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[N2017-F] Perché piangi, mamma?

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Commento

 

Perché piangi, mamma?

 

1 - Micetta

Lo sento. È lì dietro, sento la sua presenza. Deve essere tornato dall’ospedale mentre dormivo. Miagolo davanti alla porta della cameretta. Dopo un po’ Marco apre e inizio a strusciarmi sulle sue gambe. Sa di paura e confusione, ma anche di speranza e stupore. Perché papà Giorgio e mamma Giulia hanno chiuso la porta della stanza?  Lo sanno che deve rimanere sempre un po’ aperta, così posso andare a sdraiarmi accanto a lui. È così da due anni, da quel giorno che mi ha raccolto dalla strada, strappandomi a quei ragazzini balordi che mi avevano quasi ammazzata. Da allora le mie fusa sono la sua ninna nanna, il mio miagolio leggero la sua sveglia. Appena Marco starà un po’ meglio spero che richieda a papà Giorgio di fare un buco per farmi passare. Sono due anni che glielo chiede e sono due anni che lui gli risponde sbuffando sempre la stessa cosa: la porta l’abbiamo pagata cara, non ha senso rovinarla con una stupida gattaiola. Però adesso col fatto dell’incidente chissà… magari è la volta buona che avrò la mia porticina personale.

Marco mi prende in braccio, mi culla. Gli lecco una mano, mentre mi racconta che cosa gli è successo. Stavo attraversando sulle strisce, quel rumore di frenata e i fari accecanti negli occhi. Ed è diventato buio. Poi ricorda poco, è tutto un po’ confuso, come uno di quei brutti sogni che fa di notte, quando lo vedo agitarsi nel letto. Mi dice che in ospedale c’erano un’infermiera con la faccia buffa e un dottore con gli occhiali. E poi ricorda mamma Giulia e papà Giorgio accanto al letto, che lo accarezzavano e gli facevano forza. Ha ancora dei vuoti di memoria, come dei buchi. Chissà, forse sono le medicine, dice.

Marco cammina per il corridoio, tenendomi sempre in braccio. «Chissà se i miei saranno in casa?» si chiede. Gli rispondo con un miagolio, che vuol dire: sì, sono giù al piano di sotto, in cucina, stanno pranzando. Un altro miagolio: saranno contenti di vederti in piedi. Ma lui non capisce, e forse è anche un po’ stanco. Entriamo nella stanza buona, quella che non viene mai aperta. Ci sono i mobili antichi che ha lasciato la mamma di mamma Giulia quando è morta. Papà Giorgio dice sempre che valgono un sacco e non vuole che ci entriamo, io e Marco. Lui però, quando nessuno ci vede, mi ci porta sempre. E se mi faccio le unghie qua e là non mi dice mai nulla.

 

2 - Giorgio

Giulia scola la pasta e la gira nel pentolino col sugo. Un sugo semplice pomodoro e basilico… sa che non ne vado matto, ma in questi giorni non ha la testa per pensare anche alla cucina. Né io faccio troppo caso a quello che mi mette davanti.

Ho gli occhi sulla televisione, su una partita che non sto seguendo. Occhi e pensieri vanno oltre lo schermo, oltre le pareti di questa casa, oltre la strada: sono rimasti a quell’incrocio dove hanno investito Marco, cinque giorni fa.

Mangiamo in silenzio, con lo sguardo affogato nel piatto, come sempre dal giorno dell’incidente. Da allora non abbiamo più parlato molto, è come se ci fossimo spenti.

«Vedrai che andrà tutto bene» dice Giulia quando abbiamo finito, allungando una mano a cercare la mia sulla tovaglia unta, che non viene cambiata da giorni. «Vedrai che starà meglio.»

«Anche se fosse, non sarà mai più lo stesso, i medici sono stati chiari» rispondo con un filo di voce. E mi ritrovo a pensare che sognavo per lui un futuro da calciatore.

«È sempre nostro figlio, lo stesso o non lo stesso» sibila mia moglie. Farfuglio qualcosa e muovo la testa accennando un sì. Che mi è preso, cazzo? Certo che è sempre nostro figlio. Ma vederlo così mi fa impazzire.

«Vuoi un caffè?» chiede Giulia. Quasi non la sento, ho troppi pensieri in testa. Faccio ancora un cenno di assenso, un po’ più convinto di quello di prima. Poi mi alzo per andare alla finestra e accendo una sigaretta. Mi osservo nel riflesso del vetro: ho due occhiaie che fanno paura, il viso scavato, invecchiato di anni.  Guardo oltre la finestra, cercando una distrazione che non trovo. C’è un cielo bianco. Non è grigio, non è cupo… è proprio bianco, come può esserlo solo in certe giornate d’inverno, quando l’orizzonte si confonde con l’asfalto delle strade.

La suoneria del telefono di Giulia squilla e squarcia il silenzio, strappandomi da quel nulla.

 

3 - Marco

Mi piace stare qui, nella stanza buona, la stanza proibita.

C’è una finestra grande come una porta, e se ti ci metti davanti sembra che ad allungare una mano puoi rubare un pezzetto di cielo, e c’è anche la vecchia poltrona su cui nonna mi teneva sulle gambe, quando ero piccolo. Sì, mi piace stare qui, mi fa stare bene. Metto la sedia a dondolo davanti alla finestra e mi stringo Micetta al petto. Strofino il naso sul suo musetto e le stampo un bacio in fronte, poi la lascio dormire sulle mie gambe.

Guardo questo cielo che sembra latte e penso che mi manca la scuola. Chi l’avrebbe mai detto? E invece già mi manca. Chissà quanto dovrò rimanere a casa. Quest’anno ho anche gli esami di terza media, non voglio perdere l’anno. Che poi alle superiori come faccio a finire in classe con… oddio. Oddio, come si chiama il mio compagno di banco? Perché non ricordo il suo nome?

E se per colpa dell’incidente sono diventato stupido? Forse non potrò neanche tornare a scuola… mi manderanno alla scuola degli stupidi. Non troverò mai una ragazza disposta a baciarmi, e i miei smetteranno di volermi bene. Li sento che stanno urlando, al piano di sotto. Urlano il mio nome. Sì, stanno litigando perché sono diventato stupido. Inizio a piangere, Micetta se ne accorge e miagola. Mi sale sul petto, mi si struscia sul viso e asciuga le lacrime col suo pelo morbido. Poi sale sulla spalliera della poltrona e si accoccola lì. Fa le fusa e ogni tanto mi lecca i capelli, è il suo modo per consolarmi. Anche se sono diventato stupido, penso che almeno lei mi vorrà sempre bene. Sempre.

Poi arriva mia madre. Ha una faccia… «Perché piangi, mamma?»

 

4 - Giulia

Il telefono mi scivola dalle mani e cade a terra. Va in pezzi. «Che succede?» chiede Giorgio. Non voglio parlare, ma devo. «Marco è… oddio, Marco è…» Non riesco a finire la frase. Le parole mi si fermano in gola. Giorgio si avvicina, mi afferra il viso con le mani, mi strattona. «Marco è… cosa?» urla, con quanto fiato ha in gola.

«Marco è morto» mi esce, con un filo di voce. Mio marito urla il nome di Marco e sbatte i pugni sul muro, prende a calci i mobili. Poi si accascia al suolo. Guardo il suo corpo che trema, sembra che si stia sgonfiando, come un pallone bucato. Si rannicchia per terra, con la testa tra le mani, tra il frigo e il bidone rovesciato dell’organico. Marco, Marco, continua a mormorare, quasi senza voce. Io rimango in piedi, i pensieri in frantumi come vasi rotti. Lascio che quei cocci mi feriscano l’anima mentre sento il corpo muoversi da solo, in modo meccanico. Mi inginocchio accanto a Giorgio, sopra quei rifiuti molli a cui ora io e mio marito sembriamo assomigliare. Provo ad abbracciarlo, ma lui si scansa. «Lasciami solo» dice.

Scoppio in lacrime, giro per casa come un automa di pezza, cercando la gatta di mio figlio. So quanto ci teneva, era la sua vita. Sento che devo stringerla, che devo dirle qualcosa. Che devo consolarla per provare a consolare me stessa. Lo so, è un pensiero sciocco, ma è l’unica cosa che mi sembra abbia un senso, adesso. «Micetta.» Provo a chiamarla, ma non ci riesco: la voce mi si ferma in gola, mentre le lacrime mi offuscano la vista.

Salgo al piano di sopra. Trovo Micetta nella sala buona. Mi chiedo perché sia aperta, ricordo di averla chiusa a chiave, stamane. Giorgio magari... e deve aver anche spostato la vecchia poltrona di mia madre di fronte alla finestra. Eccola lì, Micetta, che sta facendo le fusa su quella poltrona vuota. Mi avvicino e per un istante, per un solo istante, mi sembra di sentire la voce di mio figlio.

«Perché piangi, mamma?»

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4 ore fa, Bango Skank ha detto:

sento la sua presenza.

 

Ho un sentore, unito al titolo, ma proseguo la lettura. Chi parla è un animale, un gatto.

 

4 ore fa, Bango Skank ha detto:

Gli rispondo con un miagolio, che vuol dire: sì, sono giù al piano di sotto, in cucina, stanno pranzando

 

lo metterei in corsivo.

 

5 ore fa, Bango Skank ha detto:

Faccio ancora un cenno di assenso, un po’ più convinto di quello di prima

 

Stavolta più convinto. E' più corta e meno articolata.

 

5 ore fa, Bango Skank ha detto:

C’è una finestra grande come una porta, e se ti ci metti davanti sembra che ad allungare una mano puoi rubare un pezzetto di cielo, e c’è anche la vecchia poltrona su cui nonna mi teneva sulle gambe, quando ero piccolo

 

TAglierei in due questa frase. Dopo cielo magari un punto e togli la congiunzione. C'è anche... la frase non mi suona molto bene in ogni caso. Credo tu abbia cercato di rendere lo stile di Marco, ma la rivedrei ugualmente.

 

5 ore fa, Bango Skank ha detto:

Io rimango in piedi, i pensieri in frantumi come vasi rotti. Lascio che quei cocci mi feriscano l’anima mentre sento il corpo muoversi da solo, in modo meccanico

 

Veramente un bel passaggio.

 

5 ore fa, Bango Skank ha detto:

e deve aver anche spostato la vecchia poltrona di mia madre di fronte alla finestra.

 

Questo è un dettaglio che hai voluto dare al lettore. Dubito che con lo choc appena subito pensi alla poltrona spostata (alla porta magari sì, ma alla poltrona...)

 

 

Il racconto è scritto veramente ma veramente bene. Purtroppo avevo capito alla prima riga (complici film come IL sensto senso o The others) dove andavi a parare. Secondo me è da evitare come la peste la parola "presenza" in prima riga :) Se devo trovare qualcosa da criticare, oltre a questo, è il fatto che secondo me la presenza di un fantasma è impalpabile (non come ghost che spostava le cose), quindi il gatto avrebbe potuto sentirlo ma non toccarlo, si sarebbe potuto mettere sulla poltrona ma non spostarla di netto. Ma qui siamo già a livello di gusto personale dell'horror (se così si può chiamare). 

Delicato e poetico, finale da pelle d'oca nonostante avessi sospettato subito come sarebbe andata. Per me un ottimo lavoro. Rivedrei solo quei punti. NOn mi è chiara la conversazione tra i genitori, sembra quasi che tu ci voglia mettere sulla strada sbagliata e riletta a posteriori la trovo non molto reale:

 

5 ore fa, Bango Skank ha detto:

«Vedrai che andrà tutto bene» dice Giulia quando abbiamo finito, allungando una mano a cercare la mia sulla tovaglia unta, che non viene cambiata da giorni. «Vedrai che starà meglio.»

«Anche se fosse, non sarà mai più lo stesso, i medici sono stati chiari» rispondo con un filo di voce. E mi ritrovo a pensare che sognavo per lui un futuro da calciatore.

«È sempre nostro figlio, lo stesso o non lo stesso» sibila mia moglie. Farfuglio qualcosa e muovo la testa accennando un sì. Che mi è preso, cazzo? Certo che è sempre nostro figlio. Ma vederlo così mi fa impazzire.

 

Una mia amica è stata in coma otto giorni. Vedevo i suoi genitori ogni giorno. L'avrebbero voluta indietro in ogni caso, non credo gli sia mai passato per la testa di dire "anche se fosse non sarà mai più la stessa". Anche perché la speranza che si risvegliasse era così forte che non pensavano alle possibili conseguenze che ci sarebbero potute essere. Però è anche vero che tutte le persone sono diverse e quell'uomo possa averlo pensato.

ps. la ragazza è uscita dal coma dopo otto o nove giorni. MOlto cambiata in tutto, ma si è diplomata, lavora ecc... ma non era più quella di prima.

 

Tolto questo ti rinnovo i complimenti per il racconto, a mio parere scritto veramente bene.

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11 minuti fa, Bango Skank ha detto:

il companeros Plata mi diceva: ma è un fantasma,

 

Il companeros @Plata guarda i miei stessi film senza farsi abbindolare da Ghost e Vincent Schiavelli :P:D scherzo, ci sono versioni e versioni. Qualcosa dovevo pur dire con un quarto d'ora rimanente e un commento da fare articolato :)

 

13 minuti fa, Bango Skank ha detto:

Sul dialogo dei genitori in realtà non pensavo al coma, quanto al fatto che gli potevano aver detto che sarebbe rimasto con dei deficit cognitivi gravi, e volevo rimarcare la cosa con lui che dice che è diventato stupido, mi rendo però conto che era da specificare meglio (cosa che posso fare agevolmente senza il vincolo delle 8mila battute)

 

Io avevo inteso il coma. Il bambino pensavo lo credesse perché così si pensa sempre (che dopo una botta in testa...). Sì, ti consiglio di specificarlo.

 

14 minuti fa, Bango Skank ha detto:

Complimenti per aver sgamato tutto alla prima riga! Se mi dicono anche altri che han scoperto tutto da subito mi arrendo: siete troppo "scafati" come lettori.

 

Il mio delle Olimpiadi (con finale simile) fu sgamato da molti ma ottenne voti alti ugualmente, sgamare non vuol dire non piacere, questo sia chiaro. Ti ripeto che eviterei la parola presenza quando c'è questo tema, rischi di portare il lettore sul binario giusto. Si sa che i bambini e gli animali sono gli unici a vedere i fantasmi (nel mio pure un cane lo vedeva). Penso che avendo scritto un racconto simile sono stato portato alla soluzione. NOn credo tutti ci arriveranno, mi sembra che l'horror qui sia un genere che non va per la maggiore. Più che come lettori, penso scafati "guardatori" di  film horror.

 

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Sfruttata appieno l'espressione idiomatica "cambio di prospettiva". Bella scrittura. Il finale l'ho intuito solo dalla frase "Mi piace stare qui, nella stanza buona, la stanza proibita." Comunque tutto il racconto è godibile. Bella prova.

 

A rileggerti.

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14 ore fa, Bango Skank ha detto:

Gli lecco una mano, mentre mi racconta che cosa gli è successo. Stavo attraversando sulle strisce, quel rumore di frenata e i fari accecanti negli occhi. Ed è diventato buio. Poi ricorda poco, è tutto un po’ confuso, come uno di quei brutti sogni che fa di notte, quando lo vedo agitarsi nel letto. Mi dice che in ospedale c’erano un’infermiera con la faccia buffa e un dottore con gli occhiali. E poi ricorda mamma Giulia e papà Giorgio accanto al letto, che lo accarezzavano e gli facevano forza. Ha ancora dei vuoti di memoria, come dei buchi. Chissà, forse sono le medicine, dice.

Questo l'avrei messo nella parte di Marco o in quella di uno dei genitori. Il rapporto con Micetta è bello così come l'avevi descritto senza questo che è un po' troppo, e va fuori dal punto di vista della gatta.

14 ore fa, Bango Skank ha detto:

Il telefono mi scivola dalle mani e cade a terra.

Nella realtà, uno dei due sarebbe stato in ospedale.

Un bel racconto, un po' forzato per ottenere un effetto che si immagina già all'inizio. Non perché si capisca, ma perché è usuale che vada così in un mucchio di racconti.

Per quanto riguarda la "prospettiva", non mi convince, è un'interpretazione troppo libera e qui non vedo altro che racconti di quattro "persone", neppure loro punti di vista (che è diverso da"prospettiva").

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Il tuo racconto mi ha ricordato moltissimo questo:

 

814131019127_anime-Tokyo-Magnitude-80-DV

 

Conosci?

 

Spoiler

Togli il terremoto, il resto è molto simile con la sorella al posto della gatta.

E adesso che ti ho fatto questo spoiler colossale, ti consiglio la visione.

 

18 ore fa, Bango Skank ha detto:

Il telefono mi scivola dalle mani e cade a terra. Va in pezzi. «Che succede?» chiede Giorgio. Non voglio parlare, ma devo. «Marco è… oddio, Marco è…» Non riesco a finire la frase. Le parole mi si fermano in gola. Giorgio si avvicina, mi afferra il viso con le mani, mi strattona. «Marco è… cosa?» urla, con quanto fiato ha in gola.

«Marco è morto» mi esce, con un filo di voce

Questa conversazione mi è sembrata strana, ha senso se Marco era in ospedale e stavano aspettando notizie. Ma in quel caso vedo più probabile che i genitori fossero anche loro in ospedale. Se prima non sapevano niente invece la sequenza mi sembra poco realistica: lui regisce troppo male subito, ancora prima che lei dica che è morto. Poi lei accetta subito l'idea che sia morto e lo dice immediatamente ad alta voce. Ci sarebbe stato meglio una frase più elusiva, tipo: c'è stato un incidente, Marco è stato investito, o cose così.

 

Per il resto fila lisci, piaciuto molto.

 

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@Bango Skank, bel racconto! malinconico, ben scritto!

Ho trovato forse un pò penalizzante l'uso della prima persona nei POV (ad esempio nella descrizione degli attimi della comunicazione della morte...), ed eccessivamente "umanizzato" il racconto di Micetta. 

Molto bello il legame descritto tra Micetta e Marco, che prosegue anche dopo il decesso... 

Bravo! 

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2 ore fa, Bango Skank ha detto:

Il contenuto nascosto mica l'ho letto però xD )

 

Io invece sono stato curioso :( non farlo!!!!!!!!! @Thea!!! :) 

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Ciao @Bango Skank. Sapessi quanto mi hai fatto felice con questo racconto: adoro le storie a più voci. Sei stato molto bravo a gestire i diversi POV. Lo stile sempre ottimo. Fluido. La storia melanconica, triste. L'emozione mi è arrivata tutta, specie per quel che riguarda il rapporto molto bello tra Marco e Miccia. Miccia, a volte, sembra troppo umana. Ha dei pensieri, come quando riporta le parole di Marco sull'incidente, che mi sarei più aspettata in un adulto. Magari in uno dei genitori. A proposito di genitori, l'unica nota stonata è il finale. Non è possibile con un figlio in quello stato, soprattutto perché dici che sono passati pochi giorni dall'incidente, che nessuno di loro si trova all'ospedale. È poco plausibile, e parlo da figlia che è stata in ospedale più volte. Al momento della telefonata sarebbe stato meglio se uno dei coniugi si trovasse a casa, magari la madre (e il padre che la chiama dalla clinica) che poi nel finale si fa consolare dalla gatta. 

A parte queste sottigliezze, il racconto molto bello. Piaciuto tanto, tanto. Bravo. 

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Ciao Bango,

hai scritto un racconto toccante e molto triste ( che ho molto apprezzato!).

 

Alle ‎14‎/‎01‎/‎2018 at 17:35, Bango Skank ha detto:

Lo sento. È lì dietro, sento la sua presenza

Forse sente troppe cose...

 

Alle ‎14‎/‎01‎/‎2018 at 17:35, Bango Skank ha detto:

Sa di paura e confusione, ma anche di speranza e stupore

Su speranza avrei qualche dubbietto: è morto da poco e, anche se è un bambino, lo vedrei più arrabbiato che speranzoso. E poi di solito i fantasmi sono abbastanza malinconici e pieni di rancore. Ci stanno la paura, la confusione e lo stupore, ma la speranza ormai...

 

Concordo sul fatto che i genitori dovrebbero essere al capezzale del figlio: li inserisci in un contesto "normale" (lei cucina la pasta, chiedendo anche se vuole il caffè, mentre lui guarda distrattamente la tv) e questo fa tremare l'intero racconto. Però, questo ripetere i gesti consueti rende ancora più drammatico il racconto perchè in essi serpeggia la solitudine e lo smarrimento che sta imbozzolando i genitori. 

 

Ecco, giusto queste cosette.

Una lettura bella e interessante. Bravo!

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Alle 14/1/2018 at 17:35, Bango Skank ha detto:

Anche se fosse, non sarà più lo stesso

Ma perché questa frase la dicono sempre gli uomini?

 

Alle 14/1/2018 at 17:35, Bango Skank ha detto:

quando l'orizzonte si confonde con l'asfalto delle strade.

Beh ma hai appena detto che il cielo è bianco, mentre il cemento è grigio

 

Cavolo, nonostante fosse scontato come andasse a finire mi hai fatto commuovere.

Complimenti <3

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