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Davide Genova

Gli espedienti narrativi

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In un mio thread (semiserio) precedente si è arrivati a discutere approfonditamente delle agenzie letterarie e dei loro metodi di giudizio, arrivando a citare strumenti di valutazione con cui tecnicamente un testo può venire giudicato ("sospensione dell'indredulità").

Mi piacerebbe avere un confronto con chi legge, in questo senso, rispetto agli "espedienti narrativi". Un concetto su cui un mio testo, a giudizio quasi unanime delle agenzie che ho interpellato, si arena. Per farlo, permettetemi di ricordarvi l'espediente narrativo usato da Alexandre Dumas (figlio) nel suo noto "La dama delle camelie". Non un capolavoro indimenticabile, d'accordo, ma comunque un classicone di valore. Strutturato così:

 

- L'io narrante scopre che c'è un'asta di oggetti personali appartenuti a una nota prostituta parigina che, morendo, ha lasciato diversi debiti. Dopo aver riportato quello che si sa in città di questa donna, racconta la sua partecipazione all'asta, dove si aggiudica un libro (Manon Lescaut). Nella prima pagina il libro contiene una dedica firmata da un uomo.

- L'autore della dedica viene a sapere che l'io narrante si è aggiudicato quel libro. Lo va a trovare, gli dimostra di essere l'autore della dedica e gli dimostra di aver avuto con la prostituta una relazione di "vero amore". Per questo gli chiede di cedergli il libro. L'io narrante acconsente, e assiste a un crollo psicologico dell'uomo, dovuto al dolore sentimentale. Ottenuto il libro, l'uomo fugge disperato.

- Incuriosito dalla cosa, l'io narrante cerca e ritrova l'uomo, a cui chiede di raccontargli la sua storia con la prostituta.

 

Solo in questo momento (e siamo all'incirca al 15% del romanzo) inizia la vera narrazione, la storia vera e propria. Imperniata sulla relazione tra l'uomo e la prostituta, raccontata, fino a metà romanzo, dall'io narrante. Che lascia poi il posto alla narrazione diretta dell'uomo. L'io narrante riappare verso la fine del romanzo. Al di là dei cambi di punti di vista narrativi, molto affascinanti, è l'espediente narrativo, che ho sintetizzato nei punti sopra, a colpirmi.

 

Che abbiate letto o meno "La signora delle camelie", cosa ne pensate? E' verosimile? Regge? Ha una funzione, e se sì, quale?

 

Mi piacerebbe avere il vostro parere. Io ho un'idea mia, ma, se qualcuno risponde, proverò a spiegarla dopo...

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Ciao @Davide Genova ,

Ovviamente è uno schema su cui si può costruire un racconto. È altrettanto evidente che questo non basta a garantire il risultato.

Si può avere in mente una trama avvincente ma poi i passaggi decisivi vanno resi nella scrittura: empatia, catarsi, ecc... Una storia può essere raccontata in infiniti modi che possono essere più o meno efficaci e far arenare o meno il racconto.

Non ho letto "La dama delle camelie", ma la prima domanda che mi sorge è perché il protagonista acquista quel libro? La seconda è perché decide di cederlo alla persona a cui era dedicato?

Credo che tessere queste motivazioni e il rapporto che si crea tra queste due dinamiche, sia la chiave per esprimerne l'intreccio in modo efficace.

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23 minuti fa, Valentina Capaldi ha detto:

Certo che regge ed è molto usato nei romanzi dell'800. Se hai mai dato un'occhiata a un romanzo gotico, sono quasi tutti così, a cornici. 

 

Ne sono consapevole.

Ma non è un po' inverosimile che un tizio si interessi alla storia personale di un totale estraneo che gli è piombato in casa per riavere un libro e gli si è messo a piangere disperatamente davanti? Cioè, perché mai dovrebbe interessarsene fino ad andarlo a cercare per farlo raccontare? A me pare poco verosimile.

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1 minuto fa, Anglares ha detto:

Ciao @Davide Genova ,

Ovviamente è uno schema su cui si può costruire un racconto. È altrettanto evidente che questo non basta a garantire il risultato.

Si può avere in mente una trama avvincente ma poi i passaggi decisivi vanno resi nella scrittura: empatia, catarsi, ecc... Una storia può essere raccontata in infiniti modi che possono essere più o meno efficaci e far arenare o meno il racconto.

Non ho letto "La dama delle camelie", ma la prima domanda che mi sorge è perché il protagonista acquista quel libro? La seconda è perché decide di cederlo alla persona a cui era dedicato?

Credo che tessere queste motivazioni e il rapporto che si crea tra queste due dinamiche, sia la chiave per esprimerne l'intreccio in modo efficace.

 

Ciao @Anglares. Nel romanzo non si dice perché acquisti il libro, per lo meno non ci si sofferma più di tanto, appare quasi una casualità.

Decide di cederlo all'autore della dedica perché, in qualche misura, gli fa pena, sente empatia per il suo dolore sentimentale. Ma pare anche un interesse morboso di conoscere una storia "particolare".

Come ho detto in un commento sopra, mi pare poco verosimile... Non risulta un po' difficile immedesimarsi?

Intendiamoci, non ritengo un male la difficoltà di immedesimazione: capisco che è un espediente per iniziare la narrazione vera e propria. Però chiedo a voi se non trovate il tutto poco verosimile.

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@Davide Genova

4 minuti fa, Davide Genova ha detto:

Intendiamoci, non ritengo un male la difficoltà di immedesimazione: capisco che è un espediente per iniziare la narrazione vera e propria. Però chiedo a voi se non trovate il tutto poco verosimile.

La questione della verosimiglianza può essere decostruita in meccanismi più immediati. Il mistero è un potente catalizzatore di attenzione, così come il paradosso o l'assurdo. Sono emozioni che il lettore riconosce, ma vanno rese. Anche una casualità, un fatto non spiegato se preparato all'interno del racconto diviene un elemento di forza e di interesse. Il voler capire perché accade qualcosa è una leva per catalizzare l'attenzione, ma va costruita giocando sulle aspettative di chi legge.

 

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1 minuto fa, Anglares ha detto:

@Davide Genova

La questione della verosimiglianza può essere decostruita in meccanismi più immediati. Il mistero è un potente catalizzatore di attenzione, così come il paradosso o l'assurdo. Sono emozioni che il lettore riconosce, ma vanno rese. Anche una casualità, un fatto non spiegato se preparato all'interno del racconto diviene un elemento di forza e di interesse. Il voler capire perché accade qualcosa è una leva per catalizzare l'attenzione, ma va costruita giocando sulle aspettative di chi legge.

 

 

@Anglares, ma secondo te il lettore prova il desiderio dell'io narrante di sapere perché quel tizio ha rivoluto il libro e si è mostrato così incredibilmente disperato? Questo a prescindere dalla preparazione e dallo scenario. Parlo proprio del meccanismo in sé, spogliato di tutto: un tizio sta molto male, un altro tizio lo osserva e decide di saperne di più e magari di dargli una forma di assistenza.

Messa così, l'espediente intercetta la comune "natura umana" di chi legge?

Ti anticipo che secondo me sì. Tutti rallentiamo davanti a un incidente in autostrada (scusa se banalizzo). Tutti siamo attratti dal male (altrui). Qualcuno ha anche l'istinto di prestarsi ad aiutare. Ma la natura voyeuristica di assistere a un percorso di dolore lo ritengo tratto comune. Per questo, a prescindere dalla preparazione, secondo me il meccanismo di Dumas funziona. Quando mi sono trovato in quella parte di romanzo mi sono chiesto subito: "ma 'sto tizio che c'ha che piange a questo modo e rivuole quel libro?". E ti assicuro che fino a quel momento la storia sembrava imperniata sull'io narrante...

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@Davide Genova

4 minuti fa, Davide Genova ha detto:

ma secondo te il lettore prova il desiderio dell'io narrante di sapere perché quel tizio ha rivoluto il libro e si è mostrato così incredibilmente disperato? Questo a prescindere dalla preparazione e dallo scenario

Certamente. Ma dipende poi dal peso che questo momento trova nel testo. Più fatti, pensieri e situazioni vanno a preparare questa dinamica, più speculazioni si possono fare nella lettura. La cosa, per assurdo, potrebbe essere raccontata in poche righe e il romanzo poi vira su altre vicende. Quindi se deve essere un elemento centrale va reso tale nella scrittura. Sarà questo a fare la differenza.

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21 minuti fa, Anglares ha detto:

@Davide Genova

Certamente. Ma dipende poi dal peso che questo momento trova nel testo. Più fatti, pensieri e situazioni vanno a preparare questa dinamica, più speculazioni si possono fare nella lettura. La cosa, per assurdo, potrebbe essere raccontata in poche righe e il romanzo poi vira su altre vicende. Quindi se deve essere un elemento centrale va reso tale nella scrittura. Sarà questo a fare la differenza.

@Anglares, secondo te un romanzo imperniato su un meccanismo molto simile troverebbe comprensione, apprezzamento...? 

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@Davide Genova

13 minuti fa, Davide Genova ha detto:

secondo te un romanzo imperniato su un meccanismo molto simile troverebbe comprensione, apprezzamento...? 

Quello che voglio dire è che secondo me un lettore si innamora delle atmosfere, delle emozioni che un libro gli rende. Un intreccio, per quanto interessante, è qualcosa di astratto. È come viene reso nella scrittura che lo rende nella sua forma letteraria. Lì è la qualità dello scrittore.

Il meccanismo che proponi è valido, ma a mio avviso è il problema minore. La questione centrale è come vuoi renderlo.

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@Davide Genova, come ti hanno già detto, quella della storia narrata da un personaggio in una storia cornice è un espediente molto comune della narrativa ottocentesca (anche Cime tempestose è narrato così, per esempio). 

 

Tuttavia ci sono due problemi. Il primo è che è un meccanismo solo in apparenza semplice: in realtà devi creare due storie, con due archi narrativi, che abbiano un parallelo e un punto di contatto, ma che teoricamente potrebbero sopravvivere indipendentemente. Cioè devi fare in modo che anche la storia cornice abbia un suo perché oltre a essere la scusa per narrare.

 

Il secondo problema, che è più serio, è che nel Novecento abbiamo superato la necessità di questa giustificazione a raccontare una storia, ma si preferisce o narrare e basta la vicenda, oppure creare due storie parallele senza che in una ci sia il narratore dell'altra. Se vuoi è ormai sentita come un'ingenuità, una necessità di una fase embrionale della nascita del romanzo, quando ancora ci si doveva ispirare agli imbonitori di strada, mentre adesso non è più così.

 

Per cui nel tuo esempio su La dama delle camelie, quella cornice va bene perché è un romanzo dell'Ottocento, mentre sembrerebbe irrealistica in un romanzo contemporaneo: o meglio, più che irrealistica, poco giustificata.

 

Questo non significa che le storie innestate non abbiano un loro ruolo nella narrativa contemporanea, ma che quel discorso che facevo prima delle due storie ognuna con una propria dignità è più forte, perché si presume una maggiore maturità del lettore. Se vuoi un bell'esempio contemporaneo di questo schema è Intervista col vampiro di Anne Rice. 

 

Se invece vuoi un esempio di racconto antico che funzionerebbe ancora oggi, puoi leggere La pistolettata di Puškin, che trovi qui.

 

Un altro esempio è La chiave a stella, di Primo Levi, dove il meccanismo è molto chiaro.

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Un "espediente narrativo", parlo in generale non avendo letto il romanzo  di Dumas figlio, perché funzioni in una storia dev'essere credibile. E questo a prescindere dal genere romanzesco (anche un romanzo fantasy deve aderire a questo principio). Ma il funzionamento dell'espediente narrrativo è interno al romanzo, se ci si interroga astrattamente sul valore di verità oggettiva che tale espediente ha, a mio avviso, si va fuori strada. La funzionalità dell'espediente narrarivo non obbedisce ai parametri che definiscono il vero, bensì è regolato dai parametri del verosimile, che in un romanzo funzionano, mentre, poniamo, nella vita quotidiana no. La lettura d'un romanzo presuppone l'immedesimazione, non lo straniamento (a meno che questo non corrisponda a una poetica specifica dell'autore, come in molti romanzi novecenteschi).

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2 ore fa, swetty ha detto:

 

Il secondo problema, che è più serio, è che nel Novecento abbiamo superato la necessità di questa giustificazione a raccontare una storia, ma si preferisce o narrare e basta la vicenda, oppure creare due storie parallele senza che in una ci sia il narratore dell'altra. Se vuoi è ormai sentita come un'ingenuità, una necessità di una fase embrionale della nascita del romanzo, quando ancora ci si doveva ispirare agli imbonitori di strada, mentre adesso non è più così.

 

Per cui nel tuo esempio su La dama delle camelie, quella cornice va bene perché è un romanzo dell'Ottocento, mentre sembrerebbe irrealistica in un romanzo contemporaneo: o meglio, più che irrealistica, poco giustificata.

Secondo me è proprio questo il punto. Nell'800 le cornici avevano un senso, che era quello di derivare da una narrativa novellistica. Perciò dai lettori questi espedienti erano sentiti in maniera del tutto giustificata. Oggi giorno sarebbe del tutto inappropriato, a meno di non voler intenzionalmente ricalcare lo stile ottocentesco. 

Secondo me non è un buon esempio per parlare della verosimiglianza.

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46 minuti fa, Valentina Capaldi ha detto:

Secondo me è proprio questo il punto. Nell'800 le cornici avevano un senso, che era quello di derivare da una narrativa novellistica. Perciò dai lettori questi espedienti erano sentiti in maniera del tutto giustificata. Oggi giorno sarebbe del tutto inappropriato, a meno di non voler intenzionalmente ricalcare lo stile ottocentesco. 

Secondo me non è un buon esempio per parlare della verosimiglianza.

 

Beh basterebbe una buona idea che giustifichi seriamente tale espediente. E magari inserirlo in un contesto Fantasy/Fantascientifico. Cloud Atlas è scritto in questo modo e rende abbastanza bene. Però si parla di un libro super duper particolare e non di regole generali. Mitchell poteva scrivere un troiaio epico, e invece ha scritto una cosa che merita. Sono rischi che l'autore si assume quando sceglie queste tecniche particolari.

 

 

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Mi son scordato. Lo usa anche King nel racconto "Il Viaggio" e rende spaventosamente bene. Però ancora...va saputo fare e bisogna aver la fortuna che la storia, o le storie, rendano.

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Secondo me la cornice "pura" in un romanzo contemporaneo corre il rischio di risultare artificiosa, per i motivi che ha spiegato @swetty  . Diverso è se la cornice non resta interte, ma fa reazione con la storia dentro la cornice: ad esempio il contenuto della cornice a un certo punto deborda e influenza e modifica la cornice stessa. Stile Pomodori verdi fritti per intenderci  (mi riferisco al film perché non ho letto il romano da cui è tratto, quindi non so se la struttura narrativa è la stessa.) Copio la trama da Wikipedia:

"Evelyn Couch e suo marito Ed si recano in una casa di riposo dove alloggia la zia dell'uomo.(...) qui Evelyn viene adocchiata da un'anziana ospite della struttura, Ninny, che intavola con lei una conversazione.

(...) Ninny inizia a raccontarle una storia avvenuta molti anni prima: la storia di amicizia di due giovani donne anticonformiste, Idgie e Ruth, che nel cuore del sud degli Stati Uniti degli anni trenta, ebbero il coraggio di ribellarsi alla prepotenza maschile e al razzismo dilagante. Ninny racconta a Evelyn del Whistle Stop Café, gestito dalle due donne, e dall'amore che lega Idgie e Ruth fino alla fine.

Con questo racconto le emozioni e gli stati d'animo che affollano la vecchia signora riescono a entrare nella vita di Evelyn, che rinascerà e riscoprirà il piacere di sentirsi viva e di aggiustare ciò che nella sua vita non va come lei vorrebbe."

 

Qui la storia dentro la cornice, quella di Idgie e Ruth, è sicuramente predominante rispetto a quella esterna. Ma la vicenda di Evelyn non rimane un espediente inerte: non solo la storia esterna è influenzata dalla storia interna (Evelyn, ispirata dalla storia di Idgie e Ruth, trova finalmente la forza di alzare la testa contro chi in vari modi vorrebbe approfittarsi di lei), ma a sua volta la conclude e la rafforza mostrando che anche dopo la morte delle due amiche la loro eredità di coraggio e ribellione è ancora viva e potente. 

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Grazie a tutti per i vostri interventi, tutti competenti e interessantissimi.

Confrontando tutto ciò che avete detto con ciò che ho letto nelle schede di molte agenzie letterarie, mi viene da dire che "Writers Dream" potrebbe costituirsi come agenzia letteraria collettiva... ;):D

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Ospite emilianoem
On 1/7/2017 at 10:36, Davide Genova ha detto:

Che abbiate letto o meno "La signora delle camelie", cosa ne pensate? E' verosimile? Regge? Ha una funzione, e se sì, quale?

 

Ciao @Davide Genova, ho l'impressione, da lettore, che tu ponendo questa domanda avessi in mente qualcosa che poi non hai tirato fuori. Magari una strategia narrativa che hai adottato in un tuo libro e che ti è stata contestata. Se è così, ti va di essere più specifico. Complimenti a tutti per gli interventi, ne è venuta fuori un'ottima conversazione.

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12 minuti fa, emilianoem ha detto:

Ciao @Davide Genova, ho l'impressione, da lettore, che tu ponendo questa domanda avessi in mente qualcosa che poi non hai tirato fuori. Magari una strategia narrativa che hai adottato in un tuo libro e che ti è stata contestata. Se è così, ti va di essere più specifico. Complimenti a tutti per gli interventi, ne è venuta fuori un'ottima conversazione.

 

Ciao @emilianoem, sì, in parte è come dici tu. In realtà l'espediente narrativo che ho utilizzato, simile a quello di Dumas, mi è stato approvato da alcuni, e da altri contestato. Le motivazioni della contestazione sono state sempre molto differenti, e nessuna di esse mi ha mai convinto (proprio perché diverse tra loro).

Non vado oltre per diverse ragioni. Anzitutto perché per farlo dovrei entrare nel merito di ciò che ho scritto, e sarebbe inutile e superficiale (oltre che off topic). Poi perché resto testardamente convinto dell'efficacia della mia scelta, e in questo pesano la mia scarsa umiltà e la difficoltà ad accettare che il proprio scarrafone sia proprio uno scarrafone. Infine perché, specie dopo la valutazione ricevuta da Psocoidea (vedi mio post sul thread dedicato), ho capito che, bello o brutto che sia, in generale o seconto i metri di giudizio del "mercato", il mio testo resterà in ogni caso impubblicato. Pur con tutte le revisioni che gli ho fatto subire, seguendo i consigli dei molti che l'hanno valutato, rimane impubblicabile nel circuito mainstream, su cui ho rafforzato, frequentando questo bellissimo forum, un'idea che avevo già da molto tempo.

Resterà nel cassetto e nel mio cuore, da dove è nato. Vivrò con la convinzione che si sia persa l'occasione per diffondere qualcosa di diverso e di valido. E con la speranza che qualcuno lo recupererà dopo che sarò morto... insomma tutto l'armamentario consolatorio con cui noi scrittori "non compresi" cerchiamo di affrontare la realtà delle cose. E mentre così mi faccio una ragione, valuto gradualmente l'ipotesi di un'autopubblicazione online. Così, giusto per farci qualcosa. Devo pensarci bene perché, da vecchio amante della carta, non riesco a non considerare istintivamente quell'ipotesi come uno svilimento. Se mi convincerò, o qualcuno mi convincerà, che così non è, lo farò. Altrimenti... pazienza, non era destino.

Che io sia nato nell'epoca sbagliata è ormai ampiamente provato, me ne sono fatto una ragione... :)

Ciao!

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Puoi sempre autopubblicarti in cartaceo.

 

Però avrei un altro consiglio da dare, prima di farlo. C'è una sezione che si chiama "Trame e dintorni", dove puoi chiedere consigli sulla trama. E poi c'è la sezione "racconti a capitoli" dove potresti mettere qualche brano (o anche tutto il libro, se ci riesci :P ) e anche lì ricevere commenti puntuali, più dettagliati delle schede di lettura e più vari.

 

Così puoi farti un'idea di preciso di cosa funziona e cosa no.

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27 minuti fa, swetty ha detto:

Puoi sempre autopubblicarti in cartaceo.

 

Però avrei un altro consiglio da dare, prima di farlo. C'è una sezione che si chiama "Trame e dintorni", dove puoi chiedere consigli sulla trama. E poi c'è la sezione "racconti a capitoli" dove potresti mettere qualche brano (o anche tutto il libro, se ci riesci :P ) e anche lì ricevere commenti puntuali, più dettagliati delle schede di lettura e più vari.

 

Così puoi farti un'idea di preciso di cosa funziona e cosa no.

 

Prenderò in considerazione l'opzione. Grazie.

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Ciao, io ti dico la mia, poi puoi anche pensare che non abbia senso. Anche molti racconti di G.de Maupassant, uno dei miei autori preferiti, sono costruiti in questo modo: due personaggi si incontrano, uno dei due si interessa all'altro per qualche ragione, e gli chiede di raccontare la propria storia. È un'espediente molto usuale, nella letteratura dell'800. Considera che, a quell'epoca, l'unico modo per ascoltare delle storie era quello di farsele raccontare; il mercato dell'intrattenimento ruotava su due cardini principali: teatro, per chi poteva permetterselo, e libri. In questo contesto, le "storie" e gli spunti erano merce rara e preziosa, ovvio perciò che l'oralità del racconto fornisse poi anche lo spunto per impostare la cornice di un romanzo. Oggi come oggi, forse, l'espediente potrebbe suonare obsoleto: ma naturalmente, tutto dipende da come l'autore sa porgere la propria storia.

Cita

In realtà l'espediente narrativo che ho utilizzato, simile a quello di Dumas, mi è stato approvato da alcuni, e da altri contestato.

 

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