Vai al contenuto
  • Chi sta leggendo   0 utenti

    Nessun utente registrato visualizza questa pagina.

Mephid

Scrivere "di genere" e non essere preso sul serio

Post raccomandati

On 9/29/2017 at 21:57, Alberto E. Long ha detto:

Ma che tutta la letteratura sia nata per intrattenere è un'osservazione rischiosa e dipende anche da cosa si intende per "intrattenimento". D'altronde anche un'opera che insegna intrattiene, e poi c'è il delectando docere. Ma se prendiamo il secondo Leopardi (sì, son fissato), quello della conversione dal Bello al Vero, trovi forse intrattenimento?

 

Ti dirò, sì, trovo che sia intrattenimento. Non penso proprio che li abbia scritti per elevare la mia mente, penso che l'abbia fatto perché c'era qualcuno che li avrebbe letti e che scritti così li avrebbe letti più volentieri.

 

Se lo scopo della letteratura fosse elevare gli animi si chiamerebbe manualistica. E in effetti esistono interi scaffali nelle librerie dedicati alla crescita personale che non sono letteratura.

 

Il punto, che forse sfugge, è che per intrattenere una storia (ma anche una poesia) deve per forza veicolare un messaggio, che sia il valore dell'amore o la piacevolezza di un piatto di pastasciutta non fa differenza: cioè non importa che sia alto, basso, medio, profondo, impegnato o futile, ma qualcosa lo deve dire. Una storia che non va da nessuna parte è peggio di una storia scritta male. Ma d'altro canto anche una storia con un messaggio troppo forte, che la snatura, è brutta da leggere. Quindi l'abilità dell'autore sta nel riuscire a dire qualcosa senza farlo vedere, raccontando una storia che solo in apparenza è spontanea. Tutta la questione del climax, degli atti, degli archetipi, e l'eroe e l'antagonista e via discorrendo servono esattamente a questo, cioè a trasformare un'idea in una storia.

 

Questo è indipendente dal genere, ma anche dalla corrente letteraria: le storie si raccontano così perché è così che funzionano i nostri neuroni. E non c'entra nulla col delectando docere: in realtà ci piacciono proprio perché ci fanno vedere qualcosa, per cui è casomai un docendo delectare.

 

Pensare che questo lo possa fare solo la narrativa alta (che la si chiami mainstream o classica o impegnata non fa differenza) è snobbismo. Se un libro piace e continua a piacere a distanza di anni, al di là delle mode passeggere, è perché quello che dice continua a valere nel tempo. Ma il suo scopo resta intrattenere, non insegnare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
27 minuti fa, swetty ha detto:

Se lo scopo della letteratura fosse elevare gli animi si chiamerebbe manualistica

A mio parere, scopo della letteratura (anche, ma in misura minore, di certo fantasy; chick lit e romanzi consolatori a parte) è di scaraventare l'animo umano nell'inferno escremenziale del mondo e della società,

 

34 minuti fa, swetty ha detto:

Quindi l'abilità dell'autore sta nel riuscire a dire qualcosa senza farlo vedere

Diceva Fortini che anche una poesia sugli uccelletti del bosco parla d'altro, che lo sappia l'autore o no.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
3 ore fa, JPK Dike ha detto:

Trattando questi lettori come mezzi scemi, rifilandoci impietose versioni italiane a costi astronomici. 

 

Una mistura di tutto questo, e altro ancora. Con precisione non saprei dire, ci vorrebbe un'analisi statistica, una di sociologia e un'altra di psicologia delle masse per rispondere.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 ore fa, swetty ha detto:

Ti dirò, sì, trovo che sia intrattenimento. Non penso proprio che li abbia scritti per elevare la mia mente, penso che l'abbia fatto perché c'era qualcuno che li avrebbe letti e che scritti così li avrebbe letti più volentieri.

Nè io nè tu sappiamo cosa passava realmente nella testa del Leopardi, magari, chi lo sa, hai ragione tu. Ma sinceramente io ne dubito fortemente, la sento anzi come un'offesa e un'accusa di superficialità ad un uomo che ha sofferto le pene dell'inferno e nonostante ciò ha trovato la forza di pensare e cercare risposte alle domande che lo tormentavano. D'altronde come si fa a pensare che un poeta, col fine di intrattenere, scriva di quanto schifo faccia la vita (banalizzando estremamente e volgarizzando). Se i lettori o i critici non avessero trovato nelle sue poesie delle profonde verità probabilmente avrebbero mandato i suoi libri al macero, perché di certo Leopardi, col suo pessimismo, non diverte, piuttosto scartavetra i cosiddetti (perdonatemi la volgarità, ma in questo caso la trovo utile a far passare il messaggio con maggiore forza). Io invece ritengo che Leopardi abbia scritto dei problemi che non lo facevano dormire la notte, in primis per se stesso (ovviamente non solo, ci mancherebbe altro, voleva essere letto e apprezzato), e nella maniera che a lui piaceva di più o che il suo stato d'animo gli dettava durante la stesura.

La differenza tra manuali e opere letterarie, poi, non è che i primi insegnano e le seconde intrattengono. Trattati, manuali, saggi insegnano la teoria, come stanno le cose sulla carta, per così dire. Ma solo romanzi, poesie o opere teatrali possono davvero fornire un insegnamento con quell'intensità, quella travolgente umanità, quei sentimenti che l'autore prova ogni singola volta in cui pensa ai temi che gli stanno a cuore. E tutti questi sentimenti sono la Bellezza. Io penso che buona parte della letteratura (o almeno quella che più apprezzo io) non sia altro che filosofia investita di umanità e bellezza.

 

È chiaro che ogni storia veicola un messaggio, così come quando io dico a mia mamma a tavola "passami il sale" sto esprimendo un messaggio. Ma ci sono messaggi e messaggi, messaggi che arricchiscono di più, come quelli di chi ha dedicato anni e anni della sua vita a riflettere sul mondo, sulla vita e sugli uomini, e messaggi che arricchiscono di meno, come quelli riguardanti la pastasciutta o storie inventate ma che mirano al solo divertimento. Ogni storia degna, poi, è investita di umanità (è scritta da uomini, non potrebbe essere altrimenti), e perciò ha la componente della bellezza (ovviamente ci sono opere più belle e meno belle, cioè più ricche di umanità e meno ricche di umanità), e già di per sè questo è un grandissimo arricchimento, così come lo può essere guardare un meraviglioso paesaggio (infatti è dal mio primo intervento che ribadisco che la letteratura di intrattenimento è una cosa sacrosanta), tuttavia non può bastare, perché come può non interessarci capire cosa siamo, perché siamo qui, cosa rimarrà di noi, e di conseguenza come affrontare la vita? È ovvio che di risposte certe e univoche non ce ne sono, ma io penso che non si possa lasciar passare la vita, che è breve, senza almeno tentare di capire davvero e profondamente come viverla.

 

E se fin ora dovessi aver tirato fuori una sfilza di baggianate e, come dici tu, la letteratura tutta fosse davvero volta solo all'intrattenimento, ti dico semplicemente perché scrivo io: io scrivo per me, per cercare di comprendere cosa siamo e di conseguenza come io voglio vivere. E magari per trasmettere ciò che imparo dalle mie riflessioni a chi ha voglia di starmi a sentire. Di certo non avrò mai il privilegio di sentire le mie opere annoverate tra quelle della vera letteratura, ma almeno ti posso dire con certezza assoluta che qualcuno a questo mondo non scrive solo per intrattenere.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Alberto E. Long E' qui che sbagli. Tutti scrivono per intrattenere. Anche Leopardi lo faceva, e qualcuno anche per rimorchiare. Vuoi saperela differenza tra loro e noi? Che loro eran tutti matti, e nel caso del Leopardi anche abbastanza malandati. Noi invece siamo persone normali.

 

Leopardi era brutto e storto e non lo voleva nessuno. Dante andava a donne col Cavalcanti e metteva le corna alla su moglie. Il Boccaccio anche lui era un bimbo allegro. Il Pascoli si voleva fa' la sorella (o sorelle, non ricordo se ne aveva più d'una), D'Annunzio era un altro da sesso, droga e rock&roll etc... poi non me le ricordo tutti, ma se ci fai attenzione nessuno di questi batteva troppo pari.

 

Oggi diversi di questi sarebbero da TSO diretto e tu ci parli di vera letteratura xD Scommetto il Leopardi avrebbe dato tutto il su talento per passare una notte a letto con una donna. Però non gliela davano, e c'aveva solo la scrittura. Ed è per questo che è diventato Il Leopardi che conosciamo. Non perché voleva istruire o fare "vera letteratura". Capisci l'ironia?

  • Non mi piace 2

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@JPK Dike io tento di rispettare con grande apertura le vostre opinioni, e dal mio canto espongo le mie umilmente, perché non avrei ragione di essere qui se potessi esprimere ciò che penso. Ma ora tu stai vilmente e ripetutamente insultando la memoria di uomini, prima che poeti, che hanno immensamente sofferto ma sono riusciti a reagire grazie alla loro immensa forza interiore. Vorrei riuscire a farti capire quanto assurdo sia ciò che dici, ma purtroppo ci ho provato fin ora e mi sembra di aver parlato con un muro di gomma. Dal momento che non mi va di violare il regolamento, se non per caso non l'ho già fatto, mi tiro fuori da questa conversazione.

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
15 ore fa, Alberto E. Long ha detto:

Ma sinceramente io ne dubito fortemente, la sento anzi come un'offesa e un'accusa di superficialità ad un uomo che ha sofferto le pene dell'inferno e nonostante ciò ha trovato la forza di pensare e cercare risposte alle domande che lo tormentavano.

 

Cinquantamila anni fa uno sparuto gruppo di esseri umani si riunì attorno al fuoco e, non sapendo come superare la notte buia e fredda e terribile, si mise a raccontare storie. Qualcuno raccontava gli avvenimenti passati, qualcun altro le barzellette, qualcuno inventava, ma lo scopo era comunque passare il tempo.

 

Millenni più tardi, che sia un cenacolo trecentesco, un salotto dell’ottocento o un ebook letto in treno, siamo ancora a raccontarci storie, perché alla fin fine l’umanità è ancora attorno a quel fuoco che cerca di passare l’inverno.

 

Quale scopo più nobile di portare avanti tutto questo ci può mai essere?

  • Mi piace 3

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@swetty forse la letteratura è nata come dici tu, forse no, non lo possiamo sapere, ma di certo si è evoluta ed ha assunto nuovi fini.

22 minuti fa, swetty ha detto:

Quale scopo più nobile di portare avanti tutto questo ci può mai essere?

Quello di passare l'inverno, davanti a quel medesimo fuoco, oltre che alleggerendo il freddo con belle storie, anche tentando di imparare a resistere meglio ai freddi dell'inverno, dove l'inverno è quello della vita. Come dicevo, sacrosanto l'intrattenimento, ma da solo non basta. In questo senso l'arte si è evoluta.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Stellina_90 grazie per l'appoggio, mi sentivo in una gabbia di leoni!:asd:

Che poi tale opera usi gli strumenti fantastici come piacciono per esempio a te (e anche a me) oppure si mantenga sul piano della realtà oggettiva, questo è un altro paio di maniche.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Alberto E. Long Addirittura una gabbia di leoni xD Personalmente in mio no perentorio era riferito al giudizio "vera letteratura", non alla tua idea di cosa sia meglio. Io la vedo così. Fino a quando rimani sul io credo, io sento e per me non c'è nulla di meglio di questo e quello, nessuno può dirti nulla. E anche per me tutti torti non li hai a sostenere alcune cose.

 

Il problema nasce quando chiami ciò che ti piace "vera letteratura". Passi dal giudizio soggettivo a uno oggettivo, sganciando la bomba della verità assoluta. E anche qua, non è sbagliato o snob, ma è sbagliato perché nelle scienze umane non esistono leggi o verità assolute come invece esistono nelle scienze naturali.

 

Ogni tipo di letteratura è per definizione vera letteratura. Ciò su cui si può discutere è la tecnica, e la prosa con cui un autore si esprime.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@JPK Dike se tu dici che ho usato l'espressione "vera letteratura" ti credo sulla parola, certamente, ma il fatto che nemmeno mi ricordo di averla usata significa che l'ho usata un po' alla leggera (ahimè, la prossima volta starò più attento), magari un momento in cui avevo poco tempo e cercavo un modo veloce per esprimere un significato un po' più complesso. Fatto sta che fin dal mio primo commento ho usato espressioni come "io ritengo", io credo, io penso. Molte volte ho ripetuto che "io rispetto le vostre opinioni ed espongo umilmente le mie". Addirittura ho detto esplicitamente (mi pare rispondendo ad un'abitazione di Marcello) che non pretendo certo di avere in mano verità assolute.

Sei tu che qui:

On 10/6/2017 at 11:16, JPK Dike ha detto:

@Alberto E. Long E' qui che sbagli. Tutti scrivono per intrattenere. Anche Leopardi lo faceva, e qualcuno anche per rimorchiare. Vuoi saperela differenza tra loro e noi? Che loro eran tutti matti, e nel caso del Leopardi anche abbastanza malandati. Noi invece siamo persone normali.

 

Leopardi era brutto e storto e non lo voleva nessuno. Dante andava a donne col Cavalcanti e metteva le corna alla su moglie. Il Boccaccio anche lui era un bimbo allegro. Il Pascoli si voleva fa' la sorella (o sorelle, non ricordo se ne aveva più d'una), D'Annunzio era un altro da sesso, droga e rock&roll etc... poi non me le ricordo tutti, ma se ci fai attenzione nessuno di questi batteva troppo pari.

 

Oggi diversi di questi sarebbero da TSO diretto e tu ci parli di vera letteratura xD Scommetto il Leopardi avrebbe dato tutto il su talento per passare una notte a letto con una donna. Però non gliela davano, e c'aveva solo la scrittura. Ed è per questo che è diventato Il Leopardi che conosciamo. Non perché voleva istruire o fare "vera letteratura". Capisci l'ironia?

 

Hai sparato a zero su grandissimi autori e prima ancora su uomini che hanno tanto sofferto, proclamando verità assolute (perchè se mi dici "è qui che sbagli" invece che "io la penso diversamente da te", vuol dire che ritieni di avere in mano una verità), non usando espressioni come io credo, io penso ecc. E hai persino detto cose che sei liberissimo di pensare, per carità, ma che chiunque troverebbe alquanto opinabili e forse addirittura impensabili. Perché se mi dici che a te la letteratura "impegnata" (il termine non mi piace per niente ma ora che ho poco tempo lo uso lo stesso per comodità) non piace proprio, che addirittura la trovi totalmente inutile ecc è un conto; ma dire che Leopardi o Dante non avevano intenzione di insegnare è chiaramente falso: magari a te non insegnano niente, ma la loro intenzione era quella. E non lo dico io, non è una mia opinione, e nemmeno è un'opinione dei critici, ma Dante nella Commedia dice esplicitamente che ha l'intento di fornire un aiuto a coloro che come lui si son persi nella selva oscura; e Leopardi tentò in tutti i modi di far capire ai suoi contemporanei quanto vera fosse la sua filosofia.

 

Dunque, lo ripeto per l'ennesima volta, io non pretendo assolutamente di proclamare verità assolute. Ma perlomeno le mie opinioni cerco di argomentarle a dovere e mostrare a coloro con cui converso che sono quantomeno ragionevoli.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
34 minuti fa, Alberto E. Long ha detto:

E non lo dico io, non è una mia opinione, e nemmeno è un'opinione dei critici, ma Dante nella Commedia dice esplicitamente che ha l'intento di fornire un aiuto a coloro che come lui si son persi nella selva oscura;

 

Perdonami, ma a me non risulta. In che passo lo dice?

 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@swetty non lo ricordo adesso. L'ho studiato al liceo e anche se non al 100% sono abbastanza convinto di ciò che dico. Ora devo studiare altro (la scuola siciliana) e non ho tempo di verificare, ma più avanti nell'anno accademico arriverò anche a studiare la Divina Commedia e ti farò sapere, abbi fede.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@swetty @Alberto E. Long

Mah, anch'io mi porto dietro un Dante che si propone di liberare l'uomo dal peccato, ma su due piedi  non sono in grado  di citare passi a sostegno.

Poiché le bestie del primo canto (di solito intese come incontinenza, violenza e cupidigia) affliggono tutto il genere umano,  il percorso liberatorio del poeta assume un valore emblematico, in quei versi tuttavia non esplicitato...:grat:

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
On 6/10/2017 at 10:16, JPK Dike ha detto:

Tutti scrivono per intrattenere.

 

On 6/10/2017 at 13:00, swetty ha detto:

lo scopo era comunque passare il tempo.

 

2 ore fa, swetty ha detto:
2 ore fa, swetty ha detto:

E non lo dico io, non è una mia opinione, e nemmeno è un'opinione dei critici, ma Dante nella Commedia dice esplicitamente che ha l'intento di fornire un aiuto a coloro che come lui si son persi nella selva oscura;

Perdonami, ma a me non risulta. In che passo lo dice?

 

Faccio un esempio facilmente verificabile da tutti: Il Signore degli Anelli.

Tolkien scrisse di suo pugno, nelle lettere che indirizzava ad amici, colleghi e a suo figlio Christopher, che l'intento delle sue storie era istruire, dare un insegnamento, dare indicazioni morali. È Tolkien stesso a spiegare, tra le tante cose e i vari esempi, perché la "magia" e la "macchina" siano cose negative nelle sue storie, e spiega come il pensiero magico (inteso come strapotere, desiderio di dominio) sia, alla stregua dell'uso spregiudicato della tecnologia, un danno all'uomo e alla natura; ancora, ci fa notare che ciò che fanno gli elfi non è "magia" alla stregua di quella usata dagli antagonisti e fa notare la differenza tra il titolo dato a Gandalf, "wizard" e il titolo dato a personaggi negativi come i Nazgul (ad esempio il loro capo, il "Re stregone di Angmar", "Witch king of Angmar" nell'originale) e altri, nomi come "sorcerer" e "witch", usati per gli incantatori malvagi. In lingua italiana, questa differenza è stata resa con "mago", contrapposto a "strega" e "stregone", sebbene qualche traduttore abbia fatto notare che il "wizard" di Tolkien sia più analogo al "benandante" della tradizione italiana friulana, ma son dettagli.

 

Credo che pure l'autore del Piccolo Principe abbia dichiarato una cosa simile, e con lui altri autori, ma potrei dire corbellerie, vista la mia scarsa memoria, pertanto preferisco attenermi a quello che ricordo con chiarezza.

 

Per questo motivo, mi trovo molto in accordo con Alberto, quando dice:

2 ore fa, Alberto E. Long ha detto:

magari a te non insegnano niente, ma la loro intenzione era quella.

Per Tolkien sicuro: l'ha scritto lui stesso, nero su bianco. Lo potete verificare tutti personalmente.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Stellina_90@sefora già i vostri interventi bastano e avanzano a sciogliere il nodo. Per di più, in preda al dubbio istillatomi da @swetty ho chiesto a mia madre, insegnante di letteratura italiana e latina al liceo, e appassionata di Dante, se fosse vero che in un passo Dante stesso diceva di avere intento didascalico: mi ha risposto che ce n'è ben più d'uno!

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Premettendo che mi sembra abbastanza sterile portare avanti una conversazione (andata anche un tantino OT) a furia di "Tizio ha detto"/"Caio ha detto", non credo sia corretto partire dall'assunto che o si intrattiene o si trasmette un messaggio (ma diciamo pure "insegnamento", se vogliamo proprio fare i profondi).
Qualsiasi storia minimamente degna di nota, per quanto leggera, per quanto d'intrattenimento, si porta dietro un messaggio. E' inevitabile. Fa parte del meccanismo stesso della narrazione, credo. Perfino la più stupida delle commedie americane ruota attorno a valori universali e ne diventa tramite e mezzo di diffusione, che si parli del "credi nei tuoi sogni", del classico "l'amore vince su tutto" o dell'intramontabile "per essere felice devi essere stesso". 
Tutte le storie, gira che ti rigira, hanno quella che nelle favole chiamiamo "morale". A volte è più forte e permea tutta la storia. Altre volte è solo accennata. Ma c'è sempre. C'è nel romanzo polacco da 957 pagine e c'è nell'essima replica di "Grey's Anatomy" trasmessa su la7d. 

Poi, dalla prospettiva di chi scrive, personalmente credo che un approccio didattico funzioni poco. Non credo possa nascere un buon romanzo da uno scrittore che si siede alla scrivania pensando "Ora scrivo un romanzo che insegni al lettore il valore della famiglia".
Credo piuttosto che si debba partire dalla storia, dai personaggi, dalla situazione, dall'ambientazione... Il messaggio, "l'insegnamento", arriva dopo. Si parte dal cosa e si arriva al perché. 

  • Mi piace 3

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@Stellina_90, perdonami ma non mi risulta quello che dici, anzi il netto contrario. Nella lettera 208 Tolkien spiega proprio che il Signore degli anelli è stato scritto senza intenti didascalici, ma solo per il piacere di farlo. 

 

Trovi un riassunto qui: http://tolkiengateway.net/wiki/Letter_208

 

Sul messaggio e il significato invece si è dilungato nella lettera 131, che è integrale qui:

http://faculty.smu.edu/bwheeler/tolkien/online_reader/TolkienLetters131.pdf

 

Dove dice tra l’altro cose molto simili a quanto detto da @GiD qua sopra. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

@swetty@GiD ho giusto un minuto.

1 ora fa, swetty ha detto:

Ok, non dubito che ci sia: sarà mica difficile citarne uno?

Sì, lo è perchè l'ho studiato qualche tempo fa e non mi ricordo il passo esatto, ma mi ricordo che c'era. Se non sbaglio ne parlava con Cacciaguida, ma non ne son certo.

 

1 ora fa, GiD ha detto:

Non credo possa nascere un buon romanzo da uno scrittore che si siede alla scrivania pensando "Ora scrivo un romanzo che insegni al lettore il valore della famiglia".

Certo, così non nascerà niente di buono. Vorrei fare un discorso più lungo e generale, ma visto che non ho tempo ora ti dico come scrivo io: ci son dei problemi che mi assillano, che mi continuano a frullare in testa; allora cerco di trovare risposta; e quando la trovo la sfogo su carta, e oltre a sfogarla su carta mi accorgo che questa risposta può non essere solo mia, mi accorgo che potrebbe interessare a qualcun altro, e da qui l'intento di dare un messaggio. Ovvio che io non avrò in mano chissà che verità, ma quel che so lo voglio dire.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
Ospite gecosulmuro

Ok... se ne dicono tante, ma si torna sempre al "genere", cioè all'idea di come etichettare la letteratura. Quello che ne penso è che è un concetto che appartiene al "mondo", cioè a ciò che è al "di fuori" di noi, non al fenomeno letterario in sé, il quale, mentre viene concepito, non ha un "genere" più di quanto un gatto abbia un certificato di residenza. Il genere è, cioè, una convenzione con cui il testo, appunto, viene incasellato per impedirci di soffocare nei dettagli quando ne abbiamo molti (di testi). Il "genere", insomma, è lì soprattutto per necessità organizzative e non altre, tanto che, per quanto mi riguarda, tutti i "generi" potrebbero essere ridotti a due: "buon libro" e "cattivo libro".

Ciò non toglie che i generi, pur non essendo - in senso stretto - necessari alla lettura, esistono nei fatti, cioè nella tradizione, e condizionano la scrittura. La condizionano perché, se seguiti, impongono stili, contenuti, linguaggi, vale a dire molta parte del lavoro di sviluppo. Essi però impongono solo alcune scelte e mai, in nessun caso, la concezione. Gli "archetipi", cioè i tipi universali con cui riconosciamo, e ci riconosciamo, in un testo, sono del tutto indipendenti dalla scrittura, anzi, del tutto indipendenti del media narrativo.

Lo dico perché credo che in ultimo non esistano storie raccontate, solo storie ascoltate. È ciò che vogliamo "vedere" in una storia che la fa, per noi, "emozione", poiché se è vero che le parole ce le mette lo scrittore, le emozioni ce le mette, evidentemente, il lettore.

Insomma, non mi preoccuperei minimante dell'etichetta. Può darsi che perderai una fetta di pubblico, ma, se la scrittura è valida, ne guadagnerai un'altra.

Modificato da gecosulmuro

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

"Nessun settore della vita è tanto esiguo e insignificante da non offrire spazio alle aspirazioni artistiche"

 

(Gustav Klimt)

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

Sto seguendo questa discussione da diversi giorni, non è facile tenere assieme tutti gli aspetti sollevati, mi sembra corretto iniziare da chi ha posto la questione.

@Mephid bisogna capire cosa intendi per essere preso sul serio. Se scrivi un racconto fantasy e nessun critico dice che stai riscrivendo la storia della letteratura o che hai innovato la lingua italiana o che il tuo libro è un ritratto esemplare della nostra epoca, non ci vedo nulla di strano. Questo non vuol dire che sia impossibile.

Credo che uno scrittore vorrebbe veder riconosciuto quello che ha sentito mentre scriveva. Dunque, se lo sforzo è diretto nello scrivere una storia avvincente, credibile, che tenga il lettore attaccato alla pagina, si spera che questo venga riconosciuto.

Essere presi sul serio è già farsi riconoscere come un valido narratore, se questi sono i presupposti. Poi ci possono essere sorprese, si può andare oltre, e trovare dei meriti aggiuntivi. Ma se questi non sono stati voluti, cercati, perseverati, siamo sul terreno del caso e della coincidenza.

Un libro deve suscitare interesse. Questo è ovvio e evidente, così come che ci sono pubblici differenti. Possiamo giocare sul senso di questo interesse o sul senso dell'intrattenere, proseguendo sulla linea dell'ovvietà un libro per il semplice fatto di essere letto intrattiene.

Ora, su cosa sia da intendere per serio in letteratura sono emerse diverse posizioni.

Questa discussione mi ha fatto pensare al me di vent'anni, che trovandosi difronte a tale dibattito, avrebbe sfoderato la spada dell'arte con la A maiuscola, quale paradigma di verità. Quel ventenne esiste ancora, solo più consapevole della-relatività-di-quell'assoluto.

Torniamo alla questione del genere. Quale che sia il genere che scelgo, se cerco di scrivere un racconto capace di rapire, spero che leggendo si venga rapiti. Questo è quello a cui posso puntare, questo è il mio parametro di serietà. Questa è la misura del mio talento.

Cura dell'ambientazione, spessore dei personaggi, trama coerente, linguaggio pulito e scorrevole, meccanismi narrativi e volendo una morale di fondo, sono gli ingredienti tipici di un romanzo di genere. Se usati a dovere sono quello che verrà riconosciuto all'autore.

Ora se esiste una storia della letteratura è perché si riconosce che alcune opere hanno un valore aggiunto. Questa valutazione non può essere negata senza svuotare di senso il significato della parola cultura. Passi un certo pragmatismo, o un atteggiamento minimale sul ruolo della scrittura, ma il termine intrattenimento è un comune denominatore troppo basso per identificare la letteratura. Al netto delle affezioni individuali che ognuno può avere verso determinati libri e che ci fanno vedere al loro interno messaggi di rara profondità, esiste un'oggettività di valori nella letteratura. Cercare questi valori, coltivarli, approfondirli è qualcosa oltre lo scrivere di genere. Non perché non si possono trovare in questi romanzi, ma perché solitamente quando divengono preponderanti, l'opera cessa di essere di genere.

Ovvero esiste una letteratura che non si limita a raccontare delle belle storie, ma incarna uno spirito critico e una coscienza approfondita di un'epoca. Quando Joyce progetta l'Ulisse, fa una riflessione sulla scrittura ben differente da quella di un narratore; quando Pasolini scrive Petrolio non pensa semplicemente a una trama piacevole ma riflette sull'Italia di quegli anni. Così, romanzi come Furore o i Miserabili raccontano delle epoche; non sono riducibili al ruolo di intrattenimento ne semplicemente opere di buona scrittura. Senza la loro componente intellettuale il loro valore è ridotto. Esistono scrittori che hanno uno sguardo sulla propria epoca più strutturato e che acquista un peso preponderante nelle loro opere, quando riescono a tradurlo in letteratura compiono quel qualcosa in più.

Opere in cui riflessioni di questo tipo sono assenti, difficilmente possono entrare in questo ambito. Nulla esclude che si possa parlare di temi elevati scrivendo di elfi o di serial killer, semplicemente di solito non succede. Così come molti libri cosiddetti impegnati contengono idee opinabili.

La profondità dei contenuti e la capacità di continuare a trovare un pubblico determinano il destino di un'opera. I parametri di giudizio cambiano con le epoche e la capacità di un'opera di rinnovare il suo interesse è una misura del suo valore.

In qualche misura una sensibilità nello sguardo è presente in ogni buon scrittore. Un conto è avere una capacità di cogliere delle sfumature dell'animo umano, che possiamo trovare in molti celebri narratori, un altro è saper collegare la scrittura a significati più generali e con una profondità adeguata.

In conclusione credo con @Alberto E. Long e @Anna Magic che esista una letteratura che va oltre il narrare delle storie.

  • Mi piace 1

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
On 2017年10月5日 at 18:13, swetty ha detto:

 

 Swetty, ti posso chiedere una cosa sul forum un attimo OT? L'ho notato ora che tornato in Italia leggo solo italiano, e mi sembrava inutile aprire una conversazione per una piccolezza. 

 

Ma l'indicazione in giapponese di anno/mese/giorno nella data delle citazioni ha un motivo particolare? 

 

Detto questo a me sembra che si continui a confondere il genere con la corrente artistica. 

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
2 ore fa, JPK Dike ha detto:

Ma l'indicazione in giapponese di anno/mese/giorno nella data delle citazioni ha un motivo particolare? 

 

No, non dovrebbe essere. In che lingua è il tuo browser?

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
7 minuti fa, swetty ha detto:

 

No, non dovrebbe essere. In che lingua è il tuo browser?

 

In Italiano. Quindi lo vedo solo io? xD Cool. Sono date tipo così: 2017年 10月 15日 Con appunto le indicazioni giapponesi di anno/mese/giorno. Va beh, allora è il mio pc. Va beh, nulla. Grazie.

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti
On 10/10/2017 at 20:11, Alberto E. Long ha detto:

@swetty@GiD ho giusto un minuto.

On 10/10/2017 at 18:34, swetty ha detto:

Ok, non dubito che ci sia: sarà mica difficile citarne uno?

Sì, lo è perchè l'ho studiato qualche tempo fa e non mi ricordo il passo esatto, ma mi ricordo che c'era. Se non sbaglio ne parlava con Cacciaguida, ma non ne son certo.

Non trovo nella profezia di Cacciaguida (Paradiso, XVII) l'intenzione di rendere virtuosi gli uomini. Si evidenzia tuttavia quella di riferire  le verità conosciute durante il viaggio nell'oltretomba, sia pure per fini personali e "storici".

.........................di lume in lume,

ho io appreso quel che s’io ridico,

a molti fia sapor di forte agrume;

e s’io al vero son timido amico,

temo di perder viver tra coloro

che questo tempo chiameranno antico”

Modificato da sefora
ripetizione

Condividi questo messaggio


Link di questo messaggio
Condividi su altri siti

×