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Ospite Rica

Parole per te

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Ospite Rica

Parole per te

 

Sara era al computer quando un lampo entrò nella linea telefonica bruciandole il modem. Il back-up avrebbe limitato i danni, ma quelle due pagine per me non le recuperò. Mi disse che le avrebbe riscritte a penna, perché il viaggio fatto insieme meritava qualche parola. Ringraziò il lampo perché l’avrei letta su carta, stavolta. Non capii.

 

Della penna stilografica le piaceva il diverso spessore del tratto. La usava per il quadernino rosso dei pensieri, così lo chiamava lei, quello dei racconti brevi, delle poesie e delle frasi volanti. Da quando vivevamo insieme, ogni volta che la impugnava io mi avvicinavo da dietro, silenzioso allungavo la mano sulla sua spalla e lasciavo un disegno o una parola nei margini dei fogli. Ti amo riempiva gli angoli in alto a destra. 

Quel giorno, tornai a casa e trovai il quadernino aperto sulla scrivania. 

“Il dolore arriva, scava, si confonde e ti confonde.”

Era l’ultima frase scritta. 

La lessi con difficoltà, perché l’inchiostro era stinto, si allargava sbiadito nei contorni di quelle che mi sembravano gocce d’acqua. Non gliene parlai.

 

Ti voglio bene le avevo detto dieci anni prima davanti al castello arroccato, una notte in cui le stelle brillavano ognuna di una propria intensità. Si era alzata sulla punta dei piedi e mi aveva baciato la guancia, sfiorandola, per poi correre via. Era troppo felice per rimanere, mi confidò il giorno dopo.

Quando glielo ricordai, si urtò. Uscì. Mi chiuse la porta in faccia ed entrò in quel giorno giallo, la cui aria tiepida abbracciava amanti sorridenti che si tenevano per mano. 

– Li invidio in solitudine – mi disse al telefono subito dopo. – Cammino, e mi accompagna la mancanza. La ritrovo in tentativi di gesti spontanei: la mia mano che ti cerca, il desiderio di un caffè insieme, sedersi al parco, confidarti di voler vedere quel film, stasera andiamo a cena fuori?

Non sapeva più a chi dirlo, mi diceva. 

Neanche io sapevo più a chi dirlo, le dicevo.

In casa, o fuori, volgevo lo sguardo pensando di incontrare il suo, ma non c’era mai al mio fianco.

Sara stava andando via.

Man mano che la sentivo allontanarsi, si faceva strada il ricordo del suo corpo più nascosto. 

– Posso disegnare la mappa dei nei che hai nella schiena, dirti i punti di sutura della cicatrice sulla gamba e il numero esatto dei capelli che formano la tua ciocca bianca, quella dietro l’orecchio destro.

Volevo ricordarle che nessuno la conosceva meglio di me. 

Rispondeva con tono secco e frasi sospese mentre beveva il suo Campari.

 – Non sto parlando di noi, ma della vita. A volte ci obbliga a viverla quando non sappiamo farlo, altre ci costringe a soffrirla, altre ancora siamo noi che ci ostiniamo a subirla.

– Perché piangi? Nostalgia e malinconia sono reazionarie.

– Ci sono cose che sono e basta.

– Vorrei poterti aiutare.

– Non so più aprire la porta dei sogni.

– È il sorriso ad aprire la porta dei sogni.

– Non c’è sorriso in questo mio miscuglio di ansia e dolore.

Al bar dei nostri amici non andammo più dopo quella sera. In realtà, divenne impossibile frequentare qualsiasi luogo. 

Sara piangeva e basta. Sara piangeva ovunque.

 

Cominciai a pensare che quella lettera non fosse necessaria. Voleva giustificarsi? Era superfluo. Forse quel passo le era necessario proprio perché superfluo. Lo sapevo bene io, ero suo complice. Alla fine, mi disse di averci provato, tanto, ma le parole non arrivavano, mai, solo suggestioni e ricordi confusi. Nient’altro. 

E cominciò a vomitarmene addosso un po’ al giorno.

– Il salone è invaso dalle tue cose. Occupi ogni spazio di questa casa – ripeteva da qualche mese. 

Era convinta non credessi al suo malessere. Invece, soffrivo per lei.

– Qualcosa di fisico sembra mancarmi: una gamba, un arto. Non lo so. Mi manca un pezzo. E faccio tutto come se avessi una mano sola o camminassi zoppicando. E lo stomaco mi prende a pugni da dentro e mi fa male. E l’aria manca all’aria. Come se i polmoni non riuscissero a trattenerla e il mio respiro fosse monco - diceva sempre più spesso, mentre tirava via le cuticole delle unghie con una smorfia di sofferenza.

 

Sara era intrattabile e la nostra casa abitata ormai solo dal suo dolore. 

All’inizio mi preoccupai. Molto. 

Poi si aprì la via della comprensione e preparai gli scatoloni. Ce l’aveva con me. Dava a me la colpa della sua mancanza di spessore e del suo essere fatta di ricordi. I suoi pensieri rotolavano su immagini che la attraversano come lampi. La segnavano, riportavano a galla emozioni vissute, convissute, condivise, divise… 

Parlava con rabbia e mortificava la mia anima.

 

Dopo aver portato via le mie cose, uscimmo ancora insieme qualche mese. Era trascorso un anno da allora. La lettera non era mai arrivata.

Al ristorante di Giulio ci accomodammo sulla veranda, a ridosso della spiaggia. Io ero allergico, rischiavo il Pronto Soccorso anche solo se qualcuno, in cucina, contaminava con una forchetta sporca di pesce il mio condimento. Però, mi piaceva viziarla. E mi inteneriva vederla mangiare pesce. In casa non lo preparava mai, era un’attenzione per me, forse l’unica che mantenne fino alla fine.

– Parliamo della felicità. Raccontami una storia d’amore... – le dissi subito dopo aver ordinato. Volevo farle uscire quelle parole. 

– Una storia d’amore? Ma finisce male!

La sua risposta fu la conferma che le premesse non erano più necessarie.

Mi raccontò di un bambino della sua parrocchia, investito mentre attraversava la strada. Lo avevano portato in coma all’ospedale e l’avevano messo in un polmone d’acciaio. Un anno e mezzo dopo era ancora lì, nel polmone. La madre andava ogni settimana a pregare per lui. Una sera, quando nessuno poteva vederla, staccò la macchina e il bambino morì tra le sue braccia. Le sue parole prima di estrarre la spina furono: – Eccolo, il mio bambino. Porto il mio amore a morire.

Silenzio.

– È più o meno è la tua storia – dissi.

– La mia? – Disse.

– Sì. La storia di una donna che porta il suo amore a morire. 

Tacque.

Continuai.

– È amore anche questo. Non è semplice togliere la spina. Non sempre si decide di farlo. Sono il tuo bambino, riposo tra le tue braccia.

Lei sgranò gli occhi e restò muta. 

Le dissi di non spaventarsi se sentiva in testa il tonfo sordo dell’estrazione della spina e il silenzio di una stanza d’ospedale dove ogni gesto, ormai, si era consumato. 

Gridando il suo dolore, con una difficoltà che non le conoscevo, rispose:

– È vuoto il letto, pesante l'assenza di un corpo presente.

 

Non riusciva a dirlo. Piangevo dentro, ma dovevo aiutarla.

Arrivò l’antipasto. Le augurai buon appetito e cominciai a parlairle del dundú. 

– È un albero, e quando lo tagli non smette di versare linfa. Come l’albero del dundú, i tuoi occhi verseranno lacrime. Come quando si taglia il dundú, così saranno le tue lacrime. Il tuo pensiero e il tuo cuore ricorderanno momenti soffiati dal vento. La tua anima si fermerà, come quando il ragno intrappola una foglia nella sua tela.

Così saranno i tuoi pensieri. Così sarà il tuo cuore.

Ti sentirai strana, comincerai a ricordare e i ricordi ti avvolgeranno, come una foglia secca nella tela del ragno.

Così sarà il tuo cuore. Così saranno i tuoi pensieri.

Così dice il dundú.

Mi guardò. Pioveva lacrime. Dopo istanti di esitazione dischiuse le labbra.

– Io non ti amo più.

– Lo so. È questo quello che sento che senti, quello che vivo che vivi. La tristezza lascerà spazio ad altre cose, lontani amori soffieranno nel vento tra i rami del dundú, lontani ricordi ti intrappoleranno, ancora e ancora, nella tela  del ragno. Così vuole el Dundú.

 

Ce l’aveva fatta. Dopo un anno era riuscita a dirlo.

Io confusi la mia voce con le sue lacrime. Le dissi di concentrarsi sugli spiragli di luce, perché avrebbero accarezzato le ferite del passato e curato il suo presente.

Chiusi gli occhi. Nel mio orizzonte non c’era più lei: un mondo caldo di donna, di terra materna.

Trovai, però, la forza di dirle che la felicità era come una rondine, partiva per tornare, sempre.

Del dolore, sarebbe rimasto solo il segno del passaggio.

 

Modificato da Rica

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Ospite Rica

Per rispetto dei materiali e degli autori, segnalo che all'interno del racconto è presente il testo di una poesia dal titolo El dundú. Non ho fatto altro che tradurla e metterla in bocca al protagonista maschile. Non ho mai saputo il nome dell'autore di questa poesia, che credo sudamericano, né se il titolo sia realmente questo. Conosco il testo perché usato nello spettacolo Las Abarcas del Tiempo del Teatro de los Andes.

Riporto sotto la versione utilizzata.

 

Segnalo anche che la parte del bambino attaccato al polmone artificiale è una suggestione che arriva direttamente dallo spettacolo: El mar en el bolsillo (Il mare in tasca) del regista argentino César Brie, con il quale ho lavorato qualche anno.

 

El dundú

El dundú es un árbol,

y cuando se lo corta nunca deja de brotar su savia. 

Como el árbol del dundú, de tus ojos van a brotar lagrimas. 

Como cuando se lo corta al dundú, así van a ser tus lagrimas. 

Tu pensamiento, tu corazón se van a recordar,

como el viento, así… soplados por el viento. 

 

Tu alma va a quedarse.

Como cuando la araña envuelve la hoja en su tela.

Así va a ser tu pensamento. Así va ser tu corazón. 

 

Como cuando se corta el árbol del dundú 

Así de tus ojos brotarán lagrimas

Y tú te sentirás extrano. 

Y tu corazón empezará a recordar.

Y será como el viento. 

 

Y te habrá envuelto como la hoja seca en la tela de la 

araña. 

 

Así va a ser tu corazón. 

Así va a ser tu pensamento.

Así dice el dundú.

 

 

Modificato da Rica

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Ciao @Rica

eccomi dunque qui. Questo è il primo tuo racconto che leggo e vado a lasciarti la mia impressione senza troppi preamboli.

 

L'amore! Ah, l'amore! Una storia d'amore! Secondo me, non c'è altro così valido motivo capace di scatenare con altrettanta forza la necessità di prendere una penna in mano e tracciare punti neri su un foglio bianco, magari dentro un “quadernino rosso”. Che poi sia amore per una persona, per una causa, per un cosa, per un racconto...

 

Nello scrivere questo commento mi è venuto in mente di andare a controllare quale fosse scientificamente l'esatto colore di una lacrima, così trasparente, ma che letterariamente assume o ha assunto spesso tinte di azzurro, di blu, anche di violaceo o chissà cos'altro.

 

Leggo invece (se anche mai l'avevo già studiato in precedenza, di certo non lo ricordavo più con precisione) che la lacrima svolge diverse funzioni per l'occhio, le cui principali sono: difesa, lubrificazione, nutrizione, trasparenza, pulizia. Così per l'occhio, così anche per l'animo umano, penso di conseguenza. Allora ecco che l'idea precedente sul colore cede il passo e mi viene in mente che la trama del tuo racconto (per estensione) ha tutto questo dentro di sé e ottempera assai bene a questi e altri compiti nei riguardi del lettore (e probabilmente anche verso chi l'ha scritto).

Anche la forma stessa che la struttura di questo racconto assume, metaforicamente, si può intendere come il percorso di una lacrima, con la sua forma a goccia, che si genera all'interno, nei meandri di chissà quale punto dell'insondabile galassia dove ogni stella è originata dallo scoppio di più sentimenti che a lungo hanno maturato. Poi esce, scivola, lenta o veloce, infine erompe in una bolla che “stinge e sbiadisce” i contorni delle parole scritte, di persone e “viaggi”, di ricordi e speranze.

 

Brandelli di memoria, di sentimenti ed emozioni che però restano imprigionati “come foglie (secche) nella tela del ragno”, come il lettore dentro questo racconto. Ma è bello osservare, entrare in una ragnatela. Non c'è un punto preciso che abbia più senso di un altro da cui cominciare e il percorso è intricato, labirintico, ci si perde, si torna forse al punto di partenza, dal quale si prosegue per un'altra deviazione e così via.

Ugualmente, questo racconto (che ho riletto diverse volte), appare lento nel suo scorrere. Lo stile delle frasi non è arzigogolato, ma relativamente corto. Ogni parola, e ogni senso della frase è però vischioso: non ti permette di correre, perché in ogni parola è nascosto un mondo e ogni frase apre ampi paesaggi di memorie, situazioni e possibilità future. E sei sperso, intrappolato sì, ma nella contemplazione. E se riparti da capo, non è mai lo stesso punto della volta precedente, c'è sempre una nuova angolazione, una nuova linea narrativa da esplorare, un ulteriore senso su cui soffermarsi.

 

E i fili di una ragnatela sono cosa particolare, sai. Tutto l'intreccio è talmente fragile che basta un colpo di scopa, una manata, qualche goccia di pioggia, un vento forte e la tela viene spazzata via.

Eppure, sai, mi diceva un amico qualche tempo fa (anche questo non lo sapevo), nel loro microcosmo, i fili prodotti dal ragno sono resistentissimi: fisicamente hanno un carico di rottura pari a quello dell'acciaio, o qualcosa del genere. Hanno un rapporto cinque volte maggiore fra carico di rottura e densità. Se fossero, che so, dieci o quindici o cento (non sono un fisico né un matematico per fare il calcolo giusto) volte più grandi, ci potresti fare le corde che reggono gli ascensori, ad esempio.

Ci hanno costruito un violino, mi diceva il mio amico, e corde per strumenti musicali con i fili della tela di ragno. E a me piace molto la musica.

 

Ma perché ti dico tutto questo? Non è solo che (a mio parere) il tuo testo non ha bisogno di consigli, correzioni, o spunti di miglioramento perché in sé mi è sembrato ineccepibile (non a caso lo trovo in questa sezione dei migliori racconti del WD)!

 

(Forse, solo questo, sembra un refuso, cui ho fatto caso solo rileggendo e che nemmeno vorrei segnalarti:

Alle 8/12/2017 at 19:51, Rica ha detto:

a parlairle del dundú

 

E non mi soffermo neanche a segnalarti tutte le frasi che mi sono piaciute, perché si tratterebbe almeno della metà del complesso).

 

Forse ti dico tutto questo perché ognuno legge e sogna alla sua maniera e l'albero del dundú (oltre alla valenza da te usata nel racconto) ha condotto anche me lontano. Un albero che è una poesia che è un canto che il vento sparge per il mondo, di continente in continente, di persona in persona. E a questa vibrazione ognuno risponde con un controcanto personale che si unisce all'originale e nuovamente si allontanano insieme nel viaggio della corrente.

 

Non è una gara, non è per dire anch'io so fare questo o quest'altro, scrivere così o colà... è un contributo di cuore quando il cuore è smosso o entra in risonanza col canto del dundú. Tu hai scritto un bellissimo racconto, hai scritto delle “parole anche per me”, io posso rispondere solo con qualcosa che anche per me (almeno per me) sia altrettanto bello, qualcosa che sia “anche per te” o per qualcun altro. In segno di ringraziamento, intendo. Solo questo. Intendo, solo questo.

 

Poi si esce dal viaggio dentro la ragnatela, non importa in quale punto preciso. Si torna fuori, alla realtà, se vogliamo. Come risvegliarsi da un sogno. Ma sono contento che questa ragnatela non si trovi a casa mia, altrimenti prima o poi mi sarei dovuto porre il dilemma se distruggerla o meno. Così, invece, posso o potrò tornare a osservarla. Entrarci dentro un'altra volta, in un altro punto, un altro viaggio, magari partendo dalla triste storia del bambino e del suo polmone artificiale, magari saltando da un piatto di pesce per ritornare dentro al mare (ciò che prima era morto ritorna a nuotare), osservare una rondine nel cielo volare...

 

È stato un immenso piacere... a presto!

 

 

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Ospite Rica

Ciao @AndC

 

 

 

 

Anche la forma stessa che la struttura di questo racconto assume, metaforicamente, si può intendere come il percorso di una lacrima, [...] Poi esce, scivola, lenta o veloce, infine erompe in una bolla che “stinge e sbiadisce” i contorni delle parole scritte, di persone e “viaggi”, di ricordi e speranze.

- Credo tu sia stato tra i pochi a capirlo. ;) 

 

Brandelli di memoria, di sentimenti ed emozioni che però restano imprigionati “come foglie (secche) nella tela del ragno”, come il lettore dentro questo racconto. Ma è bello osservare, entrare in una ragnatela. Non c'è un punto preciso che abbia più senso di un altro da cui cominciare e il percorso è intricato, labirintico, ci si perde, si torna forse al punto di partenza, dal quale si prosegue per un'altra deviazione e così via.

- Questo lo considero un grande complimento, mi piace pensare a una prosa che ti tiene dentro come un elastico, e come un elastico ti tende, ti lancia, ti riprende, ti porta indietro, mobile e mai statico.

Io ho costruito un impianto statico in cui volevo lanciare gli elastici della memoria che mettono i freni al presente.

 

Ugualmente, questo racconto (che ho riletto diverse volte), appare lento nel suo scorrere. Lo stile delle frasi non è arzigogolato, ma relativamente corto. Ogni parola, e ogni senso della frase è però vischioso: non ti permette di correre, perché in ogni parola è nascosto un mondo e ogni frase apre ampi paesaggi di memorie, situazioni e possibilità future. E sei sperso, intrappolato sì, ma nella contemplazione. E se riparti da capo, non è mai lo stesso punto della volta precedente, c'è sempre una nuova angolazione, una nuova linea narrativa da esplorare, un ulteriore senso su cui soffermarsi.

- Però mi è costato molto e credo io debba fare molta strada ancora, quello che cerco a volte è proprio la viscosità della frase, per intrappolarti, per tenerti dentro. Inoltre, giocare con la memoria e il tempo mi affascina, vorrei saper raccontare meglio i salti temporali, il tempo dello spazio, dei pensieri, dei ricordi. Cristallizzare momenti che passino da un pensiero e non da un'azione che posso descrivere, cristallizzare una vita lunga anni attraverso ciò di cui quella vita è fatta, il tempo trascorso. E muoversi sulla linea della memoria significa non fare un percorso lineare, no? La memoria si affaccia quando vuole, sceglie lei l'anno. :) 

 

 

E i fili di una ragnatela sono cosa particolare, sai. Tutto l'intreccio è talmente fragile che basta un colpo di scopa, una manata, qualche goccia di pioggia, un vento forte e la tela viene spazzata via.

Eppure, sai, mi diceva un amico qualche tempo fa (anche questo non lo sapevo), nel loro microcosmo, i fili prodotti dal ragno sono resistentissimi: fisicamente hanno un carico di rottura pari a quello dell'acciaio, o qualcosa del genere. Hanno un rapporto cinque volte maggiore fra carico di rottura e densità. Se fossero, che so, dieci o quindici o cento (non sono un fisico né un matematico per fare il calcolo giusto) volte più grandi, ci potresti fare le corde che reggono gli ascensori, ad esempio.

Ci hanno costruito un violino, mi diceva il mio amico, e corde per strumenti musicali con i fili della tela di ragno. E a me piace molto la musica.

- Bellissimo. Non sapevo delle corde per strumenti musicali. Mi piacerebbe sentirlo suonare. Sapevo invece della forza e della resistenza, del carico di rottura ecc. La potenza e la delicatezza. Bella valenza.

 

 

Forse ti dico tutto questo perché ognuno legge e sogna alla sua maniera e l'albero del dundú (oltre alla valenza da te usata nel racconto) ha condotto anche me lontano. Un albero che è una poesia che è un canto che il vento sparge per il mondo, di continente in continente, di persona in persona. E a questa vibrazione ognuno risponde con un controcanto personale che si unisce all'originale e nuovamente si allontanano insieme nel viaggio della corrente.

- A me è successo quando ho ascoltato la poesia la prima volta. Allora, non ha funzionato solo con me!

 

Non è una gara, non è per dire anch'io so fare questo o quest'altro, scrivere così o colà... è un contributo di cuore quando il cuore è smosso o entra in risonanza col canto del dundú. Tu hai scritto un bellissimo racconto, hai scritto delle “parole anche per me”, io posso rispondere solo con qualcosa che anche per me (almeno per me) sia altrettanto bello, qualcosa che sia “anche per te” o per qualcun altro. In segno di ringraziamento, intendo. Solo questo. Intendo, solo questo.

- Ti ringrazio per le "tue parole per me", mi hai commossa, tu hai riempito il tuo commento di poesia, di passione, di sentire...

Mi hai spiazzata, hai smosso il cuore. Hai riempito di senso il mio testo.

 

 

È stato un immenso piacere per me, davvero.

Leggere il tuo commento è stato capire un po' di più ciò che volevo fare scrivendo questo racconto.

E che sia rimasto lì, a muoversi nel vento, trasportato dal vento dei ricordi, che va per ritornare, che torna per ripartire, per me è una grande conquista.

Un soffio... 

In segno di ringraziamento, intendo. Solo questo. Intendo, solo questo.

Anche io.

 

A presto.

 

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@Rica Ciao, Fede. Rispolvero questo racconto dall'archivio esclusivo del wd perché é uno di quelli tuoi che ho apprezzato di più, ma soprattutto per riportare la tua capa rovesciata (non so in che altro modo definirla) in home page, che manca già da un po'. :fottuto:

Il dinamismo di questo pezzo è davvero difficile da ricreare. Il confronto tra i due personaggi non si svolge in un ambiente preciso, in una stanza, in un locale, ma sembra attraversare il tempo della loro separazione che si percepisce molto lunga e sofferta. Ogni frase non si sofferma mai più del necessario e i pensieri arrivano e ripartono, si aggiungono, completano. E' un'architettura di pensiero e conversazioni che riveste di intimità e rende vivo un momento tutto sommato comune, o perlomeno vissuto da moltissime persone.

Veramente bello come pochi. Bravissima. A presto, Ricuccia. Trova il modo di ricomparire , ok? Te sei un pezzo grosso del wd (intendo consistente, della storia del wd) mica puoi sparire così.

Chi vuol capire capisca, o no? :evvai: 

a presto :flower: :super:

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@RicaCiao,

ci sono racconti d'amore in cui i sentimenti vengono urlati sia nell'esprimere la febbre appassionata della fase iniziale che la drammaticità della fine, qui la trama l'immagine la sensazione è proprio quella descritta  da AndC. Una tela del ragno :

Il 7/1/2018 alle 17:33, Ospite Rica ha scritto:

E i fili di una ragnatela sono cosa particolare, sai. Tutto l'intreccio è talmente fragile che basta un colpo di scopa, una manata, qualche goccia di pioggia, un vento forte e la tela viene spazzata via.

E' un immagine che ho avuto di fronte per tutto il tempo del racconto, ma ti dirò di più è l'immagine che più ho sentito vicino alla mia vita, quando finisce l'amore o è già finito e si rimane intrappolati in quella tela, facile da distruggere e spazzare via, eppure così potente.

Nella tua narrazione attraversi l'inevitabile fine di un amore e ricrei la sua rinascita in una visione alta e quasi mai reale nell'uomo, ma che più si avvicina alla natura primordiale di ritorno alle terra, agli alberi 

Il 7/1/2018 alle 17:33, Ospite Rica ha scritto:

l'albero del dundú

  Un' immagine bellissima  che ci riappacifica con noi stessi e con l'altro e con la vita nella sua inevitabile mutevolezza e imprevedibilità, ci indica  una rinascita che alleggerisce il nostro cuore e ci indica una via più ampia d'amore. Un controcanto personale appunto

Il 7/1/2018 alle 17:33, Ospite Rica ha scritto:

E a questa vibrazione ognuno risponde con un controcanto personale

come ha sottolineato AndC

Trovo la tua narrazione matura e profonda, direi anche lungimirante per come tratti i risvolti dell'anima e del mondo.Non c'è nessun autocompiacimento nella tua scrittura né 

facili sentimentalismi ma una potente visione della vita e dell'amore trattata con estrema eleganza e delicatezza. Mi piace.

Complimenti :rosa:

A presto spero

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Ciao Rica,

 

L'unica critica che mi sento di muoverti è che i dialoghi tra i due sono troppo artificiosi. So che è voluto, nonostante ciò, se fossero stati più realistici, si sarebbe accentuata ancora di più la sensazione di immedesimazione che hai già scatento in me.

 

Oggi mi serviva questo racconto. gazie di averlo scritto.

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Uh! Non mi ero accorta di niente! 

 

@Roberto Ballardini grazie. Ma quanto ti è piaciuto questo racconto? Fortunata, io. :) Ricomparsa. :flower:

 

Il 26/9/2019 alle 18:55, Delphine ha scritto:

Trovo la tua narrazione matura e profonda, direi anche lungimirante per come tratti i risvolti dell'anima e del mondo.Non c'è nessun autocompiacimento nella tua scrittura né 

facili sentimentalismi ma una potente visione della vita e dell'amore trattata con estrema eleganza e delicatezza. Mi piace.

 

Pure a me piace quello che mi hai scritto. Soprattutto l'assenza di autocompiacimento. Grazie molte @Delphine :flower:

 

Il 19/11/2019 alle 15:04, Thea ha scritto:

Oggi mi serviva questo racconto. gazie di averlo scritto.

 

Dialoghi... eh! Sono il mio spauracchio. Però questo: Oggi mi serviva questo racconto. gazie di averlo scritto.  ... è bellissimo.

Grazie a te per averlo letto. :flower:

 

E grazie a tutti per aver lasciato un commento e aver dedicato del tempo a questo brano.

 

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