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Bango Skank

[N2017 - F - Fuori Concorso] Tipi strani, gli scrittori

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Commento

Brano poi scartato per la finale del Contest, che proprio non era cosa... ma, poverino, avendolo scritto lo posto uguale via...



Tipi strani, gli scrittori

 

Run run run run run run run away

Psycho Killer qu'est-ce que c'est

Spengo lo stereo e parcheggio nella radura di fronte all’ingresso. Scendo dall’auto e apro il cancello, infilo le buste sulle scarpe e indosso i guanti di lattice. Prendo il sacco dal portabagagli e lo trascino nel bosco, fino al laghetto artificiale che ho fatto costruire più o meno al centro della proprietà: due ettari di alberi e radure protetti da un muro di tre metri. il Giardino dei Cadaveri, lo chiamo. Sulla riva c’è la valigia che ho portato ieri. È la più grande che ho trovato, dovrebbe andare bene. Tiro fuori dal sacco il corpo nudo: è poco più di una bambina, dovrebbe entrarci senza doverla smembrare. Faccio qualche foto, poi mi metto al lavoro.

Dieci minuti dopo osservo la valigia che va a fondo, piano piano. Sorrido alla numero 27 e le prometto che ci rivedremo tra qualche settimana. «Ben fatto, Golden Boy» mormoro. Faccio qualche metro dentro il bosco e mi fermo a osservare il cadavere del numero 21, steso sotto a un albero, con la schiena poggiata al tronco. Gonfio, cassa toracica allargata, viso e inguine coperti da larve di Calliphora vomitoria vecchie un paio di settimane. A questo stadio sono incollate tra loro, formano una maschera gelatinosa che si muove appena. Se mi avvicino posso sentirle mangiare. Ancora qualche foto, poi continuo il mio giro.

 

Now listen to the beat, the beat of the song song

Buzzing in my head head like a bum dumb

Due ore dopo sono di nuovo in auto, con lo stereo acceso. Via Massaia, poi via del Tuscolo, mi lascio dietro il Museo Etiopico, Villa Aldobrandini e Frascati. Dio, quanto è bello qui. Quanto mi mancava l’Italia. Venti minuti e sono a Tor Vergata.

Entro nella facoltà di medicina da un ingresso secondario e mi rinfresco nel bagno privato dell’ufficio. Faccio un giro, ed è tutto un concerto di buongiorno professore, bentrovato professore, come va professore. Sento addosso gli occhi invidiosi dei colleghi, qualcuno mi chiama con disprezzo il Giovane Papa, perché assomiglio a Jude Law: loro, idioti falliti e livorosi che nella vita non combineranno mai granché; io, il Golden Boy, che dopo il diploma è partito per gli USA con poco e niente in tasca per tornarne dopo 15 anni come un accademico acclamato. Le studentesse e le ricercatrici fanno a gara per mendicare uno sguardo. Sei libero stasera? Per un’attenzione. Verresti in un locale? Per strapparmi un appuntamento, o il numero di telefono. Sorridi, Golden Boy, sorridi. Poi scuoti la testa e menti. «Mi spiace, ho da fare.» Sì che sono libero. E sì, andrò in un locale. Ma non con voi: siete della mia facoltà, e io sono un professionista che non mischia lavoro e piacere.

 

Death or glory becomes just another story

Death or glory becomes just another story

La Cover Band ci dà dentro sul palco, mentre centinaia e centinaia di corpi sudati si dimenano come scimmie ubriache. Andiamo a prendere una boccata d’aria nel giardino del discopub. Io le passo la birra, lei mi passa la canna. Un sorso, due tiri, tre secondi e ci stiamo baciando. «Voglio sapere tutto di te» fa lei. «Meglio di no, fidati» rispondo io. Vent’anni, studentessa di Architettura, bellissima. «Voglio fare l’amore» dice. Non le rispondo, ma la bacio ancora.

Mezz’ora e stiamo camminando a piedi nudi nel giardino della villetta che ho comprato nei dintorni di Frascati. Ci facciamo le fusa come due gatti che giocano agli innamorati. Entriamo, ci vogliamo, ci spogliamo. Una bottiglia di vino e decidiamo di continuare in camera da letto. Lei cammina volando, felice e ubriaca, con gli occhi che brillano. Apre ogni porta, guarda ogni stanza, è curiosa di me, vuole sapere chi sono. Mi chiedo se, per un solo istante, abbia pensato davvero che io mi possa innamorare di lei. La porta dello studio la trova chiusa. «Che c’è qui?» chiede. «Il mio laboratorio» rispondo. «Perché è l’unica stanza chiusa a chiave?» Sorridi Golden Boy, sorridi. Perché ci sono foto di cadaveri putrefatti appesi a ogni parete. «Non lo vuoi sapere davvero, credimi.» Prova a insistere, ma le chiudo la bocca con un bacio. Poi la porto in camera da letto.      

 

Let me tell you something about the Eastbay: it's California but it ain’t sunny

Lei è già in piedi. Ha preparato il caffè e tante altre cose, con quello che ha trovato. Ha acceso lo stereo, e balla intorno all’isola della mia cucina con addosso solo una mia camicia. Sexy e intraprendente, nulla da dire.

Continua a chiedermi cosa faccio nella vita. «Professore universitario, ricercatore e consulente» le dico alla fine. Non ci crede. «Il serial killer» dico allora, allargando le braccia. Ridiamo. «Ci rivediamo un giorno di questi?» chiede quando abbiamo finito di mangiare. No tesoro. La vita è troppo breve per sprecarla con una donna sola. «Certo. Lasciami il numero, mi faccio sentire io» mento. Mezz’ora dopo la vedo uscire dalla mia casa e dalla mia vita con la stessa leggerezza con cui vi è entrata.

Mi vesto per un’altra giornata di lavoro. Prima tappa: il mio Giardino dei Cadaveri. C’è un tipo con un taccuino in mano, davanti al cancello. Scendo, e gli vado incontro. Lo squadro: scarpe da tennis, jeans, felpa scura, giacca nera, barba di qualche giorno e occhiali da nerd. Due colpi di tosse forzati, è nervoso. «Permette una domanda?» fa. «Spara.»

«Lei è quel professore di antropologia e analisi forense che è stato in America e che...»

«Sì, sono io» lo blocco. Già so dove vuole andare a parare, e del resto me lo aspettavo: prima o poi un giornalista doveva pur arrivare. Sorridi, Golden Boy, sorridi. «Forza, mi segua. Si metta queste buste ai piedi, oppure dovrà buttare le scarpe: i liquami della decomposizione impregnano il terreno tutto attorno ai cadaveri.»

Entriamo. Mi dirigo verso il corpo del numero 14, giusto per vedere di che pasta è fatto costui. «Ma quelli che vedo sono… cadaveri?» chiede il tizio. Annuisco. «Ho ricreato qui un centro di ricerca en plein air, dove studio le varie fasi di decomposizione dei cadaveri all’aria aperta e più o meno in ogni condizione mi venga in mente… chiusi in una valigia, affogati, sepolti… tutto quello che potrebbe fare un serial killer, lo faccio anche io.»

Mi fermo e pianto i miei occhi sulle sue lenti. È sbiancato. «È solo una questione di prospettiva» dico. «Puoi infilare un cadavere in una valigia per nasconderlo, o puoi infilarcelo per studiare cosa succede. Semplice prospettiva, capisce? Bene e male… Yin e Yang… Bianco e Nero… sono solo prospettive diverse.»

Il tizio non risponde. Si guarda attorno, sembra terrorizzato.  «Stia tranquillo, non le succederà nulla. Tutto quello che vede è finanziato dalla Stato. C’è solo un altro posto al mondo così» continuo, avanzando verso il numero 14. «Vicino Knoxville, dietro al centro medico dell’Università del Tennessee. È lì che mi sono specializzato.» Arriviamo di fronte al corpo. A quel che ne rimane, almeno. «Questo è qui da un po’. La fanghiglia su cui è posato l’ha prodotta da solo, ci crederebbe? Come vede degli organi interni non è rimasto praticamente… ma che cazzo…»

Mi volto. Questo maledetto idiota sta vomitando anche l’anima. Perché vieni a intervistarmi se non ti regge lo stomaco? Ho voglia di prenderlo a calci, ma devo stare calmo. Sorridi Golden Boy, sorridi. Lo accompagno fuori. «Dai, ti porto al bar più vicino. Ti offro un thè caldo.»

«No, no… io me ne vado, grazie» risponde lui, salendo su una malandata Ford Fiesta. Chiude lo sportello e mette in moto. Gli busso al finestrino. Lo abbassa. «Per quale giornale lavori?» chiedo.

«Per nessun giornale… mi chiamo Bango Skank, e sono uno scrittore. Volevo solo farmi quattro chiacchiere perché c’avevo st’idea per un romanzo che… ma fa nulla… fa nulla.»

Accende l’autoradio e alza il volume al massimo. 

Wanna grow, up to be, be a Debaser… Debaser…

Poi riparte sgommando. 

Sempre detto io: brutta razza, gli scrittori. Tipi strani.

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Note dell’autore

1)

Il posto descritto nel brano esiste davvero, vicino Knoxville, dietro al centro medico dell’Università del Tennessee.

Per chi volesse approfondire consiglio il libro

Stecchiti, le vite curiosi dei cadaveri

dove c’è sta giornalista, Mary Roach, che descrive la sua visita in questo simpatico posto (la descrizione di lei che va in giro col tipo che ci lavora che le fa vedere le varie fasi di decomposizione, i vermi, le larve ecc ecc sono favolose… ma la Roach visita anche tanti altri posti simpaticissimi, vi assicuro!).

Per chi scrive gialli, o cose con cadaveri e vuole avere un’idea di cosa significhi “lavorare coi morti”, ecco… un libro consigliatissimo. Scritto anche con un piglio ironico notevole, aggiungo.

 

2)

Run run run run run run run away

Psycho Killer qu'est-ce que c'est

Psycho Killer by Talking Heads

 

Now listen to the beat, the beat of the song song

Buzzing in my head head like a bum dumb

King Kong Five by Mano Negra

 

Death or glory becomes just another story

Death or glory becomes just another story

Death or Glory by Clash

 

Let me tell you something about the Eastbay: it's California but it ain’t sunny

Among the dead by Tim Armstrong

 

Wanna grow, up to be, be a Debaser… Debaser…

Debaser by Pixies

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Letto.

 

Run run run run run run run away

Psycho Killer qu'est-ce que c'est

Talking Heads - Psycho Killer

 

Spengo lo stereo e parcheggio nella radura di fronte all’ingresso. Scendo dall’auto e apro il cancello, infilo le buste sulle scarpe e indosso i guanti di lattice. Prendo il sacco dal portabagagli e lo trascino nel bosco, fino al laghetto artificiale che ho fatto costruire più o meno al centro della proprietà: due ettari di alberi e radure protetti da un muro di tre metri. il Giardino dei Cadaveri, lo chiamo. Sulla riva c’è la valigia che ho portato ieri. È la più grande che ho trovato, dovrebbe andare bene. Tiro fuori dal sacco il corpo nudo: è poco più di una bambina, dovrebbe entrarci senza doverla smembrare. Faccio qualche foto, poi mi metto al lavoro.

 

1) La canzone potresti metterla a mo di citazione.

2) L'incipit è molto cinematografico, ma per un racconto del genere credo sia meglio qualcosa di meno "lista".

Esempi brutti:

  • Indosso i guanti di lattice e trascino il sacco nel bosco.
  • Spalanco il portabagagli e trascino il sacco il nel bosco.
  • Guanti indossati. Ora lo devo trascinare nel bosco.
  • Il Giardino dei Cadaveri, lo chiamo.
  • Tiro fuori dal sacco... ecc.

3) 

 

Dieci minuti dopo osservo la valigia che va a fondo, piano piano. Sorrido alla numero 27 e le prometto che ci rivedremo tra qualche settimana. «Ben fatto, Golden Boy» mormoro. Faccio qualche metro dentro il bosco e mi fermo a osservare il cadavere del numero 21, steso sotto a un albero, con la schiena poggiata al tronco. Gonfio, cassa toracica allargata, viso e inguine coperti da larve di Calliphora vomitoria vecchie un paio di settimane. A questo stadio sono incollate tra loro, formano una maschera gelatinosa che si muove appena. Se mi avvicino posso sentirle mangiare. Ancora qualche foto, poi continuo il mio giro.

 

1) Il racconto è in prima persona, quindi potresti anche omettere, molte volte, i verbi di percezione: se la valigia affonda è chiaro che è lui a vederla.

2) "Che va a fondo"-> che affonda.

3) Metterei i due punti dopo "numero 21".

4) "Se mi avvicino posso sentirle mangiare"-> "Le sento mangiare", più diretto.

 

Now listen to the beat, the beat of the song song

Buzzing in my head head like a bum dumb

Due ore dopo sono di nuovo in auto, con lo stereo acceso. Via Massaia, poi via del Tuscolo, mi lascio dietro il Museo Etiopico, Villa Aldobrandini e Frascati. Dio, quanto è bello qui. Quanto mi mancava l’Italia. Venti minuti e sono a Tor Vergata.

Entro nella facoltà di medicina da un ingresso secondario e mi rinfresco nel bagno privato dell’ufficio. Faccio un giro, ed è tutto un concerto di buongiorno professore, bentrovato professore, come va professore. Sento addosso gli occhi invidiosi dei colleghi, qualcuno mi chiama con disprezzo il Giovane Papa, perché assomiglio a Jude Law: loro, idioti falliti e livorosi che nella vita non combinscorevvolezzaeranno mai granché; io, il Golden Boy, che dopo il diploma è partito per gli USA con poco e niente in tasca per tornarne dopo 15 anni come un accademico acclamato. Le studentesse e le ricercatrici fanno a gara per mendicare uno sguardo. Sei libero stasera? Per un’attenzione. Verresti in un locale? Per strapparmi un appuntamento, o il numero di telefono. Sorridi, Golden Boy, sorridi. Poi scuoti la testa e menti. «Mi spiace, ho da fare.» Sì che sono libero. E sì, andrò in un locale. Ma non con voi: siete della mia facoltà, e io sono un professionista che non mischia lavoro e piacere.

 

1) Le canzoni messe così danno un tono ritmico al racconto, ma perché non dire cosa prova il protagonista nell'ascoltare? Sfanculami pure, però credo che si avrebbe una maggiore un attimo di fiato alla storia: il racconto è partito a razzo, stile Breaking Bad, piazzarci un po' cose "esterne" alla storia e lasciare spazio un po' alla psicologia del protagonista (Esempio brutto: Sono in auto. Sto ascoltando il Quartetto Cetra che mi fa ricordare il mio cugino di Oliveto Citra...) credo sia giusto, magari è meno di impatto che riportare i versi della canzone, ma magari è carino lo stesso.

Sfanculami.

 

2) Sempre riguardo Breaking Bad: molte volte gli episodi partono con l'intro che ti fa spalancare la mascella e poi, lentamente, ti spiegano il tutto e ritorni a quella scena.

Qui credo che la prosa sia troppo a razzo: non c'è stacco tra la scena iniziale (forte) e questa (più mite).

 

Death or glory becomes just another story

Death or glory becomes just another story

La Cover Band ci dà dentro sul palco, mentre centinaia e centinaia di corpi sudati si dimenano come scimmie ubriache. Andiamo a prendere una boccata d’aria nel giardino del discopub. Io le passo la birra, lei mi passa la canna. Un sorso, due tiri, tre secondi e ci stiamo baciando. «Voglio sapere tutto di te» fa lei. «Meglio di no, fidati» rispondo io. Vent’anni, studentessa di Architettura, bellissima. «Voglio fare l’amore» dice. Non le rispondo, ma la bacio ancora.

Mezz’ora e stiamo camminando a piedi nudi nel giardino della villetta che ho comprato nei dintorni di Frascati. Ci facciamo le fusa come due gatti che giocano agli innamorati. Entriamo, ci vogliamo, ci spogliamo. Una bottiglia di vino e decidiamo di continuare in camera da letto. Lei cammina volando, felice e ubriaca, con gli occhi che brillano. Apre ogni porta, guarda ogni stanza, è curiosa di me, vuole sapere chi sono. Mi chiedo se, per un solo istante, abbia pensato davvero che io mi possa innamorare di lei. La porta dello studio la trova chiusa. «Che c’è qui?» chiede. «Il mio laboratorio» rispondo. «Perché è l’unica stanza chiusa a chiave?» Sorridi Golden Boy, sorridi. Perché ci sono foto di cadaveri putrefatti appesi a ogni parete. «Non lo vuoi sapere davvero, credimi.» Prova a insistere, ma le chiudo la bocca con un bacio. Poi la porto in camera da letto.      

 

Let me tell you something about the Eastbay: it's California but it ain’t sunny

Lei è già in piedi. Ha preparato il caffè e tante altre cose, con quello che ha trovato. Ha acceso lo stereo, e balla intorno all’isola della mia cucina con addosso solo una mia camicia. Sexy e intraprendente, nulla da dire.

Continua a chiedermi cosa faccio nella vita. «Professore universitario, ricercatore e consulente» le dico alla fine. Non ci crede. «Il serial killer» dico allora, allargando le braccia. Ridiamo. «Ci rivediamo un giorno di questi?» chiede quando abbiamo finito di mangiare. No tesoro. La vita è troppo breve per sprecarla con una donna sola. «Certo. Lasciami il numero, mi faccio sentire io» mento. Mezz’ora dopo la vedo uscire dalla mia casa e dalla mia vita con la stessa leggerezza con cui vi è entrata.

 

1) Non le fa nulla? Questa è nuova.

2) Potresti anche esagerare con i doppi sensi: tipo lui che prende un coltello, un'ascia, un oggetto a forma e finge di colpirla, il lettore si spaventa e cose così.

 

 Mezz’ora dopo la vedo uscire dalla mia casa e dalla mia vita con la stessa leggerezza con cui vi è entrata.

Mi vesto per un’altra giornata di lavoro. Prima tappa: il mio Giardino dei Cadaveri. C’è un tipo con un taccuino in mano, davanti al cancello. Scendo, e gli vado incontro. Lo squadro: scarpe da tennis, jeans, felpa scura, giacca nera, barba di qualche giorno e occhiali da nerd. Due colpi di tosse forzati, è nervoso. «Permette una domanda?» fa. «Spara.»

«Lei è quel professore di antropologia e analisi forense che è stato in America e che...»

«Sì, sono io» lo blocco. Già so dove vuole andare a parare, e del resto me lo aspettavo: prima o poi un giornalista doveva pur arrivare. Sorridi, Golden Boy, sorridi. «Forza, mi segua. Si metta queste buste ai piedi, oppure dovrà buttare le scarpe: i liquami della decomposizione impregnano il terreno tutto attorno ai cadaveri.»

Entriamo. Mi dirigo verso il corpo del numero 14, giusto per vedere di che pasta è fatto costui. «Ma quelli che vedo sono… cadaveri?» chiede il tizio. Annuisco. «Ho ricreato qui un centro di ricerca en plein air, dove studio le varie fasi di decomposizione dei cadaveri all’aria aperta e più o meno in ogni condizione mi venga in mente… chiusi in una valigia, affogati, sepolti… tutto quello che potrebbe fare un serial killer, lo faccio anche io.»

Mi fermo e pianto i miei occhi sulle sue lenti. È sbiancato. «È solo una questione di prospettiva» dico. «Puoi infilare un cadavere in una valigia per nasconderlo, o puoi infilarcelo per studiare cosa succede. Semplice prospettiva, capisce? Bene e male… Yin e Yang… Bianco e Nero… sono solo prospettive diverse.»

Il tizio non risponde. Si guarda attorno, sembra terrorizzato.  «Stia tranquillo, non le succederà nulla. Tutto quello che vede è finanziato dalla Stato. C’è solo un altro posto al mondo così» continuo, avanzando verso il numero 14. «Vicino Knoxville, dietro al centro medico dell’Università del Tennessee. È lì che mi sono specializzato.» Arriviamo di fronte al corpo. A quel che ne rimane, almeno. «Questo è qui da un po’. La fanghiglia su cui è posato l’ha prodotta da solo, ci crederebbe? Come vede degli organi interni non è rimasto praticamente… ma che cazzo…»

Mi volto. Questo maledetto idiota sta vomitando anche l’anima. Perché vieni a intervistarmi se non ti regge lo stomaco? Ho voglia di prenderlo a calci, ma devo stare calmo. Sorridi Golden Boy, sorridi. Lo accompagno fuori. «Dai, ti porto al bar più vicino. Ti offro un thè caldo.»

«No, no… io me ne vado, grazie» risponde lui, salendo su una malandata Ford Fiesta. Chiude lo sportello e mette in moto. Gli busso al finestrino. Lo abbassa. «Per quale giornale lavori?» chiedo.

«Per nessun giornale… mi chiamo Bango Skank, e sono uno scrittore. Volevo solo farmi quattro chiacchiere perché c’avevo st’idea per un romanzo che… ma fa nulla… fa nulla.»

Accende l’autoradio e alza il volume al massimo. 

Wanna grow, up to be, be a Debaser… Debaser…

Poi riparte sgommando. 

Sempre detto io: brutta razza, gli scrittori. Tipi strani.

 

1) Bel finale.

 

 

 

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@Bango Skank, ho letto tempo fa Stecchiti, davvero carina l'idea di trarne un racconto!

L' unica cosa poco verosimile è il fatto che il protagonista sia stato negli States per quindici anni partendo senza nulla in tasca e sia rientrato in Italia come "accademico acclamato"... Nel magico mondo universitario medico italiano? :D

Mi piace molto l'inserimento della "colonna sonora", è un tratto che ritrovo in forme diverse anche in Autori che amo, come King e Lansdale.  Bel finale, con il gioco dell'autocitazione dell'Autore. 

 

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Non è per niente male, poteva starci in concorso.

Non mi piace il finale in cui ti inserisci come personaggio della storia, è un po' come per un attore bucare la quarta parete, o c'è un motivo davvero forte per farlo o non si fa. È una questione mia di gusto personale.

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Una prima nota riguardo il tema: non esiste solo quella di Knoxville, di body farm, ne esistono almeno altre quattro negli Stati Uniti e, mi pare, da qualche anno ce ne sia una anche una in Europa (in Danimarca, ma potrei sbagliarmi: avevo letto un articolo che ne parlava, qualche tempo fa su Le Scienze, ma in questo momento purtroppo non lo trovo per avvalorare questa mia citazione: prendetela, quindi, con il beneficio del dubbio).

Avevo in mente anch'io di scriverci un racconto (TU mi hai "bruciato" l'idea! ;) ) e pensavo proprio di giocare sull'equivoco del serial-killer che alla fine si rivela serio (e severo) ricercatore, ma devo ammettere che la tua trovata dell'autocitazione finale è geniale e io non ci avrei mai pensato...

 

Mi permetto di aggiungere qualche titolo alla bibliografia sull'anatomopatologia forense per scrittori di noir che si trovino a dover "maneggiare" (narrativamente! :asd: ) dei cadaveri: i libri di Cristina Cattaneo, direttrice del LabAnOf di Milano (non voglio ottenere l'effetto contrario, e cioè incuriosire chi non ha stomaco adatto, ma usate prudenza nel cercare questo acronimo su internet se non avete interessi specifici in merito e se le immagini crude vi infastidiscono).

 

Sono d'accordo anch'io sul fatto che far partire un personaggio, dando la sensazione che parta in cerca di fortuna, per poi farlo tornare da luminare sia un poco inverosimile, ma questo è un dettaglio che basta poco per correggere.

Anche il fatto che lui gestisca da sé la farm (quelle vere sono quasi costantemente presidiate dai ricercatori, perché è proprio quello il senso di questo tipo di ricerca: poter documentare scientificamente il progredire degli stati di decomposizione, sui diversi terreni, nelle diverse condizioni di occultamento o di abbandono) mi pare al limite della verosimiglianza, ma qui forse sto proprio esagerando...

 

Io non amo particolarmente i richiami musicali nei testi narrativi e qui mi paiono davvero un po' insistiti, ma questo è un mio gusto personale e poi, devo ammettere, quelli che hai scelto sembrano proprio pertinenti.

 

Il profilo del personaggio, che pare così presuntuoso e pieno di sé, ben si adatta sia al serial killer che sembra all'inizio, sia al giovane scienziato rampante. Nel lettore non subentra alcun dubbio che deve risiedere in lui una doppia personalità. Poi si rivela tutto per l'equivoco che è, e comunque narrativamente tutto continua a funzionare.

Racconto ben costruito e ben condotto, a mio parere. Magari non sarà stata cosa, come dici, per la finale. Ma a me è piaciuto.

Io, in confronto, temo che questa idea l'avrei senz'altro sprecata.

 

A rileggerti.

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Accidenti, ho letto adesso i due commenti precedenti di @Rewind e @DoubleD ed entrambi hanno apprezzato i finale con l'autocitazione.

Si vede proprio che è una mia paranoia, non farci caso :D

 

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2 minuti fa, queffe ha detto:

tua trovata dell'autocitazione finale è geniale

piace pure a lui, sono l'unico a cui non è piaciuta.

Basta, non parlo più :(

 

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27 minuti fa, libero_s ha detto:

Accidenti, ho letto adesso i due commenti precedenti di @Rewind e @DoubleD ed entrambi hanno apprezzato i finale con l'autocitazione.

Si vede proprio che è una mia paranoia, non farci caso :D

 

Grazie a tutti per il passaggio e i preziosi consigli, suggerimenti ecc.
Mi permetto di citare te, Libero, in relazione a quel "non farci caso": non è una tua paronoi, ma un tuo legittimo gusto, ed è anzi prezioso che tu lo dica forte e chiaro, a maggior ragione che ad altri è piaciuto. il punto non è se è oggettivamente è cosa buona o meno, a mio avviso, il punto è che dipende un po' dal genere che si vuole andare a "scimmiottare". io ad esempio associo l'autocitazione al divertimento, al testo che vuole bucare, come tu giustamente dici, la 4a parete per dire al lettore che l'autore non si sta prendendo troppo sul serio e ha proposto una sorta di scherzo (macabro, in questo caso).

in relazione a questo

33 minuti fa, queffe ha detto:

Magari non sarà stata cosa, come dici, per la finale. Ma a me è piaciuto.

carissimo, non era cosa perché avrei dovuto levare l'autocitazione (che porta appunto, per me, il racconto nel campo dell'ironia autoreferenziale, dell'autoironia ecc), ma quando mi è venuto in mente di concludere così, a oramai tre quarti di racconto, ho capito che era esattamente quello il finale ironico che volevo per il racconto.

 

Non sapevo ci fossero altri... centri di questo tipo, grazie per l'approfondimento. :)

Per il resto... verissimo: la cosa dei 15 anni nelgi USA e della gente che ci lavora va gestita meglio, cosa che conto di fare se e quando lo editerò, portandolo da un 8mila a un 12mila almeno per dare più verosimiglianza al tutto.

 

grazie ancora a tutti.
 

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"Stecchiti: le vite curiose dei cadaveri". 

Ricordo perfettamente il mio disgusto misto a curiosità nel leggere quel libricino dalla copertina decisamente meno esplicita del contenuto.

La dissezione, i corpi donati alla scienza, i livelli di decomposizione... incredibile. Lo conservo ancora, e adesso mi è tornata voglia di rileggerlo (colpa tua)! 

 

Ora, per quanto riguarda il tuo racconto, la parte che ho apprezzato di più si tratta indubbiamente del finale: l'autocitazione mi ha strappato  un sorriso. 

Le parti da approfondire ti sono già state segnalate, quindi posso solo dirti che il racconto è leggero, scorrevole, non stanca e anzi incuriosisce. 

 

Spero davvero di leggere la versione editata!

 

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6 minuti fa, T.Chiara ha detto:

Ricordo perfettamente il mio disgusto misto a curiosità nel leggere quel libricino dalla copertina decisamente meno esplicita del contenuto.

La dissezione, i corpi donati alla scienza, i livelli di decomposizione... incredibile.

Mamma mia... la prima parte "storica" su come venivano usati i cadaveri dai medici nei secoli scorsi è allucinante! Hai ragione, misto di curiosità e disgusto (e anche spasso per il mio gusto, perché lei scrive di certe cose con una leggerezza e un'ironia invidiabili!).

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Completamente d'accordo.

Non vorrei andare off topic, ma... quanto è brava?!

Le descrizioni dei corpi, della reazione dei tessuti a diversi agenti ambientali... mi sembrava  quasi di sentirne l'odore! :D
 

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13 ore fa, Bango Skank ha detto:

io ad esempio associo l'autocitazione al divertimento, al testo che vuole bucare, come tu giustamente dici, la 4a parete per dire al lettore che l'autore non si sta prendendo troppo sul serio e ha proposto una sorta di scherzo (macabro, in questo caso).

concordo, forse è per questo che l'ho percepito come stonato, perché il racconto stava in piedi benissimo con i suoi risvolti macabri e drammatici, anche se si risolve con un piccolo sollievo nello scoprire che il serial killer non è affatto un serial killer.

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22 ore fa, libero_s ha detto:

piace pure a lui, sono l'unico a cui non è piaciuta.

Basta, non parlo più :(

 

@libero_s: per curiosità: non ti è piaciuta, o meglio, hai trovato stonata l'autocitazione in toto o solo l'uso dello pseudonimo? (mi spiego: se Bango si chiamasse nella realtà Luigi Rossi, e avesse scritto "mi chiamo Luigi Rossi, e sono uno scrittore" avresti avuto la stessa sensazione?). 

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@DoubleD, se @Bango Skank avesse scritto 

1 ora fa, DoubleD ha detto:

"mi chiamo Luigi Rossi, e sono uno scrittore"

non sarebbe più stata un'autocitazione. È proprio il tirare in ballo se stesso che trasforma il racconto e ne cambia il senso nell'ultima battuta, il fatto che il personaggio sia uno scrittore invece di un giornalista non è influente. Lo è il fatto che un personaggio del racconto sia l'autore stesso.

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