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darktianos

Neverland - L'isola del terrore Prefazione e Prologo

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commento a mara


 

Spoiler

 

Trovo Sconveniente che un autore faccia la presentazione della propria opera.

Quindi inizierò da una pre- prefazione: Per descrivervi un poco Neverland, devo partire dallo spiegarvi cosa sia un gioco di ruolo, perché Neverland nasce da una di queste campagne. La definizione più giusta di un gioco di ruolo è: Una simulazione di vita reale in ambito del tutto irreale, in cui i personaggi, interpretati dai giocatori, cercano di superare gli ostacoli posti davanti a loro da un narratore (o master in questo caso io) con l’imprevedibilità dei tiri di dadi che ne decidono la casualità degli eventi e simulano le abilità fisiche dei personaggi.
Non crediate che un gioco di ruolo sia qualcosa da prendere alla leggera, ho visto innumerevoli giocatori brindare a se stessi per i propri traguardi o ubriacarsi alla propria morte. Un giocatore che interpreta un personaggio per quanto si sforzi finirà sempre per interpretare se stesso, i propri vizi e le proprie virtù, le proprie speranze e le paure. Questa campagna, ha utilizzato una forma modificata di Dark heresy, il gioco di ruolo tratto dalla 40000 di Warhammer (gioco da tavolo strategico molto conosciuto dagli appassionati)e  fu un esperimento azzardato in cui i giocatori non giocavano solamente sulla carta ma anche nel mondo reale a volte.
Io giudice in questa campagna, infatti, prendevo appunti sulle interazioni, sulle idee, sulle discussioni che i giocatori avevano durante le sessioni e queste si riversavano sul gioco, dalla realtà alla fantasia e a volte dalla fantasia alla realtà.
Quindi, di cosa parla Neverland? Credo non esista persona sul pianeta che non conosca il personaggio di Peter pan, infatti i giocatori si son ritrovati catapultati nel  mondo distopico di Capitan Uncino, dei pirati e delle fate, ma non da bambini innocenti che coi loro desideri puri potevano creare il cibo dal nulla o giocare alla guerra morendo innumerevoli volte senza mai morire, ma da adulti con le loro paure e i loro peccati , i vizi e i risentimenti. Ogni loro tentativo di influenzare questo sogno rischiava inesorabilmente di ucciderli, oltretutto trovandosi nati senza un ricordo, nati dalle acque che circondano l’isola. Dallo stesso instante del loro sbarco hanno macchinato, complottato, salvato persone, fatto alleanze, tutto al solo scopo di scoprire i segreti dell’isola e di riuscirne a scappare.
Un incubo insomma, dove sopravvivere diventava l’unica necessita, e dove i bimbi sperduti diventano il peggior nemico.
Chiedo scusa se vi affezionerete a un personaggio e lo vedrete morire o ne vorreste vedere uno morto e immancabilmente continuerà a sopravvivere, questo è il bello dei giochi di ruolo, e forse la sua maledizione.

Se avrò stuzzicato abbastanza la vostra curiosità e sceglierete di continuare la lettura, il mio unico rammarico e non potervi mostrare il ghigno sul mio volto e il sarcasmo nella voce, come quando diedi l’augurio ai miei giocatori al primo giorno di sessione:
Benvenuti a Neverland!


 

 

Davide percepì una strana sensazione, qualcosa di simile a mille agi che s'insinuano sotto pelle, arrivando alla consapevolezza che quello che lo circondava era acqua.

Troppo tardi forse, perché il primo istinto fu di respirare e Davide dimenò le membra per cercare di resistere ai conati di tosse che cercavano di espellere il liquido dai polmoni. Cercava disperatamente una superficie di quel mondo, il battito del cuore era persino più doloroso di quello dei polmoni, il panico bruciava più intensamente il poco ossigeno rimasto e la poca lucidità mentale, poi una mano si poso sul suo capo come ultima benedizione prima della morte.

Davide poté soltanto portarsi in posizione fetale per l’atroce dolore al torace, prima di scomparire nell’oscurità.

Hamish raggiunse l’aria, una superficie aveva fatto da appoggio alla sua mano per pochi istanti, giusto il tempo e la spinta per portare la sua bocca fuori da quel mare di angoscia, a divorare il prezioso respiro che gli mancava. I suoi occhi furono lacerati dalla luce abbagliante del sole, ma la spasmodica ricerca di un punto di riferimento lo costrinse ad adattarsi velocemente. Le membra erano intorpidite dal gelo dell’acqua, ma almeno il sole abbagliante scaldava il suo volto.

Tra le ombre che iniziavano a disegnarsi ai suoi occhi, percepì altri disgraziati come lui cercare di raggiungere la superficie del mare in cui erano immersi. Era aberrato dalla visione di gente disperata che per salvarsi utilizzava le altre persone come appoggio, alcuni di loro nel panico si affogarono a vicenda, ma sapeva di non poter criticare tale meschino comportamento, ne ammonire ne chiamare, nessuno lo avrebbe ascoltato, avrebbe forse solo potuto dare il buon esempio e inizio a nuotare.

L’istinto lavorò in maniera bizzarra, all’orizzonte si stagliava la sagoma di una costa, forse un’isola, sormontata da un’imponente vulcano, ma non fu quello a guidare il suo sforzo, ma un faro, una sorta di luce, di strappo nel cielo sopra il vulcano stesso che pareva non esistere se non nel momento stesso che lo si osservava.

Nuotò con tutte le sue forze e altri con lui, e seppur lontani dalla spiaggia forse solo due o trecento metri, essi furono il percorso più lungo e faticoso che si potesse immaginare. Nella nebbia mentale molti nuotarono con i vestiti zuppi di acqua divenendo dei propri e veri macini. Hamish lo capì che era quasi a metà percorso vedendo alcuni suoi compagni di sventura, si fermo un attimo da quella foga per togliersi la camicia che ne appesantiva i movimenti, ne arrotolò più che poté i lembi per poterla fissarla alla vita, qualcosa gli diceva che avrebbe potuto servigli in futuro. Hamish notò altri togliersi anche le scarpe, lui però le aveva già perse. Affondò le unghie nella sabbia finissima e dorata come se affondasse i denti nel cibo dopo una settimana di digiuno, era felice di esser vivo, era al sicuro ora, e senti una profonda e immorale gioia alla consapevolezza, di non essere ridotto come la prima persona su cui il proprio sguardo cadde. Le urla di quel disgraziato lo percuotevano come un tamburo, esso si trascinava sulla sabbia lasciando una lunga scia di sangue che partiva da un moncherino della gamba destra staccata di netto forse da uno squalo. Il pallore del suo volto presagiva la sua morte imminente per dissanguamento, presto le sue urla si sarebbero affievolite.

Hamish improvvisamente si sentì mancare, troppa roba in troppo poco tempo, eppure l’adrenalina lo sorreggeva, anche perché era l’unica cosa cui poteva attaccarsi. Nessun ricordo gli rammentava cosa potesse essere successo e guardò il cielo cercando tracce di fumo di un aereo precipitato e cercò sull’orizzonte del mare tra quelle persone che arrancavano verso la salvezza le tracce di un relitto che potesse rammentargli perché fosse lì.

«Hei you! Wats your name?» D’istinto Hamish, parlò un fluente inglese, ricordò di saper parlare anche italiano «come ti chiami?» Ma la persona cui si era rivolto sembrava non capire, la donna si stringeva tra le ginocchia guardandolo con gli occhi bassi, come un cane percosso dal padrone «parla tedesco, non capisce un h di quel che dici.»

Hamish voltandosi, vide nella stessa posizione un omuncolo pelle e ossa, tremante e giustamente spaventato, di origine semitica almeno a giudicare dalla carnagione e ripeté la domanda al suo nuovo interlocutore, lui rimase per un attimo confuso poi rispose: «Osud … credo.»

«Ricordi come diavolo siamo finiti in tale situazione? Ricordi da dove veniamo?»

Osud fu percorso da un fremito e rispose con rabbia «Cosa cazzo vuoi che ne sappia, voglio tornare a casa ma non so nemmeno dove sia.» preso dal terrore si portò la testa tra le ginocchia. «Non riesco a ricordare che questo maledetto giorno!»

Un rumore attutito e profondo iniziò a farsi strada mentre Hamish notò una figura gesticolare tra il sottobosco poco lontano.

«Quell’uomo non sembra un naufrago, sembra volere che lo seguiamo.»

Osud si voltò, verso la figura e arrancando andò verso la donna per spronarla con qualche parola in tedesco.

«Sei sicuro di voler andare con lui?»

«Non ho altre idee e quei motori che si stanno avvicinando mi ispirano molta meno fiducia di una singola persona.»

Hamish ora si rendeva conto che quello strano rumore era quello di jeep che si facevano strada nella foresta e incitando in italiano e inglese più persone che poteva si diresse verso quello strano figuro. «state giù!» Se Osud risultava pelle e ossa quello strano maschio era ridotto ad una larva, eppure con una forza e decisione marmoree ripeté la frase in più lingue. «Andiamo! dobbiamo allontanarci da qui!»

«Aspetta non sappiamo chi sei, ne cosa vuoi da noi e non possiamo abbandonare tutta quella gente!»

«Per loro e tardi, ma se starai nascosto qui potrebbero non notarci!» la mano di quello sconosciuto abbasso con forza la testa di Hamish e le oltre venti persone che li avevano raggiunti fecero lo stesso acquattandosi il più possibile. Quattro jeep di stampo militare da seconda guerra, alzarono la sabbia giungendo sulla riva. Gli uomini che ne scesero, vestiti con un abbigliamento vittoriano, sembrarono compiere una cernita dei rimanenti. Quelli che a loro giudizio sembravano sfiniti, furono abbattuti a colpi di machete, alcuni che osavano alzarsi venivano freddati da un colpo di pistola, tutti gli altri caricati sulle jeep in catene. «Andiamocene ora, prima che si accorgano anche di noi, sempre se non volete fare la stessa fine!»

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Grazie @Black, piccolo dubbio, ho notato che il contatore caratteri è cambiato, io ho preso a riferimento la dicitura "spazi esclusi", spero sia tutto in ordine.

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@darktianos Il numero di riferimento è il primo, quello che include gli spazi. Li abbiamo sempre considerati. :)

È anche per questo che ho distinto la prefazione dal racconto vero e proprio, perché in caso contrario avrei dovuto chiuderti il racconto per aver infranto il limite di caratteri.

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