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Nightafter

Il sogno dell’odio – Pt.1

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La casa aveva le pareti dipinte di nero, anche il soffitto lo era.

Nella casa non entrava il sole, alcune finestre erano sbarrate, altre murate.

Lui non sapeva il nome di quel colore, aveva solo quattro anni e nessuno gli aveva parlato dei colori, ma ne conosceva la natura: era quella del buio.

Il buio e il silenzio riempivano la casa vuota e la sua mente quando chiudeva gli occhi per sfuggire alla paura, o per nascondersi nel sonno, dove tovava un mondo che gli piaceva.

Nel sonno non c'era paura né si provava il dolore, il sonno era una cosa buona, era il bene.

Una lampadina rossa, appesa a un filo in centro al soffitto, certe volte faceva cessare il buio, questo avveniva solo quando mamma era a casa: a lui non piacevano quella luce e sua madre.

Senza luce non si vedevano quei simboli sulle pareti di cui non capiva il significato.

Erano segni che gli creavano angoscia, perché avevano il colore nero del sangue. Nella luce il sangue era nero come il buio e usciva dal suo corpo, quando sua madre lo colpiva con cattiveria, ovunque. Sua madre gli faceva paura, sempre.

Il dolore aveva due nature: una fisica, quando sua madre o quegli uomini lo picchiavano, o facevano cose orribili sul suo corpo, ma quel male aveva un termine. Prima, quando accadeva, lui urlava e piangeva: nessuno lo sentiva, perché la casa era un rudere isolato, lontano da altre case. Ora aveva smesso di farlo, desiderava solo che tutto finisse in fretta.

L’altro dolore era più profondo, covava dentro acuto: era fatto di paura e non finiva mai, c'era sempre quando era sveglio. Nel sonno cessava, o meglio era più remoto, poteva osservarlo come qualcosa fuori dal corpo e dalla mente, non poteva cancellarlo, ma guardarlo da lontano gli procurava sollievo.

“Madre”: Questo termine indicava la donna che viveva nella casa con lui.

Lo aveva sentito da quegli uomini, sempre gli stessi, che venivano nella casa: “Tu sei la madre di quel mostro”, dicevano con disgusto.

“Figlio”: anche questo significato lo conosceva, indicava lui: “Quell'aborto dell'inferno è tuo figlio” dicevano, gli stessi uomini, poi quando avevano finito andavano via.

Lei lasciava accanto al suo giaciglio ogni mattina, prima di uscire, la scodella di zuppa densa e insapore, che non bastava alla sua fame. La donna stava fuori a lungo, non tornava prima che fosse notte, a volte non tornava per giorni. Allora la fame diveniva impellente, lo aggrediva con morsi dolorosi e lo costringeva a procurarsi altro cibo, in altro modo.

Quando la casa era deserta e restava solo nel buio e nel silenzio, allora venivano.

Li sentiva muoversi: zampettio di unghie aguzze sul pavimento delle stanze, corse rapide e furtive rasenti i muri, piccoli squittii lievi, ratti in caccia.

Occhietti rossi, punte di spillo incandescenti, scandagliavano febbrili le tenebre in esplorazione, cercavano cibo: rimasugli, avanzi di cucina abbandonati nel secchio del pattume. Erano famelici, le cantine di quelle stamberghe fattiscenti ne pullulavano, o salivano dalle rive del torrente che scorreva dietro la casa.

Quando s'immergeva in quella sorta di dormiveglia, mentre guardava il paesaggio all'interno della sua mente, nel luogo caldo e sereno in cui trovava conforto e nulla lo allarmava, i ratti venivano e lui li udiva.

Il tanfo dei loro escrementi e dell'urina stagnava nella casa, erano sempre parecchi, sapevano muoversi con circospezione, a lui non osavano avvicinarsi, non lo facevano mai.

Lo temevano, bastava un suo respiro più profondo o un movimento lieve a farli fuggire.

D' improvviso ricordò che era affamato come loro. L'essere che identificava col nome di “madre” a volte spariva per giorni, senza curarsi di lui.

Il fatto che non ci fosse lo rassicurava, non accadevano le cose che lo accecavano di dolore, lui non diventava cattivo, lei non lo puniva.

Mancava ormai da tre giorni: ora aveva fame, molta.

 

Era il più grosso, quello che precedeva il gruppo nell'esplorazione del territorio, il più audace, il più forte, il capobranco.

Un grosso ratto delle chiaviche: il pelo ispido e bruno, la coda lunga e coperta di scaglie, un esemplare di quasi mezzo chilo di stazza e lungo una quarantina di centimetri. Si muoveva a suo agio nel buio, la lunga coda frustava l'aria.

Come quelli della sua specie era in grado di percepire ultrasuoni e frequenze degli ultravioletti, i ratti sono metacognitivi, come avviene nei primati e nei delfini, hanno coscienza di sé.

Lui lo seguì ad occhichiusi, lo sentì muoversi nella casa, era vivo, caldo e pulsante, poteva udire le pulsazioni del suo cuore nella frenesia della ricerca.

La sensazione di fame divenne impellente: allora iniziò a chiamarlo a sè, con un comando mentale silenzioso e ferreo.

Il ratto arrestò la sua attività, si irrigidì come inchiodato da una scossa elettrica.

Si rianimò e riluttante si diresse lentamente verso l'origine del richiamo, non poteva sottrarsi ad esso, comprese di non avere scampo quando fu davanti al bambino: il corpo avanzando lasciava una piccola scia di urina, era scosso da un fremito di puro terrore.

Il bimbo allungò la piccola mano, lo cinse nel pugno, sentì le setole ispide ed il calore del corpo nella stretta, il piccolo cuore dell'animale impazziva nel parossismo dei battiti.

Denti acuminati come piccole lame trafissero la cotenna di pelo e spezzarono l'osso, staccò il capo dal corpo della bestiola con un morso secco, senti nella bocca il gusto del sangue. Sputò la testa verso un angolo della stanza, poi prese a succhiare il liquido che sprizzava a fiotti dal collo mozzato: la sensazione calda ed appagante del nutrimento gli colmò di piacere il corpo.

I sussulti ebbero termine, finalmente sazio riprese il suo sonno immergendo lo sguardo dentro sé.

 

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1 ora fa, Nightafter ha detto:

Allora la fame diveniva impellente

Non trovo questo aggettivo abbastanza feroce.

 

1 ora fa, Nightafter ha detto:

punte di spillo incandescenti, scandagliavano febbrili le tenebre in esplorazione,

ci metterei un "che" al posto della virgola per tenere il fiato insieme al bambino.

 

1 ora fa, Nightafter ha detto:

fattiscenti

refuso per fatiscente.

 

1 ora fa, Nightafter ha detto:

occhichiusi

refuso per uno spazio mancante

 

1 ora fa, Nightafter ha detto:

il corpo avanzando lasciava una piccola scia di urina, era scosso da un fremito di puro terrore.

toglierei "era" lo trovo più efficace.

 

Nella parte finale mi è venuta la nausea, quindi direi che con me ha fatto il suo effetto. Questa parte mi è piaciuta, dovevo solo leggere due righe prima di fare altro e invece sono qua a commentare, asciutta, una narrazione che si muove quasi a scatti, che lascia tanti "non detti" e che rende bene la sensazione non solo di cupezza, ma anche  e soprattutto di claustrofobia. Avrei altro da scrivere, ma ora sono davvero chiamata altrove ^_^

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Molte grazie @AnnaL.

 

...per essere un commento fatto di fretta, la positività dei giudizio è decisamente abbondante...:D

Ti ringrazio per la clemenza e per le indicazioni decisamente utili.

 

Felice serata :)

 

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Per essere solo il primo capitolo è molto crude entri da subito nella storia. Hai una scrittura accattivante e fluida mi piace. Il genere è Horror ho sbaglio. Ti devo dire che io ho uno stomaco forte e ne ho lette di storie così e ti devo dire che mi hai venire la nausea, però mi piacerebbe continuare a leggere il racconto. L'unica cosa che ti posso dire è che qui: Lui lo seguì ad occhichiusi dovresti staccare ad occhi chiusi non va tutto attaccato :)

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16 ore fa, Gioia92 ha detto:

Per essere solo il primo capitolo è molto crude entri da subito nella storia. Hai una scrittura accattivante e fluida mi piace. Il genere è Horror ho sbaglio. Ti devo dire che io ho uno stomaco forte e ne ho lette di storie così e ti devo dire che mi hai venire la nausea, però mi piacerebbe continuare a leggere il racconto. L'unica cosa che ti posso dire è che qui: Lui lo seguì ad occhichiusi dovresti staccare ad occhi chiusi non va tutto attaccato :)

Cita

La casa aveva le pareti dipinte di nero, anche il soffitto lo era.

Nella casa non entrava il sole, alcune finestre erano sbarrate, altre murate.

Lui non sapeva il nome di quel colore, aveva solo quattro anni e nessuno gli aveva parlato dei colori, ma ne conosceva la natura: era quella del buio.

 

Una domanda mi sorge spontanea e che ieri dalle fretta di scrivere il commento non ti ho fatto. Se il bambino a 4 anni come fa a sapere che la natura di quel colore è quella del buio se non sa che colore stia guardando?

Cita

dove tovava

refuso è trovava aggiungi la r.

Cita

a lui non piacevano quella luce e sua madre.

Ripeto il bambino a 4 anni come fa a dire che non gli piace la madre? Un bambino di 4 anni non è che capisce molto di ciò che fa la mamma o di chi porta in casa.

Cita

Il dolore aveva due nature: una fisica, quando sua madre o quegli uomini lo picchiavano, o facevano cose orribili sul suo corpo, ma quel male aveva un termine. Prima, quando accadeva, lui urlava e piangeva: nessuno lo sentiva, perché la casa era un rudere isolato, lontano da altre case. Ora aveva smesso di farlo, desiderava solo che tutto finisse in fretta.

Sarò ripetitiva ma il  bambino no può capire ciò che gli sta capitando essendo piccolo.

Te lo dico perché anche a me fecero questa critica che un bimbo piccolo non può capire certe cose. 

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Ciao @Gioia92

 

grazie per l'interesse al mio racconto e per le note sui refusi.

Scusa se rispondo solo ora, ma il sistema non mi ha segnalato la presenza di un tuo nuovo messaggio :D

 

Dunque sulla natura del bimbo, che ci sia qualcosa di strano mi pare evidente, in ogni caso nello sviluppo della storia (appunto un Horror) si chiarirà di che si tratta.

Il colore il bimbo non sa quale sia in termini di "nome" di quel colore (anche perché nessuno è evidente che si relazioni con lui come se fosse un normale bambino), ma benché non conosca il nome del colore, sa che quel colore è lo stesso di quando manca del tutto la luce, quindi associa il colore (nero) al concetto di buio.

Al bambino non piace la madre perché associa alla figura dell'essere che si chiama madre (lo ha sentito dire dagli uomini), il concetto di dolore fisico, di sofferenza e di angoscia che sono appunto legate al male fisico.

Quindi il bimbo non può capire "Il perché" di ciò che gli sta capitando, poiché è appunto un bambino (inoltre con pochissime informazioni sul mondo che lo circonda) ma capisce benissimo che ciò che gli capita non è un bene dato che gli procura sofferenza e paura.

 

Spero di aver fatto un po' di chiarezza sui tuoi dubbi. Se non sei convinta fammi pure altre domande, mi sono utili per evitare di avere dei "buchi" nella logica interna della narrazione durante il suo sviluppo futuro.

 

Grazie ancora e un abbraccio :D

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15 ore fa, Nightafter ha detto:

 

@Nightafter ciao grazie a te,

 

ho voluto solo precisare perché c'erano delle cose che non mi tornavano e avevo dei dubbi. Un'altra domanda che mi viene ora è come fa il bambino a chiamare a sé il topo? 

Questo proprio non lo capisco, almeno che il tuo racconto non è solo horror ma anche fantasy allora a quel punto potrei capire :)

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Cercherò di fugare i tuoi quesiti nel proseguo del racconto, sii paziente e scoprirai tutto :D 

 

ciao a rileggerci :D

 

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Ciao @Nightafter eccomi qua :)

Questo tuo racconto mi ha parecchio indisposta, non mi è piaciuto, ma non per l'italiano ovviamente.

Io sto male quando i cattivi se la prendono con i più deboli, male fisicamente intendo. Mi incazzo e mi trasformo in un giustiziere assassino, per cui poi mi dispiaccio e mi ritrasformo in una pacata donna sorridente.

Detto questo ho capito che a te piace molto strappare il lettore dal torpore. Tu non sei uno da leggere la domenica mattina, seduta sul tavolo della cucina, aspettando che spiova.

Con te bisogna prepararsi.

Leggerti è una incognita: si sa da dove si parte, non si sa dove si arriva.

Mi piace questa tua gran voglia di sperimentare, di scrutare l'animo umano nelle pieghe più nascoste e profonde. Del resto trovo anche tu abbia una leggiadria nel raccontare. Mi piacerebbe molto leggerti in una storia sentimentale, tradizionale, sai di quelle banali... per vedere come ne vieni fuori :P

Questo racconto non ho voglia di commentartelo, perché significherebbe rileggerlo più e più volte e non mi va, se no poi me lo sogno di notte. Scusami. :)

Ti dico una cosa sola:

anche a me è capitato inavvertitamente di tenere in mano un topo (ma poi non l'ho mangiato e neanche bevuto ;)) e la sensazione che si prova è proprio quella che hai scritto tu. Il resto della scena l'ho trovata molto animalesca. Ben descritta, per cui bravo!

Alla prossima mio caro @Nightafter

 

 

 

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@paolati ahahahahahah!!! :D

 

Amica mia dolcissima, sei riuscita a farmi ridere in questa domenica cupa e piovosa :D

 

Mi spiace di averti procurato questo disagio emozionale, avessi saputo non ti avrei mai invitato a leggere questa cosa.

Ti confesso che è il primo horror che mi accingo a scrivere, avrà, se vivrò abbastanza da portarlo a termine, uno sviluppo romanzesco con una storia che giustifichi tanto orrorifico  spargimento di sangue.

Io che naturalmente svengo appunto ad ogni esame del sangue, nel dover scrivere una storia gotica ho dovuto scavare nelle mie paure inconsce, negli ambienti e nei climi che più mi creano repellenza e terrore.

A dieci anni incontrai un volume con i racconti di Poe, da lì partì la scoperta di Stoker e Mary Shelley, quando spegnevo la luce per dormire la notte ero angosciato per le cose che strisciavano nel buio della mia cameretta, per i tramestii inquietanti che provenivano dall'armadio dei miei abiti, per la luna piena nelle notti di Valpurga, in cui tutti i demoni salivano dagli inferi e gli spiriti dei dannati uscivano dai sepolcri e si aggiravano per la terra a ghermire le anime pie.

 

A quattordici anni leggevo Sartre e vestivo di nero, tutti pensavano fossi un tardo-esistenzialista, io in realtà ero convinto di essere il Principe delle Tenebre.

 

Ora finalmente ho smesso di leggere ed ho iniziato a scrivere, ho un po' di materiale da metter giù sulla carta :D

 

Non leggere il seguito di questo racconto, non te ne vorrò di sicuro, inoltre tengo troppo che tu non mi tolga il saluto.

 

Un abbraccio grande :D

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39 minuti fa, Nightafter ha detto:

Non leggere il seguito di questo racconto, non te ne vorrò di sicuro, inoltre tengo troppo che tu non mi tolga il saluto.

Ovviamente il "non leggere" fa su di me lo stesso effetto di "leggimi immediatamente" :D

Leggerò anche il seguito, di sicuro, mi incazzerò, mi indisporrò e te lo dirò.

 

Non preoccuparti, non ti toglierò il saluto. Quando decido che una persona mi piace la metto tra i buoni, poi può anche commettere grandi cazzate, ma per me rimane tra i buoni. E tu mi piaci, è deciso ormai. :)

 

46 minuti fa, Nightafter ha detto:

A quattordici anni leggevo Sartre e vestivo di nero, tutti pensavano fossi un tardo-esistenzialista, io in realtà ero convinto di essere il Principe delle Tenebre.

Se ti avessi conosciuto allora, magari ti avrei anche creduto ;)

Ciao ex Principe delle tenebre.

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Ho sempre amato il genere horror. Ho sempre voluto leggere una storia degna di essere chiamata horror, la tua lo è. Sono stata in tensione tutto il tempo, mi è salita un po' d'ansia e la parte finale mi è piaciuta un sacco, come tutta la storia.

Continuerò sicuramente a leggerla. Mi piace anche il modo in cui scrivi

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Ciao@Scrittriceperpassione

 

Grazie infinite di aver avuto la bontà di leggermi e di farmi sentire quasi a disagio per dei compimenti tanto entusiastici. 

Son felice di esserti piaciuto e preoccupato allo stesso tempo per le aspettative che ho creato sul seguito del racconto.

Mi auguro sinceramente di non dare prossime delusioni, è infatti la prima volta che tento l'esperimento di scrivere qualcosa su questo genere assai affollato.

Ma soprattutto affollato da autori di elevata qualità che inducono a muoversi con estrema modestia e cautela, poiché scivolare nel banale granguignolesco è un attimo :D

 

Grazie ancora e un abbraccio :D

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Buon pomeriggio @Nightafter, è la prima volta che ti leggo quindi...:Dpiacere! Inizio col dirti che il titolo è davvero tosto. Vediamo il resto.

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

La casa aveva le pareti dipinte di nero, anche il soffitto lo era.

Inizio debole

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Lui non sapeva il nome di quel colore, aveva solo quattro anni e nessuno gli aveva parlato dei colori, ma ne conosceva la natura: era quella del buio.

Non ripetere: colori

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Il buio e il silenzio riempivano la casa vuota e la sua mente quando chiudeva gli occhi per sfuggire alla paura, o per nascondersi nel sonno, dove tovava un mondo che gli piaceva.

Frase un pò difficile da comprendere

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Una lampadina rossa, appesa a un filo in centro al soffitto, certe volte faceva cessare il buio, questo avveniva solo quando mamma era a casa: a lui non piacevano quella luce e sua madre.

Meglio: nel centro

La seconda parte della frase è confusa

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Senza luce non si vedevano quei simboli sulle pareti di cui non capiva il significato.

Erano segni che gli creavano angoscia, perché avevano il colore nero del sangue. Nella luce Aggiungerei una virgola il sangue era nero come il buio e usciva dal suo corpo, quando sua madre lo colpiva con cattiveria, ovunque. Sua madre gli faceva paura, sempre.

e usciva dal suo corpo, quando sua madre lo colpiva con cattiveria, ovunque. Sua madre gli faceva paura, sempre. Cioè?

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Il dolore aveva due nature: una fisica, quando sua madre o quegli uomini lo picchiavano, o facevano cose orribili sul suo corpo, ma quel male aveva un termine.Cioè? Prima, quando accadeva, lui urlava e piangeva: nessuno lo sentiva, perché la casa era un rudere isolato, lontano da altre case. Ora aveva smesso di farlo, Cosa? desiderava solo che tutto finisse in fretta.

Devi essere più chiaro.

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

L’altro dolore era più profondo, covava dentro acuto: era fatto di paura e non finiva mai, c'era sempre Aggiungerei: anche quando era sveglio. Nel sonno cessava, Spiegerei meglio ( o meglio era più remoto, poteva osservarlo come qualcosa fuori dal corpo e dalla mente, non poteva cancellarlo, ma guardarlo da lontano gli procurava sollievo.)

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

prima che fosse notte, a volte non tornava per giorni. Allora la fame diveniva impellente, lo aggrediva con morsi dolorosi e lo costringeva a procurarsi altro cibo, in altro modo.

Direi: dell'altro cibo,

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Quando la casa era deserta e restava solo nel buio e nel silenzio, allora venivano. Chi?

 

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Li sentiva muoversi: zampettio di unghie aguzze sul pavimento delle stanze, corse rapide e furtive rasenti i muri, piccoli squittii lievi, ratti in caccia.

Occhietti rossi, punte di spillo incandescenti, scandagliavano febbrili le tenebre in esplorazione, cercavano cibo: rimasugli, avanzi di cucina abbandonati nel secchio del pattume. Erano famelici, le cantine di quelle stamberghe fattiscenti ne pullulavano, o salivano dalle rive del torrente che scorreva dietro la casa.

Vedo la scena.

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Come quelli della sua specie era in grado di percepire ultrasuoni e frequenze degli ultravioletti, i ratti sono metacognitivi, come avviene nei primati e nei delfini, hanno coscienza di sé.

Non mi convince l'inizio. Come quelli...

 

Alle 23/2/2018 at 18:17, Nightafter ha detto:

Il bimbo allungò la piccola mano, lo cinse nel pugno, sentì le setole ispide ed il calore del corpo nella stretta, il piccolo cuore dell'animale impazziva nel parossismo dei battiti.

Denti acuminati come piccole lame trafissero la cotenna di pelo e spezzarono l'osso, staccò il capo dal corpo della bestiola con un morso secco, senti nella bocca il gusto del sangue. Sputò la testa verso un angolo della stanza, poi prese a succhiare il liquido che sprizzava a fiotti dal collo mozzato: la sensazione calda ed appagante del nutrimento gli colmò di piacere il corpo.

I sussulti ebbero termine, finalmente sazio riprese il suo sonno immergendo lo sguardo dentro sé.

Vedo la scena

 

I°Conclusione: il lettore quando legge e vede delle scene significa che la narrazione funziona. Nel tuo testo però ho visto ben poco. Non ho compreso molto di quello che ho letto. Il bambino veniva "maltrattato"? Se si perchè? A tratti scorrevole. Le scene che ho visto sono interessanti ma ti consiglio di rivedere tutta la narrazione. Non ci sono refusi. Creerei più suspance.

Spero che non ti sei offeso.

A rileggerti.

Floriana

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Ciao carissima@Floriana

 

grazie anzitutto per avermi letto e commentato.

Non vedo perché avrei dovuto offendermi amica mia, il pubblicare qui i nostri testi, ha come principale obiettivo l' ottenere una critica costruttiva 

che ci sia utile a comprendere quali siano i nostri punti di forza o di debolezza, affinché si possa migliorare la qualità del nostro lavoro :D

 

Terrò sicuramente conto delle tue note in fase di riscrittura del testo.

Tengo solo a indicarti che essendo un racconto non autoconclusivo, molti degli interrogativi che restano in sospeso nel racconto, si chiariranno nello sviluppo successivo.

 

Grazie molte e a presto rileggerti, un saluto :D

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Caro Nighafter, leggo, in ritardo, la prima parte della tua narrazione, per poi leggere in successione, le altre che hai postato.

Ho già ammirato la tua scrittura e non mi ripeto: mi limito alla conferma. Detto ciò, se me lo consenti, inizierei con alcune precisazioni che riguardano i commenti, prima di parlare del  testo.

- il colore non è che l'identificazione semantica di una percezione. In fisica non esiste. Tecnicamente, il nero corrisponde alla mancanza di riflessione di qualsiasi frequenza elettro-magnetica visibile. Ovvero è proprio del corpo che assorbe qualunque colore. Anche il buio è un'attribuzione che corrisponde alla mancanza di illuminazione, cioè quando - sia direttamente che per riflessione, rifrazione o diffusione - il nostro rivelatore (occhio) non percepisce alcun pacchetto d'onde rilevabile dal sistema. Oppure quando la trasmissione dello stimolo, dalla retina alla corteccia cerebrale preposta al suo riconoscimento, è interrotta. La descrizione di Nightafter è dunque corretta e la relazione colore - nero - scuro, ineccepibile. Scusate, ma ho sentito di doverlo precisarlo.

- un bambino di 4 anni è perfettamente in grado di capire tutto quello che è stato descritto a suo proposito in questo testo. Consultate un pediatra, se non avete figli... E, soprattutto, è perfettamente in grado di capire che ciò che gli succede non corrisponde alle sue aspettative, di attenzione, di comprensione, di amore. Ma non basta: ci sono studi che dimostrano, in modo non oppugnabile, la capacità connaturata nel bambino piccolo (già neonato) di percepire se l'adulto con cui ha contatto sia empatico verso di lui o se lo rifiuti. Si chiama istinto di sopravvivenza, nasce da un nucleo, che si chiama amigdala, e si realizza in una delle due vie contrapposte del sistema limbico, a cui l'amigdala appartiene (quelli che vengono comunemente identificati come sede di eros e thanatos). Nel racconto emerge, e non potrebbe essere altrimenti, il secondo.

 

Ok, adesso ho esagerato. Scusatemi.

Vengo al racconto. Non amo l'horror, ma questo "sogno dell'odio" mi è egualmente piaciuto e l'ho vissuto con angoscia. Non amo l'horror perché quando incontri un bambino che vedendoti cade in preda a una disperazione inconsolabile, ti rendi conto di assomigliare al suo aguzzino e se potessi, quell'aguzzino, lo uccideresti. Perché quando vedi un bambino abbandonato, morto in riva al mare, quando vedi un bambino che agonizza per denutrizione, e lo vedi davvero, non in televisione, e non puoi fare niente, bestemmi dio e gli uomini e tutto quello che ti viene in mente. Senza bisogno di confessarti. Non amo l'horror perché l'ho visto.

Ho divagato, come al solito. Ma questo racconto, che mi pare sottintenda abbastanza chiaramente il contesto in cui si svolge l'episodio, è un contesto reale, che dimora a pochi passi da noi. La merda che si spazza dalla strada perché nessuno la veda. Ma c'è lo stesso e ha il peso della disperazione (il mangiarsi il topo).

 

A parte i piccoli refusi, già segnalati da altri, Nightafter, ti segnalerei solo una frase che mi sembra un po' troppo alla Umberto Eco, che mi pare saccente (e senti chi parla!): " in grado di percepire ultrasuoni e frequenze degli ultravioletti, i ratti sono metacognitivi". A mio parere, s'intende...

 

Ciao, e grazie per esserti lasciato leggere (e non solo in senso narrativo)

 

 

 

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