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Niko

Che sta succedendo all'editoria?

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Sulla scia della discussione "che sta succedendo alla lettura?", apro questo dibattito dopo aver letto un articolo interessante, questo.

 

"...secondo quanto riportato dall’Associazione Italiana Editori, gli italiani sono un popolo di lettori che legge pochissimo. [...] Ma nel nostro paese, il vero problema non riguarda il consumo di libri bensì la produzione. [...] Si tratta di affermare il falso quando si dice che il popolo degli italiani è un popolo che non legge perché si sono affermate le nuove tecnologie. Gli italiani non sono mai stati lettori assidui e frequenti."

 

Fin qui, non ci piove.

 

"Come lavora l’editoria?

Ogni anno, gli editori sono costretti a rincorrere il mercato e a sperare che i libri editi presso le loro case editrici (dalle più famose alle meno conosciute) raggiungano lo scaffale delle librerie di tutta Italia. [...] Prima di procedere alla stampa di un libro, l’editore deve promuovere quel dato oggetto attraverso una serie di escamotage: uno di questi può ricadere sulla scelta di cominciare a stampare una piccola porzione del numero di copie del libro in questione e inviarlo alle librerie.

In seguito l’editore si trova ad aver guadagnato un profitto che in realtà risulta essere fasullo: a ogni libreria sarà inviato un numero di copie indefinito e la casa editrice riceverà un profitto di qualcosa che ancora non è stato venduto e altro non è che un prestito. Quando però, dopo qualche mese che i libri sono arrivati in libreria e il pubblico non ha mostrato interesse e non ha acquistato nulla, il libraio è costretto a chiamare l’editore che è obbligato a riprendere i libri non venduti e riguardare i costi di resa. Per evitare la crisi, la casa editrice è con le spalle al muro e per coprire le spese deve promuovere e pubblicare altri libri e altri progetti con l’auspicio di non rimetterci.

Al giorno d’oggi l’editoria italiana ha subito un processo di industrializzazione che ha fatto sì che si creasse un mercato che ha come sinonimo quello di somigliare a giungla affollata in cui c’è una lotta alla sopravvivenza in ogni momento.

Per risolvere queste problematiche legate ad una presunta crisi ogni casa editrice, dalla più importante alla più recente, dovrebbe evitare la scomparsa dei propri progetti culturali e trovare una soluzione."

 

Il processo di vendita dei libri è ormai conosciuto e, chi sguazza da un po' in questo mondo ne è ormai consapevole. Spesso le Case Editrici stampano altri libri per non perdere soldi con quelli appena stampati, e poi ne stampano altri e altri e altri ancora sempre per lo stesso motivo.

La vera domanda è: quale soluzione? L'autrice dell'articolo ne propone una:

"...mostrando coerenza: basterebbe proporre con chiarezza il proprio progetto editoriale e culturale che abbia come obiettivo non la concorrenza, non il mercato, non i guadagni, ma quello di ripristinare il rapporto tra libro e i lettori."

 

Facile a dirsi, difficile a farsi. Cosa ne pensate voi utenti e cosa ne pensano gli editori del nostro forum (digitali e non)?

Ne taggo qualcuno attivo ultimamente (o da sempre).

@Spartaco per Tempesta Ed. @Nativi Digitali Edizioni @Gianni La Corte @Argento Vivo Edizioni @Aporema Edizioni

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Ospite Andrea.Dee

Le copisterie NO EAP stampano e vivono sulle copie che vende l'autore. Quelle più grandi sulle loro forze e in buona parte sul lavoro dell'autore. Inoltre molte pubblicano libri validi ma in quantità abnormi, per guadagnare sempre quei quattro soldi che gli autori fanno loro avere. E per risparmiare non effettuano editing, quindi l'autore o ha scritto un capolavoro, o conosce perfettamente l'italiano, o si fa editare prima. Poi ci sono anche quelle che non stampano subito l'intera tiratura, anche se specificato il contrario. E vedi gli utenti anche del WD che inneggiano a migliaia di copie di tiratura, che però non verranno stampate.

Alla fine della fiera ci si deve sempre smezzare il lavoro con la casa editrice, perlomeno se si vuole superare la prima tiratura e dare il giusto peso alla propria opera, che è un'opera d'ingegno personale che non si ripresenterà mai più sotto quella forma e se va sprecata è come regalare un pezzo d'anima per la gloria.

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1 ora fa, Marcello ha detto:

quando quattro o cinque dei primi dieci posti della classifica sono occupati stabilmente da libri demenziali di youtuber

Possibile che finora hai solo il +1 che ti ho messo io? Un'affermazione del genere merita una freccina verde al minuto...

 

Opinioni personali a parte, forse ho la mente ottenebrata dalla giornata lavorativa, ma non capisco questa frase

4 ore fa, Niko ha detto:

Spesso le Case Editrici stampano altri libri per non perdere soldi con quelli appena stampati, e poi ne stampano altri e altri e altri ancora sempre per lo stesso motivo.

 

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4 ore fa, Niko ha detto:

Per evitare la crisi, la casa editrice è con le spalle al muro e per coprire le spese deve promuovere e pubblicare altri libri e altri progetti con l’auspicio di non rimetterci.

 

4 ore fa, Niko ha detto:

Spesso le Case Editrici stampano altri libri per non perdere soldi con quelli appena stampati, e poi ne stampano altri e altri e altri ancora sempre per lo stesso motivo.

 

Detta così, sembra la storia del debito pubblico italiano: per pagare gli interessi sul debito si fa altro debito, così gli interessi ogni anno salgono di un po' e per poterli pagarli di nuovo l'anno successivo bisogna che il debito totale aumenti ancora e così via. Solo che una CE non ha i paracadute di una nazione e questa sembra la strada maestra per finire in bancarotta.

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59 minuti fa, bwv582 ha detto:

Opinioni personali a parte, forse ho la mente ottenebrata dalla giornata lavorativa, ma non capisco questa frase

5 ore fa, Niko ha detto:

Spesso le Case Editrici stampano altri libri per non perdere soldi con quelli appena stampati, e poi ne stampano altri e altri e altri ancora sempre per lo stesso motivo.

 

La spiegazione sta qui:

5 ore fa, Niko ha detto:

In seguito l’editore si trova ad aver guadagnato un profitto che in realtà risulta essere fasullo: a ogni libreria sarà inviato un numero di copie indefinito e la casa editrice riceverà un profitto di qualcosa che ancora non è stato venduto e altro non è che un prestito.

È un fatturato fasullo, che non tiene conto delle rese.  

Anni fa uno dei pezzi "discretamente" grossi del massimo editore italiano mi confidò che fino a luglio compreso tutto ciò che il suddetto editore stampava andava a coprire le perdite dell'anno precedente... 

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3 ore fa, Marcello ha detto:

L'articolista magari potrebbe cercare anche di spiegare in quale modo si possa realizzare un progetto editoriale (senza rimetterci denaro, ovviamente), quando quattro o cinque dei primi dieci posti della classifica sono occupati stabilmente da libri demenziali di youtuber

I primi a dover rivedere i propri progetti culturali sono proprio i grandi editori infatti. Trovo offensivo che si pubblichi una ragazzina sgrammaticata solo perché ha 1 milione di follower e non si dia uno straccio di possibilità ad autori davvero meritevoli. Il problema del numero sul catalogo è sopratutto dei piccoli editori invece. Io da un po' rifletto sul fatto che bisognerebbe insegnare alla gente che non esistono solo i grandi editori, ma pure i piccoli. Così non dico tanto, ma qualcosa si muoverebbe un po'. 

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16 minuti fa, Valentina Capaldi ha detto:

Io da un po' rifletto sul fatto che bisognerebbe insegnare alla gente che non esistono solo i grandi editori, ma pure i piccoli.

Concetto giustissimo, ma difficile da realizzare.  

Per fare sapere che esistono occorre dare loro visibilità, ma lo spazio in libreria non c'è mai; per ottenerlo occorre un investimento che spesso i piccoli non possono permettersi: realizzare espositori, proporre una selezione del proprio catalogo alle librerie con relativo espositore, fornitura in deposito con scadenze lunghe...

Questa era una mia idea, se mai mi fosse capitato di aprire di nuovo una libreria: "sacrificare" una parte dello spazio espositivo, destinandolo a un gruppo limitato di editori – piccoli, ma di qualità – che mi garantisse presenza, materiale (segnalibri e altri gadget "letterari"), depositi e, magari, qualche recensione sulla stampa specializzata. Anche il libraio avrebbe il proprio tornaconto, considerando che quella parte di libreria non gli costerebbe nulla.

Poi ci vorrebbe visibilità sulla stampa specializzata, dove il discorso è forse ancora più difficile...

E potrebbe essere di aiuto l'ALI, se non fosse un'associazione quasi ridicola...

Insomma, servirebbero tante cose che non esistono e che sono difficili da realizzare.

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Eh, il problema dei resi e del circolo vizioso che causano è ben noto (almeno tra gli addetti ai lavori) e non credo esista una soluzione immediata. Un piccolo editore come noi può puntare tutto sugli ebook e il print on demand, ma è un'opzione attualmente percorribile solo per chi ha un pubblico di nicchia.
 

10 ore fa, Marcello ha detto:

Concetto giustissimo, ma difficile da realizzare.  

Per fare sapere che esistono occorre dare loro visibilità, ma lo spazio in libreria non c'è mai; per ottenerlo occorre un investimento che spesso i piccoli non possono permettersi: realizzare espositori, proporre una selezione del proprio catalogo alle librerie con relativo espositore, fornitura in deposito con scadenze lunghe...

Questa era una mia idea, se mai mi fosse capitato di aprire di nuovo una libreria: "sacrificare" una parte dello spazio espositivo, destinandolo a un gruppo limitato di editori – piccoli, ma di qualità – che mi garantisse presenza, materiale (segnalibri e altri gadget "letterari"), depositi e, magari, qualche recensione sulla stampa specializzata. Anche il libraio avrebbe il proprio tornaconto, considerando che quella parte di libreria non gli costerebbe nulla.

Poi ci vorrebbe visibilità sulla stampa specializzata, dove il discorso è forse ancora più difficile...

E potrebbe essere di aiuto l'ALI, se non fosse un'associazione quasi ridicola...

Insomma, servirebbero tante cose che non esistono e che sono difficili da realizzare.

 

Sono convinto che una sinergia tra addetti ai lavori, nei fatti e non solo nelle parole, che valorizzi davvero gli indipendenti (gli editori, gli autori, le librerie, la stampa, i siti web etc.) sia sempre più necessaria, ma purtroppo la sua realizzazione è tutto fuorché banale, perché un "piccolo" ha per definizione risorse economiche limitate e mancano ruoli di aggregazione.

Modificato da Nativi Digitali Edizioni
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11 minuti fa, Nativi Digitali Edizioni ha detto:

Sono convinto che una sinergia tra addetti ai lavori, nei fatti e non solo nelle parole, che valorizzi davvero gli indipendenti (gli editori, gli autori, le librerie, la stampa, i siti web etc.) sia sempre più necessaria, ma purtroppo la sua realizzazione è tutto fuorché banale, perché un "piccolo" ha per definizione risorse economiche limitate e mancano ruoli di aggregazione.

Pienamente d'accordo con voi.

Ho sempre avuto la sensazione che manchi quel sentimento di comunanza di interessi che dovrebbe spingere all'aggregazione. Ho visto solo librai invidiosi del concorrente, editori che cercano di strappare lettori ad altri editori e un'associazione che fa poco o nulla per sviluppare progetti comuni.  Perché oggi il lettore può anche decidere di entrare nell'altra libreria o di acquistare volumi dell'editore concorrente, ma se si rema tutti nella stessa direzione alla distanza i benefici ricadono su tutti i rematori.

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Il problema è il mercato. Abbiamo (ho!) figli che vivono con il naso appiccicato allo smartphone digitando a due pollici, bazzicano una realtà virtuale fatta di amici inesistenti, e non sanno cosa sia sfogliare un libro. Sì, abbiamo provato a illuderci che uno schermo potesse fare le veci di una pagina, ma il risultato più o meno è lo stesso: e chi legge più? E chi comprerà i "nostri" libri?

Gli editori, per sopravvivere, devono adeguarsi al mercato, cioè alla qualità e alla quantità degli acquirenti. 

Quando ero bambino, ho iniziato con Salgari,i Verne e Dumas. Poi, crescendo, sono passato a Pascoli, Manzoni, Leopardi, Gozzano. e compagnia. Mi presero in collegio con un libretto cartonato bianco e oro, un po' equivoco...  Fratel Eugenio lo sfogliò e, quando si avvide che si trattava semplicemente delle poesie del Pascoli, rimase quasi deluso. Altri tempi! Pensate a tutto quello che adesso potrebbe cercare un adolescente in un telefonino... 

Il mondo è cambiato, la cultura è cambiata, i giovani pure... Se in meglio o in peggio, preferisco non fare commenti.

A volte, mentre sto scrivendo, mi chiedo: e chi mi leggerà?

Poi, quando su questa piazza virtuale mi accorgo che ancora c'è qualche sopravvissuto all'ignoranza dilagante, mi faccio un po' di coraggio. Anche perché spesso si tratta di ragazzi...

Modificato da Fraudolente
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13 ore fa, Valentina Capaldi ha detto:

Trovo offensivo che si pubblichi una ragazzina sgrammaticata solo perché ha 1 milione di follower e non si dia uno straccio di possibilità ad autori davvero meritevoli.

Come anche detto a @Marcello, sono completamente d'accordo.

Però, da romantico - o illuso, fate voi - resto dell'idea che con le vendite di questa "roba" magari si ottiene la liquidità per investire su esordienti o su chi vale davvero (sto parlando seriamente, quindi non mi riferisco al sottoscritto).

 

@Marcello

Ti ringrazio per la spiegazione precedente. A dire il vero è stato illuminante anche l'esempio di @massimopud sui titoli di stato che rende l'idea del debito su debito.

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2 ore fa, Fraudolente ha detto:

Abbiamo (ho!) figli che vivono con il naso appiccicato allo smartphone digitando a due pollici, bazzicano una realtà virtuale fatta di amici inesistenti, e non sanno cosa sia sfogliare un libro. Sì, abbiamo provato a illuderci che uno schermo potesse fare le veci di una pagina, ma il risultato più o meno è lo stesso: e chi legge più? E chi comprerà i "nostri" libri?

In realtà il problema non è questo. La lettura in Italia rimane su percentuali basse, è vero, ma non sono dati tanto distanti dagli anni 80 o 90, quando queste tecnologie non esistevano. Il problema non è lo smartphone, semmai si tratta della ciliegina sulla torta.

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19 minuti fa, Niko ha detto:

semmai si tratta della ciliegina sulla torta.

Si tratta di un nuovo modo di comunicare, di un cambiamento culturale. Pensate, ad esempio, al vecchio giornale, a quello di carta che dà le notizie sempre in ritardo...

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21 ore fa, Niko ha detto:

In seguito l’editore si trova ad aver guadagnato un profitto che in realtà risulta essere fasullo: a ogni libreria sarà inviato un numero di copie indefinito e la casa editrice riceverà un profitto di qualcosa che ancora non è stato venduto e altro non è che un prestito. Quando però, dopo qualche mese che i libri sono arrivati in libreria e il pubblico non ha mostrato interesse e non ha acquistato nulla, il libraio è costretto a chiamare l’editore che è obbligato a riprendere i libri non venduti e riguardare i costi di resa

Il meccanismo della distribuzione è un dato di fatto ed è uno dei motivi per cui molte ce non riescono ad andare avanti. Il distributore rischia nulla e si prende una fetta troppo grossa. Per questo ad esempio la nostra ce ha rinunciato in partenza alla grande distribuzione preferendole una più piccola e, soprattutto, che non chiedesse l'esclusiva. Tanto in librerie non ci saremmo finiti egualmente e quelle poche copie in poche librerie ci sarbbero rimaste per pochissimo tempo. Alla stato attuale consideriamo più importante essere reperibili/ordinabili in libreria. E qui si apre un altro punto dolente il "sistema librerie". Tante troppe librerie indipendenti non capiscono l'importanza del servizio prenotazioni, considerandolo, una perdita di tempo. Quanti nostri clienti ci hanno contattato segnalandoci librerie che rispondevano dicendo che non eravamo "contattabili"... E non da meno sono le grandi catene, ma lì per il problema che la poca voglia deriva dal fatto che abbiamo a che fare con un impiegato poco motivato e mal pagato...

 

21 ore fa, Niko ha detto:

ripristinare il rapporto tra libro e i lettori."

Questa sicuramente è una delle strade da percorrere fino a che non si riuscirà a riorganizzare questo settore così in crisi. Noi ad esempio abbiamo aperto studiando una nostra programmazione editoriale di nicchia. Un settore a noi congeniale, conosciuto in cui poter promuovere facilmente i nostri libri. Ovviamente soprattutto di saggistica perché questa branca va al di là del semplice lettore appassionato, potendo quindi pescare anche su un pubblico di gente interessata all'argomento sia per motivi di ricerca che di studio ecc.

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La nicchia è essenziale. A tempo di libri ho parlato con un editore che fa manuali giuridici e si è aperto alla narrativa con libretti scritti da avvocati che parlano delle allegre vicissitudini in tribunale. Quindi quelli che già sono suoi clienti per i manuali comprano volentieri anche questa roba. È un metodo intelligente che non va a disperdere forze inutili 

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Per me la via rimane il digitale e l'acquisto su ordinazione. Il tempo delle librerie vecchio stampo sta finendo, e il mercato si sta riversando su internet e sugli store online. Risparmia il lettore, e con un po' di modernità potrebbe risparmiare anche l'editore, grande e piccino.

 

Leggevo l'altro 3D, sulla lettura e sui dati portati da Messaggerie, con i quali volevano dimostrare come gli italiani non leggano. Come guardare un partita di pallone, e venire via al 45' con un sonoro "Toh, s'è perso".

 

Se si vuole dare un giudizio sullo stato del mercato del libro, andrebbe analizato completamente, e non solo quella parte che fa comodo, come a dire "il mercato affonda, noi siamo i più grossi e arriviamo ovunque, anche in queste condizioni. Venite con noi."

 

Il mercato esiste, come esiste il margine di guadagno. Il fatto è che giocano a tenerlo nascosto, perché ne hanno ancora il monopolio e fanno di tutto per difenderlo. Anche se ormai è un po' tardi: il mercato è cambiato, e i lettori si stanno adattando.

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7 minuti fa, JPK Dike ha detto:

Il tempo delle librerie vecchio stampo sta finendo, e il mercato si sta riversando su internet e sugli store online.

Fortunatamente non è così.

Ho due miei carissimi ex "allievi librai" che hanno imparato il mestiere alla vecchia maniera e hanno deciso un anno fa e mezzo fa di aprire una libreria in franchising in un paese di settemila anime ( che ha un buon indotto di paesini vicini) dove una libreria non c'era mai stata.  Ebbene quando vado a trovarli non riesco mai a fare quattro chiacchiere perché sono sempre pieni e le stime di fatturato che l'azienda madre aveva preventivato sono sempre disattese verso l'alto. 

Ma loro sono librai veri, non come quelli che cita giustamente @Spartaco per Tempesta Ed.

1 ora fa, Spartaco per Tempesta Ed. ha detto:

E qui si apre un altro punto dolente il "sistema librerie". Tante troppe librerie indipendenti non capiscono l'importanza del servizio prenotazioni, considerandolo, una perdita di tempo. Quanti nostri clienti ci hanno contattato segnalandoci librerie che rispondevano dicendo che non eravamo "contattabili"... E non da meno sono le grandi catene, ma lì per il problema che la poca voglia deriva dal fatto che abbiamo a che fare con un impiegato poco motivato e mal pagato...

 Quello è uno dei gravi problemi che citavo nel mio primo intervento:

20 ore fa, Marcello ha detto:

quando ogni legge favorisce la concentrazione delle librerie a scapito di quelle indipendenti (con il conseguente crollo delle figure professionali)

Da noi il pubblico per un libraio vero ci sarà sempre, perché lo zoccolo duro dei lettori italiani è fatto di gente che vuole aggirarsi tra gli scaffali di una libreria vera e non di una virtuale.

Certo che se il libraio si trasforma in una persona che spinge un tasto sul computer e sa soltanto riferire un'informazione che trova in rete, allora sì che la libreria perde il proprio significato.  La perdita di competenza è uno dei grandi mali della libreria, e non solo di quella.

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Credo non ci sia piú voglia di scommettere sul futuro e che gli editori pensano a basarsi sulla nomea. Grande scrittore = vendita sicura. Penso sia un grande errore, i libri dovrebbero unire le persone piuttosto che dividerle. Poco importa il nome di chi lo scrive. L'editore dovrebbere credere di piú nell'emergente e l'emergente non deve scrivere qualcosa solo per soldi. La vendita online e gli ebook sono il futuro, ma il fascino del libro acquistato in libreria è incommensurabile.

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1 minuto fa, YumaKuga79 ha detto:

i libri dovrebbero unire le persone piuttosto che dividerle. Poco importa il nome di chi lo scrive.

Io sono convintissimo che i miei romanzi possano unire le persone tanto quanto quelli di Fabio Volo.

C'è però una piccolissima differenza, che fa sì che Mondadori preferisca pubblicare lui invece che me... Ed è una vera ingiustizia :sorrisoidiota: 

  • Divertente 1

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28 minuti fa, Marcello ha detto:

Ho due miei carissimi ex "allievi librai" che hanno imparato il mestiere alla vecchia maniera e hanno deciso un anno fa e mezzo fa di aprire una libreria in franchising in un paese di settemila anime ( che ha un buon indotto di paesini vicini) dove una libreria non c'era mai stata.

 

No, @Marcello. una libreria un tempo c'era, se vuoi in privato ti faccio anche sapere come si chiamava. Ci entrai una volta soltanto, acquistai, ma furono "poco gentili" e persero subito il cliente. I tuoi allievi, invece, conoscono il lavoro...

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7 minuti fa, Fraudolente ha detto:

 

No, @Marcello. una libreria un tempo c'era, se vuoi in privato ti faccio anche sapere come si chiamava. Ci entrai una volta soltanto, acquistai, ma furono "poco gentili" e persero subito il cliente. I tuoi allievi, invece, conoscono il lavoro...

Ah  sì?  Allora ricordo male cosa mi aveva detto Stefano...

In ogni caso il valore della loro scommessa non cambia e sono felice che stiano traendo soddisfazioni dai loro sforzi :)

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43 minuti fa, Marcello ha detto:

Fortunatamente non è così.

Ho due miei carissimi ex "allievi librai" che hanno imparato il mestiere alla vecchia maniera e hanno deciso un anno fa e mezzo fa di aprire una libreria in franchising in un paese di settemila anime ( che ha un buon indotto di paesini vicini) dove una libreria non c'era mai stata.  Ebbene quando vado a trovarli non riesco mai a fare quattro chiacchiere perché sono sempre pieni e le stime di fatturato che l'azienda madre aveva preventivato sono sempre disattese verso l'alto. 


 

 

 

Beh è una nicchia. Non ho detto che spairà del tutto, e di sicuro il mio discorso non era inteso per piccoli librai di provincia, che invece possono trarre beneficio da questo cambiamento. Io parlavo delle grandi catene nelle grandi città, che o si mettono in pari con i tempi, o ci fanno un bel ciaone.

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1 ora fa, YumaKuga79 ha detto:

Credo non ci sia piú voglia di scommettere sul futuro e che gli editori pensano a basarsi sulla nomea. Grande scrittore = vendita sicura. Penso sia un grande errore

Ma anche i "grandi scrittori" (dal punto di vista editoriale) alla fine muoiono. Quale è il meccanismo in base al quale vengono sostituiti? La mia è pura curiosità, naturalmente, insomma, si può anche non pensare al futuro, ma poi il futuro arriva lo stesso...

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59 minuti fa, Nanni ha detto:

Ma anche i "grandi scrittori" (dal punto di vista editoriale) alla fine muoiono. Quale è il meccanismo in base al quale vengono sostituiti? La mia è pura curiosità, naturalmente, insomma, si può anche non pensare al futuro, ma poi il futuro arriva lo stesso...

 

Forse in Italia.

 

La differenza la fa la fanbase. Finché quella esiste un autore non muore. Solo che noi puntiamo tutto sul libro, quando invece il vero prodotto è l'autore. Il libro è solo il veicolo commerciale.

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1 ora fa, JPK Dike ha detto:

Solo che noi puntiamo tutto sul libro, quando invece il vero prodotto è l'autore

Purtroppo è giusto. Purtroppo perché non è detto che, almeno da noi, l'autore sia sempre un bravo autore. A volte è solo un "personaggio noto" e che si è messo a scrivere, o che si è servito di qualcuno per farlo.

Il successo di un libro di Volo o di Zucchero si basa solo sulla notorietà dell'autore. Il nocciolo della questione è perché ci sia chi è disposto a comperarlo e, forse, a tentare di leggerlo...

Altrove, invece, capita che l’autore diventi “il prodotto” perché tutti sanno che è un bravo scrittore, e che i suoi sono e saranno sempre dei buoni libri. Dicesi avviamento!

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8 minuti fa, Fraudolente ha detto:

Purtroppo è giusto. Purtroppo perché non è detto che, almeno da noi, l'autore sia sempre un bravo autore. A volte è solo un "personaggio noto" e che si è messo a scrivere, o che si è servito di qualcuno per farlo.

Il successo di un libro di Volo o di Zucchero si basa solo sulla notorietà dell'autore. Il nocciolo della questione è perché ci sia chi è disposto a comperarlo e, forse, a tentare di leggerlo...

Altrove, invece, capita che l’autore diventi “il prodotto” perché tutti sanno che è un bravo scrittore, e che i suoi sono e saranno sempre dei buoni libri. Dicesi avviamento!

 

Beh quello è fuori dal nostro controllo. Scrivere libri è probabilmente il lavoro artistico più remunerativo, secondo solo alla star del cinema di hollywood. Ed è normale che chi già famoso punti a rimpinguare il conto in banca con la "scrittura".

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Impensabile provare a riassumere in un'unico post i mille problemi che affliggono l'editoria italiana, che del resto sono già stati ampiamente trattati in parecchie altre discussioni qui nel forum. Spendiamo solo qualche parola per quello che, tra i tanti temi tirati in ballo, sembra riscuotere maggiore interesse, ovvero la distribuzione.
Mandare copie a titolo promozionale alle varie librerie? Del tutto improponibile, e forse anche inutile, per un piccolo editore: il rischio è che i libri rimangano negli scatoloni, oppure esposti col dorso, in uno scaffale seminascosto del seminterrato. Ben diverso è un conto vendita mirato, magari in un quei punti vendita che potrebbero avere qualche legame con l'autore o con la vicenda che lui ha deciso di raccontare.
Essere distribuiti a livello nazionale da un grande distributore? Sì, senz'altro, ma con la consapevolezza che, dati gli altissimi costi di distribuzione, da quella parte non arriveranno profitti. Far parte di un grande circuito, tipo Fastbook del Gruppo Messaggerie, serve infatti più che altro a togliere dalla bocca di alcuni sedicenti librai l'ignobile scusa "Il volume non è reperibile", che nell'era di Internet suona come una bestemmia. Del resto, ancor prima che entrassimo a far parte del suddetto circuito, le librerie serie che avevano richiesto le nostre pubblicazioni, le avevano ricevute a tempo di record, realizzando per giunta un profitto maggiore, rispetto a quello offerto loro dai distributori.

Prima di dire cosa potremmo o dovremmo fare noi editori, allora, cominciamo da qui, ovvero dal mettere persone competenti ai posti giusti. Se vado in un negozio di articoli sportivi, mi aspetto che il commesso mi sappia consigliare la tensione giusta per l'incordatura della mia racchetta, sulla base del mio tipo di gioco. Se entro in un punto vendita di informatica, mi attendo consigli adeguati alle mie esigenze. Perché la stessa cosa non deve accadere in libreria? Com'è possibile che in tempi di crisi si rinunci al guadagno sicuro, offertoci da qualcuno che magari è pure disposto a pagarci in anticipo, perché non si è capaci o, più probabilmente, non si ha voglia di fare una telefonata, inviare una mail o un messaggio sul cellulare?
Riguardo alla chiusura dell'articolo citato da @Niko

Alle 20/3/2018 at 16:51, Niko ha detto:

"...mostrando coerenza: basterebbe proporre con chiarezza il proprio progetto editoriale e culturale che abbia come obiettivo non la concorrenza, non il mercato, non i guadagni, ma quello di ripristinare il rapporto tra libro e i lettori."

Questa, perdonate lo sfogo, ma è la classica supercazzola, degna del peggior politico della prima repubblica... non che quelli della seconda, o della terza, ne sparino di meno colossali, per carità, ma ancora, a causa della loro scarsa maturazione, non sono degne di entrare nell'archivio storico.

Come può una qualsiasi azienda, ivi comprese quelle culturali ed editoriali, che non viva di sussidi pubblici, di tangenti, o che non sia una scatola cinese per il riciclaggio di proventi illeciti, non occuparsi della concorrenza e del mercato? Nel nostro caso i guadagni proprio non c'entrano, perché siamo una cooperativa e non possiamo dividere utili, e per quanto riguarda il nostro "progetto editoriale e culturale" è semplicissimo: sfornare libri di qualità. Ma, supponendo di riuscire in tale obiettivo e che le nostre siano le migliori pubblicazioni possibili, chi mai le leggerà, se non riusciamo a venderle? E, altro aspetto insignificante, con cosa pagheremo tutto il lavoro svolto per produrle? Mi piacerebbe molto che la solerte Arianna Spezzaferro, autrice dell'articolo, rispondesse a queste venali domande.
E infine, qualcuno ci potrebbe spiegare cosa accidenti significa "ripristinare il rapporto tra libro e i lettori"? Ma con parole semplici, come se avessi quattro anni (Cit. "Philadelphia"). 
A parte che, nello stesso articolo, si afferma che gli italiani non è che leggano di meno: non hanno mai letto; quindi, più che ripristinarlo, tale rapporto andrebbe creato dal nulla, o dal poco: un lettore ogni quattro, rispetto alla media di Francia o Germania... A parte questo, dicevamo, cosa vuol dire questa frase, in concreto? Che, come editori, dovremmo prendere uno dei nostri libri, uscire dalla porta, scegliere a caso un passante, strappargli dalle mani lo smartphone, ficcarci il volume e presentarli:

"Fratello, questo è il tuo libro. Libro, questo è tuo fratello!"
In base alle statistiche attuali, tre italiani su quattro risponderanno:

"Mi scusi, ma si sta sbagliando: io questo qui non l'ho mai visto. O se l'ho visto, è passato tanto tempo e non mi ricordo cosa possa essere!"
Il quarto potrebbe dire:

"Grazie, mi è mancato davvero tanto" e forse se lo terrà.
Tutti e quattro, comunque, alla fine si faranno ridare il cellulare, ci scatteranno una foto e chiameranno il 118 per sottoporci a T.S.O.
Scherzi a parte, per risollevare davvero l'editoria italiana non servono ricette generiche, ma proposte serie e concrete e quando la dottoressa Spezzaferro ce le vorrà proporre, saremo ben lieti di prenderle in considerazione.

Modificato da Aporema Edizioni
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