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Ospite Rica

Passaggio per due solo andata

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Ospite Rica

Passaggio per due solo andata

 

La spiaggia non era pulita: i residui delle mareggiate d'inverno, paglia marina, canne e pezzi di legna la macchiavano a tratti. Restituiva ciò che il mare non teneva per sé: spugne, ossi di seppia e immondizia di ogni genere giacevano sparsi sulla sabbia, che rincorrendosi in piccole dune rifletteva le stelle in puntini splendenti come diamanti. 

Era il terzo tentativo di imbarco. Tra l’uno e l’altro eravamo stati rinchiusi in abitazioni isolate, ci portavano acqua e cibo e controllavano che non uscissimo mai.

 

Il gommone era fermo a un paio di metri dalla riva, sospeso in una lama di luce argentea increspata. Al gesto concordato prendemmo posto, alcuni addossati all’interno dello scafo, altri sui tubolari. Tutti senza bagagli. 

– State fermi o finirete tra i pesci. Domani saremo sulla costa – disse quell’uomo, e accese il motore. 

Mia madre, atterrita dalla paura di perdermi, indossò il giubbotto che avrebbe dovuto sorreggerci e strinse più che poté i cinturini di sicurezza. 

Partimmo. 

I nostri volti neri si confondevano con la notte e il bianco delle sclere risaltava. A bordo solo acqua. La bottiglia intrappolava la luna e quando ce la passavamo sembrava consegnarcene un po’, come fosse davvero rinchiusa in quella trasparenza. Procedemmo così per tanto, tantissimo tempo.

Mamma mi accarezzava, parlava sottovoce. 

Ogni tanto cantava qualcosa, sussurrava note.

Prima che i raggi del sole schiarissero l’alba bagnata, vedemmo le luci della costa appoggiarsi sul mare ancora nero. Poi la mattina esplose, violacea e purpurea, su una sottile linea bianca che si aprì gradualmente rischiarando i nostri visi e la sagoma di un barcone in lontananza.

Non appena quell’uomo lo vide, ci puntò una pistola contro.

 

Il giubbotto di mia madre era di quelli che si impregnavano a contatto con l’acqua, al punto da diventare esso stesso zavorra. Dopo un po’ che nuotava, si sentì sprofondare come se un peso di piombo la spingesse giù. Era riemersa con facilità le prime volte, non aveva dovuto neanche sputare l’acqua salata, non le era arrivata in gola. Muoveva le gambe con guizzo e poggiava una mano su di me, con l’altra lottava contro i lacci di sicurezza. Doveva liberarsi di quell’ingombro, ma le cordicelle irrigidite dall’acqua e dal sale erano difficili da sciogliere.

Si inabissò.

Le gambe vorticavano per guadagnare la superficie e le braccia tracciavano cerchi, mentre bolle alimentate del suo terrore le esplodevano sulla testa in una luce che sembrava irraggiungibile. 

Riaffiorò nella schiuma bianca.

Respirò. 

Schiaffeggiava l’acqua e mi toccava: sapeva che ero lì, ma voleva sentirmi. Cercava di allentare i nodi con le dita intirizzite e i polpastrelli insensibili. Provò di nuovo, ma il giubbotto, sempre più pesante, la spingeva verso l’abisso.

Andò giù. 

La lunga gonna colorata si sollevò dischiusa intorno a lei, sembrava una corolla variopinta: mamma dal seno in su era il pistillo, le sue gambe lo stelo. Mentre sprofondava, l’ampia veste capovolta si allargava e fluttuava sul suo viso, sfiorandolo con carezze di morte. Le impediva di toccarmi, però, perché io rimanevo fuori l’ombrello di stoffa che la inguainava e le sue mani non mi raggiungevano. Scalciavo più che potevo, non mi rendevo conto di farle male. Quando si accorse che i cordoncini avevano cominciato a scucirsi dall’attaccatura, ripose tutte le sue forze in un gesto disperato e li strappò via togliendosi di dosso quell’ancora mortale.

Si lasciò sollevare dalla spinta che la riportò su. La bocca, spalancata, sputava acqua e tratteneva aria. Una mano sempre su di me. Con l’altra disegnava vortici. Davanti a sé, il gommone coincideva con il punto di fuga. Intorno qualcuno gridava, annaspava, affondava.

Il barcone era più vicino. La costa, lontana.

 

Spinse indietro la nuca, fin quando l’acqua non raggiunse la fronte incorniciandole il volto. Regolò il respiro e cercò la calma della sospensione senza opporre resistenza, il corpo disteso tra le onde leggere galleggiava sotto un sole non ancora caldo. 

Io affioravo dall’acqua come una collina in un’immensa pianura. 

Fu allora che mi strinse in un abbraccio freddo.

Ora doveva stare calma.

Si slacciò la gonna, liberò le gambe e una sensazione di caldo la invase scivolando tiepida sulla sua pelle: fu in quel momento che le si ruppero le acque e iniziò il travaglio per la vita. Aveva immaginato lenzuola candide per entrambi, non questo. Lacrime terrorizzate le rigavano gli angoli degli occhi, aveva paura di perdermi.

Due naufraghi si avvicinarono e cercarono di aiutarla.

– Respira… – diceva l’uomo.

– Ora vengono a prenderci, la nave è qui – diceva la donna. 

La afferrarono per le braccia e la sostennero un paio d’ore a pelo d’acqua, mentre remavano fiaccamente verso il barcone.

Ma il parto si apriva sempre più.

 

Diceva di sentire un tremore nel ventre, poi le contrazioni arrivarono più ravvicinate. Non sapevo fossi io a provocarle quel dolore intenso, urlava grida acute e cercava di non muovere le gambe. Cominciai a sentire l’acqua fredda inondare l’utero caldo in un mescolarsi di correnti e liquidi. Lei fece l’impossibile per rallentare i tempi, ma fu tutto invano.

Dopo non molto, una carezza di carne mi sfiorò il volto e cominciai a fuoriuscire in un’acqua rossastra dalle sue labbra dilatate. Lei si teneva a galla con lo sforzo delle braccia e l’aiuto di quell’uomo e quella donna, mi sentiva tra le gambe e aveva paura di schiacciarmi, ma non aveva modo di tenerle divaricate. Faceva l’impossibile per non soffocarmi e sapeva che nascere era la mia unica possibilità di salvezza.

Incamerò aria, affondò un po’, spinse forte, urlò nell’acqua. 

Risalì.

Incamerò aria, affondò un po’, spinse forte, urlò nell’acqua. 

Risalì.

E ancora e ancora…

Fui espulso nell’ultima spinta. Mamma mi tirò su per il cordone ombelicale, mi guardò e con un urlo disperato mi strinse a sé, la mia testa tra i suoi seni.

Ero stato colpito troppe volte. Giacevo inerme, schiacciato dalla morsa tanto involontaria quanto funesta delle sue gambe.

 

Ed è così, che sono morto.

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@Rica

 

A morire si muore un po' tutti, dipende poi come, dove, perché. Anche leggendo questo racconto un po' si muore, per il tema che coraggiosamente affronta. Muore un pezzetto di noi, muore un pezzetto dell'umanità che lascerà impresso nella Storia un altro frammento d'insensatezza, o follia autodistruttiva. E noi esseri umani studieremo in futuro di come noi esseri umani, in questo presente, abbiamo nuovamente permesso che accadessero tragedie globali cui ci eravamo imposti di porre rimedio o di non replicare.

Nello scrittore o nella scrittrice, di quelli che io reputo personalmente grandi del loro mestiere, c'è e ci deve essere sempre questo sforzo, questa ricerca, questa necessità di confrontarsi su temi importanti, il cui dibattito possa essere d'aiuto a generare situazioni di migliori condizioni di vita per tutti.

Ma viviamo in tempi dove il senso d'impotenza cerca di far gettare la spugna persino ai più ostinati.

 

Questo racconto lascia dunque con l'amaro in bocca, come quando ogni speranza affoga nello scuro delle acque. Ma ringrazio te che l'hai scritto anche perché continuo a illudermi che storie e racconti possano fare la differenza. Magari solo in una persona che poi coinvolge un'altra persona che insieme ne coinvolgono altre quattro nel cambiamento e così via.

C'è da che ritenersi fortunati, a vivere sull'altra sponda del mondo, questo, come minimo, mi vien banalmente da commentare.

 

In quanto al racconto in sé, alla sua struttura, alla sintassi, etc... anche questo, secondo me, è grosso modo ineccepibile. Ti tira letteralmente a fondo con un pugno nello stomaco e altro non si può aggiungere, oltre lo scritto.

 

Una piccola annotazione, però, l'avrei, anche se dirla mi pare quasi indelicato rispetto alla storia che qui hai raccontato.

 

Te la faccio comunque presente, perché concerne il senso di questo luogo nel quale ci troviamo (il WD). Quindi per un attimo usciamo dall'atmosfera del racconto stesso e discorro puramente del tuo stile letterario che mi pare ampiamente ben formato e funzionale al racconto. Continua a essere uno stile apparentemente “leggero” (ossia non contorto) nella costruzione delle frasi, ma di grande spessore rispetto al contenuto e all’accurata scelta di immagini e parole. Questo permette al senso che vuoi trasmettere d’imprimersi nel lettore (o almeno in me lettore).

 

(Al massimo potrei segnalarti un’apparizione molto vicina del verbo “vedere”, in merito alla famosa questione della variazione dei termini che ognuno poi giostra e utilizza alla sua maniera.

Alle 23/12/2017 at 22:30, Rica ha detto:

vedemmo le luci

 

Alle 23/12/2017 at 22:30, Rica ha detto:

quell’uomo lo vide

Ma questo non influisce per niente sul racconto).

 

Più che altro, invece, non so se già lo fai, l'hai fatto, intendi o mai t'interesserà farlo in altri scritti. Comunque qui te l'accenno come un di più che forse ancora si potrebbe tentare o esplorare, con particolare riferimento allo scritto in questione e appunto, mi ripeto, eventualmente anche altrove.

 

Le tue similitudini, o metafore, sono molto belle ed evocative, calzanti per l'immaginazione, ma forse non sempre per i personaggi stessi o l'ambientazione del racconto.

 

In particolare, mi ha colpito la seguente frase come stonata rispetto all'omogeneità di tutto il contesto:

Alle 23/12/2017 at 22:30, Rica ha detto:

Io affioravo dall’acqua come una collina in un’immensa pianura. 

Qualcosa come “scoglio”, ad esempio, secondo me si sarebbe meglio fuso con tutto il contesto, così come la “pianura” mi porta distante dalla situazione (forse però era questa la tua intenzione).

 

Anche quest'altra (che di per sé è davvero molto toccante, come appunto un fiore delicato che solo a carezzarlo si rompe):

Alle 23/12/2017 at 22:30, Rica ha detto:

sembrava una corolla variopinta

 

La corolla (mi son dovuto informare) è un fiore che nasce e cresce (a seconda delle sue varianti di specie) su tutto il globo.

 

Ma perché non usare proprio un fiore (anche simile) particolare dell'Africa, ossia originario del luogo di provenienza dei personaggi? Questo è lo stimolo che ti pongo.

 

Quello che intendo è che qualsiasi lettore visualizza una collina e una pianura. Ma quanto questa collina, questa pianura o questo fiore sono attinenti al pensiero e al vissuto caratteristico dei personaggi? In questi due casi è probabile, anche molto probabile che sia così, però secondo me sono meno attinenti all'ambientazione della scena.

 

Se dunque già sai di tuo questo che sto dibattendo, non tenerne conto, così come del seguito che aggiungo solo per far due chiacchiere letterarie, dato che ormai qui sono giunto.

 

In merito a questo argomento, a me personalmente diede molto da pensare uno dei vari incipit che Calvino scrisse in “Se una notte d'inverno un viaggiatore”. Non ho adesso il libro sottomano e non posso controllare quale esattamente sia, ma vado a braccio e a memoria.

Nel racconto, una specie di ambientazione western o nella pampa o in Messico, un personaggio, una sorta di cowboy, si muove a cavallo nel deserto (mi pare di ricordare). Quello che mi colpì, sopratutto all'inizio, era che le similitudini o le metafore espresse della voce narrante e forse anche messe in bocca allo stesso personaggio, facevano tutte parte del suo mondo e della sua vita. Un serpente si muoveva come un lazo, o viceversa. Non come una gomena per il semplice fatto che il mare era distante o che il personaggio non l'aveva mai visto né mai sentito parlare di imbarcazioni…

 

Insomma, non so se mi sono spiegato, ma io approfondirei (se non l’hai mai fatto) anche questa direzione per vedere se può convincerti maggiormente o meno.

 

Quel che volevo dirti l'ho detto. Scrivi egregiamente! Un saluto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Ospite Rica

Sulla morte di un pezzettino di umanità non puoi che avere ragione. Forse per questo trovano tutta la loro forza queste due parole che potrebbero sembrare sciocche "Restiamo umani". Vittorio Arrigoni docet.

Assumono la forza di un urlo, perché perdere l'umanità significa perdersi.

 

Sul coinvolgimento di altre tre o quattro persone che tiri dentro a un testo, a un'idea, a un contenuto, a una denuncia... : anche io credo sia una vittoria, la vedo una sconfitta però se riunisce solo chi sente in un modo comune e non riesce ad avvicinare chi la pensa diversamente, qualcuno che si "ricrede" e comincia a vedere le cose in altro modo. Semplice e facile riconoscersi tra simili, no?

In ogni caso, come dici tu, ognuno fa quello che può. E io sono d'accordo con te.

 

 

Una piccola annotazione, però, l'avrei, anche se dirla mi pare quasi indelicato rispetto alla storia che qui hai raccontato.

- No. Non sei indelicato. Hai ragione quando dici:

 

(Al massimo potrei segnalarti un’apparizione molto vicina del verbo “vedere”, in merito alla famosa questione della variazione dei termini che ognuno poi giostra e utilizza alla sua maniera.

   Alle 23/12/2017 at 22:30,  Rica ha detto: 

vedemmo le luci

   Alle 23/12/2017 at 22:30,  Rica ha detto: 

quell’uomo lo vide

– ne terrò conto. A volte, anche dopo varie riletture non vedo alcune ripetizioni. ;) 

 

 

Più che altro, invece, non so se già lo fai, l'hai fatto, intendi o mai t'interesserà farlo in altri scritti. Comunque qui te l'accenno come un di più che forse ancora si potrebbe tentare o esplorare, con particolare riferimento allo scritto in questione e appunto, mi ripeto, eventualmente anche altrove.

 

Le tue similitudini, o metafore, sono molto belle ed evocative, calzanti per l'immaginazione, ma forse non sempre per i personaggi stessi o l'ambientazione del racconto.

– Vorrei riuscire ad allontani dal loro uso. Esprimere in modo diverso una metafora o una similitudine. No sempre ci riesco.

 

In particolare, mi ha colpito la seguente frase come stonata rispetto all'omogeneità di tutto il contesto:

   Alle 23/12/2017 at 22:30,  Rica ha detto: 

Io affioravo dall’acqua come una collina in un’immensa pianura. 

Qualcosa come “scoglio”, ad esempio, secondo me si sarebbe meglio fuso con tutto il contesto, così come la “pianura” mi porta distante dalla situazione (forse però era questa la tua intenzione).

– Un po' sì. Mi dava l'idea di stabilità, quella che avrebbe dovuto esserci. Ma avrei dovuto esprimerla diversamente, forse. Lo scoglio in mezzo al mare lo vedevo già minato dall'isolamento, dalla forza delle onde. Volevo dare l'idea di una certezza, la collina nella pianura era un'immagine più calma e morbida. Pensavo suggerisce dolcezza in contrasto alla scena descritta nella quale è incastrata la frase che citi. E poi, visivamente credo di aver scelto collina proprio per la sua forma tonda. Come una pancia al nono mese. Devo dire che non ho mai visualizzato lo scoglio. Perché aspero? Non so.

 Però la tua osservazione non è errata.

 

Anche quest'altra (che di per sé è davvero molto toccante, come appunto un fiore delicato che solo a carezzarlo si rompe):

   Alle 23/12/2017 at 22:30,  Rica ha detto: 

sembrava una corolla variopinta

La corolla (mi son dovuto informare) è un fiore che nasce e cresce (a seconda delle sue varianti di specie) su tutto il globo.

Ma perché non usare proprio un fiore (anche simile) particolare dell'Africa, ossia originario del luogo di provenienza dei personaggi? Questo è lo stimolo che ti pongo.

– No, no. Qui c'è un equivoco. Non ho mai saputo che Corolla fosse il nome di un fiore. Io l'ho usato semplicemente come parte costituiva di un fiore, cioè l'insieme dei petali. In scienze quella è la corolla, proprio per questo pensavo fosse universale...

 

Se dunque già sai di tuo questo che sto dibattendo, non tenerne conto, così come del seguito che aggiungo solo per far due chiacchiere letterarie, dato che ormai qui sono giunto.

- Sai, io ci provo. Ma dal confronto escono cose di cui puoi non accorgerti. E ti sono grata per questo.

 

Insomma, non so se mi sono spiegato, ma io approfondirei (se non l’hai mai fatto) anche questa direzione per vedere se può convincerti maggiormente o meno.

- Grazie. 

È un piacere trovarti nei commenti.

A presto.

 

Grazie del tuo tempo.

 

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@cynthia collu ciao.

 

Questo brano è stato scritto per un Contest che aveva incipit ed exciplit definiti e scritti dallo Satt. Tu potevi combinarli a piacere, ma delle frasi proposte non potevi cambiare nulla.

Io ho lavorato cercando di incastrare quelli scelti da me, che sono apertura e chiusura di questo brano.

Davvero un bell'esercizio, sai?

 

Grazie del commento, contenta ti sia piaciuto il brano. :sss:

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Il ‎23‎/‎12‎/‎2017 alle 22:30, Ospite Rica ha detto:

Passaggio per due solo andata

 

La spiaggia non era pulita: i residui delle mareggiate d'inverno, paglia marina, canne e pezzi di legna la macchiavano a tratti. Restituiva ciò che il mare non teneva per sé: spugne, ossi di seppia e immondizia di ogni genere giacevano sparsi sulla sabbia, che rincorrendosi in piccole dune rifletteva le stelle in puntini splendenti come diamanti. 

Era il terzo tentativo di imbarco. Tra l’uno e l’altro eravamo stati rinchiusi in abitazioni isolate, ci portavano acqua e cibo e controllavano che non uscissimo mai.

 

Il gommone era fermo a un paio di metri dalla riva, sospeso in una lama di luce argentea increspata. Al gesto concordato prendemmo posto, alcuni addossati all’interno dello scafo, altri sui tubolari. Tutti senza bagagli. 

– State fermi o finirete tra i pesci. Domani saremo sulla costa – disse quell’uomo, e accese il motore. 

Mia madre, atterrita dalla paura di perdermi, indossò il giubbotto che avrebbe dovuto sorreggerci e strinse più che poté i cinturini di sicurezza. 

Partimmo. 

I nostri volti neri si confondevano con la notte e il bianco delle sclere risaltava. A bordo solo acqua. La bottiglia intrappolava la luna e quando ce la passavamo sembrava consegnarcene un po’, come fosse davvero rinchiusa in quella trasparenza. Procedemmo così per tanto, tantissimo tempo.

Mamma mi accarezzava, parlava sottovoce. 

Ogni tanto cantava qualcosa, sussurrava note.

Prima che i raggi del sole schiarissero l’alba bagnata, vedemmo le luci della costa appoggiarsi sul mare ancora nero. Poi la mattina esplose, violacea e purpurea, su una sottile linea bianca che si aprì gradualmente rischiarando i nostri visi e la sagoma di un barcone in lontananza.

Non appena quell’uomo lo vide, ci puntò una pistola contro.

 

Il giubbotto di mia madre era di quelli che si impregnavano a contatto con l’acqua, al punto da diventare esso stesso zavorra. Dopo un po’ che nuotava, si sentì sprofondare come se un peso di piombo la spingesse giù. Era riemersa con facilità le prime volte, non aveva dovuto neanche sputare l’acqua salata, non le era arrivata in gola. Muoveva le gambe con guizzo e poggiava una mano su di me, con l’altra lottava contro i lacci di sicurezza. Doveva liberarsi di quell’ingombro, ma le cordicelle irrigidite dall’acqua e dal sale erano difficili da sciogliere.

Si inabissò.

Le gambe vorticavano per guadagnare la superficie e le braccia tracciavano cerchi, mentre bolle alimentate del suo terrore le esplodevano sulla testa in una luce che sembrava irraggiungibile. 

Riaffiorò nella schiuma bianca.

Respirò. 

Schiaffeggiava l’acqua e mi toccava: sapeva che ero lì, ma voleva sentirmi. Cercava di allentare i nodi con le dita intirizzite e i polpastrelli insensibili. Provò di nuovo, ma il giubbotto, sempre più pesante, la spingeva verso l’abisso.

Andò giù. 

La lunga gonna colorata si sollevò dischiusa intorno a lei, sembrava una corolla variopinta: mamma dal seno in su era il pistillo, le sue gambe lo stelo. Mentre sprofondava, l’ampia veste capovolta si allargava e fluttuava sul suo viso, sfiorandolo con carezze di morte. Le impediva di toccarmi, però, perché io rimanevo fuori l’ombrello di stoffa che la inguainava e le sue mani non mi raggiungevano. Scalciavo più che potevo, non mi rendevo conto di farle male. Quando si accorse che i cordoncini avevano cominciato a scucirsi dall’attaccatura, ripose tutte le sue forze in un gesto disperato e li strappò via togliendosi di dosso quell’ancora mortale.

Si lasciò sollevare dalla spinta che la riportò su. La bocca, spalancata, sputava acqua e tratteneva aria. Una mano sempre su di me. Con l’altra disegnava vortici. Davanti a sé, il gommone coincideva con il punto di fuga. Intorno qualcuno gridava, annaspava, affondava.

Il barcone era più vicino. La costa, lontana.

 

Spinse indietro la nuca, fin quando l’acqua non raggiunse la fronte incorniciandole il volto. Regolò il respiro e cercò la calma della sospensione senza opporre resistenza, il corpo disteso tra le onde leggere galleggiava sotto un sole non ancora caldo. 

Io affioravo dall’acqua come una collina in un’immensa pianura. 

Fu allora che mi strinse in un abbraccio freddo.

Ora doveva stare calma.

Si slacciò la gonna, liberò le gambe e una sensazione di caldo la invase scivolando tiepida sulla sua pelle: fu in quel momento che le si ruppero le acque e iniziò il travaglio per la vita. Aveva immaginato lenzuola candide per entrambi, non questo. Lacrime terrorizzate le rigavano gli angoli degli occhi, aveva paura di perdermi.

Due naufraghi si avvicinarono e cercarono di aiutarla.

– Respira… – diceva l’uomo.

– Ora vengono a prenderci, la nave è qui – diceva la donna. 

La afferrarono per le braccia e la sostennero un paio d’ore a pelo d’acqua, mentre remavano fiaccamente verso il barcone.

Ma il parto si apriva sempre più.

 

Diceva di sentire un tremore nel ventre, poi le contrazioni arrivarono più ravvicinate. Non sapevo fossi io a provocarle quel dolore intenso, urlava grida acute e cercava di non muovere le gambe. Cominciai a sentire l’acqua fredda inondare l’utero caldo in un mescolarsi di correnti e liquidi. Lei fece l’impossibile per rallentare i tempi, ma fu tutto invano.

Dopo non molto, una carezza di carne mi sfiorò il volto e cominciai a fuoriuscire in un’acqua rossastra dalle sue labbra dilatate. Lei si teneva a galla con lo sforzo delle braccia e l’aiuto di quell’uomo e quella donna, mi sentiva tra le gambe e aveva paura di schiacciarmi, ma non aveva modo di tenerle divaricate. Faceva l’impossibile per non soffocarmi e sapeva che nascere era la mia unica possibilità di salvezza.

Incamerò aria, affondò un po’, spinse forte, urlò nell’acqua. 

Risalì.

Incamerò aria, affondò un po’, spinse forte, urlò nell’acqua. 

Risalì.

E ancora e ancora…

Fui espulso nell’ultima spinta. Mamma mi tirò su per il cordone ombelicale, mi guardò e con un urlo disperato mi strinse a sé, la mia testa tra i suoi seni.

Ero stato colpito troppe volte. Giacevo inerme, schiacciato dalla morsa tanto involontaria quanto funesta delle sue gambe.

 

Ed è così, che sono morto.

Hai descritto questa storia in maniera molto poetica, che quasi sembra di leggere una bella poesia, e poi l'epilogo che rappresenta lo specchio di una realtà che è scomoda per tutti e che come tutti non vorremmo mai che accadesse. Il tuo racconto è molto bello.

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Non l'avevo mai letto. Piaciuto molto, mi hai sorpreso nel finale. Resta l'amaro di una realtà troppo spesso strumentalizzata in due direzioni, come se si parlasse di cose e non di persone.

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Uh! Oggi ho trovato un sacco di gente qui! Scusami se ti rispondo così tardi.

Grazie carissimo Ghigo! 

Del passaggio e del tempo.

 

Fiori :flower: e 'na biretta :beer:

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