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Mephid

Scrivere "di genere" e non essere preso sul serio

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@sefora, le intenzioni di Dante vengono esplicitate nell’epistola XIII, indirizzata a Cangrande della Scala, che trovo qui in italiano:

http://www.classicitaliani.it/dante/cangran.htm

 

E di cui riporto il passo rilevante:

 

L'obiettivo dell'opera e della Cantica potrebbe essere molteplice, ossia riguardare la realtà immediata e quella futura; ma, tralasciando ogni sottigliezza, per parlare brevemente, l'obiettivo della Commedia e di questa cantica consiste nell'allontanare i viventi, durante la loro esistenza, dallo stato di miseria spirituale, per condurli alla salvezza.

 

E qui in latino:

 

https://www.liberliber.it/online/autori/autori-a/dante-alighieri/epistole/

 

Finis totius et partis esse posset et multiplex, scilicet propinquus et remotus. Sed, omissa subtili investigatione, dicendum est breviter quod finis totius et partis est removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis.

 

Ci sono da notare tre cose. La prima è che si sta facendo filologia su sé stesso. Più avanti parla molto di allegorie e significati stratificati, con un discorso per certi versi simile a quello di Tolkien di cui si diceva sopra e spiega anche come tratta l’argomento teo-filosofico. Insomma, parla molto più di come la Commedia appare che di quali fossero le sue reali intenzioni.

 

La seconda è che all’epoca di Dante il poema didascalico era un genere ben affermato, e qui si potrebbe discutere di quanto questo passaggio definisca il genere della Commedia e quanto le intenzioni dell’autore.

 

Terzo, Boccaccio (Trattatello in laude di Dante, qui: https://www.liberliber.it/online/autori/autori-b/giovanni-boccaccio/trattatello-in-laude-di-dante/) gli attribuisce altre intenzioni, molto meno nobili:

 

[...] veggendo in grandissima parte, sì come di così fatti luoghi si vede, qual fosse la vita degli uomini, e quali fossero gli errori del vulgo, e come fossero pochi i disvianti da quello, e di quanto onore degni fossero, e quegli, che a quello s'accostassero, di quanta confusione, dannando gli studii di questi cotali e molto più li suoi commendando, gli venne nell'animo uno alto pensiero, per lo quale ad una ora, cioè in una medesima opera, propose, mostrando la sua sofficienzia, di mordere con gravissime pene i viziosi, e con altissimi premii li valorosi onorare, e a sé perpetua gloria apparecchiare.

 

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@swetty Sì certo, il "genere" era ben affermato e le intenzioni di Dante esplicitate in vari tempi e luoghi. Ricordavo bene il Trattatello, non l'epistola che però ora riconosco tra le nozioni remote.  Qui, in effetti, le dichiara in prima persona. Bene.

Peraltro mi ero chiesta anch'io, leggendo la discussione, se e dove Dante abbia espresso, nella Commedia, l'intenzione di 

3 ore fa, swetty ha detto:

allontanare i viventi, durante la loro esistenza, dallo stato di miseria spirituale, per condurli alla salvezza.

La questione non è rilevante, si capisce, né ho intenzione di rileggere tutto il poema O_O

Modificato da sefora
refuso

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No, nemmeno io ho intenzione di rileggerla, tuttavia mi parrebbe strano che ci fossero.

 

Primo, dovrebbero essere verosimilmente all’inizio, ma nel primo canto non ne parla.

 

Secondo, dovrebbero essere terzine stranote, di cui almeno una dovrebbe venire in mente a tutti: “Ahi, Pisa, vituperio delle genti” viene in mente a chiunque si chieda cosa pensasse Dante di Pisa, figuriamoci se ce ne fosse una in cui dichiara “ho scritto la commedia perché siete dei caproni ignoranti e voglio che vi acculturiate”.

 

Terzo, visto che la storia è raccontata in prima persona al passato, sarebbe strano che il Dante personaggio ne parlasse.

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@swetty "muovasi la Capraia e la Gorgona, / e faccian siepe ad Arno in su la foce, / sì ch'elli annieghi in te ogne persona!" tutti questa si devan sempre ricordare xD Però lo scienziato non aveva riflettuto che se chiudi i' fiume, s'allagano anche Firenze e Empoli xD La faina costì.

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Ah, e comunque non è un poema di genere? Probabilmente l'opera che dette il là a Swift per scrivere I viaggi di Gulliver. Eantrambi sono avventure, fantastici e satirici, quindi genere.

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@JPK Dike@swetty fermi, fermi! Facciamo un po' di chiarezza. 

1. Io non ho mai detto che Dante ha scritto la Commedia perché

34 minuti fa, swetty ha detto:

 siete dei caproni ignoranti e voglio che vi acculturiate”.

Insegnare non vuol dire per forza acculturare, si possono insegnare tante cose. La cultura, la filosofia, la retorica, l'etica e chi più ne ha più ne metta. Per l'appunto io so che la Commedia ha il fine di raddrizzare i costumi, di dare una via morale per raggiungere Dio. E questo lo dice Dante in primis nel passo della lettera a Cangrande che Swetty ha riportato. Poi lo si può evincere dai canti VI, i canti politici in cui sono aspramente criticati i vizi dei fiorentini, dei toscani, degli italiani; gli stessi vizi capitali che sono impersonati dalle tre fiere proprio nel primo canto; e se critichi così aspramente dei vizi sarà per intrattenere o per correggere? E poi io sono piuttosto sicuro (anche se, ripeto, non totalmente) che in qualche passo del poema lo dica espressamente.

2. Non ho mai detto che la Commedia non appartiene a un genere. Appartiene a un genere eccome, il genere poema, e anche ad un sottogenere, il didascalico-allegorico. E allora? Ho ripetuto infinite volte, nel corso dei miei interventi, che il problema non sta nell'utilizzare gli strumenti di un dato genere, il problema sta nel fine per cui li si utilizza: intrattenere o dire qualcosa. E Dante, come Leopardi, come Montale, come tutti gli altri, ha il fine di dire qualcosa.

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28 minuti fa, Alberto E. Long ha detto:

Per l'appunto io so che la Commedia ha il fine di raddrizzare i costumi, di dare una via morale per raggiungere Dio.

 

Se questo fosse vero, Dante sarebbe stato il più grosso ipocrita del mondo.

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@JPK Dike ti chiedo di motivare la tua affermazione. Se ti riferisci al fatto che egli stesso fu un vizioso, non è ipocrita, in quanto la Commedia racconta proprio del percorso che lui affronta per liberarsi dei suoi vizi: le tre fiere sono proprio i vizi da cui lui stesso era tormentato. Ma nel liberarsi di tali vizi, cerca di insegnare anche ai suoi contemporanei (e anche ai posteri) come farlo.

Se invece la tua affermazione ha una motivazione diversa, son lieto di sentirla. 

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@Alberto E. Long, non è che Dante si sia mai liberato dei suoi vizi, né prima né durante né dopo la scrittura della Commedia.

 

Se davvero l’intento fosse stato quello, sarebbe un po’ come quei guru che inventano la dieta del secolo e muoiono obesi.

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On 10/10/2017 at 18:08, swetty ha detto:

@Stellina_90, perdonami ma non mi risulta quello che dici, anzi il netto contrario. Nella lettera 208 Tolkien spiega proprio che il Signore degli anelli è stato scritto senza intenti didascalici, ma solo per il piacere di farlo. 

 

Trovi un riassunto qui: http://tolkiengateway.net/wiki/Letter_208

 

Sul messaggio e il significato invece si è dilungato nella lettera 131, che è integrale qui:

http://faculty.smu.edu/bwheeler/tolkien/online_reader/TolkienLetters131.pdf

 

Dove dice tra l’altro cose molto simili a quanto detto da @GiD qua sopra. 

Sarà che non comprendo io ciò che comunemente si intende con la locuzione "intento didascalico", ma quello di cui Tolkien parla nella lettera 131 è grosso modo quello che intendo.

Lanciare un messaggi, è esattamente ciò che fa la letteratura, ed esso è anche un insegnamento, altrimenti sarebbe mera opinione e quasi nessuno si spreca a scrivere opinioni di 800 e più pagine. Parlare di dedizione esacrificio, è dare un'indicazione e un insegnamento di vita, qualunque psicologo potrebbe confermare che insegnamo di più con le nostre azioni che con qualunque circonvoluta spiegazione teorica, pertanto i libri di Tolkien sono decisamente pedagogici, da questo punto di vista e anche istruttivi.

 

Se poi per "didascalico" si intende un libro che dovrebbe indicare uno stile di vita o a ragionare secondo una forma mentis specifica, penso che solo nei manifesti politici, nelle ideologie, nei trattati filosofici e nelle religioni si trovi una cosa simile, ma definire ciò l'unica cosa che si possa definire "insegnamento" non è un'idea che condivido e che trovo sensata, pertanto, se quelli che dicono che la letteratura non isegna, ritengono che solo quest'ultima che ho descritto, sia ciò che si può definire insegnamento, allora è inutile proseguire, perché non ci troveremo mai in accordo su questo punto.

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Credo ci sia un fraintendimento di fondo.

 

Un conto è avere qualcosa da dire, in senso lato, cioè avere una storia da raccontare con magari più di un significato da scoprire. Nessuna storia è minimamente piacevole da leggere se non lo fa.

 

Un conto è scrivere per elevare il mondo o andare in cerca a bella posta di significati profondi da mettere nella storia. Questo è intento didascalico.

 

Tolkien dice di aver scritto il romanzo perché lo divertiva l’idea e che l’ha scritto così e così perché era quello che gli piaceva. Solo a posteriori riconosce che ci siano dei contenuti, diversi livelli di significato, metafore e simbolismo, ma ribadisce che nelle sue intenzioni c’era solo l’intrattenimento.

 

La letteratura (e il resto dell’arte) è scritta con intenti estetici, non moralistici, ed è sul piano estetico che va valutata. Il “messaggio” non serve a elevare gli animi ma a rendere compiuto l’effetto estetico, perché la bellezza da sola non basta mai.

 

Questo non toglie che si possa imparare dalla letteratura (e dalle altre arti), ma quello che si impara non è il messaggio contenuto e neanche tutti i sottomessaggi e livelli sovrapposti e metafore e via discorrendo. È qualcosa di molto più profondo e antico.

 

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Ciao,

penso che non sia il genere a creare problemi, ma come lo trattiamo. Per esempio: se scrivo un fantasy canonico come "Il signore del Male sta per invadere la terra della gente libera, ma la profezia dice che il liberatore troverà la spada per far trionfare la luce" non si venderà perché sa di Tolkien o di Dungeons and Dragons visto e rivisto.

Ma, se scrivo una storia ambientata in un mondo fantasy (con tanto di elfi, draghi ecc.) e che la storia parla di eventi della vita quotidiana (malattia, ingiustizie, morte) con dei personaggi credibili, va bene. Oppure un tema tipicamente fantasy (invasione di creature malefiche) può essere trattato in un modo totalmente inedito (come il Decameron dei Morti di Mauro Longo), rompendogli schemi creando così la sorpresa e l'interesse di un editore. Penso che tutti i generei sono buoni, ma sono esseri vivi che devono crescere e evolversi.

Quindi @Mephid puoi scrivere il fantasy che sogni, ma non devi cadere nella trappola del conformismo e sbizzarrirti al massimo!

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On 22/10/2017 at 11:53, swetty ha detto:

La letteratura (e il resto dell’arte) è scritta con intenti estetici, non moralistici, ed è sul piano estetico che va valutata. Il “messaggio” non serve a elevare gli animi ma a rendere compiuto l’effetto estetico, perché la bellezza da sola non basta mai.

Personalmente, è questo il punto che non condivido. Ovviamente, nessuno scrittore avrebbe l'ardire di affermare di voler insegnare alla gente a vivere, sarebbe un'esagerazione bella e buona, considerando che il risultato è incerto, magari si fallisce miseramente in tale proposito e incassare la figuraccia dopo aver fatto grandi dichiarazioni è dura da mandar giù, come dice quel detto "più in alto si va, più rumore fa la caduta", o una roba del genere.

Ciò non toglie che l'insegnamento c'è e chissá quante volte, è solo per non compromettersi che si afferma di non avercelo messo di proposito o di essersi resi conto solo dopo di altri significati dell'opera.

Dubito che un libro denso di significati come "Il Piccolo Principe" possa essere stato scritto solo come svago, perché l'autore quel giorno non aveva di meglio da fare.

Se ci aspettiamo che siano gli autori a dichiarare apertamente le cose, è come pretendere che ogni volta che mi trucco io dica "oggi mi metto in tiro per far la strafiga", siamo seri, non c'è bisogno che lo dica, chiunque ci può arrivare, altrimenti perché ho perso tempo appresso al fondotinta e al rossetto quando il 99% del tempo sono al naturale? di sicuro non per mancanza di autostima (altrimenti sarei truccata di tutto punto il 99% del tempo, anziché l' 1%), quindi è ovvio che l'intento è "oggi voglio far la figona".

On 22/10/2017 at 11:53, swetty ha detto:

ma quello che si impara non è il messaggio contenuto e neanche tutti i sottomessaggi e livelli sovrapposti e metafore e via discorrendo

A me succede esattamente quello.

Per questo penso non si possa affermare cosa l'arte trasmetta o meno in assoluto o con quali fini venga prodotta.

Per te è solo estetica con un bel messaggio (forse) che si intravede alla fine e che, dopotutto, non è nemmeno ciò che davvero si coglie.

Per altri sarà qualcosa di profondo, ricco di significato, utile persino a riflettere sul mondo e su sé stessi e vedere queste realtà sotto una luce diversa, con occhi nuovi.

In fin dei conti, ogni artista mette qualcosa di sé e delle proprie convinzioni nelle sue opere, è inevitabile che ciò traspaia, all'osservatore va il compito di decidere cosa farsene.

Perché, intendiamoci, anche un'opera creata con intento moralistico, non è detto che riesca a esprimere ciò che vuole dire o si riveli un clamoroso buco nell'acqua, dividere nettamente ciò che ha intento moralistico da ciò che non lo ha, non ha senso, in quanto ogni persona ha una sua morale ed essa in qualche modo finisce per entrare nelle opere, è quasi impossibile non esprimere sé stessi, per un artista, poi, lo definirei praticamente impossibile.

On 22/10/2017 at 11:53, swetty ha detto:

È qualcosa di molto più profondo e antico.

Mi hai messo curiositá.

A cosa ti riferisci, nello specifico? ipotizzo tematiche "ancestrali" (chiamiamole così) come la vita e la morte, ma magari sono fuori strada, preferisco aspettare la tua risposta.

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@Stellina_90, ho colto in tv una frase di non ricordo più chi ma che mi è rimasta impressa e che suonava più o meno così: Non raccontiamo ai bambini delle storie per spiegare che esistono i mostri. Loro sanno benissimo che i mostri esistono. Le raccontiamo per spiegare che i mostri possono essere sconfitti. (Nota: non "come" ma solo "che" possono essere sconfitti).

 

Quindi sì, in un certo senso si tratta di tematiche ancestrali come la morte e il bisogno che abbiamo tutti di esorcizzarla. Ma in realtà questa è solo una razionalizzazione.

 

Come esseri umani abbiamo bisogno di sentirci parte di un animus universale e le storie sono il nostro animus, una specie di sogno collettivo che ci unisce da millenni. Ma come in tutti i sogni, non è il significato che conta, né la trama, né la metafora, né l'interpretazione. È il vissuto che conta, la nostra sensazione (l'estetica appunto), come noi ci rapportiamo e integriamo col sogno stesso.

 

Lo scopo della letteratura (e dell'arte) non è insegnarci qualcosa, ma riportarci a casa.

 

PS: io ho l'abitudine di pensare che le persone non mentano sistematicamente. Per cui se mi dici che ti sei truccata perché ti andava di farlo, tendo a credere che sia così, non che tu l'abbia fatto perché hai una bassa autostima o volevi  comunicare al mondo che l'ombretto verde è meglio di quello rosso o lanciare un messaggio politico. Hai dato le tue motivazioni e io non ho ragioni per non crederti, se non forzarti nella mia visione del mondo che il trucco è solo una perdita di tempo e una tortura per cui nessuno può volerlo fare spontaneamente. L'unico motivo per cui potrei dover interpretare è che tu non dia delle motivazioni esplicite, ma se le dai, per me quelle sono.

 

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9 ore fa, swetty ha detto:

Come esseri umani abbiamo bisogno di sentirci parte di un animus universale e le storie sono il nostro animus, una specie di sogno collettivo che ci unisce da millenni. Ma come in tutti i sogni, non è il significato che conta, né la trama, né la metafora, né l'interpretazione. È il vissuto che conta, la nostra sensazione (l'estetica appunto), come noi ci rapportiamo e integriamo col sogno stesso.

 

Lo scopo della letteratura (e dell'arte) non è insegnarci qualcosa, ma riportarci a casa.

Ammetto che a me fa l'effetto esattamente opposto, non so, magari sono strana io, ma non è affatto quello descritto l'effetto che mi fa, il riportarmi a casa o il sentire un legame, semmai il contrario, per me è l'osservare qualcosa che sia altro da me, qualcosa di diverso che magari non avrei pensato o visto in tal modo se non avessi osservato il punto di vista di qualcun altro.
 

Evidentemente non ho mai capito in tutta la mia vita quale sia lo scopo della letteratura, perché non l'ho mai concepita in questo modo né mi riesce, onestamente.
 

Ma siamo sicuri che lo scopo della letteratura sia quello? voglio dire, è scritto o stabilito da qualche parte che tutto ciò che rientra nella letteratura risponda a tale schema? o, come penso io, ogni autore fa quel che vuole e se un'opera chiamiamola moralistica finisce nella letteratura perché nessuno si è reso conto di cosa fosse, va bene lo stesso?

Un'opera che insegna deve necessariamente partire con la premessa "fai così e vedi che funziona", stile manualistica?

 

Sarà un mio limite, ma non mi riesce proprio di vederla sotto questo aspetto.

Colpa di troppe letture psicologiche della serie "anche quando non ne sei consapevole, stai insegnando qualcosa, l'esempio dice di più delle parole e delle intenzioni".

9 ore fa, swetty ha detto:

ho l'abitudine di pensare che le persone non mentano sistematicamente

Non è questione di mentire, semplicemente si tratta di non affermare esplicitamente ogni intenzione, è un uso del linguaggio non verbale, nello scritto si traduce nel cosiddetto "leggere fra le righe". Alcuni trovano poco fantasioso e inelegante lo spiegare al lettore l'esatto significato delle proprie affermazioni, qualcuno lo trova persino offensivo verso l'intelligenza del lettore, come se l'autore non lo reputasse capace di arrivarci da solo. Ho letto questa critica più volte, è un errore di gravità quasi pari all'infodump, da quel che ho visto.

 

9 ore fa, swetty ha detto:

L'unico motivo per cui potrei dover interpretare è che tu non dia delle motivazioni esplicite, ma se le dai, per me quelle sono.

Ovviamente ciò è vero, in linea di massima. Occorre non dimenticare che l'essere umano è soggetto a vari freni inibitori, autoimposti o meno. Il pudore è uno dei più comuni, è quello che porta la gente a presentarsi come "aspirante scrittore", quando in realtà, nella propria mente, si vede un premio Nobel e scalpita ogniqualvolta l'editor gli faccia una rimostranza, per giustificata che essa sia. Non è necessariamente un processo cosciente, anzi, spesso non lo è affatto.

 

Non escludo, comunque, che sia io la persona analitica che psicoanalizza tutto e tutti e dia significati a cose che non ne hanno. A onor del vero, il fatto che ci azzecchi quasi sempre non fa che confermarmi e non mi aiuta affatto a smettere tale atteggiamento.

Mi riesce difficilissimo, quasi impossibile, credere che una storia possa essere davvero solo una storia (con le dovute eccezioni).

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1 ora fa, Stellina_90 ha detto:

Alcuni trovano poco fantasioso e inelegante lo spiegare al lettore l'esatto significato delle proprie affermazioni, qualcuno lo trova persino offensivo verso l'intelligenza del lettore, come se l'autore non lo reputasse capace di arrivarci da solo. Ho letto questa critica più volte, è un errore di gravità quasi pari all'infodump, da quel che ho visto.

 

E questo che c'entra? :grat:

 

Un conto è non infarcire un'opera di spiegazioni moraleggianti, un conto è comunicare le proprie intenzioni in un'intervista o in una lettera. Nel romanzo mi aspetto che non ci siano, ma se un autore in un'intervista dice "ho scritto la storia X perché mi divertivano le pecore verdi" chi sono io per non credergli?

 

1 ora fa, Stellina_90 ha detto:

A onor del vero, il fatto che ci azzecchi quasi sempre non fa che confermarmi e non mi aiuta affatto a smettere tale atteggiamento.

 

Perdonami, ma non mi pare che ci azzecchi quasi sempre.

 

Tolkien dice esplicitamente che ha scritto per divertimento e senza l'intenzione di trasmettere un messaggio. Tu dici che lo ha detto per reticenza, perché si vergognava di dirlo, o chissà che altro. Occam direbbe che stai introducendo una nuova ipotesi per avvalorare la tesi, quando l'altra (Tolkien ha detto la verità) non ne ha bisogno. Quindi già il rasoio boccia l'idea. Che poi non si capise quali vantaggi avrebbe avuto Tolkien a dire che non c'erano messaggi dopo che altri ce li avevano visti. Più o meno come se uno si definisse aspirante scrittore dopo aver vinto il Nobel.

 

La filologia è una scienza, non agisce per fede o per supposizioni non verificabili. E la supposizione "nessuno viene a dirlo perché si vergogna" non è verificabile. Mentre sono molto verificabili le cose che gli autori dicono sulle proprie opere e sulle proprie intenzioni, a patto ovviamente di non pensare che siano reticenti. E non è nemmeno vero che non ne parlano, quasi tutti gli autori importanti hanno lasciato scritti su di sé e la propria opera.

 

 

1 ora fa, Stellina_90 ha detto:

Ma siamo sicuri che lo scopo della letteratura sia quello? voglio dire, è scritto o stabilito da qualche parte che tutto ciò che rientra nella letteratura risponda a tale schema? o, come penso io, ogni autore fa quel che vuole e se un'opera chiamiamola moralistica finisce nella letteratura perché nessuno si è reso conto di cosa fosse, va bene lo stesso?

 

Certo che va bene lo stesso. Ogni autore fa quel che gli pare, ma se un'opera sopravvive al tempo non è perché insegna qualcosa, ma perché è esteticamente valida.

 

E guarda che non lo dico io, ci sono fior fiore di studi sull'argomento in più di una disciplina.

 

 

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On 31/10/2017 at 19:47, swetty ha detto:

Perdonami, ma non mi pare che ci azzecchi quasi sempre

Perché no? ho detto "quasi sempre", non "sempre".

La possibilità che mi sbagli sul caso specifico di Tolkien è perfettamente contemplata nel concetto di "quasi sempre".

 

Il mio discorso sul non dichiarare esplicitamente qualcosa è generico, non rieferito a Tolkien nello specifico, sebbene ci siano elementi che mi fanno pensare.

I vantaggi del non dichiarare esplicitamente il contenuto di un determinato messaggio ci sono, in realtà, specie se l'argomento che tratti è non accettabile nella tua epoca o nel paese in cui vivi.

Per esempio, Andersen, ne La Sirenetta, racconta di un amore impossibile tra una sirena e un umano, che nella storia originale non è nemmeno corrisposto. Il principe non era stregato da Ursula, come nella versione di Disney, era proprio innamorato di un'altra donna. La sirenetta, dunque, desiderava qualcosa di impossibile. In questa storia, Andersen racconta sé stesso, dal momento che nell'800 i gay non facevano certo coming out e qualunque relazione sarebbe stata vissuta di nascosto (ammesso che la si sarebbe vissuta, visto lo stigma sociale).

Certo non avrebbe potuto raccontare la storia in modo esplicito e per quel che se ne sa non ha nemmeno rilasciato dichiarazioni specifiche sui significati della fiaba, del resto...come avrebbe potuto farlo, visto lo scandalo che ne sarebbe conseguito? ma vogliamo davvero escludere categoricamente la cosa solo perché lui non l'ha detto esplicitamente?
 

Tornando al discorso sull'insegnamento morale, considerando che "morale", agli orecchi dei più suona come "moralismo", e dunque come una bestemmia, chi mai dichiarerebbe esplicitamente "ho messo un insegnamento morale qui, qui e qui"?

Purtroppo ci sono anche dei condizionamenti culturali o delle inibizioni personali, come il malato che dice "sto bene", per non far preoccupare i parenti.

Se uno gli credesse sulla parola e non indagasse, immagina le conseguenze. Non sempre si può credere sulla parola, io ne ho esperienza diretta (e sicuramente dipende da questo il mio atteggiamento verso tali cose).
 

On 31/10/2017 at 19:47, swetty ha detto:

se un'opera sopravvive al tempo non è perché insegna qualcosa, ma perché è esteticamente valida.

Ok, ma questo non ha a che vedere con lo "scopo" della letteratura, solo coi criteri secondo cui l'opera piace anche al di fuori della sua epoca. Per inciso, su questo sono d'accordo, leggere le opere originali può risultare pesante e sgradevole, per quanto l'argomento in sé possa essere interessante. Altre, invece, risultano gradevoli e di immediata comprensione anche se scritte secoli fa. Per dire, il Decameron a me ha fatto ridere, e trovo sorprendente che l'umorismo di secoli fa riesca a fare effetto anche su di me che sono nata in un'epoca del tutto diversa.

 

On 31/10/2017 at 19:47, swetty ha detto:

Nel romanzo mi aspetto che non ci siano

Perché? nemmeno chi studia letteraratura ha stabilito esattamente se la letteratura sia pura estetica o abbia necessariamente un messaggio da comunicare, quindi è perfettamente sensato aspettarsi che ce ne possano essere. Che non significa dare per scontato che ce ne siano, solo essere aperti alla possibilità che ce ne siano.

 

On 31/10/2017 at 19:47, swetty ha detto:

Tolkien dice esplicitamente che ha scritto per divertimento e senza l'intenzione di trasmettere un messaggio. Tu dici che lo ha detto per reticenza, perché si vergognava di dirlo, o chissà che altro.

Non lo dico io, è lui che dichiara che ci deve essere un insegnamento morale, tipo che il bene vince sul male, intendiamoci: quella del bene che vince il male la dice esplicitamente. Nero su bianco.
Per questo Morgoth cade, i draghi Glaurung e Smaug muoiono, Gollum si distrugge con le sue stesse mani, Saruman viene ucciso, Vermilinguo anche, i Nazgul periscono tutti, Shelob, dopo millenni di impunità, viene uccisa, infine anche Sauron viene sconfitto (ed è dai tempi del Silmarillion, la Prima Era, che Shelob e Sauron la fanno franca).

Insomma, Tolkien non lascia impunito nessuno dei suoi cattivi, alla fine muoiono tutti.

Perché non ne sfugge nessuno, come invece accade nei libri di altri autori?

Capisci, dunque, che visto il contrasto tra quella frase, e quella dove dice che il bene deve trionfare perché ci deve essere l'esempio positivo, mi può anche venire il lecito dubbio che magari non tutto sia stato detto.

 

Però ripeto, @swetty, può anche essere che il problema ce l'ho io che nella vita vera vedo spesso la gente dire una cosa e pensarne un'altra, non necessariamente per inganno, eh, spesso nemmeno loro si rendono conto di quello che pensano veramente, il problema è che io so leggere tra le righe e "becco" queste affermazioni non dette.

Faccio male ad applicare il concetto alle opere letterarie? forse. Non lo escludo. Ma mi viene naturale, soprattutto quando vedo situazioni ambigue, come quelle due affermazioni di Tolkien che a me paiono completamente contrastanti.

 

Come puoi dire che hai scritto per divertimento e poi dichiarare che è tassativo che il bene vinca perché vuoi l'esempio positivo? quello non è esattamente ciò che chiameremmo "morale", "insegnamento", "messaggio"? solo a me sembra un contrasto bell' e buono? O_-

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Ciao, provo a inserirmi in questa discussione perché non focalizzo bene il problema. O meglio, il non focalizzare il problema mi ha portato a fare delle considerazioni che vorrei condividere.

In che senso "non essere preso sul serio"?

Le librerie sono piene zeppe di thriller, di noir, di storici, di horror, di fantasy e fantascienza. Ma piene.

Io, Adriano, lettore dai gusti eterogenei come ce ne sono tanti, quando ho voglia di leggere, che so, un buon thriller, entro in libreria e mi trovo davanti all'imbarazzo della scelta. Non mi basterebbe tutta la vita per leggere i volumi del reparto. Quindi non dubito che gli editori pubblichino molta narrativa di genere :)

E aggiungo che c'è una schiera infinita di persone che adora leggere di genere, non come scelta di vita ma magari come scelta per la prossima lettura.

Semmai, l'unico aspetto che mi dà da pensare è la schiacciante preponderanza di autori anglosassoni, sugli scaffali di cui sopra.

Quindi non capisco.

Se editori e lettori sono così inclini a pubblicare e leggere narrativa di genere, chi è che non la prende sul serio?

E che vuol dire "sul serio"?

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@AdStr Beh quando cominci a scrivere di genere il passo è breve a rendersi conto che in Italia resterai sempre un gradino sotto. Così, per partito preso. Altro prova sono le povere edizioni italiane delle grandi big che importano autori stranieri. Ormai è come sparare sulla croce rossa, ma l'esempio più calzante è la Fanucci.

 

Poi però hai pienamente ragione. A una diffidenza trasversale, si affianca una massa di lettori sempre più numerosa, e che da qui a poco son sicuro ribalterà il mercato anche da noi. Però è anche vero che perché succedda servirebbe qualche autore italiano degno di nota, e al momento manca.

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@JPK Dike Ho capito cosa dici.

Forse è proprio lì la risposta, che in Italia la narrativa di genere è stata di fatto importata, per la maggior parte.

Però ecco, non ingigantirei. La gente adora la narrativa di genere. Forse sono gli ambienti più "in", i club esclusivi che di certo non conosco, a considerarla un gradino sotto. C'è molta esterofilia, ma davvero, la gente la adora.

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@AdStr Lo so bene che l'adora. Adora la narrativa di genere, fosse anche il romanzo di un film di animazione giapponere. I quali sono cominciati ad arrivare proprio perché il mercato sta esplodendo.

Il problema è proprio quello puntato da te. La letteratura di genere è importata, e non essendoci mai stato un autore italiano "assoluto", non si è mai creata una community di fan, e il genere non è mai stato pubblicamente sdoganato.

Pensa a come è stata trattata la Troisi. Al netto della qualità dei suoi scritti, io ho letto della roba contro di lei da denuncia. Offese e critiche aggravate dalla "colpa" di essere donna. Io ho letto della roba da vergognarsi di essere italiani.

 

Comunque sì sta cambiando, e questo cambiamento lo dobbiamo incentivare e coltivare.

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