringrazio per il passaggio, i complimenti e i suggerimenti.

Alla prossima.


Edison 

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Ciao @Edison, l’idea è buona, la documentazione dietro la scrittura sicuramente lodevole. Ma più che un racconto, lo considererei un esercizio di scrittura: la coerenza stilistica in questo caso rema contro la leggibilità, il coinvolgimento del lettore e la scorrevolezza del testo, a mio modesto parere. Questo è un forum di scrittura, e io, da ”lettore semplice”, mi sono imposto di arrivare fino alla fine; ma, detto sinceramente, se avessi avuto tra le mani in libreria un libro con un incipit del genere, l’avrei rimesso tra gli scaffali. Restano i punti positivi che ti ho detto all’inizio, che sono delle frecce formidabili nella tua faretra di scrittore (y)

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Ciao @DoubleD,

grazie per il passaggio, i complimenti e i suggerimenti.

Ero sicuro che un gergo alieno avrebbe rallentato la lettura, ma non me la sentivo di eliminare tali parole dalla storia. Per me rispettare il contesto storico è altrettanto importante di elaborare una buona trama.

Alla prossima.

 

Edison

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