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Ospite Mirtillasmile

Cosa rende un libro un buon libro?

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5 ore fa, JPK Dike ha detto:

Fraudolente critica la mia scrittura, però al netto di un linguaggio semplice, cerco sempre di infilare nei miei scritti dettagli forti, chiari e precisi.

Fraudolente scrive in modo diverso dal tuo, e non pretende che il suo sia il modo migliore di scrivere. Fraudolente ha frequentato scuole diverse da quelle dove hai studiato tu,  in un'altra epoca, e ha letto libri diversi da quelli che hai letto tu. Fraudolente è conscio dei suoi limiti e cerca di migliorarsi, magari ascoltando chi, come te, la pensa in modo diverso. Fraudolente ha paura che i suoi libri passino per pezzi di antiquariato letterario e di non essere adeguato ai lettori di oggi...

 

Ah, cosa molto importante: Fraudolente apprezza molto i tizi decisamente convinti, entusiasti, e  persino quelli molto intransigenti e che si danno un gran da fare per apprendere e crescere. 

Come un certo @JPK Dike...

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Ospite gecosulmuro
Alle 9/1/2018 at 19:17, Mirtillasmile ha detto:

I libri del passato era più interessanti? Certo che lo erano, perché era più interessante il clima socio-politico-culturale ( nel bene e nel male) in cui nascevano

Non dimentichiamoci che i "libri del passato" rappresentano una selezione, frutto del setacciamento operato dal tempo e dalla storia, cui solo una sparuta elite è sopravvissuta fino a diventare un "classico". Dovessimo sottoporre la narrativa contemporanea allo stesso rigoroso esame, probabilmente sopravviverebbero non più di un centinaio di titoli.

Modificato da gecosulmuro

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Ospite gecosulmuro

Ho trovato interessante l’intervento di @Renato Bruno che, nel chiedersi quale sia la finalità del libro, mette il dito sulla piaga, cioè sul concetto di “buon libro”, evidenziando quanto questo sia ambiguo e mutevole, perfino nell’opinione dello stesso lettore, a distanza di tempo.


Vorrei però rovesciare ancora il punto di vista e chiedere perché si legge, quale ne sia la motivazione pratica.


Tanto tempo fa, non c’era la televisione, non c’era la radio e neanche il cinema, figuriamoci Internet. La lettura era la sola occasione di sapere, conoscere, intrattenersi, anche. Per questo non ci sono più i lettori di una volta (comunque meno numerosi di quelli di oggi), perché è cambiato il mondo e, di conseguenza, è cambiata anche la finalità della scrittura. Quello che voglio dire è che non bisogna dimenticare che, alla fine, è la scrittura a essere al servizio della lettura, non il contrario.

Modificato da gecosulmuro

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Non dimentichiamo nemmeno che in passato lo scrittore era un "pensatore" (un vero analista dei sentimenti umani e della società), oggi è solo un "presentatore" (uno che vuole presentare se stesso e la propria idea). Si dice che non ci siano più lettori, io dico invece che adesso tutti leggono e leggono troppo, senza però scegliere cosa leggere. Non si va alla ricerca, si legge solo ciò che finisce sotto i nostri occhi (ed è tenta roba). Cioè: tutte le scemenze che passano su fbk, su Twitter, tutte le idiozie che passano come messaggi (e quindi comunicazione), proseguendo via-via fino ai volantini del discount. L'altro giorno ho visto una signora così intenta che quel volantino mi ha incuriosito fino a domandarmi: cosa ci sarà mai oltre ai falsi sconti e qualche lavatrice in bella posa? 

Abituandoci alle dimensioni ridotte della nuova messaggeria non ci resta che fare riemergere l'interesse per la scrittura con i racconti (un compito arduo che oggi ritengo importante). Gli addetti al mestiere (CE) dicono che con i racconti manchi l'immersione. Ma chi si immerge più fino in fondo? Ma neppure nella vita! Chi vuole più rischiare le spire dei sentimenti? Nessuno. Eppure non è vero perché - vuoi o non vuoi - si vive di "vita" e di "sentimenti": amari, feroci, felici... 

Cambiata è la misura, l'occhio guarda diversamente, c'è altra luce in giro. Noi autori dobbiamo farci trovare sotto questa luce, con una misura adatta al nuovo modo di guardare. 

Lo so: Il mordi e fuggi impera e lo scrittore si dispera. 

@gecosulmuro

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@Fraudolente Beh però dai, continui a chiamarla "una moda". E non mi fraintendere mi va benissimonpa critica, però vorrei anche sapere cosa ti dà noia o non ti piace. Ti avevo taggato prima che parlavo di persona e tempo, e non hai risposto. Io acceto le critiche, però mi piacerebbe sapere su cosa si basa la critica.

 

Abbiamo avuto istruzione differenteve letto libri differenti? Non credo proprio. Tu hai letto Eco, io ho letto Eco. Tu hai letto Verga, io ho letto Verga. Tu hai letto Manzoni, io ho letto Manzoni... e così via. La mia istruzione liceale e universitaria è stata quanto di più classica e tradizionale si possa immaginare. 

 

Credo la differenza stia nel cosa si ricerca nella letteratura, e come si percepisce la scrittura. Io sono qui per le storie, e il mio giudizio sulla bontà della storia si basa. Prima c'è la storia, poi l'arte, la poetica, lo stile. I promessi sposi non si regge in piedi, e così Il Nome della Rosa è solo un arzigogolo filologico senza storytelling.

 

Infatti se ricerchi non ho parlato né di stile né di qualità della prosa. Manzoni era un maestro e ci sono dei passaggi magistralmente scritti. Ma come dicevo a me interessa in prima battuta, solo e soltanto la storia. 

 

E credo che questo faccia tutta la differenza. Te ricerchi lo stile, io ricerco la storia. Direi quasi che è una concezione filosofica differente della questione. 

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9 ore fa, gecosulmuro ha detto:

Vorrei però rovesciare ancora il punto di vista e chiedere perché si legge, quale ne sia la motivazione pratica.

Gentilissimo Marco, perché noi leggiamo si porta dietro il che cosa noi desideriamo leggere. Leggiamo perché siamo esseri "work in progress" mai unici e gli stessi per sempre. Leggiamo perché in fondo siamo carenti di qualcosa, perché cerchiamo qualcosa, perché sentiamo la necessità di essere presi in considerazione in altro modo: leggiamo perché in ogni opera per noi degna della nostra attenzione  troviamo il riflesso di una interiorità, di una vivacità emotiva, di un dramma dell'esistenza o della sua risoluzione che ci permetta di riconciliarci con la nostra realtà storica, questo nostro stare qui e ora. Leggiamo per capirci, per assumere la stessa consapevolezza che ci dà il Teatro, la rappresentazione di una vita concreta o dello spirito che simbolicamente ci consente una riconciliazione, scegli tu con che cosa:  con la Grande Madre Terra, l'Alto, la Società, gli opposti in equilibrio, l'interno e l'esterno, le radici e le idealità dell'umanità intera, i sogni e la realtà, gli ideali e la Storia..., ma puoi aggiungere altro ancora.

Da qui, secondo me, i libri che nutrono poco, molto, moltissimo -scusa l'espressione retorica- la nostra anima. Quelli che ognuno di noi cerca per sé, per seguire anche le caratteristiche di base del proprio animo (per quello inquieto come il mio poca sostanza c'è nei libri a lieto fine, nei personaggi tutti buoni o tutti cattivi, nei punti di vista che vogliono insegnare e non apprendere nel corso della narrazione).

 

Ma la questione, nell'epoca della ipernutrizione narrativa a base di fastfbook e testi con   additivi edulcoranti e conservanti emotivi -per non dispiacere a nessun lettore e per vendere al maggior numero di lettori- è che noi siamo lettori passivi,  ci accontentiamo, seguiamo le mode, non vogliamo sfigurare con gli altri, dobbiamo leggere questo o quello, diventiamo clienti consumatori delle librerie e non artefici della nostra soggettiva e personalissima  biblioteca, quella dove i Ricordi di Marco Aurelio abbracciano le Divagazioni di E. Cioran e dove I viaggi di Gulliver strizzano l'occhio ai "fantastici" Racconti di Ballard. Ecco perché  mi ostino a sostenere  per noi aspiranti scrittori il primato della Lettura sulla Scrittura. Cioè sulla lenta costruzione del nostro essere persone consapevoli  e dalla vita stra-ricca di esperienze  E anche di forti concetti ed emozioni presi a prestito dai Classici e dai Moderni, prima durante e dopo il nostro sdoppiarci nella scrittura. Certo, la scrittura è il momento in cui ci si disfa di tutto e di tutti per scrivere libera-mente, con la mente libera, ma prima la mente devi averla correttamente nutrita per consegnare alla lingua scritta le tue ricchezze concettuali e interiori, non le nostre lacune che la scrittura dovrebbe colmare. Chi scrive indica un altro modo di guardare la realtà ma prima ne deve aver percorse di strade e vie alternative sue, soggettive, controcorrenti, anti-borghesi si sarebbe detto un tempo, prima di trasformarsi per me lettore in un indicatore/navigatore affidabile e autentico. 

Un carissimo saluto.

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3 ore fa, JPK Dike ha detto:

Credo che uno scrittore debba essere come un rasoio: preciso, puntuale e molto affilato.

Qui diventa questione di stile. Io potrei dirti che dovrebbe essere rotondo, armonico, diretto e far passare comunque il messaggio.

Ma diventando una questione di stile, come ho avuto spesso modo di scrivere spesso qui, alzo le mani perché ognuno ha il suo, e lo stile di uno scrittotre non si discute; è il suo, è sacro!

Può piacermi o meno, ma non posso andare oltre.

 

3 ore fa, JPK Dike ha detto:

Se devi dire una cosa, dilla nella maniera più forte e vivida che possiedi, altrimenti è inutile anche scriverla.

Giusto. È la maniera che si differenzia e tornando al mio discorso di prima sulla "Solitudine..."  è la stessa differenza nel far passare un messaggio con quello stile, o ad esempio Cognetti con "Le otto montagne". In termini montani, un abisso di differenza!

Il tuo messaggio è passato e lo condivido pure. È questo che mi preoccupa ;)

 

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1 ora fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Ma neppure nella vita! Chi vuole più rischiare le spire dei sentimenti? Nessuno. Eppure non è vero perché - vuoi o non vuoi - si vive di "vita" e di "sentimenti": amari, feroci, felici... 

Cambiata è la misura, l'occhio guarda diversamente, c'è altra luce in giro. Noi autori dobbiamo farci trovare sotto questa luce, con una misura adatta al nuovo modo di guardare. 

Lo so: Il mordi e fuggi impera e lo scrittore si dispera. 

@Adelaide J. Pellitteri ben detto, mi verrebbe da darti. C'è del vero nella tua lucida opinione.  Eppure....sento di dover aggiungere che forse è una nostra cara illusione quella di ritenere che in un mondo dove tutto cambia e in fretta l'essenza dell'uomo non muti, non si trasformi, non cambi pelle. Dichiarare il mio amore a una donna tramite una lettera scritta, magari a mano, o un sms o non dichiararlo affatto o affidarlo a una scenetta in Tv, influenza fortemente la natura stessa del mio sentimento, la sua vera espressione, la sua ricchezza di espressione e comunicazione. Una volta le società non contemplavano l'amore come legame e oggi che l'amore trionfa ovunque le società sono drammaticamente in crisi per mancanza di legami duraturi. La narrativa, la poesia, il teatro non solo registrano l'aria che tira ma hanno l'obbligo, secondo me,  di indicare l'abisso da evitare,  e non per tornare all'antico nostalgico della vera vita e dei veri uomini e donne che "veri" non sono mai esistiti, bensì per prefigurare e rappresentare un altro modo di concepire e vivere nel quale la realtà debba sempre fare i conti con l'immateriale che dentro di noi soffoca o ha l'asma della contemporaneità. 

 

Non è cambiata nessuna misura, la struttura percettiva del nostro occhio è da secoli la stessa, e la guerra aperta tra le viscere e la mente da secoli è sempre quella -altrimenti come potremmo ancora commuoverci quando Romeo prende la mano di Giulietta? Compito di chi scrive è raschiare la superficie, consentire all'occhio una visione dettagliata di ciò che comunemente non si vede. La luce che l'Autore oggi deve trovare -e trovare significa cercare- non è accomodante, conciliante. modernizzante, affratellante. È raggio che deve lacerare l'oscurità -sempre la stessa da Cervantes in poi- dove l'uomo non riconosce le catene, le convenzioni, le mode, le regole, le abitudini che sia concettualmente che interiormente ne fanno ciò che non vuole essere. Ben capisco come tu affermi, e lo dici correttamente, che questi non sono più i tempi per il Libro-Mondo, quello dove l'intera umanità si riconosce e rispecchia e gratifica- ma non potrà mai essere che lo scrittore per essere al passo coi tempi diventa artista jolly che pur di farsi pubblicare svende anima corpo e moglie e figli! Lo scrittore -lui che è- deve essere altro dai suoi  anonimi lettori. Posiamo ridiscutere periodicamente del suo ruolo ma qualche antica distinzione deve pur rimanere valida.Non è più l'intellettuale, organico o disorganico,  anti-ideologico e anti-capitalista, d'accordo, ma intorno a lui il mondo sta morendo  lo stesso e se questa morte non la vede lui e non me la tratta e la ignora a bella posta , allora è uguale a me e se è uguale a me perché dovrebbe interessarmi quello che scrive? Io vivo la vita degli altri e avrò sempre bisogno di uno scrittore che m dirà che devo, per quanto utopistico possa sembrare, vivere la mia di vita.  Grazie. 

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Forse è già stato detto, in ogni caso per me un libro è buono quando è capace di suscitare qualcosa di positivo in chi lo legge. Non tutto quello che leggo deve essere per forza edificante o istruttivo, molte volte mi piace divertirmi e leggere storie che mi appassionano. Quando è così il libro lo divoro.

 

Una cosa che invece mi infastidisce molto è la banalità, in particolare di certi dialoghi.

 

@JPK Dike a me la prima persona al presente piace parecchio: facilita l'identificazione.

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2 ore fa, JPK Dike ha detto:

Ma come dicevo a me interessa in prima battuta, solo e soltanto la storia. 

 

E credo che questo faccia tutta la differenza. Te ricerchi lo stile, io ricerco la storia. Direi quasi che è una concezione filosofica differente della questione. 

 

@JPK Dike, non è proprio così: se non hai la storia, lo "stile", come dici tu, non serve a niente.

Lo "stile" è quello che vorrebbe insegnare @Renato Bruno, che si scandalizza se vede buttare via una bella storia con un modo di scrivere "naturale" e antiquato come il mio. Purtroppo, anche se hai una certa padronanza dello strumento, se ascolti  e ami un certo tipo di musica, ti ritroverai a comporne di analoga: è anche questione di gusto. Tuttavia, se vuoi che ti leggano, dovrai adeguarti ai tempi e alle mode, cosa che a me riesce molto difficile. Il mio lettore vero, cioè quello che non mi conosce e ha comperato uno dei miei libri, di certo non è giovanissimo. Mi sono fatto una corte di signore e signorine di una certa età che mi apprezzano e attendono con impazienza un nuovo romanzo. Ma i ragazzotti giovani, più o meno della tua età e che mi leggono, a parte gli amici dei miei figli, che non fanno testo, sono davvero pochini. Ecco il problema che cerco di affrontare, anche se è molto difficile farlo, forse quanto per te sarebbe scrivere alla mia maniera.

Detto ciò, perdonami, non mi piacciono i periodi troppo brevi, l'eccesso di dialoghi, il linguaggio semplice e tagliente, sintomo, a mio modestissimo parere, della scarsa padronanza della lingua: sempre lo stesso periodo, la stessa costruzione della frase, e senza ricorrere a sfumature che la caratterizzino differenziando; schemi ripetuti all'infinito, quando si vuole esagerare mostrando e rendendo anonimo e trasparente lo scrittore...  Ecco cosa intendo per "moda"!

Mi accorgo, leggendo i brani di certi autori,  quanto sia faticoso "battezzarli": bravissimi, per carità, magari famosi, ma anonimi e tutti uguali.

La difficoltà, quando mi mostri un assassinio, non è nella fotografia, ma nella distinzione dell'immagine (e poi, come dice giustamente @Marcello, ci sarebbe la faccenda dei cinque sensi...) tra assassino, vittima, testimone e... scrittore. Sì perchè lo scrittore, fate come volete, esiste e, anche se per sole immagini, come taluni vorrebbero, partecipa e racconta. E, dato che racconta, deve farlo al meglio e senza cercare invano di nascondersi. 

Modificato da Fraudolente
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25 minuti fa, Renato Bruno ha detto:

La narrativa, la poesia, il teatro non solo registrano l'aria che tira ma hanno l'obbligo, secondo me,  di indicare l'abisso da evitare

Sono d'accordo con te su molti punti, ma circa la frase che ho riportato sopra devo dire di no, non siamo dei predicatori, non dobbiamo indicare nessun baratro a nessuno, Dobbiamo analizzare solo la strada che stiamo percorrendo (neanche a me piace il mondo di adesso, quello della mia giovinezza era più bello, ma sono certa sia stato bello anche per gli altri?), dobbiamo cercare di mantenere una certa obbiettività, tenendo conto dei sentimenti degli altri, del vissuto degli altri, cercando quelle sfumature che gli altri (stessi protagonisti) non sono capaci di comprendere, afferrare, distinguere (per fretta, mancanza di attenzione); ovviamente usando i nostri occhi, il nostro stile, partendo da quello che siamo noi.

 

27 minuti fa, Renato Bruno ha detto:

Ben capisco come tu affermi, e lo dici correttamente, che questi non sono più i tempi per il Libro-Mondo, quello dove l'intera umanità si riconosce e rispecchia e gratifica- ma non potrà mai essere che lo scrittore per essere al passo coi tempi diventa artista jolly che pur di farsi pubblicare svende anima corpo e moglie e figli!

Non si tratta di seguire le mode  (diventando l'artista Jolly) ma di vivere in esse, non portiamo più la marsina, né il cappello a tricorno, ma andiamo ancora vestiti. Cambiare significa seguire l'evoluzione naturale dell'uomo (niente rimane immutabile) anche restringendo i testi per dargli la possibilità di essere letti (mi riferisco al racconto breve) dobbiamo cercare sempre di non smarrire, per l'appunto, il valore umano (l'unico motivo per cui valga veramente la pena scrivere). Noi autori siamo il fanalino che sta dietro ad ogni essere, ne osserva i movimenti, prendendo nota dei suoi inciampi e dei suoi successi.  Anche usando ironia e spensieratezza (dalle mie parti si dice che "scherzando, scherzando si dicono le cose vere), di cui tutti abbiamo bisogno, come @lapidus 

Lo so diciamo la stessa cosa, sappiamo bene quale sia il nostro ruolo.

 

 

28 minuti fa, Renato Bruno ha detto:

Posiamo ridiscutere periodicamente del suo ruolo ma qualche antica distinzione deve pur rimanere valida.Non è più l'intellettuale, organico o disorganico,  anti-ideologico e anti-capitalista, d'accordo, ma intorno a lui il mondo sta morendo  lo stesso e se questa morte non la vede lui e non me la tratta e la ignora a bella posta , allora è uguale a me e se è uguale a me perché dovrebbe interessarmi quello che scrive? Io vivo la vita degli altri e avrò sempre bisogno di uno scrittore che m dirà che devo, per quanto utopistico possa sembrare, vivere la mia di vita.  Grazie. 

Non credo che il mondo stia morendo, sta solo perdendo delle belle occasioni e saprà rimediare (se non si tocca il fondo non si riemerge). Ho molta paura per quanto durerà questo procedere verso il basso, ma ci sono già state tante epoche nere rovinose per l'uomo, per la sua dignità e la sua umanità.

Grazie@Renato Bruno per questa bella conversazione

 

 

 

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14 minuti fa, Fraudolente ha detto:

Detto ciò, perdonami, non mi piacciono i periodi troppo brevi, l'eccesso di dialoghi, il linguaggio semplice e tagliente, sintomo, a mio modestissimo parere, della scarsa padronanza della lingua: sempre lo stesso periodo, la stessa costruzione della frase, e senza ricorrere a sfumature che la caratterizzino differenziando; schemi ripetuti all'infinito, quando si vuole esagerare mostrando e rendendo anonimo e trasparente lo scrittore

Ah, argomento fantastico sul quale intendo aprire da giorni una discussione, ispirata dalla lettura di un libro che sto faticosamente cercando di portare avanti.  Non ne ho il tempo in questo periodo – non tanto di aprirla, quanto poi di seguirla –, quindi attendo momenti migliori.  Ma appena posso mi farò vivo e vi darò materiale per "scannarvi", credo. :asd:

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Ospite gecosulmuro

@Renato Bruno, mi pare che la tua disamina delle motivazioni profonde alla lettura contenga dei perché non spiegati. Le pulsioni che descrivi rappresentano un bisogno di fondo a conoscere, a indagare l’esistenza, non a leggere. Sul fatto che esse siano universali, che stiano alle fondamenta del tormento esistenziale, si può convenire con facilità, sul perché dovrebbero essere sufficienti a farmi staccare il sedere dalla sedia e precipitarmi in una libreria, non mi sembra invece che ci sia chiarezza. Perché mai un pinco pallino, anche dotato di intelletto e propensione sufficienti, dovrebbe tradurre in azione la considerevole spesa del cercare le ragioni della vita mentre annaspa tutti i giorni tra i suoi flutti? Siamo sicuri di parlare della stessa cosa? Penso che l’urgenza del sentire cui alludi sia forse altrettanto rara tra gli autori che tra i lettori, ma, indipendentemente da tutto, qui parliamo di scrittura (e di lettura), della capacità di un prodotto di soddisfare un bisogno pratico, che è alla base del ricorrere al portafoglio con ben altro tipo di urgenza, e, solo dopo, di soddisfare a un criterio culturale. Quest’ultimo, almeno in prima battuta – in questo mondo cinico e bastardo – è subordinato al primo.

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41 minuti fa, Marcello ha detto:

Ah, argomento fantastico sul quale intendo aprire da giorni una discussione, ispirata dalla lettura di un libro che sto faticosamente cercando di portare avanti.

Nota al giallista @Marcello: mi hai fatto riesumare lo storico scricchiolio delle scarpe di Nero Wolfe, un tocco di classe che ha caratterizzato il personaggio televisivo...

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@Fraudolente Ecco sì, nulla da eccepire. Io invece amo lo stile semplice e diretto, e utilizzo schemi, costruzioni e tipi di paragrafo che mi sono costruito, mutandoli poco alla volta come continuo a scrivere cose sempre nuove. Diciamo che cerco lo stile nella pienezza del libro, e non nelle singole frasi e nella sintassi ricercata.

 

E hai ragione quando dici che questa semplicità deriva anche dalla poca padronanza della lingua. Ma per me non potrebbe essere altrimenti. L'italiano è vasto e complesso, e ho appena iniziato a capire come usarne le basi.

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@gecosulmuro a te risulta che i libri soddisfino un bisogno paratico? Che essi si concepiscano e pubblichino  come una qualsiasi merce  d'uso comune? Ma se così fosse avremmo milioni e milioni di lettori anche in Italia, tutti bisognosi di risolvere il loro problema. Vanno in libreria, leggono, coloro che sono  immersi in bisogno non pratici. Certo, per capire come debellare i tarli del mobile in veranda mi occorre un manuale pratico, ma per capire se sono io un disadattato o e la società intorno a me ad essere folle mi basta un socialnetwork, senza nemmeno la fatica e il tempo di leggere. Chi "annaspa" come tu dici forse non legge o forse sì, proprio perché da qualche parte un'ancora cui aggrapparsi la deve trovare, se scarta le slot-machine e la droga.  Negli anni Settanta della mia adolescenza i libri intorno a me mi hanno salvato dal "buco" scelto dai compagni per vincere la noia della loro esistenza. Per me è stato un dato di fatto e quando a 15 anni ho dato a una compagna di scuola un libro "femminista" da leggere, la madre di costei gliel'ha strappato, a conferma di quanto i libri svolgano una funzione  che noi appena immaginiamo, perché per noi i libri sono l'ovvio, la quotidianità, ma non è così per tutti. La lettura non è un bisogno pratico, nemmeno tra di noi. Io spesso preferisco fotografare che leggere e la fotografia stessa non soddisfa nessun bisogno: vivo benissimo anche senza. Non so se leggere sia o non sia un bisogno culturale, come andare al museo o agli scavi di Ostia Antica. Non lo so. Io desidero leggere e lo desidererei anche se trovassi nella vita la compagnia ideale con cui soddisfare tutti i bisogni. La lettura è un imprinting condizionante la nostra vita.  Mettiamo che leggere sia un ottimo esercizio per la mente e una splendida arena dove  conoscersi, ammazzarsi, amarsi, separarsi, viaggiare e sopportarsi senza spargimento pratico di sangue. Una arena virtuale dove il mondo appare addomesticabile e addomesticato, fermo, per poterlo finalmente meglio conoscere e con esso familiarizzare... ma non troppo!  Grazie, carissimo.  

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12 minuti fa, JPK Dike ha detto:

E hai ragione quando dici che questa semplicità deriva anche dalla poca padronanza della lingua. Ma per me non potrebbe essere altrimenti. L'italiano è vasto e complesso, e ho appena iniziato a capire come usarne le basi.

La semplicità voluta può essere una dote.

Tuttavia, ti consiglierei di leggere anche autori che fatichi a digerire. Se non ti piacciono, pazienza. Leggi per imparare, e non per divertirti. Io lo faccio, e mi aiuta a capire chi non la pensa come me, e a cercare, per ora inutilmente, di scrivere per un diverso genere di lettori. Tentar non nuoce.

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17 minuti fa, Fraudolente ha detto:

La semplicità voluta può essere una dote.

Tuttavia, ti consiglierei di leggere anche autori che fatichi a digerire. Se non ti piacciono, pazienza. Leggi per imparare, e non per divertirti. Io lo faccio, e mi aiuta a capire chi non la pensa come me, e a cercare, per ora inutilmente, di scrivere per un diverso genere di lettori. Tentar non nuoce.

 

Faccio lo faccio. Però magari lo faccio con il Silmarillion xD

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16 minuti fa, Fraudolente ha detto:

Leggi per imparare, e non per divertirti. 

Perché divertirsi è così sbagliato? Autori come Wallace, Hornby, Benni, Adams, ecc. non hanno nulla da insegnare perchè sono, tra le altre cose, 'divertenti'?

Io cerco di essere il più aperto e curioso possibile, mi piace alternare letture impegnate ad altre più leggere, mi piace saltare di genere in genere, di autore in autore.

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1 ora fa, Fraudolente ha detto:

Nota al giallista @Marcello: mi hai fatto riesumare lo storico scricchiolio delle scarpe di Nero Wolfe, un tocco di classe che ha caratterizzato il personaggio televisivo...

(y) :D

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Ospite gecosulmuro

@Renato BrunoC'è sempre un bisogno pratico, perché tutto, nelle cose, soddisfa ad esigenze tangibili. Il fatto che non sappiamo spiegare la valenza dell'evocazione di un'emozione in termini misurabili non vuol dire che non sia possibile, solo che non sappiamo come farlo. Dagli autori anglosassoni, specie quelli che si occupano di cinema, mi sembra di poter dedurre che l'approccio alla valutazione di un testo possa essere molto più fruttuosa se condotta in modo pragmatico.

Modificato da gecosulmuro

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3 ore fa, Fraudolente ha detto:

 ti consiglierei di leggere anche autori che fatichi a digerire. Se non ti piacciono, pazienza. Leggi per imparare, e non per divertirti.

In linea di principio il "messaggio" culturale  inserito consapevolmente  in un testo letterario non dovrebbe risultare  troppo faticoso. Una buona narrazione riesce a farlo passare con naturalezza nella mente del lettore,  interessandolo e magari divertendolo. Quale esempio alto di questa teoria, possiamo scomodare Croce e il suo "l'arte non è..." (lezioni di estetica)

Va da sé che le modalità della comunicazione possono risultare più o meno complicate in base alle scelte di chi scrive e all'attrezzatura di chi legge.

Messaggi di vario genere sono di solito presenti in un buon libro, anche al di là delle intenzioni dell'autore, il quale testimonia comunque del suo tempo. Ce ne rendiamo conto a fine lettura, da ciò che "rimane". A volte un bel nulla,  testimonianza incontrovertibile di scarso valore.

Tuttavia, non è certo una novità, esistono libri di largo consumo, piuttosto godibili ma senz'altro modesti o peggio quanto a messaggio, spessore e quant'altro merita di essere tenuto da conto. Sono "buoni" libri? Di solito sì, nel senso che sono scritti bene, quanto meno hic et nunc:  mettono cioè in pratica tutte le regole auree per tenere stretto il lettore. Non sto a ripeterle, corsi e manuali abbondano. A farne dei best seller concorrono poi tanti fattori noti: distribuzione capillare, pubblicità, nome dell'autore/personaggio.

E mi domando da anni perché sia tanto difficile trovare (e scrivere!) libri ricchi di contenuti notevoli  e che "vadano giù" piacevolmente. Qualcuno ce n'è, si capisce:D

 

Modificato da sefora
refuso
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1 ora fa, lapidus ha detto:

Perché divertirsi è così sbagliato?

No, divertirsi  leggendo e studiando è giustissimo, soltanto che non sempre è possibile farlo. Almeno per me!

Tanto per farti un esempio, una ricerca storica può trasformarsi nell'impaludamento senza via di uscita: dopo un po', non ne puoi più di vecchie carte scritte in una lingua incerta e con una grafia illeggibile. E posso assicurarti che non è un divertimento...  soprattutto se alla fine non trovi ciò che andavi cercando.

 

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6 minuti fa, sefora ha detto:

E mi domando da anni perché sia tanto difficile trovare (e scrivere!) libri ricchi di contenuti notevoli  e che "vadano giù" piacevolmente.

Diceva Gino Paoli, ai tempi dei suoi primi successi, che gli sarebbe bastata una buona canzone all'anno per essere un gran signore. Signore lo è diventato comunque: a tal proposito, lungo, non politicamente corretto e non consono (mai termine fu più intonato!) al forum sarebbe discuterne...  

Gli fu impossibile farlo, e non perseverò nel comporre un capolavoro all'anno, come,  evidentememte, sarebbe stato nelle sue intenzioni.

Scrivere con facilità libri ricchi di contenuti notevoli  e che "vadano giù" piacevolmente non è facile per nessuno, neppure per gli autori più letti e famosi.

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UN BUON LIBRO...

si inizia senza meno da uno scrittore, non uno che scrive, solo perché conosce la grammatica ecc.

Poi il primo passo è l'editore, che abbia una buona distribuzione nazionale e Canton Ticino. Il contratto con l'editore è determinante vi sono possibilità e regole che raramente un debuttante conosce, es: in quante librerie deve andare? Qelle di primaria importanza sono circa mille, se ha un agente letterario può essere aiutato. Importantissimo un agente letterario internazionale. Di conseguenza dedicare molto tempo ed energie a farne parlare.

Scrivere un libro è relativamente facile, trovare l'editore è relativamente facile, venderlo è difficilissimo. Ricordate che Amazon ha costruito il proprio impero vendendo libri!!

 

 

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Ciao a tutti... mi permetto d'intrufolarmi nella questione che state dibattendo perché interessante e per dire anche la mia a riguardo.

 

Leggendo i vostri commenti ho visto velocemente come la questione si sia spostata e si sposti poi su altri fattori, come stile, contenuto, validità di una storia o meno, oggettività, soggettività, mode, non mode, successo, insuccesso... insomma tutti aspetti correlati al contenuto del libro o anche al sua fruibilità e alla sua diffusione.

 

Che la questione porti a dibattere di questo mi sembra naturale, anche perché così come è posta è, secondo me, molto generica. “Cosa rende un libro un buon libro?”

 

Ironicamente, mi verrebbe da rispondere: la grammatura della carta e la qualità della colla! Ossia il fatto che non mi si sfaldi in mano dopo un mese. Aggiungerei pure le giuste dimensioni del formato per tenerlo fra le mani...

 

Se poi parliamo di contenuto, io non credo esista né sia mai esistita formula oggettiva per definirlo buono o meno. Altrimenti basterebbe seguire quell'unica formula (che dovrebbe rimanere invariata nei millenni) e tutti creeremmo buoni libri e tutti avremmo la stessa opinione sui libri. Ma tanto varrebbe scriverne uno solo e fotocopiare tutti gli altri, a questo punto.

Ugualmente, non esiste la formula del successo, secondo me.

 

Per me la questione (ogni questione) è soggettiva e non può essere diversamente. E a me personalmente piacciono tutti i libri, anche quelli che considero brutti, o che non leggerei mai né mai leggerò, perché tutti, giusta o sbagliata, hanno una loro ragione d'essere. Così come penso che possiamo, potevamo, e potremmo vivere anche senza libri... saremo o saremmo stati solo un'umanità diversa.

A me piace che ci siano, e che siano diversi e che ognuno mostri un aspetto dell'umanità stessa.

 

Siamo poi così tanti in questo mondo, troppe le idee personali, che circolano e si evolvono. Tante le culture che ci sono e ci sono state, tante le lingue che si parlano, tante confusioni, la Storia che appare, ma anche si perde...

 

Siamo così sicuri di questo assolutismo, di questa necessità che un libro debba per forza essere “buono” o “cattivo”, bello o brutto, e non solo letto o non letto e basta. Anche discusso e condiviso, certo. Ma che c'importa, mi chiedo io, di trovare questa chiave, questa formula che, se scoperta, renderebbe tutto se non simile, quantomeno scontato?

 

Alla fine, come lettori, possiamo dire perché un libro ci è piaciuto o meno. Sono gusti. Come scrittori, ci domandiamo invece se il nostro libro è buono o meno. Se è l'opinione altrui che cerchiamo, ce lo diranno i lettori in base al loro gusto.

 

Non so se con questa mia riflessione sono andato fuori tema, o se ho ripetuto cose già dette, o se è troppo banale, o se è completamente inutile, insomma se è “buona” o no. Ha la sua ragione d'essere: volevo solo partecipare un po' anche io... un saluto a tutti!

 

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23 ore fa, lapidus ha detto:

Forse è già stato detto, in ogni caso per me un libro è buono quando è capace di suscitare qualcosa di positivo in chi lo legge. Non tutto quello che leggo deve essere per forza edificante o istruttivo, molte volte mi piace divertirmi e leggere storie che mi appassionano. Quando è così il libro lo divoro.

 

Una cosa che invece mi infastidisce molto è la banalità, in particolare di certi dialoghi.

 

@JPK Dike a me la prima persona al presente piace parecchio: facilita l'identificazione.

 

Siamo in due. E non credo assolutamente che la scelta dalla persona narrativa, o del tempo usato, possa in qualche modo intaccare un buon libro.

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Un buon libro è un libro scritto bene e con una bella storia da raccontare. 
Un buon libro è l'essere che nasce dalla copulazione tra il talento di chi scrive e l'appagamento di chi legge. Il primo tocca le corde che il secondo vuole sentir suonare. Questione di punto G insomma, pure qui, lo so, è sempre la solita vecchia questione. Ma non è solo sesso, le due cose si devono incontrare ad un livello emozionale, per funzionare davvero, per amarsi per sempre. 

Eppure, - purtroppo, - come avviene con il cinema, anche qui non ci si può fermare solo a quanto ho appena scritto, cioè al livello del "se me piace vuol dire che è bello" oppure al "oh, a me non è piaciuto, che ti devo dì?". La soggettività di giudizio è meravigliosa, chi lo nega,  quant'è bello vederla correre, giocare e saltare? ma sappiamo tutti come va a finire, finisce che combina un disastro, scava buche in giardino, fa la cacca dove capita.
Ecco perché serve anche mettere il guinzaglio dell'oggettività, servono regole, cioè andare ad un livello in cui il giudizio e la critica non si limitano al "a me me piace" ma seguono canoni ben precisi che io posso non capire - e spesso non li capisco - ma che devo riconoscere e accettare perché chi si è espresso ha strumenti che io non possiedo.

Ecco, secondo me la narrazione è un enorme ed unico albero dal quale pendono frutti di ogni tipo, per tutti i gusti, ma quelli buoni crescono solo sui rami più alti.

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La definizione di un buon libro, come quella di un bel quadro, di un ottimo film o di una grande canzone, è quanto mai soggettiva.

Partendo dal presupposto che il gusto personale resta il giudice supremo di ogni creazione artistica, ci sono alcuni aspetti di un libro che devono essere curati per contribuire a rendere uno scritto valido. 

La forma e il contenuto.

Sul contenuto si potrebbero versare fiumi di inchiostro e aprire innumerevoli diatribe. E' necessario che una storia sia innovativa, rivoluzionaria, commovente, impegnata, realista, immaginifica, terrorizzante, rilassante. Sì a tutto. L'importante è che sia personale, che racconti qualcosa in maniera peculiare. Non occorre, non sempre almeno, che si narrino vicende di assolutamente "originali" (anche perché in secoli di narrativa, poesia e saggistica ogni aspetto della vita, e della psiche, dell'essere umano è stato, a vario titolo, analizzato), ma che lo si faccia alla propria maniera. Un libro è valido quando espone il punto di vista dell'autore, quindi è necessario che lo scrittore in questione lo abbia, un punto di vista. Consiglio a margine: scrivete su argomenti che padroneggiate, che conoscete, di cui siete appassionati e non abbiate mai timore di gridare al mondo le vostre idee e difendere le vostre posizioni.

La forma, questa sconosciuta. Io scrivo di pancia, dicono molti autori. No, quella è una colica, rispondono gli editor delle case editrici. Non si scrive né di pancia, né di cuore, ma di testa. Dietro al mestiere di scrivere c'è lo studio delle armi che ogni autore ha a disposizione: le parole. Questo significa rispolverare, ed imparare, l'uso corretto della punteggiatura, conoscere le regole grammaticali del proprio idioma. Esercitarsi nell'arte del linguaggio scritto. Coltivare l'osservazione. Fare tesoro delle correzioni. Imparare la via dell'autocritica.

Se un libro riesce a coniugare egregiamente forma e contenuto, allora, in linea di massima è un buon libro. Poi ci sono sempre quelli che reputano Umberto Eco uno scribacchino e Lovecraft un povero demente... e che si specchiano inviandosi bacini ammiccanti (degli idioti...)

Alla prossima. Lo staff di Babylon Café

 

 

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@Babylon Café Ciao. Bel post. Non sono del tutto d'accordo.

16 minuti fa, Babylon Café ha detto:

non abbiate mai timore di gridare al mondo le vostre idee e difendere le vostre posizioni.

Se uno racconta, deve gridare le idee degli altri. Dei personaggi.

Le nostre idee poi sono sempre sopravalutate. Da noi. A chi vuoi che interessino? Se mai mi interessassero le idee di un autore, leggerei un saggio di politica o di filosofia. 

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