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A nord

 

Il disco del sole, rosso e deforme come il ferro incandescente nella fucina di un fabbro, si rifletteva sullo specchio d’acqua piatto e immobile come un felino in agguato, che contrastava con l’atmosfera densa e vorticosa in perenne movimento.

La vegetazione lussureggiante combatteva la sua lenta battaglia per conquistare ogni spazio libero. Migliaia di specie diverse di piante lottavano con tenacia spietata superandosi, avvolgendosi, rubandosi vicendevolmente luce e nutrimenti nell’apparente calma della foresta, come eserciti spietati e dalle risorse infinite, incuranti delle perdite inflitte o subite.

La silenziose armate vegetali progredivano senza sosta, fagocitando nella loro marcia ogni zolla di terra, ogni pietra, ogni superficie disponibile, insinuandosi, scalzando, spaccando ed infine macinando ogni cosa come un mostro proteiforme dall’appetito insaziabile, paziente e inarrestabile.

Il ragazzo corse nell’erba tagliente che gli arrivava alla vita fino alla riva del lago. Un uomo sedeva immobile, con lo sguardo rivolto al sole.

Maestro, dobbiamo andare. Siamo gli ultimi.

L’uomo si girò a fissarlo. Perché sei rimasto?

Per stare con voi.

Te l’hanno detto loro?

Il ragazzo scosse la testa.

L’uomo si alzò e lo guardò con maggior interesse. Non mi ricordo di te, non sei uno di quelli a cui insegnavo.

Ero nel villaggio, ci siamo uniti a voi solo tre giorni fa.

Da quanto sono partiti?

Quando il sole era alto, disse il ragazzo alzando il braccio.

L’uomo annuì e lo prese per mano.

Camminarono per un breve tratto, immergendosi nell’erba sempre più alta, fino a una radura dove gli steli schiacciati e calpestati iniziavano a rialzarsi. L’uomo raccolse una lancia con la punta di metallo e uno zaino di pelle logora e si infilò gli spallacci consunti. Hai preso le tue cose?, chiese. Il ragazzo indicò una borsa di stoffa grezza che gli pendeva sul fianco.

Andiamo, disse l’uomo.

Si avviarono seguendo le tracce di erba calpestata che si perdevano nell’intrico di un muro vegetale.

Come facciamo a trovare la strada nella foresta?, chiese il ragazzo.

Seguiamo gli altri. Il loro passaggio è impresso nel terreno, sul muschio, nei ramoscelli spezzati.

E loro come fanno a sapere la strada?

Non ti sei mai allontanato dal tuo villaggio prima d’ora?

No. Nessuno di noi si allontanava mai.

L’uomo sospirò. Basta guardare il sole, disse. A mezzogiorno, quando il sole è più alto devi voltargli le spalle e andare sempre dritto.

Ora è laggiù, disse il ragazzo indicando verso destra. Qualche raggio rosso penetrava a stento, quasi orizzontalmente, l’intricata volta di foglie che si attorcigliavano in una complicata danza di guerra.

Quando il sole è al tramonto devi tenerlo alla tua destra. Ovest È la direzione del sole che scompare. Noi andiamo a nord.

Perché a nord?

Perché sei rimasto?, chiese l’uomo.

Dicono che voi sapete tutto. Dei vecchi tempi, di dove bisogna andare, perfino del futuro.

Lui rise. E a te cosa importa?

Voglio imparare, disse il ragazzo guardandosi i piedi.

L’uomo gli appoggiò una mano sulla spalla.

È una buona cosa, disse.

Un enorme tronco caduto ricoperto di muschio sbarrava il percorso, avviluppato in un intrico di cespugli cresciuti in fretta per approfittare dell’inaspettata fortuna di un frammento di cielo lasciato libero dal crollo del gigante.

L’uomo si fermò, imitato dal ragazzo.

Un cenno della mano smorzò sul nascere le sue domande e osservò l’uomo con attenzione cercando di indovinarne i pensieri.

La tensione muscolare nel braccio che reggeva la lancia lasciava intuire la vicinanza di un pericolo. L’uomo annusò l’aria e lasciò vagare lo sguardo nella muraglia vegetale.

Attesero a lungo, immobili lasciarono che il sole scivolasse oltre l’orizzonte.

Andiamo, disse l’uomo.

Si infilarono nell’intrico di cespugli spinosi, l’uomo strappò pezzi di muschio fino a sentire la corteccia ruvida del tronco caduto sotto le dita. Si afferrò alle rugosità del legno e si issò, poi si girò e tese la mano al ragazzo. Vieni, disse.

Non c’è più pericolo adesso?

No.

E prima c’era?

Si, prima c’era.

Come lo sai?

L’uomo si toccò il naso. L’ho annusato, disse. Un orso rosso. È ancora lì, da qualche parte, ma non attaccano mai dopo il tramonto.

Non ci farà nulla?

No, ma sbrighiamoci, sta diventando buio e ci sono altre creature che cacciano di notte. Dobbiamo fare un fuoco.

E gli altri?

Non li raggiungeremo oggi. Domani, forse.

L’uomo raccolse qualche ramo spezzato e fece cenno al ragazzo di fare altrettanto.

Non è legno secco, disse, ma brucerà lo stesso.

Camminarono nella luce sempre più incerta finché la foresta non si diradò lasciando intravvedere enormi blocchi di pietra ricoperti di muschio e rampicanti, illuminati da una luna opalescente che faticava a perforare la densa atmosfera rossastra.

Cosa sono?, chiese il ragazzo.

Case. Edifici, grattaceli. Una volta ci abitavano le persone.

Persone come te e me?

Persone come te e me.

L’uomo si addentrò fra le case trasformate in un intrico vegetale e si accucciò fra le radici di un albero dal tronco così grosso che sarebbero serviti dieci uomini per farci il giro, cresciuto dentro un palazzo scoperchiato. Appoggiò lo zaino a terra e ne estrasse due pezzi di pietra e una manciata di paglia e di licheni essiccati.

Sfregò le pietre fra di loro producendo una pioggia di scintille che si smorzarono rimbalzando sulla paglia.

Insisté con pazienza finché un filo di fumo scaturì dall’esca. Vi soffiò sopra con dolcezza, covando il fuoco fra le mani. Una fiammella incerta prese vita, l’uomo attese che si rinforzasse prima di posarvi sopra ramoscelli via via più grossi.

Il ragazzo sedette accanto a lui fissando il fuoco.

L’uomo estrasse dallo zaino un involto di foglie che posò a terra e lo aprì mostrandone il contenuto. Prese il coltello e tagliò alcune strisce che diede al ragazzo. Carne essiccata, disse. Ne tagliò dell’altra che tenne per se.

Che altro hai nello zaino?

L’uomo prese con delicatezza uno strano aggeggio di metallo e lo mostrò al ragazzo. È un astrolabio. È uno strumento antico, lo usavano una volta per determinare la posizione.

Il ragazzo annuì senza capire.

Mangiarono in silenzio. Alla fine il ragazzo si girò verso l’uomo. Perché a nord?

Credevo te ne fossi dimenticato.

Una volta c’erano persone ovunque. Città, case, strade. E nessuno si preoccupava di ciò che stavano facendo al mondo. Inquinavano, sporcavano, bruciavano fuochi che facevano nuvole di fumo così grandi da oscurare il sole. Sapevano cosa sarebbe accaduto, ma nessuno voleva rinunciare a nulla e così andarono avanti come niente fosse. La Terra diventò calda, i ghiacci si sciolsero, vi furono inondazioni, terremoti, uragani che duravano anni spazzarono il mondo tempestandolo di piogge torrenziali.

Le piante furono quelle che se la cavarono meglio. Acqua e calore era ciò che serviva loro. E anche se il cielo divenne sempre carico di nuvole e vapore la cosa non impedì loro di crescere.

Guardati attorno. Le piante stanno vincendo, non c’è posto per noi qui. Non possiamo vivere sotto questo cielo sempre gravido di nubi.

E a nord cosa c’è?

Guarda, disse l’uomo alzandosi in piedi. Afferrò la mano del ragazzo e si allontanarono dal fuoco.

Guarda il cielo, da quella parte.

Non vedo niente.

Non fissare lo sguardo altrimenti non la vedrai. Guarda un po’ di lato, ma sempre di là, verso nord.

Aspetta, vedo una lucina. Forse è un fuoco su una montagna.

Non è un fuoco, disse l’uomo. È una stella. L’ultima stella che si vede in cielo.

Cos’è una stella?

È come un sole lontano. Ma non è questo che conta. Quello che conta è che riusciamo a vederla. Vuol dire che il cielo lassù è più pulito, libero dalla cappa di umidità che nasconde tutte le altre stelle.

L’uomo chiuse gli occhi e parlò con voce sognante. A nord è più freddo, le piante non ci sconfiggeranno. Ci basterà seguire l’ultima stella.

E se dovesse sparire anche quella?, chiese il ragazzo.

Non sparirà. Andrà tutto bene, te lo prometto.

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6 ore fa, libero_s ha detto:

Il disco del sole, rosso e deforme come il ferro incandescente nella fucina di un fabbro, si rifletteva sullo specchio d’acqua piatto e immobile come un felino in agguato, che contrastava con l’atmosfera densa e vorticosa in perenne movimento.

Una volta qualcuno (non ricordo chi) scrisse in un commento a un mio racconto che iniziare con un tramonto non è proprio il massimo dell'originalità. In effetti mi trova d'accordo. Detto questo, però, l'incipit è ottimo, molto suggestiva la similitudine del sole e quella dell'acqua.

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

La vegetazione lussureggiante combatteva la sua lenta battaglia per conquistare ogni spazio libero. 

Molto bella anche questa frase e tutto il passaggio seguente.

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

La silenziose armate vegetali progredivano senza sosta, fagocitando nella loro marcia ogni zolla di terra, ogni pietra, ogni superficie disponibile, insinuandosi, scalzando, spaccando ed infine macinando ogni cosa come un mostro proteiforme dall’appetito insaziabile, paziente e inarrestabile.

Davvero azzeccata la personificazione della natura, realizzata in modo magistrale.

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

Maestro, dobbiamo andare. Siamo gli ultimi.

L’uomo si girò a fissarlo. Perché sei rimasto?

Per stare con voi.

Te l’hanno detto loro?

Il ragazzo scosse la testa.

L’uomo si alzò e lo guardò con maggior interesse. Non mi ricordo di te, non sei uno di quelli a cui insegnavo.

Molto interessante la scelta di non separare i dialoghi dal resto del testo, mi ricorda Saramago e a me piace molto se ben realizzata (come mi sembra tu abbia fatto). Non ricordo di aver trovato questa tecnica nei tuoi racconti precedenti. Sono curioso di sapere se c'è una spiegazione precisa o se si tratta semplicemente di un desiderio di sperimentazione.

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

Qualche raggio rosso penetrava a stento, quasi orizzontalmente, l’intricata volta di foglie che si attorcigliavano in una complicata danza di guerra.

I riferimenti a un mondo marziale (danza di guerra, armate vegetali, ecc.) mi piacciono molto, mi sembra che contribuiscano efficacemente alla costruzione di un'atmosfera particolare.

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

avviluppato in un intrico di cespugli cresciuti in fretta per approfittare dell’inaspettata fortuna di un frammento di cielo lasciato libero dal crollo del gigante.

Bella, ma forse una virgola da qualche parte non sarebbe male.

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

L’uomo si fermò, imitato dal ragazzo.

Un cenno della mano smorzò sul nascere le sue domande e osservò l’uomo con attenzione cercando di indovinarne i pensieri.

Qui non sono sicuro che la gestione del soggetto sia perfetta. Ho come l'impressione che qualcosa non torni.

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

Non è legno secco, disse, ma brucerà lo stesso.

Ottimi i dialoghi. Brevi, secchi, ma denotano cura per i dettagli (qui ad esempio con l'accenno ai rami non secchi).

 

6 ore fa, libero_s ha detto:

E se dovesse sparire anche quella?, chiese il ragazzo.

Non sparirà. Andrà tutto bene, te lo prometto.

Bello.

Gran bel racconto lib, nulla da dire.

Stilisticamente mi ha colpito come già detto la scelta di creare un unicum narrazione/dialoghi, nonché l'uso frequente delle metafore e di descrizioni forti e originali. Ottimo anche il registro usato, con termini precisi ma mai pesante. Il ritmo non è spedito, ma personalmente apprezzo questo tipo di "lentezza" quando è funzionale alla creazione di un'atmosfera rarefatta e sospesa.

Sulla trama poco da dire: forse non è chissà quanto folgorante, né il massimo dell'originalità, ma l'intuizione della ricerca del Nord dona quel tocco di poesia che illumina tutto.

Niente, vorrei trovare qualche difettuccio per non sembrare troppo buono (sai che apprezzo le critiche, e che quindi le faccio volentieri quando serve) ma probabilmente se questo racconto è in questa sezione un motivo ci sarà. :)

 

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Alle 18/3/2018 at 22:43, Joyopi ha detto:

Una volta qualcuno (non ricordo chi) scrisse in un commento a un mio racconto che iniziare con un tramonto non è proprio il massimo dell'originalità.

Un alba sarebbe peggio :D Magari quel qualcuno aveva ragione, ma io sono pestifero e faccio sempre il contrario dei buoni consigli.

 

Alle 18/3/2018 at 22:43, Joyopi ha detto:

Molto interessante la scelta di non separare i dialoghi dal resto del testo, mi ricorda Saramago e a me piace molto se ben realizzata (come mi sembra tu abbia fatto). Non ricordo di aver trovato questa tecnica nei tuoi racconti precedenti. Sono curioso di sapere se c'è una spiegazione precisa o se si tratta semplicemente di un desiderio di sperimentazione.

 

Nella versione originale del racconto avevo messi una spiegazione in effetti. Il racconto è un esperimento di fusione di due stili per certi versi opposti, una parte descrittiva ridondante ispirata a Jerusalem di Alan Moore in cui c'è una prosa ridondante ed eccessiva e lo stile secco e minimale di Cormac McCarthy nei dialoghi. Devo dire che i dialoghi così mi piacciono molto, sono un po' difficili, non tutti i lettori lo apprezzano, ma io lo trovo efficacissimo.

Alle 18/3/2018 at 22:43, Joyopi ha detto:

Bella, ma forse una virgola da qualche parte non sarebbe male.

Odio le virgole :D

Alle 18/3/2018 at 22:43, Joyopi ha detto:
Cita

L’uomo si fermò, imitato dal ragazzo.

Un cenno della mano smorzò sul nascere le sue domande e osservò l’uomo con attenzione cercando di indovinarne i pensieri.

Qui non sono sicuro che la gestione del soggetto sia perfetta. Ho come l'impressione che qualcosa non torni.

Ho ripulito alcune cose dalla versione originale, forse qui ho ripulito troppo, però ho pensato che si capisse comunque l'inversione del soggetto.

 

Grazie @Joyopi per il commento. Sai che questo racconto mi ha stupito? Non immaginavo avrebbe avuto tutto questo successo. A questo punto credo che proverò a replicare questo stile, ma non so se ne sarò capace.

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Mi sembra abbastanza senza coda. Pare sia l'inizio di una storia più lunga.

 

Comunque, qualche nota:

 

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Il disco del sole, rosso e deforme come il ferro incandescente nella fucina di un fabbro, si rifletteva sullo specchio d’acqua piatto e immobile come un felino in agguato, che contrastava con l’atmosfera densa e vorticosa in perenne movimento.

 

Due similitudini nella stessa frase sono troppe e brutte. Meglio usare le cose con misura.

 

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La silenziose armate vegetali

 

Le

 

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Il ragazzo corse nell’erba tagliente che gli arrivava alla vita fino alla riva del lago. Un uomo sedeva immobile, con lo sguardo rivolto al sole.

Maestro, dobbiamo andare. Siamo gli ultimi.

L’uomo si girò a fissarlo. Perché sei rimasto?

Per stare con voi.

 

 

Perché non usi dei segni per i discorsi diretti? Così rischi solo di confondere i lettori...

 

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L’uomo sospirò. Basta guardare il sole, disse. A mezzogiorno, quando il sole è più alto devi voltargli le spalle e andare sempre dritto.

Ora è laggiù, disse il ragazzo indicando verso destra. Qualche raggio rosso penetrava a stento, quasi orizzontalmente, l’intricata volta di foglie che si attorcigliavano in una complicata danza di guerra.

Quando il sole è al tramonto devi tenerlo alla tua destra. Ovest È la direzione del sole che scompare. Noi andiamo a nord.

 

Se vanno a nord, il sole al tramonto è sulla sinistra.

 

Quota

Attesero a lungo, immobili lasciarono che il sole scivolasse oltre l’orizzonte.

 

Servirebbe la virgola, "immobili" dovrebbe essere un inciso, che quindi va chiuso.

 

Quota

Ne tagliò dell’altra che tenne per se.

 

 

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La Terra diventò calda, i ghiacci si sciolsero, vi furono inondazioni, terremoti, uragani che duravano anni spazzarono il mondo tempestandolo di piogge torrenziali.

 

Sostituirei la virgola con un altro segno, per separare "uragani" dall'elenco che stavi facendo, visto che è in una proposizione a parte. Esempio:

 

La Terra diventò calda, i ghiacci si sciolsero, vi furono inondazioni, terremoti. Uragani che duravano anni spazzarono il mondo tempestandolo di piogge torrenziali.

 

Oppure:

 

La Terra diventò calda, i ghiacci si sciolsero, vi furono inondazioni, terremoti, e uragani che duravano anni spazzarono il mondo tempestandolo di piogge torrenziali.

 

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