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Sandro Bonera

Por una cabeza - Capitolo 3

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Ismail chinò la testa e stette a lungo in silenzio, poi si alzò in piedi.
-D'altra parte, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anch'io, per i soldi, ho avuto la mia parte nella tua distruzione. Aspetterò domenica. Ora però mi è venuta fame, e tu devi darmi qualcosa da mangiare. Ragazzi accompagnate Gianni in cucina. Io vado un attimo in bagno.
I due neri, fino a quel momento impassibili come statue, mi afferrarono sotto le ascelle e mi portarono di peso in cucina, bloccandomi su una sedia. Dopo un minuto Ismail uscì dal bagno, con in mano uno dei miei rasoi usa e getta. In silenzio si chinò accanto a me e lentamente, risvolto dopo risvolto, portò una gamba dei miei pantaloni all'altezza del ginocchio. Poi cominciò a depilarmi, tra lo stinco e il polpaccio.
- Ricordi Gianni che lavoro faceva mio padre? Il macellaio. Vendeva carne, macellata secondo il rito islamico. Mi ha insegnato molte cose del mestiere. Tenetelo fermo.
Ismail si alzò, posò il rasoio sul tavolo e con un movimento rapido, dal fodero che teneva sotto la giacca, sul fianco sinistro, estrasse un coltello ricurvo, dalla lama lunga una ventina di centimetri. Il cuore mi batteva all'impazzata, ero terrorizzato.
-Ismail, che vuoi fare, no, ti prego, ti prego, hai detto che avresti aspettato, ti prego.
-Stai zitto. Tappategli la bocca. E non ti muovere. Non sentirai troppo dolore. Cosa faccio? Mangio qualcosa.
Si chinò di nuovo accanto a me e sentii la lama che lenta entrava nella mia carne, tra lo stinco e il polpaccio. Avvertivo il movimento in avanti e indietro del coltello che intanto scendeva più in basso. Il dolore era forte ma sopra a tutto stava l'orrore di ciò che stavo subendo a rendere insopportabile quella tortura. Sentivo il sangue colare dentro la scarpa, scuotevo un poco la testa ma la presa dei neri era ferrea. Non respiravo. Svenni. Mi ripresi quasi subito, Ismail stava seduto davanti a me, all'altro capo del tavolo. Davanti a lui, in un piatto, una fetta di carne sanguinolenta.
-Almeno ho trovato un limone in frigo. Lo tenevi per farti le pere? Ecco qua, un carpaccino di Giannino. Che bestia che sono, vero Gianni? No. Peggio di una bestia, sono un vero essere umano. E tu, pensa, sei peggio di me.
Senza tradire il minimo disgusto, Ismail cominciò a mangiare, a mangiarmi. Con gesti formali, tagliava piccoli pezzi di carne, li portava alla bocca, masticava, deglutiva. Quando finì, allontanò il piatto da sè, stese le gambe sotto il tavolo e mi guardò.
-rifletti Giannino, rifletti. Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile, come scriveva Ovidio. Chissà, io posso solo sperarlo.
Si dava pure arie da intellettuale, Ismail l'Albanese.
-Ci vediamo domenica, caro. E se non ci vedremo, quando ti troverò, e ti troverò, lo sai, ti scanno come un vitello. Ti farò arrosto, sulla brace. Andiamo ragazzi.
Piangendo mi accasciai sul tavolo. Un dolore perfetto, non solo fisico, penetrò ogni cellula del mio corpo. Nella testa i pensieri presero sfumature evanescenti, la realtà sembrava avvolta in un mantello cangiante, una voce lontana, quasi un sussurro, sembrava ripetere un mantra: chi sei diventato, chi sei diventato, chi sei diventato, chi sei…
Trovai la forza di alzarmi, zoppicando mi trascinai in bagno. Perdevo meno sangue del previsto. Cercai di superare il ribrezzo per guardare la gamba. La ferita era come una toppa rossa, lunga una diecina di centimetri e larga cinque. Ismail aveva fatto un lavoro pulito. Aprii un cassetto, tirai fuori un disinfettante e delle garze. La faccia che mi guardava dallo specchio aveva un colorito terreo, sembrava fissarmi da un'altra dimensione.

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Wow, ho avuto il cuore nel petto e un'espressione forse un po' simile a quella di Gianni nel leggere quel che gli hanno fatto. WOW. Sai decisamente scrivere. Due appunti piccoli piccoli:

 

Cita

estrasse un coltello ricurvo, dalla lama lunga una ventina di centimetri.

 

Mi stona un po', forse lo renderei così:

"Estrasse un coltello dalla lama ricurva, lunga una ventina di centimetri"

 

Cita

Avvertivo il movimento in avanti e indietro del coltello che intanto scendeva più in basso. Il dolore era forte ma sopra a tutto stava l'orrore di ciò che stavo subendo a rendere insopportabile quella tortura

 

 

"Sentivo il coltello muoversi avanti e indietro, mentre scendeva più in basso. Il dolore era forte, ma non era niente in confronto all'orrore che stavo provando; era quella la vera, insopportabile, tortura."

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