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Vincenzo Iennaco

Elena e Paride

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Elena e Paride

 

La prima volta che vidi Elena se ne stava seduta in punta di sedia. Teneva le mani intrecciate in grembo, lo sguardo basso al foglio sulla scrivania. La chiamo scrivania in quanto allora, nella mia ignoranza, non avrei potuto definirla per quello che era: uno scrittoio a ribalta in piuma di mogano stile rococò.

Ma molte altre cose non conoscevo, prima di allora; come non potevo sapere che, mettendo piede in quell'appartamento, la mia vita sarebbe cambiata del tutto.

Ero uscito dal riformatorio solo qualche giorno addietro; in realtà, la mia vita prima di allora era stata scandita dall'entrare e uscire dalla “Casa”, come presi a chiamare, infine, quel posto. Ma questi sono gli incerti del mestiere di ladruncolo.

Il cappellano aveva intercesso per me presso Don Gaetano, affinché mi assumesse come garzone nella sua bottega di alimentari. Oltre a prendermi a lavorare per lui, aveva provveduto a sistemare una brandina nell'alloggio del retrobottega.

Era la mia prima settimana lì, e quel giorno dovevo consegnare la spesa alla signora del terzo piano. Don Gaetano mi porse la chiave dell'appartamento perché, mi disse, la signora soffriva di una malattia alle articolazioni che la debilitava anche nel semplice atto di aprire una porta. Restai a fissare la mano tesa con la chiave per qualche istante, interdetto da sensazioni contrastanti; una parte di me vi vedeva un lasciapassare invitante per la mia indole malandrina, mentre l'altra parte si chiedeva come potesse affidarmi tutta quella fiducia soltanto al terzo giorno di lavoro.

“Che aspetti? La vuoi o no, un'altra possibilità?” proruppe don Gaetano quasi leggendo i miei pensieri. Afferrai la chiave, le due buste di carta con le provviste e salii al piano.

“Sono il garzone del commestibili, signora!” mi annunciai aprendo la porta e entrando in casa.

Una voce secca e affilata mi rispose di posare la spesa sul tavolo della cucina, e così feci.

Prima di uscire mi affacciai nel salottino per chiederle se avesse bisogno di qualcosa; lei sedeva su una sedia imbottita, davanti a uno scrittoio ingombro di fogli e ritagli di giornale. Lo schienale alto della seggiola celava in parte la sua figura, allora mi avvicinai e fu così che conobbi l'artrite reumatoide e Elena Zembrano.

Era una donnina minuta, la pelle grinzosa e gli arti sottili; pensai che se avesse urtato un mobile sarebbe andata in frantumi. Ma il senso di fragilità del suo corpo era compensato da un animo indomito che trapelava dal tono imperioso della sua voce e soprattutto dal suo sguardo indagatore; due piccole fessure in cui guizzavano occhi color dell'ambra. Ma rimasi impietrito alla vista delle sue mani, due estremità contorte e bitorzolute.

“Non restare lì impalato. Portami un bicchiere di latte di mandorla, giovanotto.”

Tornai in cucina seguendo le istruzioni che mi aveva dato su dove trovare sciroppo e bicchieri e preparai la bevanda.

“Grazie, poggialo pure lì” disse quando tornai, indicando con un cenno della testa un mobiletto laterale ingombro di medicinali. Mentre posavo il bicchiere lei chiese: “qual è il tuo nome?”

“Paride” risposi. Lei alzò la testa con un movimento brusco che avrei pensato impossibile in quel corpo fragile, e scoppiò in una risata improvvisa che mi fece trasalire. “O buon Dio, sei venuto forse a rapirmi?”

Sobbalzai di nuovo. Forse che don Gaetano le aveva già accennato di me e dei miei trascorsi? Mi sentii arrossire, la lingua inceppata.

Elena intuì il mio disagio e negli ultimi strascichi ridanciani esclamò, “lascia stare, Paride, poi ti spiego. Va' ora, Don Gaetano starà aspettando.”

La salutai e scesi al negozio.

 

Le consegne della spesa si susseguirono ed Elena fu di parola: mi spiegò il motivo di quella sua risata raccontandomi della guerra di Troia e dei nostri omonimi.

Presi a farle visita anche dopo il lavoro al negozio, per sincerarmi che andasse tutto bene; Donna Aldina, la moglie di don Gaetano, andava a sbrigarle le faccende domestiche tre volte a settimana, io mi limitavo a tenerle compagnia e servirle il latte di mandorla di tanto in tanto.

Elena mi raccontò la sua vita, le esperienze di guerra come reporter, le quattro gravidanze interrotte per una malformazione all'utero. Io le narrai dell'orfanotrofio e della mia fuga a quindici anni. Le dissi della vita di strada e delle miserie umane; lei invece mi fece conoscere il mondo attraverso i libri. Non avevo mai visto una casa con così tanti scaffali colmi, sembrava quasi ne costituissero lo scheletro portante.

Un giorno mi fece conoscere il termine predestinazione; disse che, mentre i nostri nomi potevano accomunarci per un gioco bizzarro del caso, c'era qualcosa di più profondo che ci legava. Un senso di colpa recondito e non lenito del tutto. Lei, per via di quei quattro figli morti nella pancia; al contrario, la mia venuta al mondo aveva causato la morte di mia madre.

Poi la malattia la debilitò ancor più; non riuscire a tenere salda la presa sulla penna, in quell'atto vitale che era per lei la scrittura, lo considerava un po' come morire. Ma anche in quella sciagura lo sguardo e la voce rimasero saldi e fieri.

Così mi offrii di scrivere per lei il prosieguo del suo romanzo; lei declamava e io trascrivevo solerte, ma seminando strafalcioni ortografici. Durante una rilettura lei mi agitò contro quelle sue mani guaste e con un misto di rabbia e ilarità mi minacciò, “con queste mani non potrò darti uno scappellotto, ma se non presti più attenzione ti prendo a calci nel deretano”. Seppi così di avere un deretano. Quello era il massimo della sconcezza che Elena si poteva concedere.

L'impegno di redazione portò a stabilirmi nel suo appartamento; io e don Gaetano trasferimmo la brandina al terzo piano, sistemandola in un angolo del salottino.

Per ripagare Elena di vitto e alloggio, con i primi risparmi e un anticipo sostanzioso di Don Gaetano, le regalai un registratore della Philips, così che potesse incidervi brani e appunti durante la mia assenza; dopo che si era coricata sedevo allo scrittoio e, al chiarore della lampada, tiravo fino a notte tarda per trascrivere ciò che aveva prodotto durante il giorno.

Si era agli sgoccioli dell'estate quando il manoscritto fu completato. Era un romanzo ma io sapevo che c'era molto della vita di Elena, se non addirittura della sua anima.

Aveva sempre scritto, alcuni suoi articoli e reportage rientravano nella storia del giornalismo, ma quella era la sua prima creatura, come lo definì lei.

“L'unica creatura che ho saputo partorire” disse, “e l'unica che mi sopravvivrà.” Tramite un suo amico scrittore si trovò subito l'editore disposto alla pubblicazione.

Senza più quella occupazione le giornate di Elena divennero vuote, ma lei rimase serena. Anche quando le sue condizioni fisiche peggiorarono ulteriormente mantenne lo stesso spirito, lo sguardo e la voce fieri; mai percepii una qualche incrinatura dietro quel corpo in sfacelo.

L'unico suo desiderio era di vedere un'ultima volta il mare. Così, il giorno di Sant'Elena Imperatrice, presi cuscini e coperte e le allestii un trono rustico sul cassone della Lambretta 150 che usavo per le consegne e scendemmo alla baia.

Sembravamo la coppia perfetta per qualche poeta maledetto: un ladruncolo redento e un relitto umano. Correvamo sulle ali del vento e ridevamo; oh, se ridevamo!

Elena scostò il plaid che la copriva, allargò le braccia per accogliere quella brezza gentile e urlò con tutto il fiato che aveva in corpo “Portami via, Paride.”

Poco dopo, seduti sulla bianca rena della baia, Elena slacciò il foulard di seta azzurro che le fermava i capelli e si rannicchiò sul plaid, la testa poggiata sulle mie gambe.

“Non ho potuto avere un figlio, ma il più bel regalo che potesse farmi la vita è avermene donato uno che mi fosse accanto in questa mia ora.”

E poi si addormentò.

Ecco, questo è quanto mi è successo. Non so dire se mi abbia lasciato più felice o più triste. Forse, tutt'e due le cose insieme. So soltanto che mi è rimasto qualcosa dentro, qualcosa più del profumo di un foulard.

 

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