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serena.jandra

[FdI 2017-3 Fuori concorso] La Chascona

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Eugenio fissava la vetrina con sguardo vago, distratto. Non sapeva neanche lui per quale motivo si fosse fermato lì davanti, ma fu in quel preciso istante che la vide tra i riflessi, eterea come un'illusione. Il volto emaciato, solcato da profonde cicatrici purpuree, era incorniciato da sottili capelli bianchi che danzavano tutt'attorno al capo come filamenti di ragnatela sospinti dal vento. Teneva lo sguardo basso, cercando di nascondere gli occhi per non far vedere quelle lacrime che una dopo l’altra, l’avevano resa quel che era… un mostro. Ma Eugenio questo non poteva saperlo e vedendo quella donna oltre il vetro,  scossa dai singhiozzi, non riuscì a restare indifferente. In un slanciò di compassione si protese in avanti appoggiando i palmi sulla vetrina, e che importava se l’avrebbe sporcata, il bisogno di aiutare aveva la priorità.

“Ehi, ti serve aiuto?” esclamò sentendo crescere dentro di sé il bisogno di consolarla.

La donna si immobilizzò. I capelli si riadagiarono lentamente attorno al suo corpo, come un manto protettivo. La strana folata di vento era passata.

Sollevato per essere riuscito ad attirare la sua attenzione, Eugenio si preparò a sorridere sperando così di infonderle un po’ di coraggio. Lentamente, la donna sollevò il capo. I capelli si spostarono dal viso come un sipario e i suoi occhi, due enormi pozzi neri, si  posarono con tutta la loro mostruosità su di lui. L’uomo trattenne improvvisamente il fiato, il sorriso scomparve, scacciato da una nuova emozione più viscerale. Un brivido lo attraversò da cima a fondo accompagnato da un’improvvisa ondata di panico. La sua essenza venne risucchiata fuori dal corpo, catturata da quegli occhi contornati da cerchi violacei e lacrime di sangue. Eugenio spalancò la bocca per urlare ma era incapace anche solo di respirare… il centro assoluto dei suoi pensieri era permeato da quei due profondi buchi neri. La sua anima venne strappata dal corpo, catapultata in un’altra dimensione.

Senza capire come, si ritrovò in una stanza buia e afosa, assieme a lui nuovamente quella donna, che ora sedeva davanti alle braci morenti del focolare. Eugenio poteva scorgerne il profilo dal naso leggermente aquilino e le labbra carnose. Sembrava molto giovane, dall’aspetto fragile e delicato. Aveva lunghi capelli neri che ricadevano attorno al corpo come un mantello. La donna piangeva, cercando di soffocare i lamenti, con le mani strette convulsamente attorno alla vita, si dondolava avanti e indietro al ritmo dei propri singhiozzi.

Improvvisamente, il suo pianto venne interrotto dal rumore della porta che si apriva, e lei balzò in piedi. Prima ancora che il nuovo arrivato fosse entrato del tutto, la donna si gettò a terra supplicandolo. Con un grottesco connubio di disperazione e fervore cominciò a baciargli le scarpe, a piangere e implorarlo senza alcun ritegno. Avrebbe fatto qualunque cosa per cancellare quel che stava accadendo.

“Ti prego! Ti supplico! Non far loro del male! Farò qualunque cosa vorrai ma riportali indietro! Sono solo dei bambini!”

Il volto dell’uomo era solcato da profonde rughe di disapprovazione rese ancora più nette dagli ultimi bagliori delle braci. Cercando di aguzzare la vista, Eugenio distinse il colore innaturalmente rosso della sua pelle, le labbra sottili e tese, mentre gli occhi erano come due grandi tizzoni ardenti, contornati da sopracciglia lunghe e ispide. Era circondato da un aurea putrida e sporca, risultato di una vita trascorsa tra la feccia dell’umanità, spettatore dell’espressioni più ignobili dell’animo umano. Con gelida certezza Eugenio seppe che si trattava del guardiano di tutte le anime immonde che vivevano sulla Terra, insozzando e contaminando gli spiriti puri. Era il Diavolo.

In un moto di disgusto, il demone sferrò un calcio alla donna per allontanarla. Ma lei, completamente insensibile al dolore, tornò subito a carponi da lui e ancora più determinata di prima, gli abbracciò le poderose gambe nude, baciandolo e stringendolo al culmine della disperazione più totale. Lentamente, sul volto del Diavolo affiorò un ghigno compiaciuto e il suo ego maligno rinvigorì soddisfatto.

Era così che sarebbe dovuta andare fin dall'inizio! -pensò il demone- Ed è così che sarà d’ora in avanti.

La sua sposa non doveva avere altri pensieri al di fuori di lui. Voleva essere l’unico punto focale delle sue giornate, tutte le sue azioni dovevano essere impiegate al solo scopo di compiacerlo e servirlo. E mai avrebbe tollerato che qualcun altro, neppure i suoi stessi figli, si frapponessero tra loro. Lui era il tutto e null’altro doveva esistere.

Ritenendosi soddisfatto di tanta devozione, in un improvviso moto di indulgenza, le concesse una carezza sulla testa, quasi una grazia.

“Non erano altro che carne da macello” sussurrò dolcemente piegandosi verso di lei “troppo innocenti, troppo fragili perché la loro vita avesse valore. Diventeranno la più prelibata delle bistecche quando li cucinerai”

“Nooo!!”

Non appena quelle terribili parole attraversarono il velo di disperazione che l’avvolgeva, la donna cominciò a gridare fuori controllo:

“Cosa hai fatto! Come hai potuto! Ai tuoi figli!! Aaaah, Aaaaah!”

Senza più alcun freno, senza più nulla per cui valesse la pena vivere, si lasciò crollare a terra urlando con tutto il fiato che aveva in corpo. Le mani corsero ai lunghi capelli e li strapparono con violenza, facendo scempio del dono più bello che la giovane avesse mai avuto. Poi trovarono il volto, e lo graffiarono scavando lunghi solchi sulle guance. Non esisteva più nulla al mondo che avesse significato, nulla per cui valesse la pena vivere e combattere. Una cosa inaudita, impossibile da accettare e tantomeno da tollerare: i suoi figli erano stati uccisi e tutto era diventato pura follia.

Il diavolo, non sopportando ulteriormente di sentire le sue urla, la scavalcò con una lunga falcata e si diresse alla dispensa sghignazzando soddisfatto. Era stanco dopo tutto il lavoro che quei mocciosi gli avevano procurato. Scuoiarli, eviscerarli e tagliarli in pezzi era stato un lavoro più faticoso di quanto avesse immaginato. Ora aveva solo voglia di rifocillarsi, rilassarsi e riposare.

Eugenio assistette a quella scena come un fantasma, senza alcuna possibilità di fare qualcosa. Ma il suo animo era come un vulcano in eruzione, tutto ciò che aveva visto e compreso lo avevano riempito di rabbia e disgusto che ora traboccavano da lui come lava ardente. Il senso di impotenza lo stava facendo impazzire ma lui non era altro che uno spettatore in quella vicenda. In quale universo perverso e malato poteva accadere una cosa del genere? Che razza di allucinazione pazzesca stava vivendo? Sentiva il bisogno lacerante di raccogliere tra le braccia quella donna e cancellare ogni suo dolore. Allo stesso tempo avrebbe voluto sbattere  il demone a terra e fracassargli il cranio a calci. Quell’essere, quell’abominio, meritava di essere eliminato nel peggiore dei modi. Intrappolato in quell’incubo che non gli apparteneva, lacerato dal bisogno di compiere giustizia, Eugenio cadde in ginocchio e urlò con tutto il fiato che aveva in gola.

Rapidamente così com’era stato risucchiato in quella visione, si ritrovò davanti alla vetrina, nella stessa identica posizione in cui tutto era cominciato. I polmoni si gonfiarono improvvisamente d’aria e un urlo improvviso gli sfuggì dalle labbra. Si allontanò dal vetro come se si fosse scottato. Era stordito dal rapido viaggio mentale che aveva compiuto ma la donna oltre il vetro era ancora lì e lo guardava con il volto sfigurato e imbruttito da cicatrici, lacrime e sangue.  Proprio come poco prima aveva fatto Eugenio, protese le mani in avanti e le appoggiò alla vetrina, cercando di avvicinarsi il più possibile. Nei suoi inquietanti occhi l’uomo intravide qualcosa di diverso: era forse una debole scintilla di tenerezza? Le labbra sottili e screpolate della donna si mossero e l’uomo udì la sua voce come se gli stesse sussurrando all’orecchio:

“Io sono la Chascona… e mi dispiace avergli permesso di ucciderti.”

La donna abbassò lo sguardo e ricominciò a piangere piena di straziante dolore. Eugenio, sconvolto e confuso da quelle parole, dopo un unico impercettibile battito di ciglia, si ritrovò nuovamente solo.

L’uomo si guardò attorno con il viso stravolto, cercando di comprendere cosa diavolo gli stesse accadendo… era stato vittima di un orribile scherzo? Un’allucinazione dovuta allo stress? I passanti attorno a lui camminavano tranquilli, di certo loro non erano stati minimamente toccati dalla sua stessa esperienza. Quando una coppia lo affiancò davanti alla vetrina per osservare i manichini agghindati, si voltò verso di loro. Li fissò con occhi stralunati, cercando nei loro sguardi una risposta che lo rassicurasse. I due si tirarono indietro spaventati. Eugenio, lottò faticosamente per racimolare le forze e articolare una frase:

“Cco co co co…” ma come un balbuziente, gli uscì un’unica sillaba ripetuta. Sempre più perso e impaurito, li supplicò con lo sguardo, cercando di scorgere una briciola di comprensione ed empatia in loro. Sfinito, si limitò a fissarli attendendo. Ma niente.  Lo guardavano seri, non parlavano. Forse una traccia di pietà nel loro sguardo.

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Ciao @serena.jandra ammetto che di horror non me ne intendo molto, ma ho letto con piacere il tuo testo. Credo che tu mirassi a creare un'atmosfera più che a spaventare di per sé il lettore, e questo mi è arrivato per metà. Ha il suo centro focale nella parte iniziale e quando Eugenio si trova a confronto con la chascona per perdersi un po' nel finale. Poteva essere forse reso di più il suo trovarsi con i passanti. Prima sono spaventati, poi sono seri, non è chiaro poi per cosa si ritraggono o hai voluto lasciare di proposito il dubbio? In una prima lettura veloce avevo capito che non lo avessero visto, quindi avevo immaginato fosse inesistente lui, ma quello è colpa mia che faccio troppi giri nella testa :D sarà per questo che non leggo gli horror.

 

Comunque provo a segnalarti anche alcune cose nel testo se possono tornarti utili

 

On 1/9/2017 at 11:49, serena.jandra ha detto:

Teneva lo sguardo basso, cercando di nascondere gli occhi per non far vedere quelle lacrime che una dopo l’altra, l’avevano resa quel che era… un mostro

Leverei i punti di sospensione, sostituendoli magari con i due punti

 

On 1/9/2017 at 11:49, serena.jandra ha detto:

I capelli si riadagiarono lentamente attorno al suo corpo, come un manto protettivo. La strana folata di vento era passata.

Non è dietro una vetrina lei? oppure ho compreso male io.

 

On 1/9/2017 at 11:49, serena.jandra ha detto:

Eugenio spalancò la bocca per urlare ma era incapace anche solo di respirare… il centro assoluto dei suoi pensieri era permeato da quei due profondi buchi neri.

Anche qui eliminerei i punti di sospensione sostituendo con una virgola magari.

 

On 1/9/2017 at 11:49, serena.jandra ha detto:

La sua anima venne strappata dal corpo, catapultata in un’altra dimensione.

Qui credo che tu possa rendere meglio il concetto eliminando "un'altra dimensione" e sostituendolo o allungando la frase. Come fa a sapere che è un'altra dimensione? Dovrebbe essere confuso da quello che gli sta accadendo. Stona un po' con il testo, almeno secondo me.

 

On 1/9/2017 at 11:49, serena.jandra ha detto:

Io sono la Chascona… e mi dispiace avergli permesso di ucciderti.

I punti di sospensione o li toglierei o li sposterei dopo la e

 

In ogni caso la lettura è stata scorrevole, lo stile mi piace e la storia che hai voluto rendere anche, magari in qualche punto giusto qualche particolare in più. 

A rileggerci in giro :) 

 

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Ciao @Ghianda! Grazie di avermi dedicato il tuo tempo:)

Ti confesso che nemmeno io sono un'amante degli horror ma dopo aver scritto il racconto ho pensato che fosse il tag che più si avvicina al racconto. Riguardo al finale hai ragione, effettivamente il lettore potrebbe pensare che anche Eugenio sia uno spirito incorporeo. In realtá nella mia testa i passanti si ritraggono spaventati a causa dell' aspetto stravolto di Eugenio... Nella correzione cercheró di rendere meglio l'immagine. Ho sorrisso quando mi hai segnalato i puntini di sospensione perché mi rendo conto di abbusarne.... É più forte di me!:P Mi riprometto di farne un uso più consono e saggio.

On 5/9/2017 at 17:31, Ghianda ha detto:

 

On 1/9/2017 at 11:49, serena.jandra ha detto:

I capelli si riadagiarono lentamente attorno al suo corpo, come un manto protettivo. La strana folata di vento era passata.

Non è dietro una vetrina lei? oppure ho compreso male io

 

Anche qui potevo rendere meglio il concetto: nella mia testa voleva essere un vento come dire... Ultraterreno, ectoplasmatico, cioé i capelli della chascona fluttuavano proprio perché era uno spirito e il fatto che si trovasse oltre la vetrina rendeva il tutto ancora più inquietante.

Ti ringrazio anche per tutte le altre segnalazioni che mi hai fatto, mi permettono di avere una nuova prospettiva per giudicare e correggere il testo.

Per scrivere questa storia ho preso spunto da una leggenda locale che i miei cugini (malefici) mi raccontavano quando ero piccola e vivevo in Cile. Avevo poco più di sei anni e ti lascio immaginare quanto fosse facile per me venire suggestionata dai loro racconti fatti di sera, al buio, circondati da una natura molto più selvaggia da quella in cui vivo adesso.

Alla prossima!:D

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Ospite gecosulmuro

… Letto! Un po’ in fretta, ma sono arrivato in fondo e… mi è sembrato che mancasse qualcosa.

Perché la coppia lo guarda seriamente, “con una traccia di pietà”? Cosa vuoi dire? Che è morto? È semi-vivo ma trasformato in zombie? Perché la Chascona dice che “gli dispiace per avergli permesso di ucciderlo”? Non ho capito il finale, insomma, e ho paura che sia perché, appunto, manchi qualcosa. O, meglio, non oso e non voglio pensare che il personaggio sia morto solo in metafora! Cioè che sia stata uccisa la sua anima!

Vengo comunque a quello che ho da dirti.
Cominciamo col liquidare le faccende di basso livello. C’è cura nella sintassi e nello stile in genere; solo qualche “dormita” qua e là, come l’uso ripetuto fino allo sfinimento di parole come “uomo” e “donna”. Le altre “poltronate” possono essere, secondo me, aggiustate con un po’ di editing. Ne sono convinto perché il resto del testo mi sembra troppo ben fatto per pensare a una carenza vera e propria, perciò, ho stabilito di attribuire questi errori a un impegno produttivo di livello “amatoriale”.
Punteggiatura. Pochi errori, ma tali da farsi notare.

Fatta questa premessa, passo a cose più sostanziose.

Show don’t tell.

Che sia in prima o in terza persona, il marcatore più infallibile della scrittura da sbadiglio sono le descrizioni. Leggo interminabili quanto improbabili (a livello psicologico) considerazioni su quello che si vede o su quello che succede. Non va.

Apro una parentesi.

Quando, giovanissimo e ancora “corto” di letture, capitai su Lovercraft, la prima cosa che mi colpì, rispetto al Verne, di cui ero un fanatico cultore, era il fatto che spesso, di quello che succedeva, Lovercraft non spiegava quasi niente. Della vicenda, illustra solo quello che il personaggio vede o sperimenta, senza altri orpelli. A volte, il personaggio intravede solo, ma Lovercraft non ha paura di comprimere il tutto a quel poco che, appunto, vede, lasciando all’immaginazione il compito di montare tutto il resto. Negli horror a cui siamo abituati oggi, questa è ormai una tecnica standard, ma, per l’epoca, a quanto ne so, l’approccio era assolutamente innovativo.

Parentesi chiusa.

Già tediose in sé, le descrizioni diventano insopportabili quando vanno a spiegare sensazioni o percezioni: “il centro assoluto dei pensieri era permeato…” non si può leggere. Sconsiglio anche le metafore. Ad esempio: “eterea come un’illusione”, “capelli… che danzavano”.

E, ancora:

Show don’t tell.

 

Modificato da gecosulmuro
Ambiguità di significato

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Ciao @gecosulmuro

Prima di tutto grazie del tuo tempo e della tua pazienza. Hai ragione sicuramente manca qualcosa e con un po' più di buona volontà (dato che ormai gli 8000 caratteri per partecipare al Fdl li avevo superati) avrei potuto partorire qualcosa di più curato... E accidenti, vorrei poterlo fare adesso! Sarebbe per me interessante riprendere in mano il racconto e rielaborarlo alla luce di quello che mi hai detto. In particolare mi ha colpito molto questa tua considerazione... A cosa si riferisce in particolare?

15 ore fa, gecosulmuro ha detto:

Leggo interminabili quanto improbabili (a livello psicologico) considerazioni su quello che si vede o su quello che succede

 

Grazie ancora!

Appena riesco corro a leggermi Lovecraft! Sono curiosa di capire meglio☺... Non vorrei passare per ignorante ma confesso che nonostante sia un autore fondamentale non mi é mai capitato di leggere una sua opera:eheh:

 

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Ospite gecosulmuro

Troppo spiegato

 

On ‎01‎/‎09‎/‎2017 at 11:49, serena.jandra ha detto:

Sollevato per essere riuscito ad attirare la sua attenzione, Eugenio si preparò a sorridere sperando così di infonderle un po’ di coraggio.

 

È il classico "spiegone". C'è addirittura la descrizione di un'intenzione ("si preparò a sorridere", sicura che voglia dire qualcosa?). Si tratta di dettagli ininfluenti.

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