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Mephid

Scrivere "di genere" e non essere preso sul serio

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Ecco, questo mi spaventa. Che una storia venga giudicata e snobbata a priori per il semplice fatto di essere stata etichettata Fantasy o Fantascientifica (es.). Non parlo di vendere o pubblicare, parlo dell'opinione comune che pare convergere sull'idea che alcuni generi siano più "seri" di altri.

E qui mi chiedo, è così? Forse in certi casi si. Quando per fantasy si intende la classica storiella del tizio che combatte il male in un mondo magico. E cosa si potrebbe fare per renderla una storia "seria"? Cambiamo l'ambientazione? I nomi dei personaggi? La trasformiamo nella storia di tizio che combatte contro il male, ma la ambientiamo ai giorni nostri. Trasformiamo questo male in un cancro o una brutta malattia.

Ora vedo già che il libro è stato preso più sul serio; perché tratta un tema reale, forse? Perché quel male non è uno stregone, o un drago? Perché è capitato/potrebbe capitarci sul serio?

Immagino però che agli occhi dei lettori importanti, quelli che "se ne intendono", ancora non basti. Per essere un libro serio, deve sprofondare nella mente del protagonista, mostrare la sua angoscia. Il cambiamento della sua vita dopo l'atroce scoperta. Lo sguardo compassionevole di chi lo circonda. La forza d'animo, il supporto dell'amata che non l'ha mai abbandonato nonostante le sue condizioni e, in fine, forse, una sofferta vittoria.

Diciamo che il tutto è stato pure scritto da una mano abile e esperta. Quindi adesso ipotizziamo di avere tra le mani un capolavoro.

Ora mi sorgono altre due domande. Se prendiamo questo capolavoro e, nuovamente, cambiamo nomi e ambientazione in stile Fantasy, lasciando identico tutto il resto, rimane un capolavoro? E quindi è più importante il messaggio che da un libro o tutto il contorto dell'ambientazione?

Per me è palese dire il messaggio, ma è anche vero che quando si inizia a parlare di elfi e nani (es.) il lettore medio già lo scarta a priori. Al giorno d'oggi tantissimi sono appassionati di Fantasy e del fantastico in generale, è vero, tuttavia ho paura che l'ambientare una storia in un mondo fantastico possa mettere in secondo piano il messaggio dello scrittore.

 

Faccio un esempio:

Wayern Estheming, autore de Il vecchio elfo e la foresta. Un libro che parla di un vecchio elfo cacciatore che non riesce più a cacciare niente di buono. Tuttavia non demorde e un bel giorno nel mezzo della foresta riesce a trafiggere con la sua freccia un colossale cervo. Insomma, prende il cervo, lo imbraga e si dirige verso la sua capanna. Ma il cervo è pesante, lui è lontano, si fa notte, lo attaccano i lupi che a ogni assalto strappano un boccone dalla carcassa. Ma lui non si arrende, combatte, li scaccia, e riporta il cervo alla capanna. Tuttavia, una volta giunto, del cervo non è rimasto che uno scheletro colossale.

Questo solo per riassumere. Poi il lavoro di Estheming va letto e apprezzato. Ma il punto è che Wayern, per questo libro non ha vinto ne il Pulitzer, ne il Nobel, perché? Perché parla di un elfo? E se avesse parlato di un umano? Meglio ancora, se avesse parlato di un umano che faceva il pescatore e non il cacciatore?

 

Quindi la mia paura è quella di non poter scrivere nulla di fantastico se voglio essere preso sul serio. Non scriverei di elfi, magari. Ma l'idea di un mondo (non poi così tanto) inventato mi piace. Il problema è che certe storie vengono in mente già ambientate nel loro mondo. E cosa dovrei fare in questo caso? Trasporle nel mondo reale? Ai giorni nostri magari, oppure nel passato o in un futuro prossimo. Insomma in un mondo che è, è stato, o sarà possibile. Ciò che voglio dire non cambierebbe di una virgola, ma scrivere in questo modo rovinerebbe gran parte del mio divertimento.

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2 ore fa, Mephid ha detto:

Ma il punto è che Wayern, per questo libro non ha vinto ne il Pulitzer, ne il Nobel, perché? Perché parla di un elfo? E se avesse parlato di un umano? Meglio ancora, se avesse parlato di un umano che faceva il pescatore e non il cacciatore?

 

Sinceramente? Perché è la stessa trama de Il vecchio e il mare di Hemingway.

 

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Scusa, @Mephid, ma a questo punto non ti seguo: se autore e libro non esistono, come fai a sapere che non avrebbe vinto nulla?

 

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Way Ern Est Heming//Ern Est Heming Way        Il vecchio elfo e il bosco // Il vecchio e il mare

 

Quello che intendevo dire è: Se Santiago fosse stato un elfo, la storia ambientata in una foresta, e Il vecchio e il mare sarebbe di conseguenza risultato un fantasy, avrebbe avuto lo stesso valore? O sarebbe stato snobbato?

 

Io credo la seconda. Credo che se un libro contiene elementi fantastici e viene quindi etichettato come Fantasy, finisce per rientrare nella categoria di libri di second'ordine. E questo a prescindere di quello che il libro ha da dire. 

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Il Signore degli Anelli è universalmente riconosciuto come uno dei romanzi che hanno segnato la storia della letteratura ed è un fantasy (si trova praticamente in tutte le classifiche dei migliori libri di sempre).

Stesso dicasi per 1984 (distopico), Guida galattica per Autostoppisti e molti romanzi di Dick (fantascientifici).

Anche Harry Potter è universalmente riconosciuto come un grande (o, meglio una serie di grandi) romanzo(i) ed è considerato "letteratura" anche dai non amanti del genere.

E che dire di Alice nel Paese delle meraviglie, o, perdonatemi l'eresia, della stessa Divina Commedia (dopotutto, non è un fantasy :D )?

 

Questo per dirti che non conta il genere, l'etichetta di un romanzo. Conta la qualità. Probabilmente, la dignità letteraria dei Fantasy negli ultimi anni è stata svilita dalle migliaia di pubblicazioni estremamente mediocri e tutte uguali. 

 

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22 minuti fa, Andrea28 ha detto:

Probabilmente, la dignità letteraria dei Fantasy negli ultimi anni è stata svilita dalle migliaia di pubblicazioni estremamente mediocri e tutte uguali. 

Questo è vero probabilmente, ma è nel giusto anche @Mephid nel ritenere che la letteratura di genere è in qualche modo considerata in second'ordine rispetto alla "grande letteratura".  Si parla di premi letterari e di grandi riconoscimenti, anche senza arrivare al Nobel.  È un giudizio qualitativo, legato alla critica letteraria e al mondo accademico, perché in quanto a vendite la narrativa di genere non ha proprio nulla da rimproverarsi, anzi...

Quello che invece non ho capito è il senso della domanda iniziale: @Mephid intendi candidarti al Nobel? O anche a un banalissimo Premio Strega?  

Allora sì, potresti partire sfavorito (ma avresti buone opportunità con il Bancarella, se non ti fa troppo schifo :)); se così non è, non ho capito quale sia il problema nello scrivere fantasy, o giallo, o rosa...

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@Andrea28 concordo con quello che dici. Ho letto tutti i romanzi che hai citato (non Dick però), e sono tutti gran bei romanzi, importanti per la letteratura e sopratutto per il genere a cui appartengono. Tuttavia non si può negare che tanto nelle librerie, quanto nei premi letterari - e in verità un po' ovunque - c'è la discriminazione tra Mainstream e di genere.

Diciamo che ho l'impressione che scrivendo romanzi di genere si venga giudicati diversamente. @Marcello il fatto non è che mi voglio candidare al Nobel (ma ci si candida?), ma se anche volessi farlo, scrivendo di genere - magari un Fantasy - non potrei. Certo potrei accontentarmi di uno Hugo (xD), ma il punto non è quello. La mia paura non è vendere o essere pubblicati, tanto meno i premi. Anzi, i libri di genere quando fanno il botto viaggiano con traduzioni in trenta lingue ecc. ecc. Il mio problema, la mia paura, è che se ho qualcosa da dire e voglio dirla in un libro che risulterà essere un Fantasy, il messaggio verrà sminuito. 1984 mi dice che ho torto, ma 1984 è quasi un saggio camuffato da romanzo.

Quindi penso che se ho qualcosa da dire e voglio che arrivi un determinato messaggio al lettore, forse dovrei evitare di contornarlo di robot o draghi (o draghi-robot).

 

Riassumendo: il problema è il messaggio. Inserendo un determinato messaggio in un contesto fantastico potrebbe confondere le mie intenzioni o annullarle. Potrebbe alla fine sembrare una storia fine a se stessa, puro e semplice intrattenimento usa e getta.

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3 minuti fa, Mephid ha detto:

Riassumendo: il problema è il messaggio. Inserendo un determinato messaggio in un contesto fantastico potrebbe confondere le mie intenzioni o annullarle. Potrebbe alla fine sembrare una storia fine a se stessa, puro e semplice intrattenimento usa e getta.

Allora sei tu per primo a non crederci, se definisci la letteratura di genere "intrattenimento usa e getta".

Con questo si ritorna alla madre di tutte le domande: qual è lo scopo della letteratura?  Deve educare (e tu con i tuoi "messaggi" sembri sposare questa tesi) o deve divertire?

Certo, se scrivi fantasy il tuo messaggio non mi arriverà perché è un genere illeggibile per me.  Ma se il tuo messaggio lo inserisci in un poliziesco o in un noir è molto probabile che mi raggiungerai, visto che la mia libreria ne conta centinaia di esemplari... 

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Tutti i titoli segnalati da @Andrea28 sono però in lingua inglese, dove la mentalità è molto diversa dalla nostra. La narrativa là è accettata molto più volentieri "in se stessa". Immaginatevi se, in Italia, sarebbe possibile un King...

Io penso che il problema per l'Italia sia che il fantasy qui è un genere senza radici, perché non è che l'imitazione di Tolkien o della Rowling, il cui sostrato culturale è essenzialmente inglese (l'organizzazione scolastica per la Rowling, la campagna di Oxford, il Beowulf e un certo tipo di medioevo "regale" per Tolkien).  Oltre al fatto che, da noi, c'è un doppio razzismo verso il fantasy. Il primo è quello più generale, cioè che il nostro mondo culturale a lungo ha visto (e vede) come divertissement la narrazione fine a se stessa, e dunque indegna che se ne parli. L'unica isola felice che si salva da questo pregiudizio sono le fiction in televisione, semplicemente perché la gente se ne frega delle opinioni dei critici e guarda quello che piace a lei. Il secondo è il bizzarro fenomeno per cui, in Italia, Tolkien è stato adottato dai fascisti, mentre, nel resto del mondo, era diventato la Bibbia dei figli dei fiori; lo stigma che ci si è associato non è ancora scomparso.

Oltre al problema del target -- se il fantasy sia per bambini o no, e se il suo luogo ideale sia l'infanzia. Un adulto potrebbe rifiutare il fantasy semplicemente per questo.

 

Nell'esempio di Elfo Emingwei, la scelta di renderlo come un fantasy sarebbe, per me, incomprensibile. La bellezza del Vecchio e il mare è nella sua fisicità. Ricorrere a un'ambientazione fantasy è inutile, se lo scopo è questo, e creeresti solo la necessità di un miliardo di spiegazioni per indicare che cos'è un elfo, quali oggetti, tecnologie e specie animali esistono, perché è da solo, e perché i lupi dovrebbero mangiare il cervo e non lui (il vecchio era al "sicuro" nella barca).

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@Asopo  Che il genere puramente fantasy non abbia radici in Italia è verità assodata ma che vi sia un pregiudizio di fondo è vero solo in parte.

Senza contare il Pinocchio di Collodi, se ci pensi due degli autori più importanti del nostro panorama letterario come Calvino e Buzzati hanno spesso inserito, in maniera più o meno preponderante, degli elementi fantasy (diciamo fantastici, all'italiana :D ) nei loro romanzi e/o racconti e nessuno si sognerebbe mai di sminuire le loro opere per questo (magari Buzzati, in passato è stato gravato di un pregiudizio di tal genere ma adesso è stato pienamente e giustamente rivalutato). 

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1 minuto fa, Marcello ha detto:

Allora sei tu per primo a non crederci, se definisci la letteratura di genere "intrattenimento usa e getta".

@Marcello non dico che lo sia, dico che è quello che spesso ci si aspetta dalla letteratura di genere.

Ho questo "incubo" perché sono alle prese con un romanzo che è nato nella mia mente in un periodo che potrebbe essere tra il 1850 e il 1900. Il punto è che se questo romanzo lo tengo in quest'epoca, risulterebbe un'ucronia o potrebbe assumere tinte fantascientifiche. Se lo spostassi ai giorni nostri invece perderebbe queste etichette.

Perciò razionalmente, so che sarebbe più facile farlo slittare di un centinaio d'anni e dare un messaggio più realistico, ma allo stesso tempo vorrei mantenere l'idea iniziale. E questo mi combatte un po'.

 

@Asopo parto subito dicendo che l'esempio de Il vecchio e il mare l'ho fatto per semplicità. Il romanzo è breve e conosciuto un po' da tutti, e facilitava le cose. Ma l'idea era che il romanzo fosse nato come Fantasy e non trasformato successivamente. 

Io parlo (forse troppo romanticamente) di un ipotetico libro che esiste già nella mente dello scrittore e che lui si limita a mettere su carta. Non mi piace l'idea del libro studiato a tavolino, mi annoia. Credo che quando uno scrive, che sia un romanzo o un racconto, se lo fa di getto, alla fine scopre che la storia non è fine a se stessa, ma sta seguendo un filo conduttore. Un messaggio che alla fine del libro dovrebbe venire fuori a prescindere dal genere, ma che nel caso di alcuni generi potrebbe finire per perdersi.

Riguardo al fantastico in Italia, concordo su tutto. E sinceramente a pensarci sembra quasi non ci sia via d'uscita partendo da qui. Non sembra fattibile saltare fuori con un best seller Fantasy come succede negli altri paesi. Non viene neppure da sperarci xD

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28 minuti fa, Mephid ha detto:

con un romanzo che è nato nella mia mente in un periodo che potrebbe essere tra il 1850 e il 1900

Se lì è nato, lì lo lascerei senza preoccuparmi troppo delle etichette.

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Ospite Dolcenera

Secondo me, scusa, ma sono pipponi mentali senza scopo.

Sono d'accordo con chi dice che il fantasy è stato svilito dal fatto che tanti mediocri aspiranti e non solo ci si sono buttati a capofitto dato il successo di pubblico degli ultimi anni (c'è stato Il signore degli anelli, c'è stato Harry Potter, poi Twilight, ora ci sono Le cronache del ghiaccio e del fuoco: è indubbio che il fantasy sia stato forse il genere con più successo commerciale degli ultimi 20 anni). In ogni caso un bel libro rimane un bel libro, potrà non essere accettato da tutti o da tutte le case editrici, ma ci sono anche case editrici che non accettano gialli, altre che non accettano commedie, altre che non accettano distopici. Trovo inutile ritenerci bisfrattati perché il genere di cui scriviamo non è presente in tutte le collane di tutte le case editrici. Cerchiamo di scrivere belle storie e i feedback positivi arriveranno.

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I problemi posti sono essenzialmente due.

Uno, la letteratura di genere, nella fattispecie il fantasy, è sminuita in Italia? Sì, benvenuto nel club. Tuttavia chi la sminuisce spesso non ha mai letto in fantasy in vita sua, quindi possiamo fregarcene delle loro opinioni. L'importante è produrre roba di qualità e non mere scopiazzature.

Secondo problema, @Mephid , la tua ambientazione. Il romanzo funziona nell'epoca in cui lo hai pensato? Se sì, lascialo lì. Altrimenti, se hai dei dubbi, cambia. Non scriverai un'ucronia bensìun mainstream, ma che cosa ti importa se vuoi veicolare un messaggio? Devi pensare se il tuo scopo è per l'appunto il messaggio oppure il raccontare semplicemente una bella storia. Questa faccenda del genere è un falso problema, secondo me. Quello che conta è che l'autore scriva un romanzo così come lo voleva scrivere e cheballa fine dica: sì, sono soddisfatto.

 

Ps: se vuoi scrivere un'ucronia va da sè che devi aver letto il genere, giusto per sapere di che cosa stiamo parlando. Qualunque cosa si scriva, quello che conta è sempre la qualità

 

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@Mephid Guarda, stai mischiando un po' di problemi. Oppure mi sono perso io leggendo il tuo intervento.

Se la tua preoccupazione è quella di essere considerato dalla società uno scrittore di serie B perché scrivi fantasy, allora c'è poco da fare. In effetti è così. Il fantasy è considerato commerciale, con poca valenza letteraria. Probabilmente non vincerai mai un concorso letterario importante partecipando con un romanzo fantasy, né verrai preso come esempio di scrittore contemporaneo da riviste o media in generale.
E' una Forma Mentis radicata, purtroppo. Se non sei "impegnato", se non scrivi di olocausto o immigrazione, se il tuo protagonista non sta almeno lottando contro una malattia terminale, non sei uno scrittore "serio". Forse forse non sei neppure un "vero" scrittore.
Accetta la cosa e fregatene. Il fantasy, checché ne dicano i "veri" scrittori e lettori, ha un suo pubblico, tra l'altro abbastanza ampio e soprattutto appassionato. Scrivi per chi vuole leggerti, non per chi vorresti che ti leggesse.

Se invece il tuo problema è che l'ambientazione copra il messaggio, allora dovresti fermarti un attimo e chiederti se l'ambientazione è quella giusta. In generale, se lo scrittore sa fare il suo lavoro, il messaggio viene da sé. L'ambientazione contribuisce anzi a farlo emergere.
In generale non credo, comunque, sia una buona idea preoccuparsi troppo del messaggio. E' della storia che devi preoccuparti. Il messaggio, se deve emergere, emerge da solo. Partire dalla morale e andare a ritroso a costruire la storia non mi sembra un buon approccio alla scrittura. Rischi forzature e facili toni retorici.


 

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8 ore fa, Dolcenera ha detto:

Secondo me, scusa, ma sono pipponi mentali senza scopo.

@Dolcenera senza dubbio lo sono. Parlavo difatti di una mia paura di non essere preso sul serio. Poi chissà, magari mi sbaglio. Un bel libro rimane un bel libro, ma una volta marchiato con un determinato genere sai già che verrà considerato come "un romanzo Fantasy" ad esempio, non un romanzo e basta. E di conseguenza verrà letto come un romanzo Fantasy. Parlo di predisposizione mentale nei confronti di un certo genere. Penso che delle volte uno trova in un libro quello che si aspetta di trovarci, non quello che c'è veramente.

 

@Valentina Capaldi Senza dubbio chi sminuisce il Fantasy lo fa perché non sa nemmeno di cosa si tratta. Ma è anche vero che tantissimi amanti del Fantasy sono in realtà lettori "casual" che leggono il bestseller di turno (magari di dubbia qualità) da cui è stato tratto l'omonimo film. Non tutti ovviamente, ma è innegabile che tanti lo siano. 

Sul romanzo il mio scopo sarebbe raccontare una bella storia che abbia comunque un messaggio di fondo. Non dico che debba terminare con la morale, ma la mia idea è che debba essere sviluppato come una riflessione sull'argomento che intendo trattare. Sta di fatto che alla fine, probabilmente, lo terminerò nell'epoca in cui l'ho immaginato sin dall'inizio. E come dici tu l'importante è che alla fine uno sia soddisfatto... ma, ma, ma questa paranoia del genere,finché il libro non uscirà (se riuscirà a uscire), rimarrà. Poi una volta fuori, potrò giudicare da me.

 

@GiD Probabilmente sono stato un po' caotico nell'esporre xD. I problemi che hai citato, comunque, sono in realtà uno solo. Io ho paura che l'ambientazione vada a determinare il genere del romanzo, e di conseguenza copra il messaggio. Questo perché tanti vedono i romanzi di genere come letteratura di consumo, non tutti lo fanno, non tutti i romanzi di genere sono letteratura di consumo, ok , siamo d'accordo, ma chi parte con questa predisposizione (e sono tanti) non vede nient'altro che la storia, pura e semplice.

Ho scritto il romanzo senza pensare al messaggio, l'ho scritto di getto "stando a guardare" dove la storia sarebbe andata a parare. Il messaggio è arrivato dopo, o durante, magari inconsciamente durante la scrittura. E una volta che ho riletto il romanzo ho deciso di dargli più risalto. Ho sfoltito tutta la storia, che era fin troppo carica e ho deciso di riscrivere daccapo il romanzo cercando di mettere in risalto il suddetto messaggio.

 

Quel che credo è che tutte le storie possano essere ambientate ovunque. Prendiamo per esempio Romeo e Giulietta. La storia di base può essere messa (ed è stato fatto) un po' ovunque. Ma una volta etichettata con un genere, la stessa identica storia verrà giudicata non come storia in se, ma come esponente di quel genere e il messaggio, di conseguenza, apparirà sminuito per i non appassionati del genere in questione. Parlo dello stesso identico messaggio. Penso ad esempio a Il treno degli dei di Miéville. Parla di rivoluzione (per farla breve), ha un finale potente, altamente simbolico, MA è un Fantasy (Steampunk) e viene visto come tale. Chi non è interessato al genere, neppure lo legge. Chi è interessato invece, potrebbe anche soltanto cogliere la storia in quanto storia fine a se stessa.

Le mie sono solo considerazioni, dette con una nota di tristezza. Nei libri, più che in tante altre cose, i generi sono marchi pesanti. Sono d'accordo: bisogna scrivere e fregarsene del resto (sopratutto se sei uno sconosciuto). Io infatti non cerco realmente una soluzione, volevo soltanto esternare questo dilemma interno. Questa paura di venire etichettati. Non ho scritto il mio libro pensando ad un genere, ma alla fine qualcuno un genere glielo darà, e chi sceglie il genere sceglie lo scaffale in libreria, i lettori, i premi e in qualche modo l'importanza letteraria. Sto generalizzando in quest'ultima parte, ovviamente. Non so ancora se finirò in libreria, avrò dei lettori e vincerò dei premi xD

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3 ore fa, Mephid ha detto:

Chi non è interessato al genere, neppure lo legge. Chi è interessato invece, potrebbe anche soltanto cogliere la storia in quanto storia fine a se stessa.

Qui mi sembra che stai esagerando: d'accordo sul fatto che uno possa non leggerlo per il genere, ma ritenere che anche nel caso decidesse di leggerlo possa non capirlo... be', mi sembra un'offesa all'intelligenza del lettore.  Fatta eccezione per l'Ulisse di Joyce, se riesci a convincermi a leggere un libro – cosa tutt'altro che scontata :) –, quando arrivo alla fine ho la pretesa di averlo capito.

3 ore fa, Mephid ha detto:

ma alla fine qualcuno un genere glielo darà, e chi sceglie il genere sceglie lo scaffale in libreria

Ecco sì: è il libraio che, nella sua libreria, sceglie il settore, più che il genere.

Te lo dico con trent'anni di esperienza alle spalle: i libri di genere "ondivago" dovevano sempre passare al mio vaglio, prima di andare a scaffale. Non c'era nulla che mi facesse arrabbiare come un commesso che inseriva un libro nel settore sbagliato.

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@Mephid

On 31/8/2017 at 13:47, Mephid ha detto:

Faccio un esempio:

Wayern Estheming, autore de Il vecchio elfo e la foresta. Un libro che parla di un vecchio elfo cacciatore che non riesce più a cacciare niente di buono. Tuttavia non demorde e un bel giorno nel mezzo della foresta riesce a trafiggere con la sua freccia un colossale cervo. Insomma, prende il cervo, lo imbraga e si dirige verso la sua capanna. Ma il cervo è pesante, lui è lontano, si fa notte, lo attaccano i lupi che a ogni assalto strappano un boccone dalla carcassa. Ma lui non si arrende, combatte, li scaccia, e riporta il cervo alla capanna. Tuttavia, una volta giunto, del cervo non è rimasto che uno scheletro colossale.

Questo solo per riassumere. Poi il lavoro di Estheming va letto e apprezzato. Ma il punto è che Wayern, per questo libro non ha vinto ne il Pulitzer, ne il Nobel, perché? Perché parla di un elfo? E se avesse parlato di un umano? Meglio ancora, se avesse parlato di un umano che faceva il pescatore e non il cacciatore?

 

Premesso che condivido (in parte) il tuo pensiero, l'unica risposta che posso dare a questo tuo post è che forse non lo ha vinto per la palese scopiazzatura: togli l'elfo e metti un pescatore, la foresta e sostituisci il mare, il cervo e prendi un marlin... ti dice nulla? Magari la storia l'aveva già ben sviscerata un certo Ernest Hemingway nel "Vecchio e il mare". Sarà anche vero che di trame ce ne sono poche (se non ricordo male 12 o 14) e tutta la letteratura universale è riconducibile a quelle, ma se prendo la storia di una ragazzina che va a trovare la zia dall'altra parte della città per portarle il giornale, e attraversando la parte malfamata incontra un malfattore che la violenta e poi va a casa della nonna e la uccide, e quando arriva la protagonista cerca di uccidere anche lei ma interviene il poliziotto che risolve la questione, per quanto possa aver scritto bene una storia magari pure coinvolgente, non ho fatto altro che sostituire ambientazione e personaggi alla favola di Cappuccetto Rosso. E da ciò mi sembrerebbe quantomeno ingiusto vincere un premio letterario ricalcando il lavoro di un altro. 
Il problema del Fantasy (non tutto ovviamente) che poi è lo stesso che trovi nella Fanfiction (quella tutta quanta!) e spesso anche nello Young Adult, è la ripetitività di ambientazioni e personaggi. Diventa molto difficile mantenere un'originalità quando scrivi di qualcosa su cui hanno scritto milioni di pagine, ma ciò non toglie che se mai qualcuno scrivesse qualcosa di davvero originale credo avrebbe l'attenzione che merita. 

Il lettore di un certo livello, credo, sgama subito le scopiazzature, e quando parli di nani ed elfi, per quanto carini (personalmente mi piace il Fantasy) tendono a essere molto (troppo) ripetitivi. Da anni non leggo qualcosa di davvero rivoluzionario, e forse l'ultimo che mi ha colpito (nei primi 3 capitoli della saga) è stata Shannara. Se non altro non c'erano draghi, elfi e nani che troppo riconducevano al Signore degli Anelli e tutta la narrativa che ne è derivata, e quantomeno era visibile lo sforzo della Brook di inventare un mondo originale e dei modelli diversi dal solito. 
La stessa Rice (per passare a un genere collaterale al Fantasy) ha inventato un mondo di vampiri e streghe leggermente diversi dal solito, peraltro credibile senza l'eccesso dei vampiri vegani e dei licantropi cuccioloni della Meyer di Twilight, che sembra quasi una caricatura del genere, più verso lo Y/A che l'Horror.
In conclusione, non credo sia un problema che debba toccare chi scrive: se mi piace scrivere di qualcosa, di qualsiasi genere, non devo pensare al giudizio degli altri. Ma al tempo stesso non mi devo domandare perché qualcuno storca il naso leggendomi, se ho scopiazzato (più o meno) cose già scritte, facendone una specie di FanFiction, o peggio se ho trasposto in un genere diverso un racconto già famoso. Pensa a quante declinazioni potrebbero esserci per la storia che hai citato: Horror (un vecchio vampiro non riesce più a cacciare, ma un giorno riesce a far prigioniera una grassa e grossa donna che però non riesce a trascinare nel castello, e quando dopo notti di sforzo la porta nelle segrete, l'ha già prosciugata tutta). O magari Giallo/Noir (un detective non riesce a trovare un caso su cui indagare, ma quando ne trova uno importante inizia a lavorarci sopra per mesi, fino a quando un poliziotto non gli arresta l'assassino il giorno prima soffiandogli il caso), Rosa (Una ragazza non riesce a trovare il principe azzurro, ma quando finalmente lo trova inizia il corteggiamento che dura così tanto che quando finalmente convolano sono diventati vecchi entrambi), e così via... basta sbizzarrirsi. Ma non si può pretendere di aver scritto il capolavoro letterario del secolo.

 

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16 minuti fa, Steve666 ha detto:

Da anni non leggo qualcosa di davvero rivoluzionario, e forse l'ultimo che mi ha colpito (nei primi 3 capitoli della saga) è stata Shannara. Se non altro non c'erano draghi, elfi e nani che troppo riconducevano al Signore degli Anelli e tutta la narrativa che ne è derivata, e quantomeno era visibile lo sforzo della Brook di inventare un mondo originale e dei modelli diversi dal solito. 

A parte che Terry Brooks è un uomo, io nella Spada di Shannara mi ricordo elfi e nani, così come scopiazzamenti da Tolkien al limite dell'incredibile. E' cambiato così tanto andando avanti?

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1 minuto fa, Asopo ha detto:

A parte che Terry Brooks è un uomo, io nella Spada di Shannara mi ricordo elfi e nani, così come scopiazzamenti da Tolkien al limite dell'incredibile. E' cambiato così tanto andando avanti?

Vero, e chiedo scusa. A parte l'errore di genere (lapsus pensando a Twilight di cui ho scritto poco dopo), il protagonista è un mezz'elfo ecc, ci sono nani e quant'altro, ma ho espresso male il concetto. Lo scopiazzamento era, a mio giudizio, abbastanza marcato ma è anche vero che le storie (pur rifacendosi al solito viaggio ecc.) avevano qualche spunto di originalità. A me Shannara è piaciuto, e per questo mi sono fatto un po' trascinare dimenticando le polemiche attorno alla scopiazzatura... chiedo venia, però, pur nella copia, è innegabile che ci siano spunti di assoluta originalità rispetto a tutta la letteratura che ha davvero copiato Tolkien. Questo, comunque, dimostra alla fine ciò che ho detto (magari peccando in precisione), e cioè che in un genere così abusato è quasi impossibile essere originali. Si possono scrivere anche delle belle storie, ma ci sarà sempre qualcuno come te (e tanti altri) che riconosceranno le tracce di ciò che è stato scritto prima. Se escludiamo Shannara, che mi è appunto piaciuto molto (primi 3), sarei davvero in difficoltà nell'indicare un romanzo "originale". Forse perché Tolkien è stato una pietra miliare, e da lì si è partiti, o forse perché alla fine ha creato un mondo da cui è davvero impossibile discostarsi troppo. Comunque sia, hai ragione e mi cospargo il capo di cenere per la doppia imprecisione! :bandiera:

 

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Secondo me i libri migliori, usiamo pure i paroloni "capolavori" o "classici", sono quelli che sono validi sia dentro sia fuori del genere a cui (eventualmente) appartengono. Oppure quelli talmente fuori dagli schemi da non essere pienamente classificabili, che tra parentesi sono i miei preferiti. 
A parer mio un libro che sia davvero grande deve essere capace di appassionare anche persone che solitamente non sono amanti del genere o che appartengono a una fascia di età diversa da quella tipicamente prevista per quel target. Ad esempio, chi normalmente detesta la fantascienza spesso riconosce comunque la grandezza di Orwell. O chi tende a tenersi alla larga da storie che non siano più che adulte, può comunque essere colpito da Carroll o Saint-Exupéry o Dahl.
Io concordo con chi dice che i libri di maggior pregio sono quelli che sfuggono al maggior numero di stereotipi legati al genere in cui li si voglia eventualmente costringere. Ad esempio, "La metamorfosi" di Kafka in un certo senso è un libro fantastico, ma come si fa a costringerlo in quello schema? In una sola breve storia dal pretesto bizzarro viene simboleggiato un universo di domande esistenziali e tentativi di risposta, c'è tutto il dramma del genere umano e dell'individuo.
Oppure "Fahrenheit 451" di Bradbury (libro che non amo follemente, ma che riconosco basarsi su un'idea geniale), per ammissione dello stesso autore è fantascientifico e non lo è. Non si basa più di tanto sulle facili aspettative futuristiche del lettore d'evasione, ma piuttosto su considerazioni di vasta portata sul destino della società. 
O ancora, a quanto pare Asimov si lamentava dell'etichetta di scrittore di fantascienza avendo scritto una miriade di altre cose in altri generi letterari e non, contestando inoltre chi lo rimproverava appunto di incoerenza e poca integrità appunto per queste sue incursioni in vari ambiti culturali (succede lo stesso a certi pittori che non si sottomettono volentieri alle aspettative su di un unico stile o tema facilmente riconoscibile).
Per fare un esempio legato al giallo italiano, secondo pareri autorevoli Sciascia era un grande scrittore. Camilleri, pur avendo delle qualità, è invece non altro che un abile scrittore di genere. I capolavori possono essere scritti raramente e da persone di intelligenza, sensibilità e cultura o esperienza eccezionali. I libri smaccatamente di genere possono essere sfornati in serie da qualunque ghostwriter. 
Detto questo, non c'è niente di male nella paraletteratura e nell'adesione a un genere facilmente riconoscibile. Una persona può riconoscere in sé (o accettare il parere altrui in merito) dei limiti che gli impediscono di avere idee o stili davvero eccezionali e capaci di rompere con gli stereotipi del genere, di andare oltre. A quel punto, farebbe molto meglio a scrivere con passione e profitto degli onestissimi e godibilissimi libri di intrattenimento, piuttosto che accanirsi su un terreno che non è il suo solo per orgoglio e malriposti sogni di gloria immortale.
Mi rendo conto che il mio discorso suona come la solita distinzione snob tra cultura alta e cultura di massa. Ma in realtà non c'è dietro alcun disprezzo per nulla e nessuno, solo la voglia di dire le cose come stanno. I gusti soggettivi sono discutibili, ma la grandezza dell'opera più grandi personaggi della cultura umana no. Perché essa si ritrova non solo nella bellezza (che può essere soggetta a preferenze), ma soprattutto nella complessità, nella profondità, nella libertà da schemi restrittivi. Questi criteri sono possibili da studiare e documentare.  C'è chi gioca solo secondo le regole, e c'è chi le conosce e le rispetta solo per poi meglio romperle, magari solo in parte. Ma per questi ultimi, il genere è solo un pretesto, non un feticcio.
 

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P.S.: Per me il genere nasce come scimmiottamento. Ovvero:
Un autore validissimo scrive un testo eccezionale che contiene certi elementi ed ha successo. Arriva un autore dalle capacità nella media che lo ha letto e si mette a imitarlo, vuoi per ammirazione vuoi sperando di replicarne il successo commerciale. La sua statura intellettuale/culturale/spirituale/morale è inferiore a quella del grande scrittore a cui si ispira, dunque non riesce a riprodurne che gli aspetti più esteriori e superficiali di temi e stile.
Qualche lettore lo apprezzerà quanto e più dell'autore di partenza perché è un po' sfornito a livello di cultura e sensibilità oppure è inesperto (in ogni caso a questo tipo di lettori sfugge la differenza sostanziale).
Qualche altro lettore potrà comprarne i libri pur essendo molto colto e molto sensibile a certe differenze profonde col primo scrittore, e si divertirà a leggerlo (se non è scritto da cani ma dignitosamente) con finalità di evasione spensierata perché non si può leggere sempre e solo roba pesante. 
Questo autore-imitatore che sa scrivere (ma non ha quel qualcosa in più) può ottenere perciò un successo di vendite ed essere sostenuto da editori che investono fruttuosamente sul suo lavoro dignitoso e per nulla facile, che merita rispetto. Tale riscontro sarà evidente in vita e creerà dei canoni di genere molto riconoscibili commercialmente, ma difficilmente resterà in epoche successive. I manuali di letteratura non ricorderanno, giustamente, il suo artigianato che anche un altro mestierante avrebbe potuto fare e con la stessa passione. I più grandi studiosi e critici, che hanno donato tutta la loro vita all'approfondimento della letteratura e dei suoi massimi risultati, ricorderanno solo il primo autore perché era un vero artista. Oppure saranno così selettivi da non dare nemmeno quello che spetta a un grande autore, il cui riconoscimento potrebbe avvenire in epoca ancora successiva, come sappiamo da certi casi tristi. Ma chi lo riscoprirà, lo farà fornendo prove di quanto afferma su quanto una certa opera fosse articolata e innovativa. In queste variazioni possono avere il loro ruolo anche fattori politico-ideologici o di gusto dell'epoca, ma se il libro è davvero vitale e ha avuto diffusione materiale non verrà mai completamente dimenticato e non cesserà di riemergere a suscitare dibattito. Gli scimmiottamenti invece, se pessimi finiscono nei peggiori mercatini dell'usato o al macero. Se scritti bene vengono collezionati da amanti del genere che ne ricorderanno con passione soprattutto i migliori, di autori che se forse avessero insistito senza svendersi avrebbero potuto diventare più autentici e cazzuti. O magari quello sulla copertina dei più memorabili era uno pseudonimo con cui un grande artista muoveva i suoi primi passi o arrotondava.
Il tempo, anche se in maniera imperfetta, fa giustizia delle mode e delle formule divertenti ma superficiali. Non si può conservare tutto, allora tende a restare ciò che è talmente ricco da poter essere apprezzato in varie epoche, vari luoghi, varie culture. Quello che, guardato e riguardato, non smette mai di rivelare nuove sfaccettature e possibili piste interpretative. I generi codificati sono divertenti, ma non nutrono davvero. Chi li ha probabilmente ispirati, ci aveva messo molto altro.
Su questo tema trovo meraviglioso ed entusiasmante "Zen in the art of writing" di Ray Bradbury, in cui lui parla di come si sia fin da bambino lasciato guidare da ciò che lo attraeva, e di come il suo gusto si sia mosso disinvoltamente tra il kitsch e la vera bellezza, imparando spontaneamente e non cervelloticamente a distinguere tra le due cose, amandole sempre entrambe ma di amori diversi, per motivi diversi. Sempre con gioia e senza pregiudizi accademici. Non è il mio scrittore preferito, ma ammiro questo suo lato così sconfinatamente libero e appassionato. Anche Hermann Hesse consigliava di essere onnivori e sciolti nelle letture, perché tanto poi il gusto si sarebbe formato spontaneamente e in maniera assolutamente individuale. Se uno ha della grandezza in sé, essa può essere stimolata anche dallo spunto più basso e imprevedibile. Viceversa, la mancanza di talento riesce a trasformare in un vuoto passatempo lo stimolo più elevato.
 

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Ammetto che non capisco la questione del "genere".

Per me è il cosiddetto "mainstream" a essere qualcosa per scrittori con poca fantasia e talento.

Cosa c'è di più facile che narrare la tua epoca e il tuo mondo? lo sforzo mentale è praticamente pari a zero: non devi spiegare perché il mondo sia così, che cosa sia il pianeta Terra e le sue caratteristiche fisiche, non devi spiegare la geografia del mondo, tutti sanno dove sono l'Asia e l'Europa, non devi inventarti le tecnologie, i lettori sanno cosa sono le automobili e come funzionano, come siano fatte le strade e cosa significhino i colori dei semafori.

Devi solo inventare una storia.

E magari parla di gente "normale", non di individui eccezionali, non il martire o l'eroe, il poveraccio che affronta la vita tra mille difficoltà o quello che lavora sodo per costruire il suo futuro, no, non stai parlando del Falcone o del Borsellino di turno, né di Madre Teresa, Ghandi o il geniale e dimenticato Meucci della situazione, no: stai parlando di un qualsiasi signor Rossi o dell'ennesima Annamaria Bianchi, che vive una vita per nulla emozionante, va a fare la spesa, frequenta una palestra, fa l'insegnante.

Personalmente, il "mainstream", l'ho trovato noioso e insipido come pochi.

La versione letteraria di "Un medico in famiglia", praticamente.

Nascondere un messaggio profondo e commovente in una storia fantastica, invece, per come la vedo io, è arte allo stato puro.

Non solo devi raccontare la storia e dare il messaggio, ma devi anche inventare tutto il mondo che ci sta attorno e rendere l'idea dell'ordinario all'interno dello straordinario, esemplificando "se Tizio il Deboluccio ha potuto uccidere Dragone Cazzutone, tu puoi combattere la depressione e farcela".

Il Piccolo Principe e La Storia Infinita sono studiati a scuola e sono letteratura e la loro abilità risiede nel lanciare un messaggio in modi e situazioni distanti dalla vita di tutti i giorni e il fatto che io, a differenza di Atreiu, non ho un drago per amico e non perdo il mio cavallo nelle paludi, non toglie che il messaggio mi arriva chiaro lo stesso, il lutto, la difficoltà, il sacrificio.

Anche se non esistono i vermi che piangono lacrime ipersalinizzate, la cui gioia derivata dalle buone parole di Bastiano, è causa del prosciugamento del lago su cui sorgeva la città d'argento, capisco che il messaggio di fondo è che ogni azione ha una conseguenza e che ciò che viene fatto con buone intenzioni non necessariamente ha un buon epilogo. Bastiano è gentile con le povere creature perché ha pietà della loro miseria e della loro sofferenza, chiunque di noi potrebbe immedesimarsi nel protagonista e provare l'istinto di consolare e incoraggiare quegli esseri sfortunati, se poi sei stato vittima di bullismo a scuola il messaggio di compassione ti giunge con più chiarezza ancora.

E poi c'è la sopresa inaspettata: la compassione non è necessariamente un bene, o quantomeno non lo è in modo assoluto. Le conseguenze possono essere imprevedibili, talvolta persino peggiori del male che si intendeva curare.

 

Personalmente, se voglio un messaggio basato sulla vita di tutti i giorni, leggo la bibiografia di una persona vera che ha fatto grandi cose o affrontato grandi difficoltà, se devo leggere del mio mondo, allora voglio l'autenticità.

Il mainstream mi sembra più il genere di chi non ha abbastanza fantasia per scrivere altro (quello che si definisce "di genere") o una vita sufficientemente interessante da scrivere un'autobiografia.

Sarò ipercritica, ma proprio non mi soddisfa e non mi spiego cosa ci trovino di interessante le altre persone, al punto da decretarlo persino "alta letteratura" o comunque l'unico possibile candidato a tale titolo. Mistero.

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Secondo me un genere è considerato "minore" perché la maggior parte dei libri che lo rappresentano è scadente.

Se peschiamo a caso tra un titolo 100 fantasy e 100 mainstream, la possibilità di pescare un libro scadente tra i fantasy è più alta.  

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On 13/9/2017 at 04:39, Anna Magic ha detto:

Per me il genere nasce come scimmiottamento. Ovvero:
Un autore validissimo scrive un testo eccezionale che contiene certi elementi ed ha successo. Arriva un autore dalle capacità nella media che lo ha letto e si mette a imitarlo, vuoi per ammirazione vuoi sperando di replicarne il successo commerciale.

Questa, perdonami, mi pare una grossa sciocchezza.

A prescindere dai nomi e dalle caratteristiche che hanno assunto nel tempo, i grandi filoni della narrativa di genere – rosa, giallo, storico, fantastico... – esistono da sempre, non credo sia necessario citare gli autori del passato ascrivibili a un genere o a un altro.

Queste citazioni:

On 13/9/2017 at 04:39, Anna Magic ha detto:

Qualche lettore lo apprezzerà quanto e più dell'autore di partenza perché è un po' sfornito a livello di cultura e sensibilità oppure è inesperto (in ogni caso a questo tipo di lettori sfugge la differenza sostanziale)

da cui si desume che chi legge narrativa di genere è un povero sciocco (nell'accezione originaria del termine).

On 13/9/2017 at 04:39, Anna Magic ha detto:

e si divertirà a leggerlo (se non è scritto da cani ma dignitosamente)

da cui si evince che chi scrive "di genere" non può scrivere bene

On 13/9/2017 at 04:39, Anna Magic ha detto:

autori che se forse avessero insistito senza svendersi avrebbero potuto diventare più autentici e cazzuti.

dove si capisce che scrivere "di genere" equivale a svendersi

 

queste citazioni, dicevo, mi fanno pensare che quando affermi

On 13/9/2017 at 03:35, Anna Magic ha detto:

Mi rendo conto che il mio discorso suona come la solita distinzione snob tra cultura alta e cultura di massa.

tu abbia centrato in pieno il problema: trovo certe argomentazioni – oltre che snob, – pesantemente offensive nei confronti di chi ama scrivere e leggere narrativa di genere.

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47 minuti fa, Marcello ha detto:

tu abbia centrato in pieno il problema: trovo certe argomentazioni – oltre che snob, – pesantemente offensive nei confronti di chi ama scrivere e leggere narrativa di genere.

:grazie: @Marcello hai espresso in pieno il mio pensiero.

 

Un buon libro a parer mio non viene giudicato tale in base al genere, ma in base a ciò che trasmette al lettore.

Naturalmente ci sono lettori che prediligono un genere a un'altro, ma comunque rimane il fatto che sono gusti prettamente personali.

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In fondo lo stesso dicasi per la cinematografia. Noi poveri sempliciotti scrittori di genere temo si venga snobbati al pari dei film d'azione, quando mai si è visto vincere a Venezia o Berlino un film "leggero" destinato a spopolare al botteghino? Poi che li vedano in quindici e siano pagati dai vari finanziamenti pubblici poco importa. Quello che conta è che siano artistici, almeno agli occhi dei giurati. Del resto tutte le agenzie e le CE non fanno mistero di essere in attesa di romanzi di altissima letteratura, che colpiscano, che facciano questo e quello e quell'altro. Mai nessuno che cerchi un bel libro che piaccia e intrattenga piacevolmente. Troppo volgare.

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4 minuti fa, heightbox ha detto:

Mai nessuno che cerchi un bel libro che piaccia e intrattenga piacevolmente. Troppo volgare.

Questo però non è vero. Cerchiamo di non dire baggianate né da un lato né dall'altro.

Ci sono perfino troppi libri, in giro, che intrattengono e basta.

 

Mi pare che parecchi di voi tendano a generalizzare in modo molto superficiale. 

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24 minuti fa, Niko ha detto:

Questo però non è vero. Cerchiamo di non dire baggianate né da un lato né dall'altro.

Ci sono perfino troppi libri, in giro, che intrattengono e basta.


@Niko però bisogna ammettere che, se parliamo di ricerca dal punto di vista editoriale, quindi di agenti ed editori, si nota una certa predilezione per il mainstream, meglio ancora se "impegnato".
Credo sia anche una questione di marketing. Un testo con determiante tematiche si pubblicizza meglio, anche al di fuori delle riviste o dei blog di settore.
La nuova uscita di un romanzo sulla mafia, per dire, la trovi facilmente pubblicizzata su ogni giornale, se l'editore è abbastanza importante. E' facile pure che l'autore strappi qualche ospitata in tv, se il tema è particolarmente caldo.
Ecco, questo con la narrativa di genere non succede.
Io non ricordo, ad esempio, di aver mai visto la Troisi in tv. Eppure è stato un discreto caso editoriale. Unico nel suo genere, parlando di fantasy italiano.
L'autore de "La solitudine dei numeri primi", invece, lo hanno invitato d'appertutto.

Quindi d'accordo, non generalizziamo troppo, ma è vero che la narrativa di genere viene spesso trattata come narrativa di serie B anche e soprattutto dagli addetti ai lavori.

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