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lovigius

Il giorno in cui divenni un soldato.

Post raccomandati

http://www.writersdream.org/forum/forums/topic/35001-kim/?do=findComment&comment=615742

 

Mi piacerebbe avere un vostro parere soprattutto per quanto riguarda i dialoghi ,visto che il racconto voleva basarsi principalmente su quelli anche se poi ha preso una strada diversa, per capire come renderli e dove poter migliorare ( a me sembrano sempre poco fluidi). 

 

È arrivata ieri.

- Cosa? – chiesi a Mina non capendo a che si riferisse. Ero appena rientrato da lavoro e lei mi accolse senza darmi il bacio del ritorno. Mi indicò una busta sul tavolo della cucina e non aggiunse altro. Lo sguardo vitreo e la pelle biancastra.

Qualunque cosa fosse l’aveva turbata in una maniera che ancora non riuscivo a comprendere. Presi la lettera in mano e la sensazione che ne ebbi non fu per niente piacevole. Soppesandola si sentiva che portava notizie importanti, la sua carta era spessa e insolita. Mina l’aveva letta e richiusa in fretta, come se ne fosse uscito materia urticante e avesse cercato di ributtare tutto dentro. Probabilmente l’aveva riposta sul tavolo esattamente lì dove era poggiata poco prima. E poi era rimasta immobile, in attesa del mio arrivo, ad affogare nei pensieri.

Ho alzato lo sguardo verso di lei prima della lettura, volevo qualche altro indizio. Ma quei suoi occhi che ero sempre stato capace di interpretare, questa volta mi parlavano in una lingua che non riuscivo a decifrare.

Una stella a cinque raggi su una ruota dentata tra due rami di quercia. Il simbolo della repubblica italiana sovrastava il testo.

-In riferimento all’art. 52 della Costituzione Italiana, secondo cui la difesa della patria è sacro dovere di ogni cittadino, tutti gli uomini e le donne maggiorenni, con cittadinanza italiana, che non abbiano superato il trentesimo anno di età, hanno l’obbligo di rispondere alla chiamata alle armi, secondo i modi e i tempi previsti dalla propria circoscrizione.

Non andai oltre, presi la sedia più vicina e mi lasciai cadere sopra. Ci doveva essere qualche errore per forza, doveva essere uno scherzo ben articolato.

-Sai cosa significa? – mi chiese aggrappandosi alla speranza di aver frainteso tutto. Questa volta l’unica cosa che non desiderava affatto era avere ragione.

-Se è tutto vero, sì- dissi con gli occhi riabbassati sulla lettera.

-Significa che andremo in guerra- aggiunse lei.

-Cosa? – quel verbo al plurale mi prese alla sprovvista.

-Ti aspettavi che ci addestrassero e ci rimandassero a casa?

-Certo che no, ma che la cosa riguardasse anche te che sei una donna non mi ha sfiorato nemmeno per un secondo- era vero, fu una seconda doccia gelata.

-Abbiamo lottato per l'uguaglianza e ora ci servono a dovere- sentenziò lei con disappunto.

 

Lasciare tutto e partire  per chissà dove. Perderci lontani da casa. Peggio ancora trovarsi divisi senza avere notizie dell'altro.

Nel secondo millennio è difficile pensare che in un giorno come tanti ci si ritrovi una lettera tra le mani che ti costringe a diventare un fottuto soldato. 

 

Quel bamboccione viziato di un nord-coreano e quell'imbecille americano squattrinato non potevano entrare per vie traverse nella nostra vita e stravolgere tutto. Non ne avevano il diritto. 

 

E mia moglie in quella guerra non nostra che parte avrebbe avuto? Avrebbero dato anche a lei una mimetica e un fucile e le avrebbero detto di combattere il nemico? Che senso avrebbe avuto?

 

Mina interruppe quel mio pensare frenetico con un "noi non andremo".

-Come pensi di fare?- iniziai - Lo sai che cosa accade agli obiettori di coscienza? Hai intenzione di marcire in qualche cella o peggio ancora essere giustiziata?

-No, non è mia intenzione. Come non lo è andare a morire come carne da macello. 

-Non abbiamo scelta

Mi guardò intensamente come se cercasse dentro di me la soluzione. 

-Possiamo scappare, far perdere le nostre tracce- disse fantasticando. 

-Dove pensi di andare? È la terza guerra mondiale Mina. Che paese pensi ti possa accogliere e prendersi il rischio di far crollare il suo gioco di alleanze?- risposi cinico.

Ero sconfitto sul nascere.

Mina sembrava perdersi in un labirinto senza via di fuga. Arrancava dentro di sé cercando inutilmente una via di uscita.

All'improvviso sembrò fermarsi davanti ad un pensiero, qualcosa che la scosse. Gli occhi le si riempirono di lacrime.

-Non possiamo Nik. 

- Non abbiamo scelta.

- Ci dovrà pur essere un modo. Dobbiamo trovarlo...

E dopo secondi che mi parvero minuti disse quello che sconvolse per sempre il mio modo di pensare e di accettare la vita così come veniva. 

Con quel suo "Nik, aspetto un bambino"  mi fece padre all'istante, mi riempì di premura e mi regalò il coraggio di reagire.

-Da quant'è che lo sai?- le chiesi mentre dentro combattevo una guerra senza uguali. Il mio essere si divideva la gioia della nascita di un figlio e il dubbio di non poterlo vedere crescere. 

-Sono due giorni che cerco un modo speciale per dirtelo.

-Un modo speciale?- chiesi incredulo alzando la voce.

-Lo sai, non è una cosa che si può dire all'improvviso- stette un po' lì su quella frase - ma questa lettera ha rovinato tutto. 

La strinsi a me con tutta la gioia che ebbi in corpo. Sapevo di non poter essere felice più  di tanto, c'era quella maledetta guerra a tenermi con i piedi per terra, ma non riuscivo a farci niente. Mi sentivo capace di oltrepassare con un solo salto tutti gli ostacoli che mi si mettevano difronte. L'idea di quel seme che aveva messo radici mi rese invincibile. 

 

Di lì a due settimane partii da solo per l'addestramento militare, lei ne fu esentata per ovvi motivi.

La guerra finì prima ancora di iniziare. 

Il 3 Aprile del '19 alle 03.45 ora italiana, un missile  intercontinentale parte dai lidi della korea del nord in direzione di Seattle. Fu il suicidio di una nazione che ebbe come unica colpa quella di non essere stata in grado di sottrarre il potere a un dittatore viziato.

Il sistema di difesa missilistico americano, appena constatato l'attacco e la sua entità, rispedì al mittente l'equivalente di dieci volte tanto la testata nucleare ricevuta.  

Nella storia dell'umanità era la prima volta che un paese venisse cancellato per sempre e così in fretta.

 

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Ospite

Ciao @lovigius

Ti lascio un mio parere.

Trovo questo racconto non ancora ben definito. Il “problema” di una chiamata alle armi, passa un po’ in secondo piano con l’arrivo di un figlio, per poi scomparire del tutto con una risoluzione “lampo” del conflitto.

Tutti questi temi avrebbero bisogno di una maggiore analisi e approfondimento.

Il titolo lo trovo poco adeguato, “Il giorno…”, visto che il racconto si svolge su un arco narrativo più lungo.

I dialoghi, sui quali desideravi un parere, sono poco “sensazionali”, visto anche l’importanza della situazione e la difficoltà delle scelte.

All’inizio, credo per un errore grafico, non si capisce subito che si tratta di un discorso:

 

Cita

È arrivata ieri.

 

Manca il trattino.

 

Cita

- Cosa? – chiesi a Mina non capendo a che si riferisse.

 

Inutile specificazione. Si capisce che si tratta di una richiesta e il protagonista non ha capito la frase precedente. Lascerei un po’ al lettore l’interpretazione delle parole e mi concentrerei di più sulle espressioni del viso, i movimenti dei due personaggi e ecc.

 

Cita

Quel bamboccione viziato di un nord-coreano e quell'imbecille americano squattrinato non potevano entrare per vie traverse nella nostra vita e stravolgere tutto.

 

Questi riferimenti non sono subito comprensibili, andrebbero circostanziati meglio. Magari, invece che “viziato” e “imbecille”, delle descrizioni non guasterebbero, lasciando nuovamente un’opinione al lettore.

Il giudizio finale è comunque positivo: una trama esiste. Adesso, il tutto richiederebbe più un’attività di tipo artigianale, umile, paziente, disposta al sacrificio, personalizzata, capace di brillare per originalità.

Buon lavoro.

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On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

È arrivata ieri.

- Cosa? – chiesi a Mina non capendo a che si riferisse. Ero appena rientrato da lavoro e lei mi accolse senza darmi il bacio del ritorno. Mi indicò una busta sul tavolo della cucina e non aggiunse altro. Lo sguardo vitreo e la pelle biancastra.

Qualunque cosa fosse l’aveva turbata in una maniera che ancora non riuscivo a comprendere. Presi la lettera in mano e la sensazione che ne ebbi non fu per niente piacevole. Soppesandola si sentiva che portava notizie importanti, la sua carta era spessa e insolita. Mina l’aveva letta e richiusa in fretta, come se ne fosse uscito materia urticante e avesse cercato di ributtare tutto dentro. Probabilmente l’aveva riposta sul tavolo esattamente lì dove era poggiata poco prima. E poi era rimasta immobile, in attesa del mio arrivo, ad affogare nei pensieri.

Ho alzato lo sguardo verso di lei prima della lettura, volevo qualche altro indizio. Ma quei suoi occhi che ero sempre stato capace di interpretare, questa volta mi parlavano in una lingua che non riuscivo a decifrare.

Una stella a cinque raggi su una ruota dentata tra due rami di quercia. Il simbolo della repubblica italiana sovrastava il testo.

-In riferimento all’art. 52 della Costituzione Italiana, secondo cui la difesa della patria è sacro dovere di ogni cittadino, tutti gli uomini e le donne maggiorenni, con cittadinanza italiana, che non abbiano superato il trentesimo anno di età, hanno l’obbligo di rispondere alla chiamata alle armi, secondo i modi e i tempi previsti dalla propria circoscrizione.

"È arrivata ieri" è la battuta di un dialogo, quindi va messa come tale. "Aveva lo sguardo..." lo metterei prima di "mi indicò la busta", e toglierei il superfluo del bacio e gli altri che ho sbarrato.

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

-Se è tutto vero, sì- dissi con gli occhi riabbassati sulla lettera.

-Significa che andremo in guerra- aggiunse lei.

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

-Cosa? – quel verbo al plurale mi prese alla sprovvista.

 

"Quel" va in maiuscolo.

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

era vero, fu una seconda doccia gelata.

-Abbiamo lottato per l'uguaglianza e ora ci servono a dovere- sentenziò lei con disappunto.

"Era" in maiuscolo. L'altro è superfluo.

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

-Possiamo scappare, far perdere le nostre tracce- disse fantasticando

 

 

In generale i dialoghi mi sembrano troppo romanzati, enfatizzati, e poco parlati. Bisogna cercare di riportare il parlato per scritto, e non è facile, non sempre ci si riesce. Nel tuo caso c'è da fare pratica, tipo scrivili per come li diresti tu o le persone che frequenti (evitando il dialetto e il gergo) in modo da renderli più fluidi.

C'è troppa attualità buttata in faccia (Trump e il coreano) e una atmosfera da "non mi piace la situazione internazionale, guarda cosa può succedere", mentre bisognerebbe narrare di più.

 

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Mi piace l'idea, ma condivido il parere di @Nuwanda

9 minuti fa, Nuwanda ha detto:

Adesso, il tutto richiederebbe più un’attività di tipo artigianale, umile, paziente, disposta al sacrificio, personalizzata, capace di brillare per originalità.

E poi, @lovigius, un po' di ottimismo non guasterebbe. 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

È la terza guerra mondiale

Mamma mia!

 

Tuttavia, come direbbero dalle mie parti, hai dello sbuzzo, e mi ha fatto piacere leggere il tuo brano. Mi hai incuriosito e, all'inizio, cercavo di capire dove tu volessi andare a a parare. Certo che la terza guerra mondiale, e con la prospettiva di un figlio in arrivo... Per fortuna, si fa per dire, Trump risolve tutto in brevissimo tempo.

Come brevissimo è il racconto, che meriterebbe più pagine e più tempo.

 

Mentre sto scrivendo arriva l'intervento di @simone volponi

4 minuti fa, simone volponi ha detto:

Nel tuo caso c'è da fare pratica, tipo scrivili per come li diresti tu o le persone che frequenti (evitando il dialetto e il gergo) in modo da renderli più fluidi.

C'è troppa attualità buttata in faccia (Trump e il coreano) e una atmosfera da "non mi piace la situazione internazionale, guarda cosa può succedere", mentre bisognerebbe narrare di più.

 

Io penso che il dialogo sia quello tra normali persone, quasi da bar e, al contrario di Simone, lo trovo genuino.

Leggo il contrasto tra la vita e le parole della povera gente con il caos e la paura della politica e della guerra. È vero, il dialogo è più facile da scrivere, ma rende, in certi casi, meglio l'idea. 

A me piace proprio perché realistico, perché cosi potrebbero reagire a una tale notizia due persone qualunque, e apprezzo che, in questo caso, tu scriva come li diresti tu o le persone che frequenti. 

Anzi, troverei buffo e fuori luogo un eloquio forbito e dotto. Esagero per rendere l'idea: forse ci starebbe bene qualche imprecazione sboccata. 

Del tipo: -C..., questi due pezzi di m..., che casino stanno combinando!-

(Non mi ricordo come siamo messi con il turpiloquio...)

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@lovigius

 

C’è una certa aria poetica nel titolo e anche drammatica che mi ha incuriosito.

Hai ambientato il racconto in Italia, poiché citi l’art. 52 della Costituzione, ma potrebbe essere anche in altri luoghi. Il protagonista maschile lo avrei chiamato Nicola a questo punto, essendo in Italia, ma va bene anche Nik come diminutivo che può avergli dato la moglie.

Ti sei ispirato alla cronaca recente, che purtroppo riporta ogni giorno notizie preoccupanti in tal senso. Permettimi una precisazione “tecnica”. Ritengo che in caso di lancio di testate atomiche non ci sarebbe il tempo per una chiamata alle armi vecchio stile, non tanto perché il mondo potrebbe finire, ma perché la risposta a un eventuale attacco da parte coreana sarebbe così repentina che la guerra finirebbe veramente in un attimo, come del resto hai detto anche tu alla fine. Chiamare alle armi prima dello scoppio delle ostilità,  serviva una volta; oggi come oggi non servirebbe. Invece servirebbe, eccome, dopo. Per le conseguenze di quelle “lontane” (ma solo in apparenza) esplosioni.  Il fall out atomico, la ricaduta radioattiva generatasi dai vari funghi delle esplosioni, farebbe il giro del pianeta, trasportato dai venti e arriverebbe prima o poi quasi dappertutto. Sempre ammesso che a qualcuno non venisse in mente di far esplodere qualcosa anche nelle nostre vicinanze. Con l’inevitabile trasporto delle polveri e delle particelle alfa ci sarebbe abbastanza da farsi prendere da un certo panico. Deve essere successa la stessa cosa anche per Hiroshima e Nagasaki; chissà quanti morti ci sono stati nel mondo nei decenni successivi alle esplosioni e noi non lo sappiamo. Perché il pulviscolo alfa, nano particelle, penetra dappertutto: con il cibo, l’acqua, il respiro, una ferita in ambiente contaminato… Per Chernobil si diceva di non raccogliere la verdura del proprio orto… Le Alfa si piazzano all’interno del corpo e possono permanere innocue per decenni, fino ad attivarsi inaspettatamente. Non c’è modo di evitarlo o prevenirlo, a meno di non vivere nel sottosuolo per sempre, con acqua e cibo non contaminato…

Non esiste una vasta letteratura in proposito, perché, fortunatamente, non abbiamo avuto guerre nucleari, a parte il Giappone. Gli studi risalgono a quell’epoca e alle esplosioni sperimentali degli anni Cinquanta e Sessanta, in luoghi isolati.

A mio parere, in un testo che prospetti una futura guerra mondiale con parametri atomici, questa sarebbe una possibilità da prendere in considerazione per un eventuale richiamo alle armi dei cittadini.

Considerando il panico che si svilupperebbe fra la popolazione, rivolte, proteste, saccheggi per accaparramenti  di generi alimentari non contaminati e quant’altro, ogni stato interessato alla ricaduta di fall out procederebbe senz’altro a una mobilitazione generale.

Si potrebbe anche non dover fronteggiare mai un ipotetico nemico, bensì i propri stessi connazionali presi dal panico.

Occorre anche considerare che la Corea possiede una flotta di sommergibili dotati di testate atomiche, in grado di effettuare eventuali risposte secondarie, anche con la propria nazione rasa al suolo…

Hai chiesto un parere in particolar modo per i dialoghi, ma non si può esimere dal contesto in cui questi avvengono. La verità è che li ho trovati, così come sono strutturati, un po’ ingenui, ma questo è perdonabile, in quanto i “civili” non conoscono, non sono informati e spesso non hanno mai pensato di interessarsi di tutti gli sviluppi “tecnici” (brutto termine), che potrebbero derivare  dalle conseguenze anche a migliaia di chilometri di distanza di un evento nucleare.

Io inizierei il racconto a “giochi” ormai fatti, conclusi, almeno in apparenza, perché non si può mai dire  nulla di definitivo, di certo ai giorni nostri. Ci sarebbe una situazione mondiale tesissima, frontiere bloccate, alleanze diverse di stati che si guardano con sospetto, spiandosi a vicenda in attesa della prossima mossa. Così i tuoi protagonisti vivrebbero in una drammatica situazione di vita e di probabile o temibile timore di uno sviluppo dei fatti più consapevole, più “vissuto”.

Farei partire soldato soltanto Nik però. Mina no e non tanto perché aspetti un bambino, ma perché non andrebbe comunque in guerra, non si tratterebbe di una guerra convenzionale, dove serve la cosiddetta “carne da macello, con mitragliatrici che falciano i fanti... Quella è finita già da decenni, ormai. Potrebbe, in ogni caso, non essere allontanata dal marito, contribuire con lui, visto che si tratterebbe di civili chiamati alle armi, non tanto al combattimento vero e proprio, ma a un pattugliamento congiunto con le forze dell’ordine per reprimere saccheggi eccetera.

Devi instillare nel lettore una sorta di ansia, rappresentando i protagonisti come consapevoli, addolorati, preoccupati oltre che della propria vita e destino, cosa normalissima e umana, anche per i loro connazionali, per la società in generale. Fare risaltare il fatto che fino a oggi abbiano vissuto o li abbiano fatti vivere in un finto paradiso di benessere, un limbo inconsapevole che li teneva isolati nei confronti dei loro simili, nonostante i social… e paradossalmente, con l’imminenza di una guerra, di una successiva catastrofe sociale, questo fatto, oltre a farli sentire più vicini fra di loro, li faccia sentire anche più vicini, più simili, al resto dell’umanità.

 

 

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On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

È arrivata ieri.

- Cosa? – chiesi a Mina non capendo a che si riferisse. Ero appena rientrato da lavoro e lei mi accolse senza darmi il bacio del ritorno. Mi indicò una busta sul tavolo della cucina e non aggiunse altro. Lo sguardo vitreo e la pelle biancastra.

La prima frase è un dialogo di Mina? Presumo di sì, quindi andrebbe messa nella forma di dialogo.

"non capendo a che si riferisse" : al posto del che suonerebbe meglio cosa, ma si avrebbe una ripetizione. Io proverei a riformulare (es. -Cosa?- chiesi a Mina, interdetto)

"il bacio del ritorno" lo cambierei in "il bacio abituale".

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

Qualunque cosa fosse l’aveva turbata in una maniera che ancora non riuscivo a comprendere.

Quel "che ancora" mi rende l'idea di un qualcosa che perdura, mentre invece è una situazione del momento. Io scriverei "Qualunque cosa fosse, la turbava in una maniera incomprensibile".

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

come se ne fosse uscito materia urticante 

Dovrebbe andare "uscita" dato che è in riferimento alla materia.

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

E poi era rimasta immobile, in attesa del mio arrivo, ad affogare nei pensieri.

Qui è più una questione di gusti, Io la parte tra le virgole la metterei in fondo.

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

Lo sai che cosa accade agli obiettori di coscienza?

Poco sopra scrivi che hanno avuto un addestramento. Quindi non possono risultare obiettori, casomai disertori.

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

E dopo secondi che mi parvero minuti

Comprendo il non voler usare frasi fatte e luoghi comuni, ma così non è che ci sia una gran differenza nel voler rendere uno sfasamento temporale.

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

Il mio essere si divideva tra la gioia della nascita di un figlio e il dubbio di non poterlo vedere crescere. 

aggiunta del "tra"

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

-Lo sai, non è una cosa che si può dire all'improvviso- stette un po' lì su quella frase - ma questa lettera ha rovinato tutto. 

Non so, non mi piace tanto. Forse lascerei il dialogo puro.

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

La strinsi a me con tutta la gioia che ebbi in corpo.

avevo

 

On 7/9/2017 at 22:07, lovigius ha detto:

un missile  intercontinentale parte dai lidi della korea del nord in direzione di Seattle.

partì

 

Ciao @lovigius riguardo alla tua richiesta di impressioni sui dialoghi, non è che possa darti un gran contributo, essendo la mia bestia nera. Io li ho trovati accettabili. In generale trovo invece che alcune parti del narrato possano essere rese più fluide.

Risulta evidente che tu ti sia focalizzato più sui dialoghi anche dalla trama del racconto, che praticamente non c'è, il tutto è appiattito intorno al dialogo su quella maledetta lettera. Al riguardo, forse, avrei eliminato l'ultima parte, che lo scoppio di una guerra nucleare rende scontati. Se lo sviluppo vuole essere imperniato su quella situazione del momento con tutte le implicazioni emotivi penso che debba rimanere esclusivamente in quell'ambito particolare.

 

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Provo a dire la mia, elargendo pure, non richiesti, consigli. :) Fanne pure l'utilizzo che vuoi.

 

Tralascio le osservazioni tecniche, qualche sbavatura grammaticale, qualche tempo di verbo confuso, passato remoto e passato prossimo, tutte cose che si possono aggiustare facilmente, per focalizzarmi sulla struttura del racconto.

 

Il punto di forza, con buone possibilità di sviluppo, mi sembra essere il protagonista ( o almeno quello che ho visto io): “quello che sconvolse per sempre il mio modo di pensare e di accettare la vita così come veniva.” . Questa frase racconta molto dell'io narrante, dandogli una sfumatura ricca di sviluppi: è uno che si accontenta? Che fatica ad assumersi responsabilità? Il figlio che sta per arrivare è stato voluto? In che rapporti è con la moglie, che invece sembra essere una donna più “matura” (se matura significa qualcosa).

 

Il conflitto principale, invece, mi appare debole e slegato dal protagonista. Prima di tutto, c'è un problema, problemone direi, di sospensione dell'incredulità: non è ipotizzabile che le donne vengano chiamate in guerra all'inizio della stessa (ammesso che oggi si arrivi davvero a una guerra mondiale lunga a tal punto da dover reclutare il sesso femminile della popolazione civile). Al di là di questo, cosa non da poco visto che sembra essere il Conflitto (quello con la C maiuscola), la terza guerra mondiale non risuona sul personaggio principale che rimane statico, senza movimento (potrebbe funzionare se fosse un "molle", di quelli che tendono a nascondersi, senza assumersi responsabilità. Immagina la scena: lui arriva da chissà dove, magari da un pomeriggio con amici o da una sala giochi, e la moglie gli dice: caro, siamo “incinti”. Lui quasi sviene, capperi il tempo dei giochi è finito. Come siamo “incinti”? In che senso?, riesce appena a farfugliare. DLIN DLON. Arriva la lettera, è l'esercito che chiama perché è scoppiata la guerra)

 

Mi sono perso, scusa.

Ritorno sul punto.

 

Come insegnano alle scuole di cinema, prova a raccontare con poche parole la storia del tuo racconto.

 

Allo stato attuale, dovrebbe essere più o meno così.

 

“Allo scoppio della terza guerra mondiale, un uomo e sua moglie vengono chiamati alle armi proprio nel momento in cui stanno per avere un bambino.” (e già, si pone il problema dei protagonisti: è una lotta tra marito e moglie che si amano e il mondo esterno? Allora forse i personaggi principali dovrebbero essere due, non uno).

 

Oppure così: “Un uomo apprende che presto diventerà padre, proprio nel momento in cui viene reclutato, insieme alla moglie, perché è scoppiata la terza guerra mondiale.”

 

Bene. Il conflitto allora è tra la famiglia e il mondo. Conflitto interessante anche se poco adatto a un racconto di 8000 battute.

Seguendo questa strada, partirei col far apprendere della futura nascita al protagonista, magari evento cercato e desiderato da chissà quanto tanto tempo, e poi farei partire il conflitto facendo arrivare la lettera di richiamo. Già le cose potrebbero cambiare. Ma cambierebbe anche il protagonista (perché quello che non ho capito è: ma com'è questo protagonista? Quello della frase che mi è piaciuta e feconda di possibilità? O quello “capace di oltrepassare con un solo salto tutti gli ostacoli che mi si mettevano difronte. L'idea di quel seme che aveva messo radici mi rese invincibile.” ? Oppure un semplicione a cui basta sapere di diventare padre per credersi invincibile?) e soprattutto il tema del racconto. Quello che vuoi raccontare lo sai solo tu.

 

Io la vedo così:

 

“Un uomo, appreso che presto diventerà padre, è costretto a diventare responsabile, proprio nel momento in cui nel mondo spirano pericolosi venti di guerra”.

 

Ma questo è il mio, di racconto, non il tuo.

 

Ti consiglierei prima ancora di scrivere (per i dialoghi non preoccuparti, con un po' di mestiere, quando tutto ti sarà chiaro, verranno più facili) di pensare a quello che vuoi raccontare e di conseguenza a lavorare sulla struttura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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@Nuwanda

On 10/9/2017 at 16:43, Nuwanda ha detto:

Trovo questo racconto non ancora ben definito.

In effetti sì, è nato solo come esercizio di stile per fare un poco di pratica con i dialoghi. Come faccio spesso non ho mai una trama ben definita in testa, quindi lascio che il racconto proceda a modo suo.

 

On 10/9/2017 at 16:43, Nuwanda ha detto:

Il titolo lo trovo poco adeguato, “Il giorno…”, visto che il racconto si svolge su un arco narrativo più lungo.

Premettendo che i titoli non sono il mio forte, ti ringrazio per avermi fatto notare la cosa. 

 

On 10/9/2017 at 16:43, Nuwanda ha detto:

Il giudizio finale è comunque positivo: una trama esiste. Adesso, il tutto richiederebbe più un’attività di tipo artigianale, umile, paziente, disposta al sacrificio, personalizzata, capace di brillare per originalità.

Buon lavoro.

Grazie. Terrò conto dei consigli quel giorno in cui deciderò di dedicargli un po' di tempo.

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@simone volponi

On 10/9/2017 at 16:59, simone volponi ha detto:

In generale i dialoghi mi sembrano troppo romanzati, enfatizzati, e poco parlati. Bisogna cercare di riportare il parlato per scritto, e non è facile, non sempre ci si riesce. Nel tuo caso c'è da fare pratica, tipo scrivili per come li diresti tu o le persone che frequenti (evitando il dialetto e il gergo) in modo da renderli più fluidi.

C'è troppa attualità buttata in faccia (Trump e il coreano) e una atmosfera da "non mi piace la situazione internazionale, guarda cosa può succedere", mentre bisognerebbe narrare di più.

Ho chiesto consiglio proprio perché vedo troppa staticità e freddezza nei dialoghi che scrivo. Cerco di evitarli in un racconto, ma prima o poi bisogna affrontare i propri mostri. Proverò a mettere in pratica i tuoi consigli, magari un altro racconto. 

Grazie. 

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@Fraudolente

On 10/9/2017 at 17:30, Fraudolente ha detto:

Tuttavia, come direbbero dalle mie parti, hai dello sbuzzo, e mi ha fatto piacere leggere il tuo brano. Mi hai incuriosito e, all'inizio, cercavo di capire dove tu volessi andare a a parare.

La cosa non può che farmi piacere. 

On 10/9/2017 at 17:30, Fraudolente ha detto:

Come brevissimo è il racconto, che meriterebbe più pagine e più tempo.

Hai ragione, è una storia che ho buttato giù a tratti, appena prima di dormire, quindi non ci ho sudato sopra come avrei dovuto. 

 

On 10/9/2017 at 17:30, Fraudolente ha detto:

Leggo il contrasto tra la vita e le parole della povera gente con il caos e la paura della politica e della guerra. È vero, il dialogo è più facile da scrivere, ma rende, in certi casi, meglio l'idea. 

A me piace proprio perché realistico, perché cosi potrebbero reagire a una tale notizia due persone qualunque, e apprezzo che, in questo caso, tu scriva come li diresti tu o le persone che frequenti. 

Anzi, troverei buffo e fuori luogo un eloquio forbito e dotto. Esagero per rendere l'idea: forse ci starebbe bene qualche imprecazione sboccata.

Volevo far trasparire dai dialoghi proprio questo. Lo sconcerto di una coppia che non può nulla contro eventi di una portata mondiale. La paura di poter perdere tutto quello che sono riusciti a costruire gli impedisce di esporre tutti i pensieri e le considerazioni. Come se la cosa migliore da fare fosse restarsene in silenzio per non destabilizzare maggiormente l'altro. 

Grazie per aver dedicato del tempo al racconto. 

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Ciao @Unius , devo confidarti che leggere il tuo commento è stato estremamente piacevole. 

Ho cercato di porre la vicenda della coppia sullo sfondo di un possibile conflitto che per i due sarebbe anche potuto non essere di tipo nucleare. Ho preferito non soffermarmi sulla parte tecnica derivante dallo scoppio di ordigni nucleari perché quella è la parte successiva al conflitto, che per esperienza, per quanta preparazione possa avere la cittadinanza o anche solo i militari, credo che sia irreparabile. Come hai sottolineato anche tu.

On 10/9/2017 at 18:22, Unius ha detto:

Non c’è modo di evitarlo o prevenirlo, a meno di non vivere nel sottosuolo per sempre, con acqua e cibo non contaminato…

 

On 10/9/2017 at 18:22, Unius ha detto:

Hai chiesto un parere in particolar modo per i dialoghi, ma non si può esimere dal contesto in cui questi avvengono. La verità è che li ho trovati, così come sono strutturati, un po’ ingenui, ma questo è perdonabile, in quanto i “civili” non conoscono, non sono informati e spesso non hanno mai pensato di interessarsi di tutti gli sviluppi “tecnici” (brutto termine), che potrebbero derivare  dalle conseguenze anche a migliaia di chilometri di distanza di un evento nucleare.

I protagonisti non ne hanno le conoscenze e la lungimiranza di pensare a tutto ciò. Sono unicamente preoccupati per quella lettera che stravolge la loro vita tranquilla. Ho cercato di descrivere una parentesi, il ricordo che rimane a lui, anni dopo l'accaduto, non andando oltre la fine del conflitto. 

Come ho detto più volte nei commenti precedenti, il racconto non è studiato, ci sono molti particolari da rifinire e credo che per stare veramente in piedi debba essere riscritto conoscendone la fine (cosa che nemmeno immaginavo dalle prime righe).

 

On 10/9/2017 at 18:22, Unius ha detto:

Farei partire soldato soltanto Nik però. Mina no e non tanto perché aspetti un bambino, ma perché non andrebbe comunque in guerra, non si tratterebbe di una guerra convenzionale, dove serve la cosiddetta “carne da macello, con mitragliatrici che falciano i fanti... Quella è finita già da decenni, ormai. Potrebbe, in ogni caso, non essere allontanata dal marito, contribuire con lui, visto che si tratterebbe di civili chiamati alle armi, non tanto al combattimento vero e proprio, ma a un pattugliamento congiunto con le forze dell’ordine per reprimere saccheggi eccetera.

Altro punto che volevo far risaltare era la questione delle donne nelle forze armate, la parità dei sessi e tutte le conseguenze che ne derivano. Il mio punto di domanda era:"ma se le donne possono entrare a far parte del mondo militare, in un eventuale conflitto mondiale, hanno anche loro l'obbligo della chiamata alle armi?"

Ovviamente i tempi sono cambiati, ora la guerra la fanno gli specialisti, gente che lo fa per mestiere. E' una forzatura, devo riconoscerlo, ma mi piaceva l'idea e ho cercato di buttarla giù in qualche modo. 

 

On 10/9/2017 at 18:22, Unius ha detto:

Devi instillare nel lettore una sorta di ansia, rappresentando i protagonisti come consapevoli, addolorati, preoccupati oltre che della propria vita e destino, cosa normalissima e umana, anche per i loro connazionali, per la società in generale. Fare risaltare il fatto che fino a oggi abbiano vissuto o li abbiano fatti vivere in un finto paradiso di benessere, un limbo inconsapevole che li teneva isolati nei confronti dei loro simili, nonostante i social… e paradossalmente, con l’imminenza di una guerra, di una successiva catastrofe sociale, questo fatto, oltre a farli sentire più vicini fra di loro, li faccia sentire anche più vicini, più simili, al resto dell’umanità.

 

Beh ho molto da lavorarci a quanto pare. 

 

Grazie mille per i consigli e per la puntualizzazione dell'aspetto tecnico dell'argomento. 

Spero che in futuro qualche altro mio racconto susciti la tua curiosità come credo abbia fatto questo. 

A presto. 

 

 

 

 

 

 

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@Vincenzo Iennaco

On 10/9/2017 at 23:28, Vincenzo Iennaco ha detto:

Ciao @lovigius riguardo alla tua richiesta di impressioni sui dialoghi, non è che possa darti un gran contributo, essendo la mia bestia nera. Io li ho trovati accettabili. In generale trovo invece che alcune parti del narrato possano essere rese più fluide.

Risulta evidente che tu ti sia focalizzato più sui dialoghi anche dalla trama del racconto, che praticamente non c'è, il tutto è appiattito intorno al dialogo su quella maledetta lettera. Al riguardo, forse, avrei eliminato l'ultima parte, che lo scoppio di una guerra nucleare rende scontati. Se lo sviluppo vuole essere imperniato su quella situazione del momento con tutte le implicazioni emotivi penso che debba rimanere esclusivamente in quell'ambito particolare.

Come hai ben detto, ho tralasciato troppo la trama per fossilizzarmi su quello che ha provocato l'arrivo della lettera. 

 

Grazie per il tempo dedicato al racconto. 

A presto.

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