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DoubleD

La svastica sul sole, di Philip K. Dick

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Cosa sarebbe accaduto se... ?
Questa domanda può essere considerata alla base di quel genere letterario definito come Ucronia: immaginare una linea temporale alternativa, esplorarne le possibili dinamiche sociali, calare nel suo contesto la quotidianità della gente comune.
"La Svastica sul Sole" (titolo italiano decisamente stonato rispetto all'originale "The Man in the High Castle", Fanucci Ed.) è un romanzo di Philip K. Dick, autore statunitense di fantascienza (avete presente film come Blade Runner, Minority Report, Atto di Forza? Beh, sono tutti ispirati, assieme a diversi altri, a sue opere...), ed è, decisamente, un'opera ucronica.
La linea temporale immaginata da Dick vede la Germania nazista ed il Giappone vincitori del secondo conflitto mondiale (tra le pieghe del romanzo appare chiaro come all'Italia loro sodale nel Patto Tripartito siano state lasciate le briciole della conquista), gli Stati Uniti sconfitti e divisi in tre macroaree, una orientale sotto il controllo dei tedeschi, una occidentale sotto il governo nipponico, una centrale che funge da zona cuscinetto. In questo universo narrativo gli anni '60 sono caratterizzati da un lato dalla micidiale miscela di conquiste tecnologiche e follie ideologiche del Reich, che è in possesso delle armi nucleari e della capacità di portare esseri umani su altri pianeti del Sistema Solare, della volontà di annessione e assoggettamento, della pulsione di sterminio di quelli che sono considerati "inferiori", dall'altro dalla egemonia culturale dei giapponesi, che soppianta inesorabilmente e sottilmente il modo di vivere e pensare degli autoctoni, privandoli di ogni residua identità di popolo. 
In questo contesto due libri orientano pensieri, percorsi e scelte dei protagonisti: uno reale, il Libro dei Mutamenti, l' I-Ching, testo cinese di millenaria saggezza, fatto proprio dai conquistatori nipponici e diffuso come elemento di cultura a cui aggrapparsi come unica possibilità di verità in un mondo di dilagante follia, l'altro, "La cavalletta non si alzerà più", immaginario, vietato nei territori del Reich e ucronico a sua volta, che descrive una linea temporale parallela in cui la Germania ed il Giappone hanno perso la Guerra, ed il mondo è diviso tra due sfere egemoniche, una sotto l'influenza degli Stati Uniti, l'altra sotto quella dell'Impero Britannico, a loro volta destinate a confliggere.
Il testo di Dick esplora il concetto della Storia scritta dai vincitori nel racconto che diviene verità acquisita dai cittadini comuni, ma che in realtà sembra avvitarsi, qualunque premessa venga posta, su un binario di conflitto permanente, a volte solo sopito sotto le ceneri di una vittoria; l'Autore inevitabilmente ha delineato il suo romanzo osservando gli equilibri di un mondo nato dalle ceneri di un Conflitto mondiale vinto dagli Alleati e già minacciato dalla contrapposizione nucleare tra USA e URSS, e tuttavia, anche oggi, forse ancor di più oggi, a quasi sessant'anni dalla pubblicazione non è possibile sfuggire alla inquietante sensazione di un filo sottile ed indistruttibile che collega la linea temporale fittizia di un mondo dominato dai nazisti e votato all'autodistruzione a quella che costituisce la realtà che ogni giorno sperimentiamo...

"Vogliono essere gli agenti, non le vittime della Storia. Si identificano con la potenza di Dio e credono di essere simili a dèi. Questa è la loro pazzia di fondo. Sono sopraffatti da qualche archetipo; il loro ego si è dilatato psicoticamente a tal punto che non sanno più dire dove cominciano loro e dove finisce la divinità. Non è hybris, non è orgoglio; è l'ego gonfiato a dismisura, fino all'estremo..."

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Lessi questo libro molti anni fa, prima nella sua versione italiana "La Svastica sul Sole" (ricordo questa copertina in stile art decò, ma non saprei dire quale ristampa fosse) e poi l'originale, The Man in the high castle, rileggendolo da poco quando sono stato informato della produzione della serie televisiva da parte di Amazon.
La mia opinione sul libro è sempre stata severa. Trovo che il lavoro di Dick svolto nei primi capitoli per delineare la sua Ucronia distopica sia meritevole, ma piano piano il lavoro si perde intrecciandosi con elementi meno forti. In primis il mondo Giapponese, idealizzato in forme e modi che non sembra tenere conto del Giappone vincente della Seconda Guerra Mondiale, bensì si ispira a quel mondo orientale new age che deve alla sconfitta tanta parte della riflessione su di sè. Inoltre non capii all'epoca e ancora non capisco il riferimento alla chirurgia plastica a cui ricorre il personaggio ebreo per mascherare le "caratteristiche razziali giudee", come se ne esistessero. Infine trovo l'intreccio della vicenda con il nostro mondo, o per lo meno con un mondo in cui gli Alleati hanno vinto, sterile e che nulla porta alla storia: l'Ucronia raggiunge il suo massimo livello quando essa si configura come l'unica realtà possibile, l'esistenza di una alternativa ne vanifica il senso e il valore, poiché trasforma l'importanza della scelta e l'ineluttabilità dei fenomeni storici, in un capriccio del Multiverso. Aldilà dell'approccio filosofico di ogni lettore a questo tema, ricordo all'epoca la cosa mi privò di entusiasmo.
 

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