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Kikki

Inna

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Ciao, sto leggendo questo racconto da qualche tempo. Ti lascio un commento perché, a distanza di giorni, non è ancora commentato; ho trovato una storia non banale, gradevole e ben raccontata. Credo "più alta" di quanto potrei essere in grado di commentarla, ma comunque ci provo, magari apprezzi la buona volontà e potresti trovare spunti interessanti.:)

 

La storia in sé, per come è raccontata, risulta molto lineare e non richiede particolari sforzi mentali o di immaginazione. Dal punto di vista formale, la tua scrittura resta sempre gradevole, chiara ed elegante, come ho letto anche in altri tuoi racconti. Qui, però, sembri più distaccata nel narrare, non ho notato, per esempio, lo stesso coinvolgimento del racconto "l'ultima volta", ma può anche darsi perché si tratta di un racconto più "alto" e magari il problema sono io.;)

L'unica cosa che davvero non mi convince è lo stacco narrativo a metà. Come dire, inizi con un narratore "abbastanza" impersonale, quasi da articolo di giornale o da descrizione di un evento, poi dopo le vicissitudini di Inna il narratore diventa in prima persona (?). Comunque esprimerò meglio il punto più avanti.

 

Ora ti segnalo alcuni punti, vedi se ti sono utili le mie segnalazioni.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Inna è sparita dalla strada.

Non è più nella zona dove lavorava ma non è nemmeno da nessuna altra parte.

Nessuno l’ha vista, nessuno sa niente di lei.

L'incipit non mi ha fatto impazzire. Diciamo che parti con una specie di "allarme" o "voce di corridoio", qualcosa che prelude a una narrazione differente da quello che in realtà è. Sembra quasi fuori luogo.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

La sera in cui gli operatori della pattuglia erano riusciti ad avere un contatto più stretto con lei, era stata davvero una grande soddisfazione per tutta l'associazione. Tanto che da quel momento gli sforzi di tutti i volontari operativi, e cioè quelli che la sera percorrevano le strade bolognesi in macchina per andare a incontrare le ragazze che lavorano sui marciapiedi, si erano concentrati su Inna. Sulla comunicazione con lei.

Tutto questo blocco mi mette molti dubbi circa la costruzione della frase: come prima cosa ho barrato quelli che per me sono punti sovrabbondanti mentre in grassetto ho sottolineato i dubbi.

La frase centrale è molto ripetitiva e macchinosa, vedi se ti piace riformulata in questo modo.

«I volontari che percorrevano le strade bolognesi in macchina per andare a incontrare le ragazze che lavorano sui marciapiedi erano entusiasti di quei contatti. Tutti i loro sforzi, da quel momento, si erano concentrati su Inna».

Detta così perde molta "eleganza" (sono certo che ci sono modi migliori), però ho semplicemente "riordinato" il flusso dei periodi e delle idee spezzando la frase, questa è l'idea di fondo.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Fino a che una notte erano finalmente riusciti a farla andare con loro. Erano andati insieme al rifugio, solo per chiacchierare in un posto caldo e dove nessuno si sarebbe chiesto perché la macchina ferma non se ne andava o, almeno, non faceva lavorare la ragazza.

Il "fino a che" è un modo poco gradevole di iniziare la frase, inoltre sembra che rimarchi quell'evento in modo eccessivo. Ho anche messo "almeno" tra virgole però, anche se in grassetto, magari non si nota.:P

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Gli operatori le avevano detto che se avesse voluto tornare a casa o semplicemente smettere di fare la strada per provare a trovare un lavoro a Bologna o in una qualsiasi altra città, avrebbero potuto aiutarla, le sarebbero stati vicini.

Anche qui hai inserito dei periodi aggiuntivi prima della questione. Vedi se ti piace questa riformulazione.

«Gli operatori le avevano detto che l'avrebbero aiutata, le sarebbero stati vicini in ogni caso; sia che avesse voluto tornare a casa o che volesse semplicemente smettere di fare la strada per provare a trovare un lavoro in una qualsiasi città».

Il "sia che" non mi convince, ma magari hai capito l'idea.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Ora però Inna è scomparsa.

Non so se ho afferrato la tua idea, ma in caso positivo è davvero molto audace la costruzione temporale usata.

Praticamente:

- inizio (scomparsa);

- svolgimento - flashback;

- ora è scomparsa (ripresa dell'inizio).

Se non ho capito male, l'annuncio di scomparsa di Inna all'inizio è quello di cui parli in questo punto. La parte in mezzo è un flashback che spiega come i volontari l'hanno trovata all'inizio e di come è andata la sua vita. Se ho capito bene, come detto, si tratta di una costruzione molto audace dal punto di vista narrativo.(y)

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Qualche mese dopo però era ricominciato tutto.

Il "però" lo metterei tra virgole.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Inna era dovuta tornare in Italia perché le minacce, da parole si erano trasformate in fatti ed erano arrivate fino al suo paesino di provincia, era in pericolo, aveva paura per sé e per i suoi, e doveva scappare

Dividerei la frase. Un punto dopo "provincia" per poi riprendere con "era in pericolo, ...".

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

A ventidue anni si sentiva sulle spalle un peso da cui non capiva come liberarsi.

A parte la ripetizione di "si sentiva" con la frase successiva che, per come si svolge la narrazione ci può stare, per me il "si" è di troppo e te l'ho barrato.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Gli operatori, dall'altro lato, le avevano offerto di essere una giovane ucraina senza documenti e senza lavoro, le avevano offerto nessuna sicurezza economica e mille paure da combattere o almeno da accettare per imparare a conviverci; le avevano offerto di essere una ragazza con un passato difficile, un presente di cui si vergognava e un futuro completamente incerto.

Frase molto lunga, invece del punto e virgola metterei un punto e ricomincerei con un "loro le avevano offerto...".

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Finalmente rivedo Inna, è la prima volta che ci incontriamo di giorno, non sulla strada, al lavoro.

Non mi convince il passaggio alla prima persona nella narrazione. "Rivedo Inna", chi? Io cioè tu? L'io-narrante che ha raccontato in modo impersonale fino a ora? Mi lascia perplesso questa scelta.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

prendiamo tanti dolci diversi perché Inna è una golosa

Questo particolare mi piace molto perché fai "acquisire umanità" a un personaggio dalla vita così crudele; un'immagine che trasmette nuova tranquillità. Molto toccante e intenso il racconto che offre la protagonista, dalla durezza della vita alle emozioni personali e al percorso che l'ha portata ad acquisire sicurezza e a far vergognare Giuseppe.

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Ti fa tornare ad avere fiducia nella gente. Che mentre sei sulla strada non è un bene.

La frase in grassetto non l'ho davvero capita...

 

Alle ‎08‎/‎01‎/‎2018 at 10:23, Kikki ha detto:

, non credo che riuscirò mai a dimenticarlo.

Forse è "beh", non "bé".

 

Spero che ti sono utili le mie segnalazioni. Dalla tua hai la facilità di scrittura oltre che uno stile gradevole, quindi non ho nulla da eccepire sotto questo punto di vista. Però ho trovato alcune frasi un po' macchinose dove hai spostato dei periodi in modo un po' difficile (le ho segnalate).

Vedi che ne pensi.

 

Ciao e alla prossima lettura.

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Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Fino a che una notte erano finalmente riusciti a farla andare con loro

Ciao. A me suona meglio "fino a quando", ma son gusti. 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

All'inizio Inna aveva raccontato della sua famiglia, della sua vita in Ucraina in una casa troppo povera, degli studi di veterinaria che aveva dovuto abbandonare perché non c’erano abbastanza soldi per continuare, dei suoi fratelli e poi, di come aveva deciso di venire in Italia a lavorare per poter mandare soldi a casa alla sua mamma. Di Irina, la donna che l’aveva avvicinata nel suo paese e le aveva proposto di intraprendere l'impiego più vecchio del mondo sulle strade della fantomatica e lontanissima Bologna. Di Misha, il magnaccia che la faceva lavorare e che spesso la picchiava.

Mi sembra un po' un cliché. 

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Ora però Inna è scomparsa.

Mi piace molto come questa frase ha la potenza di spezzare il ritmo.

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Inna era dovuta tornare in Italia perché le minacce, da parole si erano trasformate in fatti ed erano arrivate fino al suo paesino di provincia, era in pericolo, aveva paura per sé e per i suoi, e doveva scappare.

Magari sono fissato io, epperò mostracele queste minacce. Perché se mi scrivi solo che aveva subito delle minacce, il lettore non sente la paura di Inna. Io voglio vedere le minacce, non mi interessa che tu mi dici che le ha subite ;)

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

e aveva attraversato tante situazioni che l'avevano obbligata a guardare la vita da un’altra prospettiva, con occhi completamente diversi. Con diffidenza.

Anche qui, vale quanto sopra :)

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Con il telefono in mano e il rumore della doccia in sottofondo, il suo sguardo era caduto sulle chiavi di casa dimenticate con leggerezza sul tavolo. Le aveva afferrate senza fare rumore e senza fiato per poi correre fuori, verso la strada. Arrivata fuori si era subito imbattuta in un bar dove era entrata trafelata e con il cuore che le batteva negli occhi e nelle orecchie.

Bella questa parte, si legge la tensione.

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

perché Inna è una golosa, e poterselo permettere fa parte della libertà

Ecco, qui mi dai di nuovo delle spiegazioni, quando in realtà sono superflue. La seconda parte suona un po' di predicozzo.

 

Ecco, ti ho evidenziato le parti che non mi hanno convinto. Per il resto, il racconto secondo me è scritto bene. Tratta un tema difficile, che hai saputo affrontare in modo non troppo forzato.

Per le correzioni formali, lascio a chi è più esperto :)

Alla prossima!

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Ciao @Kikki

 

ho letto questo racconto che mi è apparso molto delicato nello stile, quasi in contrapposizione al tema che affronta. È molto coraggioso ed ho notato anche molta sensibilità nello scrivere.

 

La trama, così come è esposta, è molto lineare, con un bel ritorno “d'inversione ciclica” sul finale. Il gioco narrativo sulla “sparizione” mi è piaciuto.

 

Anche per questi motivi, mi risulta però un po' difficile aggiungere il seguito, che è ovviamente una mia visione personale e per lo più un punto di vista tecnico.

 

Già questa parola, “tecnico” mi pare stonare con tutta l'ambientazione del racconto. Ciononostante, secondo me, lo sviluppo della trama (salvo quanto detto sopra) è troppo, troppo lineare da un punto di vista stilistico.

 

Ho letto un racconto suddiviso in due parti: la prima completamente descrittiva, la seconda (narrata all'interno di un monologo sotto forma di discorso diretto) ugualmente ed esclusivamente descrittiva.

 

Come dire: non c'è vera interazione fra i personaggi se non quel poco all'interno del racconto della voce narrante che, tra l'altro, cambia a metà racconto e questo, come anche è stato detto in altri commenti, può anche generare confusione nel lettore.

 

Io alternerei tutto il racconto fra descrizioni e dialoghi (o anche pensieri) per rendere i personaggi più vivi, più tangibili.

 

Messa così come attualmente è (sempre a mio avviso e scusa, ma non saprei come altro dirlo) mi sembra tutto estremamente “piatto” da un punto di vista puramente stilistico: dall'inizio alla fine c'è una lunga sequela di azioni, molto brevi che si susseguono senza sosta l'una all'altra. Più che un racconto, sembra appunto un “resoconto”. Non si riesce a scendere troppo in profondità, in una storia che comunque tocca l'animo umano sotto diversi punti di vista.

 

In questo modo, tutti i personaggi mi son sembrati avere il medesimo spessore narrativo perché sono tutti descritti esclusivamente come da un unico punto di vista della voce narrante. A mio avviso, sottolineerei proprio la differenza caratteriale dei personaggi.

 

I magnaccia (non solo Misha), ad esempio, in questa storia credo si possano intendere come i “cattivi”. Anche un altro commento l'ha fatto notare e sono d'accordo. Va calcata un po' la mano per far capire quanto sia tremendo o spaventoso il loro operato. Prendo ad esempio questa parte:

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

I primi tempi da libera, sono stati un inferno, avevo paura di tutto, non volevo uscire e quando lo facevo qualcuno doveva sempre accompagnarmi… è successo che qualche ragazza sia stata aiutata e portata al sicuro al rifugio ma che poi, dopo pochi giorni ci ripensasse e tornasse dal suo magnaccia. Questo succede perché quando una ragazza scompare, il magnaccia minaccia la sua famiglia, di ucciderli, di mutilarli; mandano messaggi sul cellulare, hanno contatti dappertutto e tu non sai mai se succederà davvero o no... alcune delle ragazze non reggono la tensione e tornano indietro. Almeno così sono sicure che le loro famiglie siano al sicuro, almeno per il momento. Quando scappano da qui, dal rifugio, mettono in pericolo non solo loro stesse ma tutte le persone che ci vivono e ci lavorano.

 

Il termine “minaccia” è poco in sé, il termine “mutilarli” è forse il più pesante di tutta la descrizione (se non del racconto) e il termine “tensione” pare il massimo dello sconforto che questa figura procura alle sue vittime.

 

Non è che voglio i particolari delle violenze o il sangue, intendiamoci, ma secondo me serve il particolare di una scena che indichi o alluda meglio a tutto questo, che faccia sentire, annusare, se non  proprio vedere questa paura (magari anche solo dipinta su un volto).

 

Suggerirei di restringere il campo della telecamera sulle scene, altrimenti la storia sembra vista solo da lontano.

In questo senso, spezzerei la narrazione con due battute di dialogo che mostrino anche come parlino o come reagiscano i personaggi fra loro.

 

Qui c'eravamo quasi, ma tecnicamente, in questo racconto non c'è mai un dialogo diretto fra due personaggi...

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

«Esci da lì, esci per strada e guarda la via, chiedi a qualcuno», le aveva suggerito il volontario.

 

Oppure, anche nella scena del supermercato, c'eravamo quasi, la tensione è quella giusta, ma...

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Così ho lasciato il braccio del volontario. Ho fatto una cosa che mi ha talmente sorpreso che non ci posso credere ancora oggi. Sono tornata indietro a cercare Giuseppe. Gli sono andata di fronte e l’ho guardato fisso negli occhi

 

Anche i volontari dell'associazione, restano indefiniti e, ad esempio, non hanno neanche caratterizzazione nel nome. Sono sempre "volontari" o "operatori". Non abbiamo, ad esempio: "Mario, Gino, Piera..."

 

Questa cosa delle chiavi e del cellulare poi, per quanto sia comunque plausibile, mi sembra però un po’ “una forzatura di trama”, nel senso di un espediente dato dal narratore (o narratrice) per far fuggire Inna, che però contrasta un po’ con la situazione di segregata. Voglio dire che Giuseppe, per essere un uomo che tiene segregata una donna al puro scopo di soddisfazione sessuale, mi appare assai “sbadato” nel scordarsi le chiavi e il cellulare così a portata di mano.

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

lui l’aveva portata in un appartamento da cui non poteva uscire, passava le sue giornate rinchiusa lì dentro. Aspettava. Quando lui arrivava facevano sesso. Il suo compito era quello di trasformare in realtà le fantasie erotiche di lui.

Violentata per mesi e prigioniera in un appartamento da cui non poteva uscire.

Fino al giorno in cui Giuseppe era andato a farsi una doccia e aveva dimenticato sul tavolo della cucina il cellulare e le chiavi di casa.

Ad esempio, Inna glieli potrebbe sfilare dai pantaloni mentre lui si fa la doccia o quando dorme, rischiando anche di essere scoperta e aumentando la tensione della scena, per dire la prima cosa che mi viene in mente.

 

Ci sono poi, parecchie, parecchie, parecchie ripetizioni di termini che io varierei.

Io, in merito sono un po’ maniacale, l’ammetto.

Tu, ovviamente, decidi in base al tuo sentire narrativo.

 

Ad iniziare da "lavorare" e “lavoro”:

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Non è più nella zona dove lavorava

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

a incontrare le ragazze che lavorano sui marciapiedi,

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

o almeno non faceva lavorare la ragazza.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

aveva deciso di venire in Italia a lavorare

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Misha, il magnaccia che la faceva lavorare

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

di fare la strada per provare a trovare un lavoro a Bologna

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

per stare in Italia e trovare un lavoro

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

senza documenti e senza lavoro,

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

non sulla strada, al lavoro

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

ma tutte le persone che ci vivono e ci lavorano.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

. Ho un lavoro, non mi piace molt

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

di qualsiasi cosa, e lavorare insieme.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

un appartamento ma quando finisco di lavorare

 

 “Sicura” e “sicurezza”,:

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Così si era sentita un poco più al sicuro.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

le avevano offerto nessuna sicurezza

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

ia stata aiutata e portata al sicuro

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Almeno così sono sicure che le loro famiglie siano al sicuro,

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

un bel po’ di tempo prima che mi sentissi sicura di me stessa,

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

mi sentivo al sicuro, dentro l’auto,

 

 “Magnaccia”:

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Misha, il magnaccia

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

e tornasse dal suo magnaccia.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

, il magnaccia minaccia la sua famiglia,

 

"Fare" ( secondo me, uno dei termini più vaghi in narrativa):

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

riusciti a farla andare con loro

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

smettere di fare la strada

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

era ritrovata a dover fare una scelta.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

a scappare per rifarsi una vita.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

a farsi una doccia e aveva d

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Non aveva saputo subito cosa fare,

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

. Le aveva afferrate senza fare rumore

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

dovevamo fare la spesa.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

e vorrei tanto poter fare qualcosa

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Mi piacerebbe tanto riuscire a fare i documenti per mio fratello minore e farlo

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

o almeno non faceva lavorare la ragazza.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Misha, il magnaccia che la faceva lavorare

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

capito la proposta che le stavano facendo.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Quando lui arrivava facevano sesso.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

uscire e quando lo facevo qualcuno doveva sempre accompagnarmi…

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

quella che mi faceva sentire meglio?

 

 

La stessa cosa vale per i termini "aiutare" o "succedere", oppure "credere", o in minima parte "fiducia" e "fidarsi". Non te li cito tutti, se non solo questo ultimo "credere" qui:

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Bé, non credo che riuscirò mai a dimenticarlo. Mi ha fatto molta impressione.

Da quella volta non sono più uscita, non mi sentivo pronta ad affrontare la situazione, o forse ad affrontare il passato. Ora invece credo che ce la potrei fare. Anzi, lo voglio fare al più presto. Voglio che anche le altre ragazze sappiano che possono essere libere e che ci sarà qualcuno che le aiuterà.

Credo che se ci sarò anche io sulle pattuglie, sarà più facile per loro credere alle parole dei volontari e credere che, nonostante tutto,

 

Anche queste variazioni, ad esempio, aiuterebbero a caratterizzare meglio.

 

Una volta è “magnaccia”, già “pappone” suona più da strada anche se stona, “il loro incubo” (per dire la cosa più banale) o “il diavolo fatto persona”  (per usare un cliché) calcherebbe già di per sé sulla negatività del personaggio, ad esempio senza bisogno di scendere poi necessariamente nei particolari… insomma cercherei delle espressioni più concernenti il tuo stile di scrittura che però siano maggiormente incisive e meno vaghe.

 

Un altro banale esempio, anziché  "la faceva lavorare", già "la obbligava a vendere il proprio corpo" o "la obbligava a prostituirsi",  avrebbe in sé un carico molto più pesante, caratterizzato alla situazione; avresti poi sottolineato il rapporto coatto di dipendenza e avresti cambiato le due ripetizioni di "fare" e "lavorare".

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Misha, il magnaccia che la faceva lavorare e che spesso la picchiava.

 

Fra le frasi, invece, che mi sono piaciute e che mi hanno colpito:

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Ha completamente disimparato a fidarsi, anche solo di se stessa.

Un po' classica, ma rende ottimamente...

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

prima che riuscissi a trovare il coraggio di guardare oltre le mie scarpe mentre camminavo per la strada.

Questa in particolare, secondo me rende molto bene l'idea del trascorso tragico di Inna.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Andiamo insieme in un bar pasticceria, dove prendiamo tanti dolci diversi perché Inna è una golosa, e poterselo permettere fa parte della libertà.

Questa anche è bella e calzante: descrive quanto una piccola cosa banale e quasi scontata, sia così grande e importante per chi ha conosciuto la schiavitù.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Non ero io che dovevo avere paura, era lui.

Qui restituisci bene la presa di coraggio di Inna, il rendersi conto della situazione, che la "realtà" che le avevano fatto credere (ossia di esser obbligata a quella vita da strada) era una sporca bugia.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

È stata davvero una strana impressione per me uscire di notte con i volontari: mi sentivo al sicuro, dentro l’auto, al caldo, insieme agli operatori. E loro là fuori al freddo, sole.

Il contrasto, anche in questo caso è ottimo per far risaltare la differenza fra la bellezza della libertà e l'orrore della schiavitù.

 

Ovviamente, ti ho detto come la vedo io, non come è o come deve essere. Secondo me, mi permetto, hai molta sensibilità nello scrivere... fin troppa! In questo senso, quasi contrasta un po' con la storia. Sembra quasi che non ti sia voluta troppo “sporcare le mani”.

Dunque il racconto tocca, o meglio sfiora l'animo, quasi come una carezza, ma non affonda. A meno che questo non fosse il tuo intento, secondo me serve più contrasto.

 

Un saluto, sperando di non essere stato troppo insensibile (davvero mi dispiacerebbe!).

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Ciao @AndC grazie mille per il tuo commento. Prima di tutto ognuno ha le sue opinioni e la sua maniera di scrivere e, in secondo luogo, writer's dream serve proprio a questo, a farci le pulci e a dare spunti per capire meglio come migliorarci. Quindi tutti i commenti sono benvenuti e molto incoraggiati! 

Sono d'accordo sullo stile piatto e viene dal fatto che questo racconto/resoconto è frutto di un'intervista. Tutto quello che ho scritto è realmente accaduto, comprese chiavi e cellulare per quanto possa risultare banale e sbadato. Ugualmente però, visto che in teoria è un racconto, immagino si debba calcare di più la mano su cattivi, volontari e in generale su tutti i personaggi.

Mi risulta difficile romanzare fatti realmente accaduti e che vorrei usare per far parlare di più di quanto succede per strada. Non riesco ad aggiungere fantasia e opinioni, non riesco a rendere questo genere di storie fruibili a un pubblico più ampio. In principio la mia intenzione era unire diverse storie che ho raccolto in anni di lavoro su strada come volontaria e farne un romanzo, un lungo racconto, o comunque uno scritto che potesse veicolare il messaggio evitando il vittimismo e la tragedia che di solito permea questo tipo di storie. Per questo sto lavorando su altri racconti del genere che ho pubblicato in officina. Ma non ci sto riuscendo. Bisogna proprio lavorarci in un modo diverso. Ti ringrazio molto per tutti i commenti, li apprezzo davvero molto

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Ciao @m.q.s. grazie per i commenti e per esserti preso del tempo per leggere il mio racconto/resoconto. 

Alle 12/1/2018 at 20:19, m.q.s. ha detto:

Magari sono fissato io, epperò mostracele queste minacce. Perché se mi scrivi solo che aveva subito delle minacce, il lettore non sente la paura di Inna. Io voglio vedere le minacce, non mi interessa che tu mi dici che le ha subite ;)

Hai ragione. In generale ho compilato una lista di azioni senza aggiungere niente che approfondisca personaggi o anche che dia il "romanzato"; è semplicemente un'esposizione nuda e cruda di fatti.

Sono contenta però che ti sia piaciuto.

Alla prossima

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Ciao @bwv582 io trovo che tutti i commenti siano interessanti, ogni punto di vista diverso che da una visione e un'angolatura "altra" rispetto alla mia. In generale, come ho già scritto in un commento prima, mi trovo in difficoltà con questo genere di storie ma allo stesso tempo ci terrei molto che riuscissero a vedere la luce per portare a galla un problema di cui incredibilmente si parla ancora troppo poco. Mi trovo in difficoltà perché sono tutte storie vere, perché vorrei mantenere la voce delle ragazze ma, allo stesso tempo, romanzarle per renderle fruibili anche a chi di solito non si occupa di questo tema. E, soprattutto, vorrei evitare vittimismo e compatimento. Ma non ho ancora trovato la strada giusta.

Hai ragione sull'incipit, suona fuori luogo perché fa pensare che quello che verrà dopo sarà una storia tutta diversa.

Alle 11/1/2018 at 15:09, bwv582 ha detto:

inizio (scomparsa);

- svolgimento - flashback;

- ora è scomparsa (ripresa dell'inizio)

L'idea era proprio questa e mi piace molto vederlo schematizzato così. Provo sempre a dare una struttura alle cose che scrivo ma non ci riesco quasi mai.

Alle 11/1/2018 at 15:09, bwv582 ha detto:
Alle 8/1/2018 at 11:23, Kikki ha detto:

Ti fa tornare ad avere fiducia nella gente. Che mentre sei sulla strada non è un bene.

La frase in grassetto non l'ho davvero capita...

Non è un fatto positivo il fidarsi della gente quando vivi per strada perché nessuno intende farti del bene quando stai su un marciapiede. La gente prende, non da mai niente.

Alle 11/1/2018 at 15:09, bwv582 ha detto:

Spero che ti sono utili le mie segnalazioni.

Spero che ti siano utili le mie segnalazioni. Perdonami non ho potuto davvero resistere.

Grazie di tutto quello che mi hai scritto, lo trovo davvero utile.

Alla prossima

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28 minuti fa, Kikki ha detto:

In generale, come ho già scritto in un commento prima, mi trovo in difficoltà con questo genere di storie ma allo stesso tempo ci terrei molto che riuscissero a vedere la luce per portare a galla un problema di cui incredibilmente si parla ancora troppo poco.

Completamente d'accordo con quanto ho messo in grassetto nella frase citata.

Immagino, magari, anche la difficoltà ma secondo me, almeno dal punto di vista narrativo, la scrittura è dalla tua - ho letto "l'ultima volta" (per il titolo vado a memoria) e la capacità di narrazione in sé non ti manca.:)

31 minuti fa, Kikki ha detto:

E, soprattutto, vorrei evitare vittimismo e compatimento.

La vedo difficile anche perché se entri (o fai entrare qualcuno) in certe tematiche, è naturale acquisire empatia.

Mi sembra più un senso di capire a fondo la persona di cui parli e "assaggiare" i suoi sentimenti o la sua visione di un mondo che, in un certo senso, l'ha resa una vittima.

Forse ho commentato questa tua frase perché magari ho capito qualcosa di diverso da quanto intendi ma per me non è una cosa necessariamente negativa. Certo, se si vuole creare un racconto completamente fatto di vittimismo, lamentazione o compatimento poi si cade nello scadente.

 

Per il resto ho trovato utili le spiegazioni del tuo intervento precedente. L'unica cosa che non ho capito...

37 minuti fa, Kikki ha detto:

Spero che ti siano utili le mie segnalazioni. Perdonami non ho potuto davvero resistere.

... è cosa dovrei perdonarti.:)

 

Ciao e alla prossima lettura.

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@bwv582 ti ho corretto un congiuntivo che poi magari era solo una svista ma, ripeto, non sono riuscita a resistere. 

 

Per quanto riguarda l'empatia, trovo che sia una cosa positiva. Ma odio i racconti sul sociale perché sono fatti per piangere e arrabbiarsi e perdi di vista il fatto che le persone del racconto sono vere e reali e si trovano vicino a te tutti i giorni e tutte le notti e che aiutarle non è impossibile. Vorrei dare voce a loro senza mettermici troppo in mezzo. E soprattutto vorrei solo storie a lieto fine!

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Ciao @Kikki,

grazie per la precisazione: quello che mi dici, cambia il punto di vista con cui ho analizzato il tuo racconto. Il fatto che si tratti d'interviste basate su fatti realmente accaduti, oltre a nobilitare ancor più i tuoi intenti, prevede più logicamente che lo stile sia maggiormente "giornalistico" e meno narrativo. Più distaccato e meno soggettivo. Dunque, in questo caso non mi sentirei tanto di consigliarti (come invece ho fatto) di calcare troppo la mano sui personaggi interni, perché questo si addice allo stile narrativo (ottica in cui ho letto il racconto e fatto il commento).

L'impresa in cui ti stai cimentando è, ripeto, nobile, e sicuramente non facile.

 

A favore, aggiungo che la prima volta, leggendo l'incipit, ho avuto questa sensazione quasi da "articolo di giornale"... poi però, gli altri elementi e il contesto mi hanno fatto propendere per un'interpretazione da racconto letterario.

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Inna è sparita dalla strada.

Non è più nella zona dove lavorava ma non è nemmeno da nessuna altra parte.

Nessuno l’ha vista, nessuno sa niente di lei.

 

Siccome mi hai detto che non sei ancora così certa del risultato della forma con cui stai sviluppando il tuo progetto, mi permetto in questo senso di aggiungere un altro spunto di riflessione (che ovviamente valuterai in base ai tuoi scopi e al tuo sentire): io chiarirei o sottolineerei proprio questo punto del fatto che la narrazione sia basata su personaggi e accadimenti reali.

Magari incorniciando tutta la forma narrativa nello stile di un articolo (o di una serie di articoli) da giornale, oppure una sorta di diario tenuta da qualche operatore dell'associazione. Oppure di un giornale (una rivista) interna all'associazione stessa che racconta storie reali sul sociale. O proprio di un libro che l'associazione vuole pubblicare in merito. Cioè scriverei nella storia, o all'inizio del romanzo intero esattamente la tua motivazione personale, che diventerebbe la motivazione del personaggio narrante della storia:

1 ora fa, Kikki ha detto:

In principio la mia intenzione era unire diverse storie che ho raccolto in anni di lavoro su strada come volontaria e farne un romanzo, un lungo racconto, o comunque uno scritto che potesse veicolare il messaggio evitando il vittimismo e la tragedia che di solito permea questo tipo di storie.

Io farei dire questo che mi hai detto nel commento al personaggio narrante della storia o del libro!

 

Allora, in questo senso, ciò che caratterizzerei meglio e narrativamente è proprio la voce narrante, per far capire senza fronzoli proprio lo scopo di tutto l'operato. Ad esempio: c'è un operatore/operatrice, che all'interno della sua associazione (di cui specificherei anche nome e ragione sociale) ha il compito di redigere queste storie ed è lui/lei che le racconta-riporta basandosi sulle testimonianze dirette che ha raccolto.

 

Rileggendo in questa ottica tutto il testo, qualcosa del genere effettivamente traspare, ma gli darei maggiore distinzione. In questo senso puoi o potresti usare maggiormente una parte puramente narrativa per descrivere l'operato e la figura del narratore, e una parte più oggettiva, distaccata, meno invadente e meno romanzata per la testimonianza in sé.

 

Cioè racconterei proprio la storia dell'operatore/trice che attraverso il progetto dell'associazione si trova a confrontarsi con queste realtà e dunque fa un percorso evolutivo, perché ogni storia lo/la fa riflettere e lo/la trasforma. In questo senso verrebbero meglio e assumerebbero ancor più senso le parti come la "telefonata all'operatore di Inna" cioè come e quanto quelle storie influiscano sul protagonista narrante non solo da lontano, ma anche negli eventi della vita...

 

In questo caso, azzarderei  l'ipotesi di una narrazione in prima persona... ad esempio:

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

La sera in cui gli operatori della pattuglia erano riusciti ad avere un contatto più stretto con lei, era stata davvero una grande soddisfazione per tutta l'associazione.

"La sera in cui io e gli altri operatori riuscimmo (o eravamo riusciti) ad avere un contatto più stretto con lei..."

 

E allora mi appare meglio che hai sviluppato la storia in questo direzione quando cambi la voce narrante.

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Finalmente rivedo Inna, è la prima volta che ci incontriamo di giorno, non sulla strada, al lavoro

Il problema, per me è stato, che questa voce narrante non sia stata presentata  chiaramente sin dall'inizio, e questo che mi ha creato maggiore confusione interpretativa...

 

E più ci penso, più rileggo, più mi sembra che ti sia mossa proprio in questa direzione: ogni stacco bianco di paragrafo mi pare che sottintenda questo cambio di voce narrante e di distinzione contenutistica fra quello che è il narrare generale del contesto del progetto e quello che è testimonianza. Ecco, io qui non sottintenderei, ma specificherei gli stacchi...

 

44 minuti fa, Kikki ha detto:

Tutto quello che ho scritto è realmente accaduto, comprese chiavi e cellulare per quanto possa risultare banale e sbadato.

Anche questo risulta o può risultare "banale" nell'ottica di una trama da racconto narrativo, ma nell'ottica di una testimonianza di vita realmente accaduta è quello che è successo, dunque non avrei né ho, ora che lo so, nulla da ridire a riguardo.

 

Al di là delle mie considerazioni, sono certo che troverai il modo migliore per rendere il tuo progetto che mi auguro possa presto prendere forma completa... ciao!

 

 

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4 minuti fa, Kikki ha detto:

@bwv582 ti ho corretto un congiuntivo che poi magari era solo una svista ma, ripeto, non sono riuscita a resistere. 

Ho scritto così perché credevo dicessi "non ho saputo resistere" perché avevi risposto al commento. Per questo non ne capivo il motivo proprio perché è utile confrontarsi e rispondere ai vicendevoli dubbi - poi scrivo millemila post sui racconti di @AndC e magari dovrei darmi una regolata (ma questa è un'altra storia:asd:).

 

Allora che dire... meglio così, se in futuro posterò un racconto e ti farà piacere commentarlo, vorrà dire che il tuo commento sarà particolarmente utile proprio perché non riesci a non correggere dei refusi.(y)

Cosa che per me è più complicata perché io non ho l'occhio così allenato e generalmente ne trovo pochi.:)


Ho letto ora il commento di @AndC - è morto IE e non tagga più! O_o - e in bocca al lupo con il tuo progetto anche da parte mia.

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3 ore fa, AndC ha detto:

Magari incorniciando tutta la forma narrativa nello stile di un articolo (o di una serie di articoli) da giornale, oppure una sorta di diario tenuta da qualche operatore dell'associazione. Oppure di un giornale (una rivista) interna all'associazione stessa che racconta storie reali sul sociale. O proprio di un libro che l'associazione vuole pubblicare in merito. Cioè scriverei nella storia, o all'inizio del romanzo intero esattamente la tua motivazione personale, che diventerebbe la motivazione del personaggio narrante della storia:

Bellissima idea! Mi piace molto il pretesto del diario! Mi hai aperto gli occhi! Sto riscrivendo tutto in prima persona e con cornice il diario dell'operatrice. Grazie ancora, mi sei stato davvero di grande aiuto @AndC

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Buongiorno @Kikki;) buon anno. Il  titolo del tuo racconto mi ha incuriosito molto. Inizio a leggere.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Non è più nella zona dove lavorava ma non è nemmeno da nessuna altra parte.

Già sveli molto.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Tanto che da quel momento gli sforzi di tutti i volontari operativi, e cioè quelli che la sera percorrevano le strade bolognesi in macchina per andare a incontrare le ragazze che lavorano sui marciapiedi, si erano concentrati su Inna. Sulla comunicazione con lei.

La frase per me appare pesante.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

o almeno non faceva lavorare la ragazza.

Cancellerei questa parte. Stona.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Gli operatori le avevano detto che se avesse voluto tornare a casa o semplicemente smettere di fare la strada per provare a trovare un lavoro

Non mi convince.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Lei non parlava ancora bene l’italiano all'epoca, ma li guardava con molta attenzione; non ci furono dubbi sul fatto che avesse capito la proposta che le stavano facendo. La cosa fondamentale era che sapesse che c’era qualcuno su cui poteva contare, qualcuno che l’avrebbe aiutata nel momento in cui avesse preso la decisione di lasciare Misha.

Troppe la le l'

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Mesi dopo squilla il cellulare dell’associazione. Una telefonata da Inna: è spaventata, ha bisogno di aiuto, che qualcuno vada a prenderla, ma non sa dove si trova. Appena si scopre il nome della via, un volontario parte per andare da lei.

Narrazione troppo veloce.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

, e doveva scappare.

Toglierei : e

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Gli operatori, dall'altro lato, le avevano offerto di essere una giovane ucraina senza documenti e senza lavoro, le avevano offerto nessuna sicurezza economica e mille paure da combattere o almeno da accettare per imparare a conviverci; le avevano offerto di essere una ragazza con un passato difficile, un presente di cui si vergognava e un futuro completamente incerto.

Attenzione alle ripetizioni.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Non aveva saputo subito cosa fare, aveva paura di essere scoperta ma capiva che se non avesse approfittato di quel momento, forse non se ne sarebbe più presentato un altro. Aveva cercato il numero che tanto tempo prima le avevano dati refuso dato i volontari con cui si era confidata. Un cartoncino colorato con un numero scritto a mano...

Pensiero confuso

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

teneva il telefono

Non mi piace. Meglio: era al centralino

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

e con il cuore che le batteva negli occhi e nelle orecchie

Cioè?

 

Conclusione: racconto attuale. Scorrevole, lineare ed elegante. Personalmente mi è piaciuto l'ultimo pezzo, più fluido e scorrevole. La prima parte e quella centrale, l'ho trovata confusa. Troppi articoli, ripitizioni. Un pò  di distrazioni secondo il mio gusto.

 

Buona continuazione:D

Floriana

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Ciao @Floriana , buon anno anche a te e grazie per aver letto Inna. Cosa intendi con "e già sveli molto?", ed è una cosa positiva o negativa? 

Farò attenzione a tutte le ripetizioni e confusioni, ci sto già lavorando tenendo in considerazione tutti i commenti che mi sono stati fatti.

Grazie ancora, alla prossima

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Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

ma non è nemmeno da nessuna altra parte.

Brutta questa avversativa.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

La sera in cui gli operatori della pattuglia erano riusciti ad avere un contatto più stretto con lei, era stata davvero una grande soddisfazione per tutta l'associazione. Tanto che da quel momento gli sforzi di tutti i volontari operativi, e cioè quelli che la sera percorrevano le strade bolognesi in macchina per andare a incontrare le ragazze che lavorano sui marciapiedi

Prima operatore della pattuglia, poi volontari operativi e infine la digressione: appare tutto troppo pesante.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

Ha completamente disimparato a fidarsi, anche solo di se stessa

Suona male, io direi qualcosa tipo: Ha perso la fiducia, anche in se stessa.

 

Alle 8/1/2018 at 10:23, Kikki ha detto:

contare al 100% su di me,

toglierei il numero e inserirei un avverbio come totalmente.

 

Per le cose più generali direi che il testo va un po' pulito come fluidità, e i personaggi rimangono sempre un po' pallidi, poco caratterizzati. 

 

Queste sono le cose che più mi sono saltate all'occhio, spero di essere stato di aiuto.

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