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Marcello

Lo stile, ovverosia che cosa resterà di questi anni duemila?

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Domanda provocatoria, quella del titolo, che mi è nata fin dalle prime pagine di: "A che punto è la notte?" di Fruttero e Lucentini, finito di leggere pochi giorni fa.

Il romanzo, seicento pagine belle toste, è del 1979, trentanove anni fa: in letteratura non certo un'enormità, considerando poi che il periodo si può ulteriormente ridurre, dal momento che il binomio ha prodotto best-seller ancora per una decina di anni.

Ebbene, non ne ho per ovvie ragioni la controprova ma credo di poter affermare che un manoscritto del genere oggi sarebbe scartato da quasi tutti gli editori.  La ragione? Lo stile di scrittura.  Contiene più o meno tutti gli "errori" che un editor odierno (dai più grandi a quelli infinitamente piccoli come me) stigmatizzerebbe già a partire dalla terza o quarta pagina:  frasi spesso complesse e ricche di subordinate, fino a tre o quattro avverbi in -mente nello stesso periodo e addirittura, udite udite, repentini cambi di PoV all'interno della stessa scena.  Tralascio altri dettagli di minore importanza, che pure esistono e si ripetono per l'intero romanzo.

Eppure è stato un best-seller, eppure dopo quasi quarant'anni figura ancora nel catalogo degli Oscar Mondadori.

Sono stato prolisso come al solito, ma arrivo alla domanda: e se attorno al duemilacinquanta i critici letterari dell'epoca prendessero in mano un romanzo scritto oggi, magari da un autore che esce da una scuola di scrittura, editato a regola d'arte... eccetera eccetera... e dicessero:

"Guarda che roba: un punto ogni tre parole, frasi minimali, senza un aggettivo o un avverbio... Dì, ma ti rendi conto come scriveva la gente trent'anni fa? Roba da non credere!" ? 

 

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Crollo dal sonno, ripasserò per una risposta sensata. Nel frattempo ci rifletto su.

Però già qui posso sbilanciarmi:

4 minuti fa, Marcello ha detto:

e se attorno al duemilacinquanta i critici letterari dell'epoca prendessero in mano un romanzo scritto oggi, magari da un autore che esce da una scuola di scrittura, editato a regola d'arte... eccetera eccetera... e dicessero:

"Guarda che roba: un punto ogni tre parole, frasi minimali, senza un aggettivo o un avverbio... Dì, ma ti rendi conto come scriveva la gente trent'anni fa? Roba da non credere!" ? 

Penso proprio che sarà così. Alla stregua di molte altre cose, come il cibo, il vestiario, le acconciature.

Siamo ritagliati sul periodo storico in cui viviamo. Non c'è niente di male, in fondo. Abbiamo la nostra data di scadenza. E ciò che supera le barriere del tempo, ciò che entra nell'olimpo dei classici, è comunque la fotografia di un passato diverso dall'oggi, da qualunque oggi.

Siamo giusti qui e ora. Domani ci sarà un giusto diverso, e un altro dopo ancora.

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7 ore fa, AdStr ha detto:

Siamo giusti qui e ora. Domani ci sarà un giusto diverso, e un altro dopo ancora.

Bellissima considerazione. Condivido tutto.

C'è da dire che il "giusto" pro tempore non si crea da solo. Deve esserci qualcuno che lo crea.

Tipo Mary Quant nella moda. Forse gli americani in letteratura. Non so.

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Concordo con @AdStr. I classici se meritano restano tali, Manzoni, forster, la Wharton, Pirandello, solo per citare nomi  caso fra quelli che ho più letto e amato (l'elenco potrebbe essere molto più lungo, ma avrebbe poco senso). Questo non toglie che non si senta il peso del tempo. Vuoi per la traduzione, di vecchio stampo o vuoi per lo stile per chi scrive nella nostra lingua. Sopravvivono perché sono dei capolavori e il valore intrinseco del romanzo vale più dello stile stesso. Fra trent'anni sarà la stessa cosa. Forse anche prima. 

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9 ore fa, Marcello ha detto:

e se attorno al duemilacinquanta i critici letterari dell'epoca prendessero in mano un romanzo scritto oggi, magari da un autore che esce da una scuola di scrittura, editato a regola d'arte... eccetera eccetera... e dicessero:

"Guarda che roba: un punto ogni tre parole, frasi minimali, senza un aggettivo o un avverbio... Dì, ma ti rendi conto come scriveva la gente trent'anni fa? Roba da non credere!" ? 

 

Questa è esattamente una riflessione che, personalmente faccio da anni... sicuramente molto stimolante e che, secondo me, sottolinea l'importanza di non cementarsi mai in regole precise, sopratutto da un punto di vista stilistico.

 

Per esperienza personale, posso dire di aver vissuto il tutto "sulla mia pelle"... ossia uscito da una scuola di scrittura circa quindici anni fa, non c'erano tutti questi problemi delle "d" eufoniche, ad esempio. Termini come POV o "doveri" come "show don't tell" non erano così presenti, né pressanti né usati. Un racconto "breve" per essere pubblicato, di norma, doveva aggirarsi fra i venti e venticinquemila caratteri. Frasi lunghe e complesse più che accorciate, dovevano solo essere "comprensibili" etc...

 

Mi chiedo poi spesso cosa penseranno nel futuro, fra dieci, venti, cent'anni dello scrivere presente. Indubbiamente lo stile e la scrittura cambierà, così come la lingua, sempre e maggiormente piena ad esempio di termini inglesi o inerenti al mondo di internet, dei social e del digitale.

 

Ancor più, l'evoluzione contenutistica delle realtà oggi a noi circostanti dovrà essere studiata in base alla storia e allo sviluppo che esse stesse avranno avuto. Non voglio deviare troppo il discorso, ma sempre rimanendo in ambito di stile letterario e pensando alla tecnologia e a come essa si evolve, termini e parole cambieranno... mentre le nostre parole oggi servono a descrivere la realtà, in futuro avranno descritto un passato da connotare, insomma...

 

Il pericolo poi più grande e che un po' tutti noi possiamo poi vedere è come gli stessi strumenti di scrittura, ad esempio cellulari e chat, influiscano sempre di più sullo stile.

Oggi siamo "corti e brevi" perché la vita sfugge veloce e si fluisce in digitale fra migliaia di altre informazioni... da qui la necessità di essere incisivi nell'immediato.

Andando avanti di questo passo, il rischio è che si sia sempre più corti e brevi.

Ci sono milioni di persone che scrivono "cmq" per "comunque" e "xché" per "perchè"... milioni di lettori che considerano, leggono e danno importanza a storie con "emoticon" inserite nei testi...

La mia paura personale... un giorno diranno: "guardate nel passato come scrivevano strano... usavano il lungo e arcaico "comunque" mentre bastava "cmq". Scrivevano lunghe metafore (anche se di tre parole) per descrivere uno stato sentimentale di tristezza, mentre basta inserire la "faccina con la lacrima"...

 

Nessun autore del passato potrebbe oggi essere preso in considerazione da una qualsiasi casa editrice, se essa basa le pubblicazioni esclusivamente sugli attuali standard stilistici.

 

Lo stile è qualcosa dunque che cambia con i tempi, ad essi si adegua e dura poco nella sua attualità. Apre però nuove strade e nuove forme, suggerisce sempre nuove possibilità di comunicazione, non resta mai uguale e in questo è anche e appunto la sua bellezza, il suo ruolo.

 

Manzoni, Dante, Leopardi... tanto per dire... che stile avevano, che lingua usavano? Oggi si studiano, da loro s'impara, ma i canoni stilistici di allora non sono né possono essere riutilizzati oggi, come il loro linguaggio.

 

Cosa dunque diranno nel futuro e cosa rimarrà, o può rimanere della scrittura?

In senso stilistico, secondo me rimarrà sempre un senso di "bello" se non addirittura di "rappresentanza", laddove le opere che più si sono riconosciute (per fama e consenso) riusciranno a sopravvivere e a tramandarsi. Saranno, voglio dire, degli esempi su tutti a testimonianza di questi tempi, dove leggendoli, il lettore del futuro troverà sicuramente strano lo stile o il linguaggio se paragonato a quello per lui attuale, ma ugualmente potrà beneficiarne sia in passione personale (curiosità, gusto...) sia potrà meglio comprendere la storia stessa e l'evoluzione che lo stile ha avuto... per continuare, infine, con il suo contributo a portare avanti tutto questo.

 

Ciò che poi, più di tutto nella storia letteraria secondo me resta, è appunto la storia di un libro, la sua trama, i suoi personaggi, i suoi messaggi.

 

Anche leggendo Pinocchio, potremmo storcere il naso per lo stile, se lo paragonassimo alle regole in voga oggi. Anche leggendo Dostoevskij o Kafka o Cervantes (vale per tutti)... eppure il concetto di "combattere contro i mulini a vento" è andato al di là dello stile e ancora oggi si dimostra imperituro. Non scriveremo più "il pelide Achille", ma "il cavallo di Troia" ancora lo utilizziamo nelle nostre metafore...

 

Ciò che nel futuro resterà dello stile attuale che con tanto lavoro, enfasi, amore o odio cerchiamo ogni giorno di sviluppare sarà il suo senso storico... di certo non un "dettame" ossia un qualcosa da seguire... nuove regole, nuove idee creeranno sempre nuovi stili, rendendo quelli passati in qualche modo desueti o inutilizzabili.

 

Resterà però anche la bellezza di leggere "i capolavori" degli anni duemila, così come oggi noi leggiamo quelli del novecento senza porci poi realmente il problema del PoV o meno... questo problema (o simili che potevano esserci) se lo sono posti nel passato e in quell'epoca hanno analizzato la questione. A noi resta la scrematura, restano le scelte e le decisioni fatte dalle allora società (in campo letterario) con le quali, al massimo, confrontarci.

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35 minuti fa, AndC ha detto:

Ciò che poi, più di tutto nella storia letteraria secondo me resta, è appunto la storia di un libro, la sua trama, i suoi personaggi, i suoi messaggi.

Vero. Quoto assolutamente.

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Alla fine a sfrondare mode, SMSismi, Pov,  Povia (ma sì, già che ci siamo), a separare il grano dai youtuber, a scaraventare nella Geenna cuochi e influencer, sarà lui: il Robin Hood dei romanzieri, lo Zorro dei poeti, il Charles Bronson dei drammaturghi, il sommo VAR della letteratura, perché come ci insegna Einstein lo spazio-tempo è galantuomo. 

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Non posso che sottoscrivere le riflessioni sul futuro di Sua Puntinità @AndC.

Nel frattempo ho elaborato un'altra considerazione. Senza dover ricorrere a un'analisi troppo dettagliata, è facile individuare alcuni nomi del passato che hanno marcato una svolta nel linguaggio scritto. Le scelte (in parte autonome, in parte con la mano guidata dalla Storia fino a quel momento) di costoro si ripercuotono tuttora nei nostri canoni stilistici, direttamente o come antenato di un canone successivo.

Esiste quindi il fattore "moda" di cui si parlava sopra, probabilmente preponderante, ed è sempre affiancato dal fattore "evoluzione" – che, riagganciandomi anche al discorso di AndC, non implica il miglioramento. Certo, oggi trovo improbabile che si presenti un personaggio illuminato, come accadeva nei secoli passati, la cui voce possa ergersi a canone o parte di un canone. Mi verrebbe da dire che chi nel piccolo si adopera per consolidare uno stile valido per il qui e ora sia il pezzettino di un grosso Dante o di uno Shakesperare collettivo. Nell'era di internet e dei social diventano in molti partecipi in piccolissima parte.

E se da un lato il merito dell'evoluzione si perde nella massa, dall'altro – forse e sottolineo forse – sarà davvero un po' più di tutti, e magari il segno del passaggio che lasciamo oggi sopravvivrà forte nel segno che lasceranno gli scrittori di domani.

Fermo restando che molto è moda, e il tempo lo sciacquerà via.

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È una riflessione interessante e mi trovo d'accordo con le esposizioni fin qui fatte.

Ma sposto l'attenzione su un altro fattore.

19 ore fa, Marcello ha detto:

se attorno al duemilacinquanta i critici letterari dell'epoca prendessero in mano un romanzo scritto oggi,

Ecco questo è il punto. Secondo me non ci vorrà così tanto, ma molto molto meno. Trent'anni di oggi equivalgono a più di cinquanta di ieri. Oggi tutto scorre troppo velocemente, le cose cambiano molto in fretta e usi, costumi e mode nascono e muoiono con insolità rapidità. ( @Marcello ti ricorda qualcosa? :D )

L'accellerazione che subiamo porterà, in tutti gli ambiti, a cambiamenti e assuefazione rapide.

Anche il discorso sulle abbreviazioni fatte più su, è ormai passato. Era nato per sopperire alla mancanza di caratteri con gli sms; ma oggi con le app per messagistica il problema è aggirato. Quanto è passato? 5/6 anni! Chi usa ancora gli sms? Vabè io sì... a volte. :) 

Pensate solo a quanto è cambiato il mondo negli ultimi 10 anni. L 'iphone li ha compiuti da poco e prima di allora gli smartphone... che erano? Chi li conosceva? Hanno stravolto tutto, sembra che ci siano da sempre... invece meno di dieci anni per la larga diffusione.

Con la scrittura forse i cambiamenti saranno meno veloci, ma immagino tra soli 10 anni regole cambiate e abitudini sovvertite. Basterà un seller meno best di moda scritto in modo "stravagante" che tutti copieranno.

Lo dico ma non ci spero.

 

Considerazione finale: ma siamo sicuri che nel 2050 si leggeranno i libri? O avremo il chip impiantato sulla tempia e visualizzeremo ciò che vogliamo?

Almeno si potrebbe avere la soddisfazione di vedere le persone per strada prendersi a manate in testa per l'assenza del wifi o per la visione distorta! Sarebbe divertente ;)

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41 minuti fa, nemesis74 ha detto:

Chi usa ancora gli sms?

Io almeno una trentina al giorno, proprio come dieci anni fa... :sorrisoidiota: 

 

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10 ore fa, AndC ha detto:

Ci sono milioni di persone che scrivono "cmq" per "comunque" e "xché" per "perchè"

No, in realtà è una moda di una decina d’anni fa, morta ormai da un pezzo, almeno tra i più giovani. Gli ammazza-grammatica del web sono sempre o quasi sempre già “anziani”. Capiamoci: un trentenne è già “anziano”, perché è cresciuto con i telefonini, con i tastini microscopici, con gli sms.

Ora ci sono gli smartphone, con le tastiere virtuali belle larghe e le app di messaggistica gratuite: le abbreviazioni non servono più a niente e infatti non le usa più nessuno.

Anzi, i quindicenni che oggi scrivono su facebook (pochi, in realtà, e saranno sempre meno, perché anche facebook è vecchio, da almeno un paio d’anni...) curano persino la punteggiatura. Chi scrive “xk” o infarcisce un testo di “......,,,,,.,..,.” o “!,!,!!,???” è considerato un deficiente o... un genitore.

Le faccine, invece, alcuni le usano e altri no, ma anche qui: chi ne usa troppe ( “:D:D:D:D“) fa un po’ la figura dello scemo che è rimasto col dito appiccicato sullo schermo.

 

Insomma, non so come scriveremo nel futuro, ma dubito che ci ritroveremo in una versione 2.0 del già lontanissimo (grazie a Dio) 2008. 

Modificato da Kuno
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Comunque questa "fissa" per il punto di vista e lo show don't tell e un linguaggio semplice e diretto è nato almeno alla fine del 1800 con Hemingway e Mark Twain. Non è proprio un modo di scrivere recente. Magari è mutato nel tempo, e continuerà a mutare. Ma anche un mostro come Tolkien scriveva così: semplice e diretto. Poi aveva una prosa globale ricca e variegata, ma i paragrafi e le frasi erano elementari.

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Sì, sicuramente sono rimasto un po' indietro con gli "xchè"... ma sul fatto che tutti scrivano bene perché usano il correttore automatico, mi sento personalmente di dissentire, proprio e spesso perché il correttore automatico ti finisce una parola al posto dell'altra e magari manco si rilegge... Ho letto testi senza spazio dopo i punti "perché scrivo o ho postato da cellulare" e via dicendo...

 

Non voglio fare nomi di social o piattaforme specifiche, ma mi riferivo proprio a testi del genere... più che altro da adolescienti con milioni di visualizzazioni... ho visto cose (e credo tutti voi) da drizzare i capelli e considerate potenzialmente best seller per il bacino di utenze virtuali...

2 minuti fa, Kuno ha detto:

. Chi scrive “xk” o infarcisce un testo di “......,,,,,.,..,.” o “!,!,!!,???” è considerato un deficiente o... un genitore.

 

Comunque, il discorso potrebbe portare più alla polemica gratuita (da parte mia xD) su queste cose che effettivamente, non m'interessa troppo fare o rischia di andare OT...

 

In questo senso, sono d'accordo sulla "datazione" della mia analisi di cui sopra e mi riconosco più, da questo punto di vista, in questo futuro di stampo quasi fantascientifico che non possiamo ancora immaginarci, tratteggiato - anche ironicamente - da @nemesis74

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Vero che la moda dei "cmq/xkè" et similia è - fortunatamente - terminata.

Però io la punteggiatura nei post di Facebook non l'ho mai vista (tranne rarissimi casi). Sarà perché aggiungo sopratutto cretine sgrammaticate (però hanno belle foto profilo, va detto).

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Mi è capitato di recente di rileggere il Decameron e giusto a un certo punto della lettura mi è venuto da pensare: «se Boccaccio avesse proposto questo libro oggi, con tutti i "la quale", "il quale" ecc... forse sarebbe stato arduo che lo prendessero in considerazione e comunque, se anche avesse avuto un contratto, l'avrebbero editato pesantemente prima di qualsiasi stampa».

Fatta questa futile premessa, sono d'accordo con quanto già detto da @AdStr e @AndC: lo stile in generale (che sia della scrittura, della musica, dell'arte in generale) evolve, segue l'evoluzione e il cambiamento sociologico e antropologico. Perciò, le opere di qualunque tipo andrebbero considerate nel loro contesto.

Poi, su quanto resterà dei nostri prodotti di oggi al domani, nello specifico della letteratura bisognerebbe prescindere lo stile così che resti

11 ore fa, AndC ha detto:

la storia di un libro, la sua trama, i suoi personaggi, i suoi messaggi

Questo è, secondo me, ciò che davvero distingue un libro di moda da un libro che resta. Un libro di moda vende bene, lo si legge, lo si ricorda, ma forse è proprio il suo essere "di moda" che lo distruggerà di fronte al tempo.

Ritengo che le opere letterarie che passeranno da noi ai posteri saranno quelle che nella loro mescolanza, si porteranno appresso la nostra impronta, questo stile figlio dell'accelerazione costante, ma saranno giudicati non per questo, tanto per quanto il loro valore intrinseco.

 

 

1 ora fa, nemesis74 ha detto:

Chi usa ancora gli sms?

Io (e uso pure la punteggiatura). I miei amici mi guardano male per questo, eppure me ne infischio :)

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Sulla forma credo influisca anche la ridotta soglia di attenzione del lettore. Che adesso si misura in termini di minuti, se non di secondi. Un articolo di giornale spesso si esaurisce nel titolo. 

Così le frasi diventano brevi, immediatamente assimilabili. Pochi sono disposti a tornare su un periodo complesso.

Bombardati da messaggi, scegliamo quelli subito comprensibili, visivi.

Chiaro che ci sono eccezione, ma il trend vincente è quello veloce.

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1 ora fa, camparino ha detto:

Così le frasi diventano brevi, immediatamente assimilabili. Pochi sono disposti a tornare su un periodo complesso.

E allora, anche per la gioia di @Alexmusic;), credo che sia il momento per il mio memorandum annuale:

 

"...Pareva un pregio, in realtà quel passo macchinoso (Manzoni lo sapeva bene) era uno degli inciampi maggiori soprattutto per una prosa moderna.  Questa nobile, meravigliosa ma eccessiva preoccupazione per la forma faceva da freno a un periodare più svelto, analitico, icastico e incalzante, a quel parlato scritto più agile che s'è nelle nostre lettere aperto col passare degli anni varchi sempre più larghi.  Il modello giornalistico (e non solo) ha influito in modo poderoso.

Ma ora si è passati al telegrafismo.  Gran parte della nostra narrativa usa oggi periodi strabrevi, a singhiozzo, una sola proposizione, non s'è ancora cominciato a parlare e già c'è il punto.

Appunti o narrazione?"

 

parte conclusiva dell'articolo "La lingua, da filo d'oro ad appunti" di Gianluigi Beccaria, da Tuttolibri del 25/2/2012.

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Anche se i tempi cambiano, l'obiettivo principale deve sempre rimanere lo stesso: la chiarezza. Scriviamo per raccontare storie, per comunicare idee, opinioni, sentimenti e se non riusciamo a farci comprendere, abbiamo sprecato tempo e l'abbiamo fatto sprecare a chi ci legge. Col mutare delle mode e del nostro modo di vivere, è vero ed è anche logico, si trasforma pure il nostro modo di comunicare attraverso la parola scritta. Scegliere uno stile al posto di un altro, inoltre, oltre che una questione di gusti, può essere anche una questione di contenuti, che si adattano meglio a una forma e peggio a un'altra.

Periodo lungo e ricco di subordinate uguale a lettura lenta e difficile comprensione? Non è detto. Dipende da quanto l'autore saprà padroneggiare questo tipo di prosa.

Periodo corto e asciutto uguale a lettura veloce e comprensione immediata? Anche questo non è detto, specie se chi scrive si esprime come un troglodita, ha poche idee ma confuse e l'elasticità mentale di Donna Prassede (tanto per ritirare in ballo il Manzoni).
Al liceo ho avuto la fortuna, e la disgrazia insieme, di imbattermi in due professori di letteratura, entrambi preparatissimi, il primo amante dei periodi brevi e il secondo di quelli lunghi. E' stata una sofferenza, ma allo stesso tempo una... "palestra" formidabile per la mia formazione.
Personalmente preferisco uno stile alla Montanelli, che affermava di provare sempre a tradurre, nero su bianco, lo spontaneità del linguaggio parlato. Ciò non significa che tale linguaggio alla fine dovesse risultare banale, scontato o privo di termini adeguati. Da amante della cultura classica, tuttavia, non disdegno affatto un periodare più articolato, purché, come dicevo prima, chi ne fa uso sappia maneggiarlo a dovere.
Per quanto riguarda invece il "cosa resterà" che dà il titolo alla discussione, credo che inevitabilmente, oltre allo stile, non si possano non tirare in ballo anche i contenuti e a questo punto rischiamo di finire fuori argomento. Tale questione, in effetti, è già stata trattata altrove, per esempio in una discussione che avevo aperto un paio di anni fa e che mi permetto di segnalarvi.

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Alle 1/4/2018 at 08:37, camparino ha detto:

Bombardati da messaggi, scegliamo quelli subito comprensibili, visivi.

Chiaro che ci sono eccezione, ma il trend vincente è quello veloce.

Bello spunto! 

 

Il modo di scrivere riflette la "nostra" epoca e il "nostro" livello culturale.

Specifico "nostro" proprio per evitare di passare per quello antiquato e con la puzzettina sotto il naso...

Eccovi alcune scomode e antipatiche considerazioni:

 

1)      la maggior parte delle persone (non noi del WD, specie in via di estinzione…) inganna il tempo libero davanti allo schermo piatto di un enorme televisore, subendo passivamente una sorta di lavaggio pubblicitario dei neuroni superstiti;

 

2)      i libri sono diventati un oggetto “strano”, al punto che, ormai, è più la gente che li scrive di quella che li legge;

 

3)      la nostra cultura è in una fase di decadimento, e gli editori adeguano i loro “prodotti” alla domanda di mercato (Volo, Benedetta Parodi e manuali di cucina vari, Zuccherino Fornaciari, e il Premio Campiello Mauro Corona in canotta nera!);

 

4)      gli scrittori italiani (non sparate sul pianista, vi prego…) hanno contratto una grave forma di anglofilia. Abbiamo una lingua bellissima, ricca di tutte le sfumature che rispecchiano la nostra millenaria cultura, e rischiamo di gettare tutto alle ortiche per adeguarci ai canoni letterari barbari della “perfida Albione”! Posso essere feroce? Un forum di scrittori italiani “Writer’s Dream”! E se ce ne fosse uno analogo americano  chiamato “Il sogno dello scrittore”? E con questa storia dello Show, don't tell? Perché, per prima cosa, non Mostra e non raccontare? Per forza “quelli” mostrano soltanto! La lingua inglese è più “sterile” della nostra, e non consente di raccontare “bene” , e come noi tutti sapremmo e dovremmo fare;

 

5)      temo che, quale ex provincia periferica dell’impero americano, e nuova provincia di quello tedesco, stiamo buttando via il nostro passato: pensate, tanto per fare un esempio, alla nostra tradizione culinaria, alla cucina mediterranea, a due spaghi semplici al pomodoro con un buon vinello, contrapposti ad hamburger e Coca-Cola… 

 

 

6)      tra un secolo di questo periodo scriveranno: la letteratura italiana della fine del ventesimo secolo, e degli inizi del ventunesimo, conobbe un lungo periodo di decadenza. Finiranno nel dimenticatoio tantissimi libri inutili, e pochissimi autori validi sopravvivranno all’oblio…

 

7)      aspetto con ansia un nuovo rinascimento.

 

Sono psicologicamente pronto a una lunga teoria di punti negativi…

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Penso che alla fine dei conti non sarà molto diverso dai secoli passati. Resterà, come sempre, quella piccola percentuale di libri che valgono per davvero, o meglio i più fortunati tra questi, di dispersi meritevoli ce ne sono stati e ce ne saranno sempre, e coloro che questo tempo chiameranno antico li considereranno i classici del XXI secolo.

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2 ore fa, Fraudolente ha detto:

Sono psicologicamente pronto a una lunga teoria di punti negativi…

Non vedo perché...anzi, ti darò una bella freccetta verde :asd: . Dopotutto, tutti i tuoi punti sono perfettamente condivisibili. Sono cose tristemente note ma, ogni tanto, è sempre bene ricordarle.  

L'unico punto sul quale non condivido appieno è il primo. Io non demonizzerei così tanto la televisione né condannerei chi la guarda.

Ormai tutti sono in grado di discernere i contenuti di qualità (che - va riconosciuto - ci sono) da quelli trash (che possono costituire comunque un estemporaneo svago a prescindere dalla cultura di chi li guarda).

Inoltre, il lavaggio del cervello pubblicitario mi sa troppo di fine anni '90.

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1 ora fa, camparino ha detto:

Beh, poi alla fine la sostanza è fatta di storie e personaggi. Lo stile è solo forma.

Madonna, che mi tocca leggere :facepalm: 

Ancora questa storia, camparino? Forma e contenuti vanno a braccetto, non si può dire che uno è più importante dell'altro!

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@Niko Dai, sulla forma con me sfondi una porta aperta. Infatti ho sempre preferito le belle fuori (anche senz'anima).:D

Però, insomma... mica si può dire. :o

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1 minuto fa, camparino ha detto:

@Niko Dai, sulla forma con me sfondi una porta aperta. Infatti ho sempre preferito le belle fuori (anche senz'anima).:D

Però, insomma... mica si può dire. :o

Sei un caso perso... :facepalm: 

Un buon libro ha entrambi, "dentro e fuori" per rimanere nella tua analogia, non c'è molto da discutere. E mi dispiace che ci siano ancora persone che pensano che i contenuti siano tutto o l'inverso, che la forma eccelsa sia abbastanza per rendere buono un libro. Però, oh, de gustibus.

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3 ore fa, Niko ha detto:

Madonna, che mi tocca leggere :facepalm: 

Ancora questa storia, camparino?

 

A me @camparino sta simpatico. Non condivido le sue teorie, ma è apprezzabile la giusta gradazione! Preferibile comunque al Sanbittèr., dove di alcol non se ne parla proprio.

 

3 ore fa, camparino ha detto:

Infatti ho sempre preferito le belle fuori (anche senz'anima).

Alcol e... letterarie pilloline blu?

 

Scusate l'OT, ma domani è lunedì...

 

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22 ore fa, Fraudolente ha detto:

La lingua inglese è più “sterile” della nostra, e non consente di raccontare “bene” , e come noi tutti sapremmo e dovremmo fare

Solo se ti fermi agli articoli che trovi in rete, a wikipedia e a tutti i testi "semplificati". Avendo spesso a che fare con libri in lingua inglese ti assicuro che questa sterilità è solo apparente.

Sono d'accordo però sull'anglofilia eccessiva di noi italiani. Se pensi che in questo forum ci siano troppi termini inglesi, avresti dovuto vederlo prima. ;)

 

Tornando alla domanda di Marcello:

Alle 30/3/2018 at 23:46, Marcello ha detto:

e se attorno al duemilacinquanta i critici letterari dell'epoca prendessero in mano un romanzo scritto oggi, magari da un autore che esce da una scuola di scrittura, editato a regola d'arte... eccetera eccetera... e dicessero:

"Guarda che roba: un punto ogni tre parole, frasi minimali, senza un aggettivo o un avverbio... Dì, ma ti rendi conto come scriveva la gente trent'anni fa? Roba da non credere!" ? 

Non credo che il cambiamento sarà tanto ampio e profondo quanto lo è stato rispetto a quaranta anni fa. Questo perché oggi viviamo in un mondo interconnesso, dove grazie a internet tutte le regole e non regole della letteratura sono alla portata di tutti (non solo degli scrittori, ma anche di chi gli scrittori li pubblica). Esiste la necessità di un consenso generale, universale, in contrapposizione a quella locale che esisteva in passato. Se da un lato questo ha comportato un appiattimento generale dello stile (senza rendere tutto uguale, però; sono venuti a mancare soltanto i rami "più deboli"), dall'altro lato si è raggiunto un equilibrio fra gli stili adottati in diverse lingue, nazioni e culture, che hanno condiviso fra loro i punti forti e soppresso gli altri. Il cambiamento non si fermerà, secondo me, ma sarà molto più lento e graduale, senza rivoluzioni eccessive; a meno che non cambi anche il nostro approccio alla lettura (come con le abbreviazioni degli SMS citati prima, quando mandarne uno costava caro, adesso in via d'estinzione) perché in quel caso tutto è possibile. :D 

  • Grazie 1

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2 ore fa, Black ha detto:

Se pensi che in questo forum ci siano troppi termini inglesi, avresti dovuto vederlo prima. ;)

Sono uno di quelli che chiesero e ottennero di andarsene dal "vecchio" forum... Ma di certo  non per i termini inglesi!

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@Marcello: grazie per avermi segnalato la discussione, l'ho trovata interessante.

 

Credo che tra qualche decennio -- o forse prima -- si uscirà dall'esasperazione dello show don't tell, che è sì uno strumento dinamico e potente, ma, perlomeno a mio modesto avviso, uno strumento come tanti altri. Come lettore, non ho alcuna difficoltà a leggere libri molto tell e per niente show, purché scritti con manico e padronanza.

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