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Kikki

[MI 111] Il capretto

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Tema di mezzogiorno

 

Anna e Giorgio vivono nella loro casa da tutta la vita. È una casa bassa composta da un grande salone, due stanze da letto, una cucina e un bagno.

D'inverno la vita si svolge quasi tutta nel soggiorno dove ci sono la stufa a legna, il televisore, i due divani dove si riposano e il tavolo per mangiare.

Carlo, il figlio, è partito anni prima per studiare all'estero, finiti gli studi ha trovato lavoro e si è stabilito. In vent'anni è tornato due volte, per un totale di ventotto giorni.

Anna e Giorgio hanno compiuto ottanta anni.

Lui cammina trascinando le gambe, lei piegata in due. Lui passa la giornata sdraiato sul divano, oppure seduto sulla sedia di plastica in cortile e aspetta di morire. Lei si alza con il sole, accende la stufa, allaccia dietro la nuca il fazzoletto che le copre i capelli ed esce di casa. Non importa il tempo che fa: contro il vento, sferzata dalla pioggia o scaldata dal sole, Anna copre le poche centinaia di metri che separano la casa dal recinto degli animali e va ad accudirli. Hanno sei capre, una ventina di galline ruspanti e cinque conigli fuori misura. Lei distribuisce cibo a tutti, porta acqua, apre cancelli, munge le capre, le assicura con una corda lunga nel prato, in modo che riescano a pascolare, ma che non vadano a mangiucchiare i rami degli ulivi.

Dopo aver raccolto le uova, torna verso casa. Le tiene chiuse nel grembiule con una mano con cui regge anche il mastellino che ha riempito di latte.

Giorgio è sveglio ed è passato dal letto al divano.

«Dove sei stata, Anna?»

«Dove vuoi che sia andata? Dagli animali, come ogni mattina», non lo guarda neanche mentre si toglie le scarpe sorreggendosi allo stipite della porta. «Ti faccio il tè», dichiara voltandosi verso la stufa. Il bricco dell'acqua è di metallo, è sempre pieno e caldo. Per sollevarlo serve una presina. Anna non ce l'ha, così usa il grembiule.

Giorgio la segue con sguardo appannato dalla cataratta, vede l'ombra di sua moglie andare in cucina, tornare, allungare prima una mano e poi l'altra sopra il tavolo. Si avvicina a lui, ne avverte il calore, di lei e della tazza bollente.

«Grazie».

Anna sussulta. Non è abituata alla gratitudine, non ci sono parole di affetto tra di loro. Non ci sono mai state. Non sa se ci sia stato amore tra di loro, quello di cui vede tanto soffrire in televisione. Loro hanno avuto la vita che dovevano avere. Si sono sposati, hanno costruito la casa, fatto un figlio, l'hanno fatto studiare e lui se n'è andato. Hanno lavorato tutta la vita, nei campi, con gli animali, sono autonomi. Lo sono sempre stati. Non c'è niente che lei non sappia fare.

Giorgio, da giovane, per qualche anno è stato imbarcato sulle navi, così ora hanno anche una pensione. Poca roba, ma meglio di niente. Sa di aver amato suo figlio, sa di amarlo ancora. Non sa se ha mai amato suo marito. È suo marito, in fondo.

«La Zoppa partorirà presto, forse già stanotte», si riprende in fretta dall'esitazione. Ha paura che se si fermasse, morirebbe.

Giorgio ride, il tè schizza sul pavimento. Gli è sempre piaciuto vedere i capretti appena nati.

 

«Dove vai Anna?» Più che vederla o sentirla avverte il cambiamento nella luce e nell'aria. Non è sicuro dell'ora, si è addormentato sul divano con il telegiornale della sera; ora il televisore è spento. Anche la stufa a giudicare dalla temperatura. «Accendi il fuoco».

«Accendilo tu», risponde secca, senza alcuna inflessione. «Voglio andare a controllare che non abbia partorito».

 

«Sono due, Giorgio», la porta sbatte infrangendo il silenzio ovattato della casa notturna. «Giorgio!» grida Anna imperiosa. Lo scuote con il ginocchio, lui sobbalza.

«La zoppa ne ha fatti due, uno è praticamente morto, non è riuscita a raggiungerlo». Gli mette tra le braccia il fagotto umido e immobile. «Tienilo al caldo mentre prendo l'acqua per lavarlo».

Giorgio infila la mano tra la pelle tiepida e il pelo morbido e cedevole. Trova la pancia del capretto e la accarezza. L'animale respira piano, Giorgio sente le lacrime pizzicargli gli occhi spenti.

«Vivi, piccolino».

«Respira?»

Non aspetta risposte, Anna glielo prende dalle mani e comincia a pulirlo con un vecchio asciugamano bagnato in acqua calda. Mentre lo lava gli parla piano, rassicurante, con un tono che Giorgio le ha sentito rivolgere solo al figlio. Il capretto apre gli occhi appiccicosi e fa un verso. Giorgio batte le mani, Anna sorride.

«Dagli tu il latte, io sono stanca». Torna ad appoggiargli il pacchettino morbido in grembo e gli avvicina una tazza piena di liquido tiepido. In una mano gli stringe una pezzuola.

Con movimenti lenti, ma sicuri, Giorgio intinge la stoffa nel latte e la strizza tra le labbra del piccolo. Poco a poco, lui impara ad afferrarlo e lo succhia. Giorgio sente un empito di affetto che va dritto dallo stomaco alla gola. Si stende tenendo il capretto contro la pancia e si addormenta.

 

Da quando Giorgio è morto Anna lavora meno, si arrabbia meno. Non si sente sola, il capretto è sempre al suo fianco. La considera la sua mamma: gli ha dato il latte, l'ha tenuto abbracciato, l'ha seguito nei primi passi, così lui non si allontana mai troppo da lei. Se la perde di vista subito bela e lei gli dà una voce.

Anna ha dovuto lottare per insegnargli a dormire dentro la scatola di cartone e non tra le sue gambe. All'inizio lo teneva attaccato al suo corpo, un po' per non farlo sentire abbandonato, un po' per non sentirsi abbandonata lei in quel letto che non era mai stato solo suo. Dopo essersi svegliata due volte con i piedi bagnati di urina, ha capito che il capretto deve tornare a essere l'animale del cortile; o almeno del salone.

Si sorprende con gli occhi fissi sul divano che Giorgio ha occupato fino all'ultimo respiro. Ora che non c'è più scopre che non era stato solo un peso nella sua vita, capisce che il calore e la forza che sente nel cuore, sono stati prodotto di entrambi. Il capretto le lecca la mano che vaga distratta sull'accenno di corna.

Negli ultimi giorni, Anna, ha talmente male alla schiena da faticare ad alzarsi. Pensa a lungo prima di fare qualsiasi cosa. Deve liberarsi degli animali, non riesce più a starci dietro. Non riesce più a prendersi cura di se stessa quasi, come può pensare di occuparsi di loro? Il capretto no, però. Lui rimarrà con lei. Lo guarda raggomitolato sul tappetino colorato; tiene gli occhi socchiusi, a metà tra il sonno e l'estasi delle sue carezze.

Dovrebbe alzarsi per aggiungere un legno alla stufa. Forse dovrebbe andare a letto, ma ormai sente gli effetti del sonnifero che le impregnano le palpebre e intorpidiscono le gambe. Si abbandona alla pesantezza del suo corpo senza più pensarci e, poco dopo, anche la sua mente lo segue.

 

Il capretto alza la testa di scatto, come se avesse sentito un rumore forte, inaspettato. Nella stanza fa più freddo di quando si è addormentato. Controlla le ombre con la sensazione che ci sia qualcosa fuori posto. Qualcosa manca, ma non sa decidersi che cosa sia.

Si alza sulle zampe ancora non del tutto sicure e scivola sulle piastrelle di fianco alla macchina da cucire.

La sua scatola di cartone è lì dove l'ha lasciata, si assicura con un'annusata.

Va verso il tavolo e si lascia accarezzare dalla tovaglia di plastica a fiorellini blu. Raccoglie con le labbra un pezzo di patata lessa sfuggita alla forchetta di Anna.

Inquieto, torna al tappeto colorato. Infila la testa sotto la mano di Anna, ma lei non si sveglia, non si lascia sfuggire neanche un sospiro.

La spinge con la testa e scatta all'indietro; è un gioco che fanno spesso.

Lui la provoca per un po' finché lei non gli dà una pacca affettuosa e finge di essere arrabbiata per la sua insistenza.

Torna ad avvicinarsi al divano e bela piano. Lecca la mano fredda di Anna. Lecca le sue guance immobili.

Il capretto bela più forte e con più urgenza, ma Anna non gli risponde. Non ha mai tardato tanto. Lei lo rassicura sempre.

Con un salto, balza sul divano e si accoccola nella piega delle sue gambe cercando calore, ma senza trovare conforto. Nasconde la testa nella sua gonna e chiude gli occhi.

 

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Molto bello. Mi hai ricordato Il cane che guarda le stelle di Takashi Murakami :) 

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Ciao @Kikki, il tuo è un buon pezzo, scritto bene e privo di errori.

Forse rivedrei leggermente l'incipit, a mio giudizio spieghi troppe cose, lascerei qualcosa di sottinteso. Inoltre modificherei qualcosa sulla descrizione del figlio:

19 ore fa, Kikki ha detto:

Carlo, il figlio, è partito anni prima per studiare all'estero, finiti gli studi ha trovato lavoro e si è stabilito. In vent'anni è tornato due volte, per un totale di ventotto giorni.

Il figlio che va a studiare all'estero sa un po' di cliché, non so se sia davvero importante, ai fini della riuscita del racconto, spiegare il motivo per cui è andato via. 

Sono, comunque, opinioni personali su un pezzo che funziona.

A rileggerti. 

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@Kikki Ciao, mi dispiace, non mi permette di taggarti e mi segue una nuvoletta bianca... misteri del Web. (ho rimediato)

La prima parte del racconto, a mio avviso, presenta delle incertezze formali, il contenuto invece è assolutamente splendido. Sei la proprietaria indiscussa di uno dei miei voti. 

Un abbraccio.

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22 ore fa, Kikki ha detto:

Giorgio sente un empito di affetto che va dritto dallo stomaco alla gola.

Rigurgiti deamicisiani? Meglio un "moto d'affetto".

22 ore fa, Kikki ha detto:

ormai sente gli effetti del sonnifero che le impregnano le palpebre e intorpidiscono le gambe.

le palpebre impregnate non mi quadrano. Meglio qualcosa del tipo: "ormai sente gli effetti del sonnifero. Le palpebre sono pesanti e le gambe intorpidite."

Racconto del filone stragista, avresti dovuto far morire anche il capretto alla fine del racconto, non dopo.

Scherzo, naturalmente, speriamo che si salva. Un bel racconto senza speranza.

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Il racconto è bello e ben scritto, ma mi ha messo una tristezza, ieri, leggendolo. I due vecchi soli, lo sospetti da subito che alla fine muoiono e non posso impedirmi di pensare che abitando soli, in campagna, ci vorrà un po' perché qualcuno trovi il corpo. Insomma, mi immagino il capretto che muore di fame, aspettando che la sua amica umana si svegli... Triste, triste, triste.

I sentimenti espressi dai gesti, il rapporto tra i due anziani e con il capretto sono bellissimi. Come la scoperta che sì, era amore, quello per Giorgio. Bello. Ma triste. L'ho detto che è triste? :-)

 

 

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@Befana Profana triste sì, hai ragione. Ancora più triste è che si tratti di una storia quasi tutta vera, ma non erano soli del tutto, qualcuno andava a trovarli tutti i giorni. Sono contenta che ti sia piaciuto, nonostante sia triste. L'abbiamo detto che è triste? 

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@Macleo ho pensato molto proprio a queste due parole, le hai beccate subito! Le ho proprio scelte scartando i sinonimi, me le tengo, volevo proprio loro. Grazie del commento

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@Ginevra Ciao cara, sono felice che ti sia piaciuto :rosa:Grazie per la scutigera, l'ho subito liberata in giardino, ma quella continua a ricomparirmi nel lavandino!

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@ITG ciao, vero che il figlio che va all'estero sa di cliché, come tutti gli stereotipi ha origine nella realtà. Succedeva e succede. Io mi autocontesto i troppi numeri, non so se ho spiegato troppo, forse hai ragione, ma ho sicuramente esagerato con i numeri. Grazie del passaggio

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4 ore fa, Kikki ha detto:

non lo conosco, rimedierò!

merita :) e poi, se hai scritto questa storia, penso che questo manga ti piacerà.

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Ciao @Kikki, ho trovato una notevole tenerezza in questo racconto. È permeato senz'altro dalla tua sensibilità, che rende in maniera chiara e forte sia il legame della coppia di anziani, sia l'arrivo del capretto.

 

Trovo che nella parte iniziale sia possibile sfoltire qualcosa - e qualcuno prima di me ti ha già suggerito nel merito - per una semplice ragione di "utilità". Non per rendere il racconto più breve, dal mio punto di vista: al più, per dedicare quella manciata di caratteri risparmiati al tratteggio di qualche ulteriore dettaglio e passaggio meritevole.

 

Non ho altri rilievi. Trovo difficile soffermarmi nei commenti nella corsa del MI, dovendo leggere tanti racconti in così poco tempo. So, però, che ti ho letta con piacere.

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Ospite Rica

@Kikki carissima, un concentrato di vera tristezza.

Ehi, tu sai che io uccido tutti, quindi non è una critica la mia. :) 

 

A me il racconto è piaciuto molto, davvero. 

 

In questo passaggio, 

Alle 8/4/2018 at 20:17, Kikki ha detto:

Torna ad avvicinarsi al divano e bela piano. Lecca la mano fredda di Anna. Lecca le sue guance immobili.

 

Qui io avrei invertito le descrizioni: ano immobili e guance fredde.

Per il resto, in fase di revisione, se fossi al tuo posto, proverei a trasformare le molte descrizione in scene meno "descrittive", appunto, e maggiormente mostrate. Per esempio, il rapporto tra loro e la bestiolina potrebbe essere mostrato con immagini, non solo con azioni. 

Non capisco se questa continua descrizione di gesti (cosa che ho fatto anche io nel racconto di questo MI) conferisce un tono "monocorde" che assume la lettura. Cercherei di dare una sferzata ogni tanto, una cambio di tono. Un alto e basso. Tutto qui. Inezia. :) 

 

Queste mie annotazioni non tolgono nulla, né vogliono farlo, alla bellezza del tuo racconto. 

Brava. :sss:

 

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Ciao @Kikki un gran bel racconto il tuo, scritto molto bene, pianto a sufficienza grazie e domani avrò gli occhi gonfi. Uffa!

Sei molto brava. Davvero. :)

Alla prossima.

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@Luca Trifilio grazie del passaggio e del suggerimento. Ho riletto il racconto soffermandomi sull'inizio, ma non riesco forse a essere obiettiva: continuo a vedere troppi numeri, quello sì, ma il resto non mi stona.

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@Rica, ciao cara.

11 ore fa, Rica ha detto:

Qui io avrei invertito le descrizioni: ano immobili e guance fredde.

è in questo ordine perché pensando al capretto che si avvicina al divano dal pavimento, l'ho visto prima raggiungere la mano, sul bordo, e poi il viso. Però non ha altre ragioni, potrebbero benissimo invertirsi. Il tono monocorde era voluto, come la lista di azioni, mi sembrava esprimesse bene il senso del dovere e di "vita vissuta come si deve", poco a contatto con i sentimenti. Con questo non voglio dire che non ne avessero, ma solo che le priorità erano altre per loro.

Grazie per il tuo tempo

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Buongiorno @paolati mi fa molto piacere che ti sia piaciuto, scusami per gli occhi gonfi, però mi fa anche un po' piacere. Che sadica, no? Però bello riuscire a suscitare emozioni. Grazie :rosa:

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@Kikki hai riprodotto la triste condizione di una quotidianità che molto spesso, purtroppo, passa inosservata. E al di là del contesto rurale, temo che il mondo si stia evolvendo in modo sempre più netto verso l'isolamento dell'anziano, di ciò che ha fatto il suo tempo. C'è tutto il rispetto che richiede una storia di questo genere, nelle tue righe.

Ho trovato la forma un po' altalenante. Solo nella parte iniziale, poi è tutto quasi perfetto. So che non sarai mai d'accordo con queste osservazioni, ma te le faccio lo stesso. :) 

 

Alle 08/04/2018 at 20:17, Kikki ha detto:

Anna e Giorgio vivono nella loro casa da tutta la vita. È una casa bassa composta da un grande salone, due stanze da letto, una cucina e un bagno.

D'inverno la vita si svolge quasi tutta nel soggiorno dove ci sono la stufa a legna, il televisore, i due divani dove si riposano e il tavolo per mangiare.

Carlo, il figlio, è partito anni prima per studiare all'estero, finiti gli studi ha trovato lavoro e si è stabilito. In vent'anni è tornato due volte, per un totale di ventotto giorni.

Anna e Giorgio hanno compiuto ottanta anni.

Un incipit così non funziona benissimo, secondo me. C'è un un "effetto tecnocasa" che potrebbe essere notevolmente limato, per lasciare spazio solo alle immagini e alle informazioni che servono davvero; ci sono anche alcune ripetizioni o comunque concetti che si richiamano, e in troppo poche righe.

 

Alle 08/04/2018 at 20:17, Kikki ha detto:

Non è abituata alla gratitudine, non ci sono parole di affetto tra di loro. Non ci sono mai state. Non sa se ci sia stato amore tra di loro, quello di cui vede tanto soffrire in televisione.

Troppe simmetrie anche qui, a mio avviso, per un risultato "cantilenato".

 

Alle 08/04/2018 at 20:17, Kikki ha detto:

Si sono sposati, hanno costruito la casa, fatto un figlio, l'hanno fatto studiare e lui se n'è andato. Hanno lavorato tutta la vita, nei campi, con gli animali, sono autonomi. Lo sono sempre stati. Non c'è niente che lei non sappia fare.

La frase che ho barrato la vedo come un ribadire il concetto poco necessario.

 

Alle 08/04/2018 at 20:17, Kikki ha detto:

Negli ultimi giorni, Anna, ha talmente male alla schiena da faticare ad alzarsi.

Sono necessarie le due virgole a racchiudere Anna?

 

Comunque, a parte queste cosucce che ti ho segnalato, lo trovo un racconto ben congegnato e scritto con tocco delicato. Di sicuro la migliore delle tue partecipazioni al MI.

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8 minuti fa, AdStr ha detto:

"effetto tecnocasa"

ahahahaha bellissimo e molto azzeccato, sono d'accordo. Incredibile, eh? Comunque lo so, il mio scopo era quello di delineare un ambiente semplice e basilare che però costituisse tutta la loro vita; capisco che invece non abbia fatto questo effetto. Però questa ripetizione dei non, lo spingere sui numeri, l'enumerare le stanze era la mia prova per appiattire il tutto, non so se mi spiego.

11 minuti fa, AdStr ha detto:

Di sicuro la migliore delle tue partecipazioni al MI.

perché questa volta sono riuscita ad avere sia un inizio che una fine... ;)

Grazie del commento @AdStr

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ciao @Kikki

Il racconto è molto bello e scritto benissimo. Nella parte iniziale e quella centrale non cambierei praticamente niente, i due vecchietti sono dipinti in maniera perfetta e riesci a fare affezionare il lettore a entrambi. La parte che mi ha convinto un po'  meno è il finale, quando ti concentri sul capretto: in contrasto col realismo della storia mi è parso spingere verso il dramma dell'animale, mostrandoci atteggiamenti  antropomorfi e poco naturali. Un po' alla Bambi.

Per il resto un bel pezzo, complimenti.

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5 minuti fa, Plata ha detto:

mostrandoci atteggiamenti  antropomorfi e poco naturali. Un po' alla Bambi.

Ciao Plata. Ti rispondo volentieri io, che sono un piccolo naturalista.:D

Il comportamento del capretto risponde all'effetto Imprinting. L'ha descritto benissimo Konrad Lorenz, che era un grande naturalista.

Lui l'ha osservato sulle oche, ma anche una capra va bene.

L'animale appena nato imprime nella memoria l'essere che si prende cura di lui. Lo identifica nella madre, anche se non lo è.

Così finisce per non solo seguirlo sempre, ma anche per imitarne il comportamento. Si umanizza, insomma:)

 

 

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18 minuti fa, camparino ha detto:

Ciao Plata. Ti rispondo volentieri io, che sono un piccolo naturalista.:D

Sei sempre una sorpresa :P

Quindi dici che il comportamento del capretto, che è creciuto con la donna, è verosimile? Mi sembrava un pelo esagerato.

Vale anche per i felini? La mia gatta vive con me da quand'era piccolissima, però mi caga solo quando ha fame v_v

Modificato da Plata

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Ciao, @Kikki :)

Mi è piaciuto molto il tuo racconto. Lo trovo sincero, nella sua tristezza; e questa leggerezza allevia il senso di necessità che permea tutta la storia. La lettura mi ha lasciato una bella sensazione.

A rileggerci :flower:

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Ciao @Kikki! Un racconto bellissimo. Sentito dentro a ogni passaggio. Mi hai fatto pensare ai miei nonni. Mi sono commossa in più riprese. Li vedevo, i due vecchi, nella loro solitudine, con il figlio lontano e gli animali come l'unica compagnia. E quel capretto è un animale davvero speciale. Mi è sembrato un pochino esagerato (o forse inusuale) il passaggio, nel finale, al punto di vista dell'animale. Ed è l'unica piccola nota stonata, ma che non rovina comunque il concerto. Brava. Piaciuto molto. A rileggerci!

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Bello. Anche a me ha ricordato "Il cane che guarda le stelle", almeno nei comportamenti del capretto. 

 

Mentre i due personaggi è l'ambientazione mi hanno evocato ricordi d'infanzia, non mi sorprende che il racconto prenda ispirazione da una storia vera. Piaciuto. 

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Buongiorno @Plata forse anche Bambi era ispirato a una storia vera, chissà. Comunque, a parte l'imprinting che mi suona molto da licantropo, il capretto in questione si è comportato così, non so se lo facciano tutte le capre o se fosse solo cosa sua. Però se @camparino dice che si chiama proprio imprinting, io gli credo. Se trovo una foto la posto, così anche @Befana Profana non si preoccupa più che possa essere morto: è vivo e vegeto e scorrazza di fronte a casa mia.

Sono contenta che ti sia piaciuto, sei il primo che non storce il naso sull'inizio! Non sono molto pratica di gatti, ma da quel poco che so di loro sono animali molto indipendenti, però immagino che da piccini, se si trovassero senza mamma si comporterebbero come il mio capretto.

 

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@Gigiskan buongiorno, sono felice che ti abbia dato buone sensazioni. Mi sembra la cosa più importante in un racconto, in uno scritto, quella di "farsi sentire", in un modo o nell'altro, quindi missione compiuta ;)

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