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Caspiterina, l'aveva scampata proprio bella! Un altro capodanno uguale e non avrebbe retto, ne era certo.

Saltelli, trenini e perfino la musica, che sembrava far traballare l'intera costruzione, gli avevano fatto temere il peggio.

Poi c'era stata pure la Befana e... altro pandemonio.

Un pomeriggio di baraonda irriferibile.

Canti, risate e ancora saltelli e trombette, poi odore di pizze, dolcetti e popcorn.

Una masnada di piccoli ribelli gli era ballata addosso, senza sosta.

Aveva tenuto duro.

Come sempre - si disse - e un moto di fierezza lo attraversò in tutto il suo operato.

Quindi, all'attuale stato delle cose, ormai era chiaro, sarebbe stato capace di andare avanti ad oltranza, non c'erano più dubbi.

Stava al centro di quella cantina da sempre, o comunque da quando mani esperte, finita l'ultima guerra maledetta, si erano messe al lavoro per rimettere in piedi la città.

La costruzione era stata tirata su con i sentimenti di allora. 

Lui non sapeva niente di mani, Storia e manco d'altro, era semplicemente lì, dove era stato piazzato a fare il suo dovere.

Ultimamente, però, sentiva trambusti nuovi, strani movimenti.

C'era stato un cambio di inquilini, non era il primo e non sarebbe stato l'ultimo (almeno così sperava), ma più che un cambiamento di proprietari o affittuari, aveva avuto l'impressione si trattasse dell'arrivo di una scolaresca senza insegnante né accompagnatore.

Era abituato a sopportare tanta attività, ma non quanto ultimamente.

Sospettava che i nuovi alloggiati non dormissero mai.

Non c'era tregua. Giorno e notte tutto un andirivieni, e le nottate - quei matti - le trascorrevano a schitarrare, cantando canzoni più o meno intonate, senza dare mai un’occhiata all’orologio.

Sembrava che le famiglie (doveva pur continuare a credere si trattasse di queste) cambiassero continuamente abitudini, che spostassero mobili da una parte all'altra, rinnovando le case in continuazione. Sentiva abbattere pareti e tirarne su altre, sentiva parlare idraulici, architetti, tappezzieri... Consigliavano ora questo ora quest'altro. Mentre l'ammodernamento coinvolgeva anche la cantina che si riempiva e si svuotava per saturarsi ancora, in una sequenza da storia infinita.

Gli dispiaceva un po' non vedere personalmente come andavano le cose lassù, ma doveva ottemperare al suo dovere e non c'era da pensare ad altro.

Intanto vecchie carcasse di mobili, giocattoli, abiti smessi e tanto altro erano la sua sola compagnia, in transito per giunta.

Dopo un po’ di tempo, infatti, arrivava sempre qualcuno che buttava via le vecchie cianfrusaglie per fare spazio ad altre cose, magari nuove, ma andate lo stesso fuori voga. 

Erano le prime ore della sera quando arrivarono quelle due nello scantinato.

A dire il vero più che "arrivare" erano state scaraventate dentro, finendogli quasi addosso.

Il tranquillo silenzio fu interrotto così, da quell’ingresso che soltanto loro stesse avrebbero definito “trionfale”.

Due cassette di legno, un po' grezze e già malconce: la nuova compagnia.

Dopo essersi guardate intorno e individuato il pezzo forte della situazione gli si erano rivolte chiedendo che tipo di vita si facesse laggiù.

Pilastro aveva veramente poco da raccontare. Tutto ciò che gli gettavano intorno erano solo scarti di esistenze passate; oggetti che, a loro volta, non avevano mai voglia di raccontare niente.

Le due si guardarono scocciate, poi, scambiandosi uno sguardo d'intesa, e quasi accavallando le proprie voci presero a dire: "Beh, sei fortunato amico" "Noi siamo molto chiacchierone." "Sapremo tenerti buona compagnia" "Almeno per un po' " "Almeno fino a quando non ci sarà da ripartire."

Venivano dalla foresta Amazzonica, - dicevano - erano appartenute a un albero massiccio e rigoglioso, il Kapok. Un albero gigante con rami che arrivano a misurare da cinquanta a sessanta metri - affermavano, esagerando un po'- “una sorta di condominio per scimmie, poiane e civette”, cercarono di spiegargli.

L’albero - a sentire loro - era stato poi smembrato, e così avevano cominciato a viaggiare. Tir, fabbriche, e di nuovo tir, e ancora - assemblati con legni di alberi diversi - avevano ripreso l'ennesimo Tour che, alla fine, gira e gira, le aveva condotte lì.

Non la finivano più di parlare di città e punti di stoccaggio.

Raccontavano ogni cosa con ricchezza di particolari citando porti, baie, e descrivendo un enorme mercantile come fosse stato il panfilo di Adnan Khashoggi.

Nel raccontare poi - per rendersi credibili - prendevano l'accento di ogni continente che andavano incontrando, aggiungendo molte "esse" in caso di spagnolo, fingendosi teteschi di Cermania o franscesi dall'aria tutta parigina.

Pilastro rimaneva sbalordito.

Era un bambino in ascolto.

Le favole magnifiche.

Di certe cose, lui, non ne sapeva assolutamente nulla, che il mondo fosse tondo - per esempio - Senza quelle due, non gli sarebbe mai venuto in mente.

Le narratrici, in realtà, erano un tantino spocchiose, e convinte che la loro vita non sarebbe finita lì. Presto – dicevano - sarebbero venuti a prenderle.

Pilastro le guardava stupito e poco a poco, goccia a goccia, in lui s'infiltrò la curiosità.

 

Certo anche lui aveva visto un po’ di mondo, soprattutto negli ultimi trent'anni.

Ricordava il primo Commodore 64 sbarcato giù in cantina, poi tanti altri pc. Dai più ingombranti Macintosh fino ai portatili HP. Di recente era arrivato anche un Asus, un modello mini. Poi una valanga di apparecchi Tv e playstation e videoregistratori e ancora mobilio di ogni foggia, misura e utilità che, dal noce al bambù - poteva ben dirlo - anche lui s'era fatto una gran cultura.

Dalla sedia a dondolo allo sgabello svedese, dal materasso in lana al memory comfort, aveva visto migliorare tutto quanto. Tante cose via-via più belle, più comode, solo che alla fine non gli era mai sembrato contassero un granché.

Lo stesso gli era parso per bambole, tamburelli e bigliardini.

In ogni caso, ad ascoltare le cassette c'era da rimanere con gli occhi perfettamente a cerchio.

Pilastro adesso si interrogava: «Come mai, fino a quel momento, il mondo non lo aveva incuriosito più di tanto?»

Boh.

Mentre ancora ascoltava avvertì una sorta di prurito.

E sì, la curiosità ha gli stessi sintomi di certe malattie. E le cassette, riconosciuto il sintomo, incalzarono.

Ma alla domanda su cosa avesse fatto in tutta la sua vita, Pilastro non seppe cosa rispondere, e dopo aver riflettuto a lungo, poté solo confermare: «Sono stato sempre e solo questo qua.»

Lo derisero, lo stuzzicarono. Non era possibile - dicevano - vivere tutta una vita così, relegati dentro uno scantinato portando tutto quel peso, tutti i giorni, invariabilmente, un mestiere gravoso e mai ricompensato.

«Né ferie né altri riconoscimenti!? Puah - aveva concluso una delle due cassette - una vita così non vale un fico secco. Perché non provi a darti una mossa?»

«Caro mio vedi di cambiare qualcosa finché puoi.»

Avevano ragione le sue nuove amiche, qualcosa andava fatto. 

Ma: «Non posso cambiare niente» si lamentò Pilastro, dopo un'attenta riflessione. E una delle due: «Non puoi nemmeno provare a ricordare se prima eri diverso?»

Con risatine e ghigni lo invitarono a sforzarsi: «Devi essere stato per forza differente, prima di diventare questo coso qua, no? Non ricordi nulla?»

Si sforzò non poco, gli sembrava di aggirarsi per vicoli ciechi dove non ci fosse assolutamente niente da riportare a galla.

Eppure, rifletti e rifletti, prova e riprova, alla fine qualcosa riuscì a tirare fuori. 

Ma... o era stralunato oppure negli occhi gli lampeggiava uno strano sogno perché non gli riusciva di emettere neppure una parola.

Alla fine con un tono abbastanza incerto disse: «Mi pare di averle pur vissute un paio di avventure... - e ancora si sforzava -... Sìììì, ero una pappetta molle prima di trasformarmi in... in... Cemento! - riuscì a dire finalmente, con una certa enfasi.

Poi sembrò innestare la marcia "parlantina" e: « Sono stato sbatacchiato dentro una betoniera brutalmente, ricordo di non aver trovato nessuna via di fuga, non c'è stato verso. Mi spiaccicavo sulle pareti di quel marchingegno e scivolavo giù, mi riappiccicavo e scivolavo ancora, senza concludere un bel niente. Credevo non sarei sopravvissuto. Invece, finì che proprio dove siamo adesso, mi misero delle stecche di ferro tutte intorno ingabbiandomi per sempre. Rivedo tanta gente che mi ballava a giro. Indiani intorno al totem, io ero il totem, loro gli indiani. Ahahaha per dindirindira che avventura.» Poi - come fissando le immagini di un film proiettate sopra il muro - aggiunse: « Ricordo perfino un ingegnere. Venne a trovarmi per ultimo, mi tastò da ogni parte, mise un paio di firme sopra un foglio e mi salutò con un buffetto su questo lato qui, "farai un ottimo lavoro" mi disse soddisfatto. Accipicchia, è stato il migliore augurio che abbia ricevuto!»

«L'unico, immagino, - disse tra i denti la cassetta messa peggio, poi con un accento vagamente meneghino, che al So.Ge.Mi. - il mercato orto-frutta di Milano - c'erano pure state per un fine-settimana, si affrettò a sottolineare - Ma valà, non ci sposso creder mica, la tua vita è tutta qua? Ferri, gabbie, e gente a fare di te quel che sei adesso? E tu, ad essere diverso non ci hai mai pensato?»

«Datti una mossa amico mio – disse l'altra - il mondo è lì fuori e tu potresti essere tutt'altro se solo non ti avessero...ehm…- e qui scandì per bene la parola - in-ga-bbiato – precisando subito, quasi si scusasse - lo hai detto tu stesso, no?»

Pilastro il mondo un po' lo conosceva, non lo aveva mai capito per benino, ma poteva dire che qualcosa gli era pur passata sotto gli occhi.

«Se vuoi ti aiutiamo noi» riprese la cassetta.

«Voi?»

«Sì noi, ti facciamo un corso accelerato per varcare i tuoi confini. Vedrai, nuova vita, nuove amicizie, tutto un altro mondo.» E qui la voce si era  fatta accattivante.

«Ma non posso essere altro che questo» piagnucolava Pilastro.

«Tutte baggianate, fidati, non te ne pentirai.»

Passarono notti intere a persuaderlo, ma Pilastro era un tipo duro. Beh, neanche a dirlo cemento armato: Ostinazione pura, ottusa e anche prevedibile.

Ma insistevano, era solamente questione di auto-convincimento - dicevano -se lui avesse voluto, poteva essere tutto ciò che desiderava, "tutto, tutto, tutto"- sottolineavano - avrebbe potuto fare altre mille, anzi miliardi di cose.

«Basta la tua volontà.» Giurarono.

 

Quando se ne accorse non gli sembrava possibile.

Si domandava come ci stesse riuscendo. Sì la volontà l'aveva esercitata, ma non credeva che questa potesse operare come una mazza, un piccone, un trapano...

Non si rendeva conto.

Avrebbe voluto chiedere alle cassette cosa stava accadendo. Avevano mai assistito a un evento simile?

Intanto il cambiamento andava avanti e Pilastro stava ormai per trasformarsi.

Le cassette ammiravano attonite il prodigio.

Ad essere sincere non credevano che Pilastro avrebbe dato loro retta. E no, porca puttana! E che cazzo, no!

Avevano pensato solo di fare quattro chiacchiere, tanto per passare il tempo, non immaginavano che quel pirla di Pilastro (al momento erano ferme ancora al milanese) avrebbe preso tutto seriamente.

Il loro racconto non era stato proprio sincerissimo, quando si narrano storie - si sa - non è lo stesso che essere davanti al giudice dentro un tribunale, insomma non c'è bisogno di dire la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità.

Al contrario, quando si racconta, si imbellettano trama ed episodi, e loro - le cassette - gli avevano rifilato solo qualcosa di attendibile tra milioni, anzi miliardi di bugie. Gli avevano detto, per esempio, che al piano di sopra - cosa vera - da un po' di tempo si susseguivano feste in stile Epifania, una dietro l'altra, senza alcuna sosta. Nell'ultima, proprio loro due, avevano portato frutta in abbondanza. Dissero pure dei bambini che si erano divertiti fino allo stordimento.

Ma… intendevano forse dire che non si era più in gennaio?

«Certo che no!» avevano risposto in coro.

Si era già in agosto, ma pilastro non poteva accorgersene, le stagioni non lo avevano mai interessato.

Detto questo le cassette s’erano lasciate prendere la mano.

Omisero di riferire che il loro più grande desiderio era quello di poter tornare alberi. Tacquero sui chiodi con i quali le avevano assemblate tra un viaggio e l’altro, per spedirle insieme a legna scadentissima.

Loro che avevano le più nobili origini in fatto di botanica, e che venivano da un albero ultracentenario, erano finite tra il ciarpame di uno scantinato.

Non dissero di come fossero state scaricate da un mercato all’altro senza il minimo rispetto né che adesso erano vecchissime anche loro.

Quella era l'ultima stazione, presto sarebbero finite a fare luce in un camino.

Ma Pilastro s'era ormai invaghito, non vedeva l'ora di completare la sua trasformazione.

Non sapeva dire se avesse stretto forte-forte le meningi o se avesse usato qualcos'altro per cambiare forma, fatto è che una crepa, apparsa dove prima c'era una lieve scrostatura, si stava facendo strada senza la minima fatica.

La mutazione era ormai in avanzamento.

 

Non ha ancora un’idea precisa su cosa voglia diventare e forse, in fondo, vuole sgranchirsi solamente un po’.

Di tanto in tanto, infatti, un certo orgoglio atavico sembra gli rimonti dentro.

"Ho voglia di vedere un po' di mondo - conclude - cosa può esserci di male a fare questo?"

Se pure è notte alta, sente nuovi rumori, altre picconate. Vengono dall'appartamento a destra, sono altri lavori, altri cambiamenti. Sente pure i bambini: hanno cominciato un nuovo girotondo.

La crepa, non ha più l’aspetto di un piccolo spiraglio, e Pilastro, che pare stia per sbottonarsi la camicia, capisce: tutto sta per accadere.

È felice.

Finalmente potrà vedere in faccia quei birbanti e anche quella donna con i tacchi alti che certe notti non lo fa dormire.

"Solo un giretto - giura - dopo tornerò al mio posto."

 

 

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@Adelaide J. Pellitteri

Riepilogando: un bel racconto, simpatico e divertente, con un suo messaggio di fondo che non hai esplicitato ( hai fatto bene) ma lo hai lasciato chiaramente intendere con i fatti. Secondo me, il nome del protagonista, e con esso tutto il carattere del racconto andrebbe evidenziato sin da subito, ma chiaramente la scelta spetta a te.

Mi pare scritto bene, e con una certa disinvoltura. 

Qualche innocua osservazione:

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Caspiterina

Ho molti dubbi su questo. Il racconto ha il carattere di una fiaba, d'accordo, ma siamo sicuri che i bambini tollerino ancora certi termini? :D 

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Un altro capodanno uguale e non avrebbe retto, ne era certo.

Soltanto tornando a leggere una seconda volta, frasi come questa acquistano pienamente il loro bel significato. Quindi mi chiedo se non fosse il caso di mettere in chiaro fin da subito la natura del personaggio e quindi il carattere della storia, divertente e simpatica come un cartone animato .

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Canti, risate e ancora saltelli e trombette, poi odore di pizze, dolcetti e popcorn.

Una masnada di piccoli ribelli gli era ballata addosso, senza sosta.

Aveva tenuto duro.

Come sempre - si disse - e un moto di fierezza lo attraversò in tutto il suo operato.

Anche queste. In prima lettura ti chiedi soltanto dove l'autore\trice vuole andare a parare, poi acquistano la propria funzione.  

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Quindi, all'attuale stato delle cose, ormai era chiaro, sarebbe stato capace di andare avanti ad oltranza, non c'erano più dubbi.

Con il senno di poi, cercherei di snellire il racconto. Nei catatteri di un racconto breve, secondo me ci guadagnerebbe in efficacia. E quindi sfrondarlo di tutte le frasi non strettamente necessarie .

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Lui non sapeva niente di mani, Storia e manco d'altro, 

Ma potrebbe, visto che sente gli odori e i suoni. Qualche dettaglio sul passato dell'edificio ci starebbe proprio.

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Ultimamente, però, sentiva trambusti nuovi, strani movimenti.

Qui si genera nel lettore un'aspettativa e una curiosità, in merito a ciò che sta succedendo di sopra, mentre la storia, ora lo sappiamo, si svolge tutta di sotto.

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Non c'era tregua. Giorno e notte tutto un andirivieni, e le nottate - quei matti - le trascorrevano a schitarrare, cantando canzoni più o meno intonate, senza dare mai un’occhiata all’orologio.

Sembrava che le famiglie (doveva pur continuare a credere si trattasse di queste) cambiassero continuamente abitudini,

scolaresche, ragazzi che suonano, picconate notturne. Circoscriverei i movimenti a un'unica situazione, più definita. Una famiglia numerosa e rumorosa, magari 

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Venivano dalla foresta Amazzonica, - dicevano - erano appartenute a un albero massiccio e rigoglioso, il Kapok. Un albero gigante con rami che arrivano a misurare da cinquanta a sessanta metri - affermavano, esagerando un po'- “una sorta di condominio per scimmie, poiane e civette”, cercarono di spiegargli.

le origini degli oggetti, i luoghi da cui provengono. E' un gran bello spunto, soprattutto per un racconto di questo tipo

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Nel raccontare poi - per rendersi credibili - prendevano l'accento di ogni continente che andavano incontrando, aggiungendo molte "esse" in caso di spagnolo, fingendosi teteschi di Cermania o franscesi dall'aria tutta parigina.

Carina

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Certo anche lui aveva visto un po’ di mondo, soprattutto negli ultimi trent'anni.

Ricordava il primo Commodore 64 sbarcato giù in cantina, poi tanti altri pc. Dai più ingombranti Macintosh fino ai portatili HP. Di recente era arrivato anche un Asus, un modello mini. Poi una valanga di apparecchi Tv e playstation e videoregistratori e ancora mobilio di ogni foggia, misura e utilità che, dal noce al bambù - poteva ben dirlo - anche lui s'era fatto una gran cultura.

Mi piacciono questi passaggi, Ma in prima lettura, ripeto, continuavo a chiedermi di cosa stessimo parlando.Magari sono io che sono lento, eh

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Mentre ancora ascoltava avvertì una sorta di prurito.

E sì, la curiosità ha gli stessi sintomi di certe malattie. E le cassette, riconosciuto il sintomo, incalzarono.

Eh sì, il racconto è scritto bene

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Poi sembrò innestare la marcia "parlantina" e: « Sono stato sbatacchiato dentro una betoniera brutalmente, ricordo di non aver trovato nessuna via di fuga, non c'è stato verso. Mi spiaccicavo sulle pareti di quel marchingegno e scivolavo giù, mi riappiccicavo e scivolavo ancora, senza concludere un bel niente. Credevo non sarei sopravvissuto. Invece, finì che proprio dove siamo adesso, mi misero delle stecche di ferro tutte intorno ingabbiandomi per sempre.

Molto simpatico anche questo passaggio

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Ad essere sincere non credevano che Pilastro avrebbe dato loro retta. E no, porca puttana! E che cazzo, no!

Ma non era una fiaba? A me non disturbano, anzi

16 ore fa, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

La crepa, non ha più l’aspetto di un piccolo spiraglio, e Pilastro, che pare stia per sbottonarsi la camicia, capisce: tutto sta per accadere.

Qui si ha il senso dell'incombente tragedia che contrapposto al carattere fantasioso della trama, a me piace molto. Quella cosa della camicia la rovina un po', secondo me.

 

Mi è piaciuto. Alla prossima. Ciao.

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Ciao @RobertoBallardini intanto super-grazie per avere letto e commentato con tanta attenzione. Mi piacciono le tue osservazioni, mi permettono di spiegare le mie scelte (non pretendo di avere ragione, ti spiego solo come ci sono arrivata). Comincerei proprio con Caspiterina, un termine per nulla attuale. Il mio pilastro è nato nel dopoguerra e da lì non si è mai mosso, conosce poco il mondo se non per quello che gli è arrivato addosso. Avrei potuto cominciare il altro modo? Forse, ma ho riflettuto a lungo e capsiterina mi è sembrato abbastanza infantile e fuori moda, adatto al mio ingenuo pilastro. Proseguendo, poi, a molti quesiti rispondi tu stesso quando dici "continuando a leggere il lettore si chiede dove voglia andare a parare l'autore". Bene, questa è una delle cose che mi piace molto nei racconti, il lettore comincia a pensare e a farsi domande, deve concentrarsi per seguire l'autore e il testo; non gli do tutto servito a puntino, no!

Dici che forse potrebbe essere un racconto più breve, lo so, è proprio nella misura più breve che mi sento a mio agio, ma devo pure sforzarmi di articolare un racconto con immagini e situazioni. Ci provo da tempo, me se tu senti questa pecca significa che ancora ho molta strada da fare.

6 ore fa, Roberto Ballardini ha detto:

E no, porca puttana! E che cazzo, no!

Questo lo dicono le cassette e qui scatta la differenza di linguaggio, le cassette vengono dal mondo di oggi ( il linguaggio non scandalizza te e non scandalizza nessuno) anche questa è una scelta ponderata.

Non era una favola? Ti sei chiesto. Sì, certo è una favola... ma per adulti, ai bambini non rifilerei mai il crollo di un palazzo.

Come ha detto @Andrea28 i miei racconti lasciano un non so che di inquietudine (non tutti, ovviamente), ma è questa la mia prerogativa.
Per la "storia" della camicia ti do ragione, non sono riuscita a trovare un'immagine più adatta, volevo mostrare la crepa che cominciava a farsi strada e mi sono chiesta cosa potesse somigliarle proprio nella forma e mi è venuta la camicia che si sbottona, ma evidentemente non rende. 

Grazie per i complimenti che ovviamente fanno sempre piacere.

Alla prossima

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Ciao @Adelaide J. Pellitteri, ho appena finito di leggere il tuo racconto e devo dire la verità, l’ho adorato.  

 

Lo stile di scrittura è a volte in netta contrapposizione ma nell’insieme non stona affatto. Ci sono molti vocaboli in disuso che calzano a pennello con la situazione e rendono bene l’idea. 

 

Al contrario di @ballardini io credo che la scelta di svelare solo in seguito l’identità del protagonista sia azzeccata. 

 

Il carattere delle due saccenti cassette a mio parere non poteva poteva essere descritto in maniera migliore... quasi le sentivo pigolare nelle mie orecchie con i fastidiosi accenti. 

 

Anche io come te penso che la frase sulla camicia non renda l’idea di ciò che volevi esprimere, ma a parte quello non cambierei nulla se fossi in te. 

 

 

 

 

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Ma che carino @Adelaide J. Pellitteri e che idea originale! Mi è molto piaciuto. All'inizio non capivo bene chi fosse il protagonista e poi, piano piano, si insinua il dubbio, può veramente essere un pezzo di cemento? Brava, molto ben fatto secondo me!

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Ospite AndC

Ciao @Adelaide J. Pellitteri

 

il racconto mi è piaciuto. Tecnicamente, credo sia un ottimo esempio stilistico “di gioco di punto di vista”. Si muove a metà fra il realistico e la favola, dove le cose inanimate del quotidiano hanno storie, ricordi, sogni e pensieri.

Questo, secondo me, è il suo maggior punto di forza: l'umanizzazione dell'oggetto inanimato.

 

La trama in sé è lineare, simpatica, dosata nella maniera da non risultare troppo eccedente in nessuno dei suoi punti.

 

(L'appunto sul finale lo inserisco nello spoiler... non si sa mai):

Spoiler

Passate le primissime battute, si può già intuire chi sia il protagonista (io all'inizio avevo più semplicemente pensato a un muro, anche se ancora non tornava del tutto con gli indizi disseminati) e quale sia la fine verso cui è destinato. Ciononostante, anche il finale mi è piaciuto molto perché (attraverso gli occhi del protagonista) interpreta come il sogno di una speranza futura quella che potrebbe anche essere una tragedia per il protagonista stesso.

 

Calati completamente nel punto di vista del protagonista, la chiave di lettura finale è dunque positiva, quasi un messaggio che la vita si trasforma sempre e in qualche modo non possa dunque esistere la morte.

 

Questo, almeno, è quello che io ho letto o voluto leggere nel tuo racconto.

 

Da un punto di vista tecnico e formale, ti segnalo qualche leggero appunto.

 

L'uso del trattino, personalmente non mi dispiace anche se può sembrare visivamente confusionario, sia all'interno del dialogo che per gli incisi. Ciononostante, ricontrollerei bene gli spazi fra trattino e parole, che ogni tanto saltano, oppure il fatto che ogni tanto il trattino diventi lungo (cosa che ad esempio Word fa saltuariamente in automatico).

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

esagerando un po'-

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

e ancora si sforzava -...

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

"tutto, tutto, tutto"-

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

amico mio – disse l'altra -

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

in-ga-bbiato –

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

non ti avessero...ehm…-

 

Altri spazi di troppo:

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

po' "

Per quanto, in questo caso, non so se ci sia un'eccezione che dopo l'apostrofo si distanzino le virgolette per non creare visivamente "tre lineette" di seguito (io solitamente, scrivo tutto attaccato, quando è il caso)...

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

« Sono

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

: « Ricordo

 

Forse anche il fatto che i dialoghi siano sulla stessa linea delle descrizioni e del racconto crea un leggera confusione puramente visiva del tutto, che non disturba esageratamente la lettura o il suo senso, ma comunque si percepisce.

 

Particolari refusi di parole non mi è parso di trovarli.

 

Bella, poi  la parte sull'origine delle cassette dall'Amazzonia e l'immagine del condominio:

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

Venivano dalla foresta Amazzonica, - dicevano - erano appartenute a un albero massiccio e rigoglioso, il Kapok. Un albero gigante con rami che arrivano a misurare da cinquanta a sessanta metri - affermavano, esagerando un po'- “una sorta di condominio per scimmie, poiane e civette”, cercarono di spiegargli.

 

La parte che mi è poi personalmente più piaciuta è la “completa” umanizzazione delle cassette, che omettono nel dialogo certi dettagli capaci di sminuire la loro importanza dinanzi uno sconosciuto.

Se fosse un film, secondo me, alle due casette di legno andrebbe attribuito l'oscar come migliori attrici non protagoniste.

Essendo questo un racconto, semplicemente ti faccio i complimenti per la caratterizzazione di tutti i personaggi e l'abilità con cui li fai interagire fra loro. 

 

Il racconto è scritto molto bene. Un saluto.

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Ospite AndC

@Adelaide J. Pellitteri

Ciao, scusa, mi sono scordato anche un ulteriore appunto sugli incisi usati all'interno della descrizione della storia e non per i dialoghi. Benché il senso del loro utilizzo sia chiaro, coerente e connotato di stile, spesso sono così brevi che forse ci starebbe bene anche l'uso di una virgola, anziché del trattino per rendere la lettura più fluida. Ad esempio, in questi casi:

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

- quei matti -

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

- a sentire loro -

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

- per esempio -

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

- si sa -

 

Alle 16/12/2017 at 15:43, Adelaide J. Pellitteri ha detto:

- le cassette -

 

Di nuovo un saluto!

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@AndC Intanto super-grazie per questo tuo nuovo commento, sì, quella degli spazi che "allargo" o "restringo" quasi arbitrariamente è un difetto al quale devo assolutamente porre rimedio. Approvo in pieno i tuoi suggerimenti trattini/virgolo (e vado a modificare). Troppo spesso fisso l'attenzione sulle parole, badando quasi esclusivamente al contenuto, al componimento nella sua sostanza, senza prestare l'attenzione necessaria (convinta si possa far bene istintivamente), alla forma, che poi, lo so: una virgola fuori posto o un trattino dislocato malamente è pari ad un colpo di tosse nel bel mezzo di una canzone.

C'è sempre molto da apprendere e credo di essere capitata nel posto giusto.

Grazie a tutti voi, sto imparando ad osservare meglio.

Spero di leggere presto qualcosa di tuo. 

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