Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Post raccomandati

http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/36083-quaranta-metri-quadri/?do=findComment&comment=642547

 

  Mi svegliai alle tre del mattino circa.

  Dovevo essermi addormentato intorno alle undici, con quel disagio addosso che non saprei spiegare… comunque.

  Al risveglio mi bruciavano gli occhi, quasi qualcuno ci avesse gettato del sale; quando li stringevo avevo l’impressione che le palpebre si attaccassero, avevo paura che si sarebbero cicatrizzati chiusi e che non avrei più potuto aprirli. Ciocche di capelli unti di mi strisciavano sulla faccia, i denti scricchiolavano in una morsa che non riuscivo a placare. Le mie labbra - essiccate dall’alcol che aveva preceduto quel sonno a tradimento - cercavano disperatamente qualcosa con cui dissetarsi. Andai verso il bagno con la saliva densa e la lingua amara del doposbornia e m'incollai avidamente al rubinetto.

  Niente, neanche una goccia.

  Ricordai che in effetti era da tempo che l’amministratore di condominio avvertiva: in orario di inattività condominiale i condotti sarebbero rimasti staccati per effettuare certi controlli sull’impianto.

  Mi precipitai in cucina.

  Appena accesi la luce vidi un veloce sgambettare d’insetti rintanarsi in tutti gli angoli, dietro tutti i mobili, dentro tutti gli spiragli; tracciando segmenti rotti e intermittenti. Dentro al frigorifero non c’era assolutamente niente da bere, ero stato in viaggio per un paio di settimane perciò l’avevo svuotato prima di staccare l’elettricità… ma come potevo essere stato così cretino?

  Ero rincasato il tardo pomeriggio, a un paio d’ore dalla chiusura dei supermercati e, vuotando le bottiglie reduci del viaggio, mi ero messo a tracannare vino bianco e gin come se niente fosse.

  Realizzata la situazione, dopo aver inveito a lungo contro la mia testa fra le nuvole, tirai un profondo respiro e mi concentrai.

  Dunque.

  Non volevo certo bussare a qualche porta alle tre del mattino completamente deviato dai postumi e dalla stanchezza elemosinando una goccia d’acqua.

Se solo avessi preso uno straccio di patente cowboy

  Pensai al "Ventiquattro": un piccolo bar a circa trecento metri di distanza, che restava aperto tutta la notte.

  Nell’allacciarmi la cintura caddi e, sbattendo la testa contro il comodino, mi ritrovai con una tempia che mi dava certe fitte da impazzire… ero a mezzo passo da una crisi di nervi. Mi ero addormentato che tutto andava bene: l’ultima sbronza per festeggiare la vacanza in montagna, la mia casa tanto agognata… poi quello stramaledetto sonno. Io lo sapevo che non avrei dovuto addormentarmi

Non avresti dovuto ma l’hai fatto

fosse stato un normale sonno sarei riuscito a resistere, ma quello era l’avvolgente sonno che silenzioso giunge alle spalle degli ubriachi e nel giro di un paio di secondi li fa suoi: ero mezzo incosciente, che avrei potuto fare?

  Mentre ero davanti allo specchio del bagno che medicavo alla meglio la ferita vidi ai lati della mia bocca la saliva schiumosa della sete.

  Finito di medicarmi mi misi la camicia sudata e un paio di scarponcini, poi - prima di avere altri contrattempi - presi le chiavi di casa e il portafogli e mi precipitai fuori, come se fuori da quel dannato palazzo ci fosse la salvezza.

  Appena in strada qualche alito di vento notturno mi gelò il sudore sulla fronte e sulla schiena, risvegliando per qualche istante la mia percezione e rigettandomi, dopo una manciata di secondi, nello stato gonfio e surreale in cui mi ero svegliato.

  Mentre barcollavo per la strada deserta che porta al bar mi sentivo cedere: ad ogni passo prendevo in considerazione l’idea di crollare per terra e aspettare che qualche passante mattutino mi soccorresse.

  Arrivato al bar mi sentii morire.

  Ci misi un bel po’ di secondi a realizzare: bandone grigio. "Chiuso per ferie".

  Rimasi lì davanti come instupidito: com’era possibile che di punto in bianco mi trovassi nell’impossibilità di bere?

  Mi sembrava tutto così folle.

  Accidenti a me e a quando mi sono addormentato, io lo sapevo che non avrei dovuto, lo sapevo!

Sai un sacco di cose cowboy, eccetto come tirarti fuori da questa situazione

  Il solo pensiero di dover tornare a casa con le mie gambe, di dover tenere gli occhi ancora aperti, di dover resistere ancora alla sete mi faceva impazzire.

  E poi? Una volta arrivato a casa?

  Per quanto ne sapevo io i condomini erano tutti in vacanza tranne l’inquilino del piano di sotto. Quel verme. Quel verme lì non mi era mai piaciuto, sin dalla prima volta che lo vidi. Non volevo certo piombare alla porta di quel dannato omuncolo alle tre del mattino

Ormai sono le quattro cowboy

anche fosse stato mezzogiorno; piuttosto che chiedere aiuto a quell’essere repellente mi sarei lasciato morire di sete.

  Pensai ai giardini, giusto, come mai non ci avevo pensato prima?

  A un mezzo chilometro di cammino - dalla parte opposta del bar - c’erano dei giardini. Lì probabilmente avrei trovato una fontana, o almeno lo speravo con tutto il mio trasandato cuore.

  Mentre camminavo sfibrato, in uno stato di inerzia febbricitante, pensai che avrei potuto tentare una danza della pioggia prima di svenire; mi riuscì a stento uno di quei sorrisi più disperati che divertiti: rassegnati.

  La vista si faceva sempre più offuscata, la gola sempre più colma di nauseanti catarri… mi accorsi d’un tratto che avevo precorso quasi tutta la strada in uno stato di trance: non ricordavo niente, ogni tanto il cervello smetteva completamente di funzionare, istanti in cui avrei potuto ficcarmi un chiodo nel petto senza accorgermene.

  Passo, passo, passo, passo, passo…

Concentrazione cowboy, tieni il giardino a portato di vista: questo vialetto alberato finirà prima o poi

…passo, passo, passo, passo, passo.

  Asciugandomi il sudore con il dorso della mano vidi una macchia di sangue: il taglio in testa s'era riaperto.

  I pensieri costruttivi erano quasi svaniti, non c’era più nessuno di quei fili logici che tengo in sospeso mentre faccio qualcosa; c’era solo l’impegno di camminare, attraversato da migliaia di fotogrammi abbaglianti e disconnessi.

  Il sonno sempre più denso, i postumi sempre più forti, la sete inenarrabile; appena giunto al giardino fui vittima di forti contrazioni all’imbocco dello stomaco e vomitai l’ansia e i succhi gastrici che mi imperversavano dentro.

  Sempre più debole e smarrito, con la mente preda di mancamenti e anomali effetti ottici, cercai una fontana per tutto il giardino percorrendolo due o tre volte il tutta la sua aera.

  Niente.

  Niente di niente.

  Ormai ero completamente abbandonato, mi accasciai per terra senza lacrime.

  Continuavo mentalmente il mio ripetitivo soliloquio: “andava tutto bene, mi sono addormentato un attimo. E adesso mi trovo inverosimilmente a morire di sete con venti euro nel portafogli e una cornice di case e palazzi pieni di condotti d’acqua. Non un rubinetto, non un ruscello. Mi ritrovo a marcire senza neanche sapere come accidenti ci sono finito in questa situazione”.

  Stavo per lasciarmi andare quando nella mia subordinata testolina arrivò l'illuminazione: poco più avanti del giardino c’era un cimitero.

  Una radiosa immagine mi si prostrò davanti: ero bambino e accompagnavo i miei genitori al cimitero, li aiutavo a cambiare i fiori secchi ai nonni, andavo sempre a prendere… l’acqua. Giusto!

  L’acqua scintillante che sgorga dalla fontanella, dove si riempiono secchi e innaffiatoi per i fiori. Ogni cimitero ha una fontana, anche quello l’avrebbe avuta, ne ero certo.

  Con un po’ d’ottimismo lasciato a fare i conti con tutto il malessere m’incamminai verso il cimitero.

  Ci arrivai, compiaciuto della mia intuizione; strofinai via dagli occhi quel sudore che sfrigolava come olio bollente, oltre la figura del cancello. Mi misi in cerca della leva… ma ovviamente era chiuso a chiave.

  A quello avevo già pensato, d’altronde il muretto che fiancheggiava il cancello sarebbe stato facile da scavalcare.

  Mi aggrappai a un piccolo alberello, feci forza con le gambe sul tronco ed arrivai a mettere una mano sopra al muretto: poi, con uno sforzo che date le circostanze mi stravolse, riuscii a issarmi fino a poggiare una gamba e con una spinta mi gettai dall’altra parte.

  Caddi a terra con dei dolori lancinanti e mi accorsi che, dall’interno, l’altezza del muretto era decisamente superiore. Il cimitero era costruito su un terreno scavato, che aveva un livello molto più basso di quello esterno; dopo il cancello c’erano di fatto sei o sette gradini buoni, che scendevano fino al livello in cui mi trovavo. Come se non bastasse l’interno era assente di appoggi, cui necessitavo per uscire.

  Sul momento un fitta d’ansia mi strinse le budella, poi la mia bocca mi obbligò a procedere fino all’acqua.

  Mi voltai: un lago immobile di lucine gialle a illuminare tutte le lapidi. Mi misi a camminare fra i volti fotografati e gli epitaffi, ignorando tutto ciò che non fosse la Mia fontana.

  La vidi! Era là… in fondo!

  Corsi fin laggiù, girai la manopola e mi misi a ridere convulsamente quando vidi l’acqua lucente gettarsi giù dall’imbocco arrugginito della mia benefattrice, unii le mani e mi misi a trangugiare l’acqua mentre mi bagnavo il viso e la fronte.

  I miei mali si estinsero, realizzai gioiosamente che gran parte dei miei dolori erano dovuti alla disidratazione.

  Mi bagnai ancora, gettandomi fiotti d’acqua fresca addosso come un cucciolo che gioca in uno stagno.

  Non mi sarei più voluto staccare da quella fontana, mai più: avevo il terrore di perdere di nuovo quella fortuna e mi veniva voglia di ammanettarmi alla manopola, per condannarmi definitivamente a quella gioia.

  Infine mi voltai, fronteggiando il cancello in lontananza in cerca di una via d’uscita. A ben vedere, in angolo, c’era un cassonetto dell’immondizia, che avrebbe potuto farmi raggiungere agevolmente l’altezza del muretto… tutto perfetto.

  Quasi non riuscivo a crederci, le ore d’inferno che avevo passato erano riuscite e scoraggiarmi così tanto che a stento realizzavo la situazione: l’acqua, la via d’uscita, la casa a pochi passi.

È finita cowboy.

 

  Intanto la prima timida luce del giorno cominciava ad affacciarsi dalle colline in lontananza. Una luce che per quanto soffusa mi consentì di leggere le iscrizioni incise sulle lapidi, da cui d’un tratto mi trovavo circondato.

  Su tutte le lapidi la stessa incisione:

 

Ora qui giaccio, morto avvelenato/

dopo che alla fontana mi son dissetato”.

 

 

 

 

 

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Intervento di Moderazione:

 

@Claudio Bernardi Il tuo testo supera il limite massimo di caratteri consentito per questa sezione (8000). Avresti dovuto pubblicarlo in Racconti Lunghi (dove le regole sui commenti sono leggermente diverse).

Chiudo.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite
Questa discussione è chiusa.

×