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Davide Genova

Le agenzie letterarie e i cani di Pavlov

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Ciao a tutti.

Sono entrato da poco nel forum, e volevo esordire con un post che, sia chiaro, vuole essere assolutamente ironico, o semiserio, o tragicomico, se si vuole.

Si tratta di come, solitamente, le agenzie letterarie reagiscono o rispondono quando l'autore "osa" sottoporre a critica le loro schede di valutazione, magari dimostrandogli di aver "toppato" tragicamente. Che so, ponendo sotto critica ingiustificata i punti di snodo di un romanzo, o criticando la verosimiglianza degli eventi narrati (quando magari sono tratti da eventi realmente accaduti), e così via.

Con un automatismo pari alle reazioni dei famosi cani di Pavlov, le risposte all'audace "contro-critica" dell'autore sono, in toni naturalmente seccati, una di queste:

a) "lei non ha chiaro quale sia il compito di un'agenzia letteraria" (tentativo di smantellare a monte la capacità ragionativa dell'autore che ha osato...);

b) "lei non conosce i meccanismi del mercato editoriale" (anteposizione di una specializzazione professionale, per chiudere subito la questione);

c) boati di silenzio.

:-)

Questo nella mia esperienza. La vostra?

Ciao!

Davide

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Mmh...

Se l'autore ha pagato per una scheda di valutazione che dimostra chiaramente una lettura superficiale credo abbia tutto il diritto di controbattere, soprattutto sul prezzo pagato...

Se l'autore non ha pagato perché sprecare tempo a convincere l'agenzia di aver toppato? Come per l'agenzia esistono millemila autori, vale anche il contrario ;) 

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14 minuti fa, wyjkz31 ha detto:

Mmh...

Se l'autore ha pagato per una scheda di valutazione che dimostra chiaramente una lettura superficiale credo abbia tutto il diritto di controbattere, soprattutto sul prezzo pagato...

Se l'autore non ha pagato perché sprecare tempo a convincere l'agenzia di aver toppato? Come per l'agenzia esistono millemila autori, vale anche il contrario ;) 

 

Ciao wy. 

Non l'ho specificato ma naturalmente intendevo agenzie a pagamento. Disponibilità all'interlocuzione pari a zero. Fattura pagata: ben più di zero! 

Ciao e grazie per la risposta! 

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Ospite

Io ho sempre ricevuto “boati di silenzio”.

Diciamo che quando si sottopone un testo a “critica”, l’esperto interpellato si  aspetta una accettazione “incondizionata”, a volte ribattendo: “Allora, lei perché ha chiesto un mio parere, se già ne aveva formulato uno in proprio?” . Quando la sua “opinione” è un po’ distorta, occorrerebbe capire cosa ha provocato nel recensore questo “fuori strada”. Magari, approfondendo questi aspetti, si può rendere il testo più “scorrevole”. L’editing, invece, apre il dialogo permettendo di lavorare insieme sui problemi riscontrati.

La scheda di valutazione, quando non “dibattuta”, “dialogata”, presenta dei grossi limiti. Forse sarebbe il caso che nel “contratto”, in cui viene deciso il prezzo, si possa aggiungere una clausola, chiedendo la possibilità di eventuali chiarimenti.

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4 ore fa, Nuwanda ha detto:

Io ho sempre ricevuto “boati di silenzio”.

Diciamo che quando si sottopone un testo a “critica”, l’esperto interpellato si  aspetta una accettazione “incondizionata”, a volte ribattendo: “Allora, lei perché ha chiesto un mio parere, se già ne aveva formulato uno in proprio?” . Quando la sua “opinione” è un po’ distorta, occorrerebbe capire cosa ha provocato nel recensore questo “fuori strada”. Magari, approfondendo questi aspetti, si può rendere il testo più “scorrevole”. L’editing, invece, apre il dialogo permettendo di lavorare insieme sui problemi riscontrati.

La scheda di valutazione, quando non “dibattuta”, “dialogata”, presenta dei grossi limiti. Forse sarebbe il caso che nel “contratto”, in cui viene deciso il prezzo, si possa aggiungere una clausola, chiedendo la possibilità di eventuali chiarimenti.

 

Io ho sostenuto, restando inascoltato, che sarebbe necessaria una interlocuzione preliminare con i valutatori. Meglio ancora in itinere. Per spiegare i meccanismi, condividere espedienti narrativi, significati nascosti e quant'altro. Una interlocuzione del genere credo aiuterebbe a staccare le agenzie dalla mera logica del business, o quanto meno a trovare un compromesso tra qualità e business. Ma le agenzie sono indisponibli, almeno quelle che ho conosciuto io. Purtroppo ragionano nei termini del "prendi i soldi e scappa". Sto maturando la convinzione che la rete le seppellirà, col tempo, come già accaduto con le agenzie immobiliari e tanti altri tipi di intermediari... Speriamo accada presto.

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Ospite Dolcenera
On 25/6/2017 at 20:53, Davide Genova ha detto:

 

Io ho sostenuto, restando inascoltato, che sarebbe necessaria una interlocuzione preliminare con i valutatori. Meglio ancora in itinere. Per spiegare i meccanismi, condividere espedienti narrativi, significati nascosti e quant'altro. Una interlocuzione del genere credo aiuterebbe a staccare le agenzie dalla mera logica del business, o quanto meno a trovare un compromesso tra qualità e business. Ma le agenzie sono indisponibli, almeno quelle che ho conosciuto io. Purtroppo ragionano nei termini del "prendi i soldi e scappa". Sto maturando la convinzione che la rete le seppellirà, col tempo, come già accaduto con le agenzie immobiliari e tanti altri tipi di intermediari... Speriamo accada presto.

 

Scusa, io non comprendo una cosa: "i meccanismi, gli espedienti narrativi, i significati nascosti e quant'altro" dovrebbero essere chiari quando si legge il libro perché il tuo lettore un domani non interloquirà con te, ma solo col tuo libro. 

Se un lettore, che mi sembra il caso di sottolineare è un lettore professionista quindi abituato a notare subito espedienti, simbolismi, ecc, non nota certi aspetti del tuo manoscritto o li trova farraginosi o poco realistici, il problema è probabilmente che tu non li hai resi comprensibili e riconoscibili, non che il lettore che redige la scheda di valutazione sia un incompetente. 

Ogni tanto secondo me si potrebbe anche imparare ad accettare le critiche di chi di professione legge centinaia di manoscritti. 

Non dico che il valutatore sia Dio sceso in Terra né che la valutazione di uno scritto - come di tutta l'arte in generale - non presenti una componente soggettiva, ma secondo me la cosa migliore è prendere le critiche e vedere come sfruttarle per migliorarsi, senza pensare subito che dall'altra parte ci sia uno stolto che non capisce nulla.

 

Situazione diversa sarebbe se nella scheda di valutazione ci fossero pacchiani errori che dimostrino che il libro non è stato letto attentamente (errori di trama, appunti su cose inesistenti o su parti di storia completamente diverse), ma sui significati reconditi e i meccanismi che stanno dietro il testo deve parlare solo il testo, non l'autore. Quindi trovo la critica mossa infondata.

 

PS: Comunque il fatto che una situazione sia avvenuta nella vita reale non la rende narrativamente realistica, sono due cose molto diverse.

Modificato da Dolcenera
Rendere più comprensibile il senso del post

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Ciao Dolcenera.

Il discorso è un po' più complesso di così, e i nostri punti di vista diversi credo derivino in buona parte da un diverso giudizio che diamo sul ruolo complessivo e le competenze che le agenzie letterarie dovrebbero avere. Premetto che, di certo, è il mio a essere sbagliato o arretrato (o troppo avanzato), ma ne sono consapevole.

Trovo oscuro (e una punta angosciante) il concetto di "lettore professionista". In linea di principio egli è tale perché in possesso di una gran quantità di chiavi di lettura, ha un'ampia cultura letteraria e, aggiungerei io, una consapevolezza sociologica evoluta, che gli consente, oltre alla valutazione artistica, di collocare ciò che legge in un contesto, in uno stream (o vague per chi non ama gli anglicismi) coerenti.

Tu sei davvero sicura che i "lettori professionisti" che prendono in mano i nostri lavori nelle agenzie abbiano queste caratteristiche? Onestamente io non credo. Ciò che li rende "professionisti" è un approccio orientato al business, stop. Non mantengono nemmeno una traccia del mecenatismo consapevole che forse, in questi casi, sarebbe opportuno mantenere, ma leggono le proposte calcolatrice alla mano. E il loro dito si muove sulla calcolatrice sulla base della loro profonda conoscenza dei gusti del "consumatore medio" di libri (non lo chiamo volutamente "lettore"). Il mercato letterario si muove istintivamente sulla stessa falsariga di quello televisivo. Il pubblico chiede spazzatura facile e puro intrattenimento di basso livello, e i produttori glielo forniscono a palate, in cambio dello share. Ugualmente, essendo la fonte di sostentamento di editori e agenti una platea di lettori che istintivamente cerca intrattenimento facile, le chiavi di lettura alla fine si riducono al dito sulla calcolatrice.

Ben inteso: non voglio negare la natura dell'impresa privata. Cercano l'utile, e ci mancherebbe che lavorassero in passivo... Ma mentre ci sta che il mercato televisivo indulga a zozzerie immonde, quello letterario dovrebbe a mio avviso mantenere una certa dignità. Libri "facili" ne sono stati sempre pubblicati, ma gli editori-agenti, un tempo illuminati da principi ulteriori che non quelli del mero utile, stavano attenti a piazzare un testo realmente significativo ogni tre "di consumo". Se così non fosse non avremmo capolavori come "Le città invisibili" (è il primo "eccentrico" che mi viene in mente, dove il testo non parla affatto da sé, anzi...). Soprattutto, un tempo erano in grado di riconoscere un testo significativo, e vi investivano con coraggio, ottemperando anche a una funzione sociale e pedagogica di cui erano consapevoli. Nel cinema era uguale: a fianco dei semplici (per quanto geniali) film dei Monty Pyton ogni tanto ti saltava fuori un'Arancia meccanica, e qualcuno che vi investiva sopra.

Non credo, e ho avuto modo di verificarlo non solo su testi miei, che oggi le agenzie abbiamo più quel tipo di sensibilità. Le schede di valutazione che, in media, rilasciano ne sono un segno evidente. Talvolta è palpabile il loro imbarazzo nell'inventarsi ragioni per il rigetto di un testo, pur di non dire apertamente: "diciamo no perché secondo noi non vende". Gli sforzi di girare attorno a questo concetto generano spesso mostri, con i pacchiani errori di cui parli tu. Derivati però non da una lettura disattenta, ma da una lettura attenta solo a specifici e determinati aspetti.

Nell'appigliarsi alla qualunque, gli svarioni abbondano. Quello della verosimiglianza è solo un esempio, citato a caso tra i tanti che ho visto. La sua stessa affermazione come principio essenziale per la pubblicazione di un testo è un pretesto palese. Se fosse così, non ci sarebbe più spazio per i racconti fantasy o di fantascienza... Rimane piuttosto buffo e disorientante sentirsi dire: "il fatto X, raccontato al capitolo Y, non è verosimile, perché nella realtà una cosa del genere non può avvenire", quando l'autore sa che il fatto X è avvenuto davvero, anzi lo racconta proprio per quello. Ma al di là dei casi singoli, come detto, credo sia solo una questione di pretesto per nascondere il principio unico, che è quello della vendibilità. In questo momento sto leggendo "La bestia umana" di Emile Zola. Il protagonista a un certo punto massacra di botte la propria compagna. Poco dopo se ne escono assieme, vanno in stazione, incontrano parenti e amici, come se nulla fosse. Per come il pestaggio è stato descritto, la donna dovrebbe avere il viso tumefatto e pesto, e qualcuno, verosimilmente, a partire dai parenti, dovrebbe chiederle: "ehi, ma che hai fatto?". Invece niente. Inverosimile. Con questa scusa oggi Zola non verrebbe pubblicato... :-)

Il problema delle agenzie è proprio il loro ruolo, che è in fase di tramonto netto, come quello di moltissimi altri basati sull'intermediazione. Gli agenti immobiliari, da professionisti essenziali che erano, sono diventati una classe professionale tra le più in declino, semplicemente perché hanno perso la competizione con la Rete, non sono stati in grado di dare quel valore aggiunto che potesse farli essere realmente indispensabili. Se non quello di dare una valutazione agli appartamenti, che è sempre spaventosamente al ribasso. Perché è meglio pochi, sporchi e subito, nel loro unico interesse (e del compratore...). Le agenzie di intermediazione letteraria non si sottraggono a questa dinamica, che (purtroppo) ha un andamento molto lento, essendo quello librario un mercato di per sé meno dinamico di altri. Ma col tempo il loro destino sarà lo stesso delle agenzie immobiliari: tra una decina d'anni non esisteranno più. A meno che non tornino a offrire un valore aggiunto specifico e non smettano di basare il loro lavoro solo sull'immediata profittabilità al ribasso. Cosa che non credo avverrà mai.

 

Alla fine quella che voleva essere solo una discussione ironico-sarcastica su come le agenzie rispondano in automatico quando gli fai notare gentilmente tutto questo, si è tramutata in una discussione seriosa... ma va bene così! :-)

 

Ciao.

 

Davide

 

 

 

 

8 ore fa, Dolcenera ha detto:

Scusa, io non comprendo una cosa: "i meccanismi, gli espedienti narrativi, i significati nascosti e quant'altro" dovrebbero essere chiari quando si legge il libro perché il tuo lettore un domani non interloquirà con te, ma solo col tuo libro. 

Se un lettore, che mi sembra il caso di sottolineare è un lettore professionista quindi abituato a notare subito espedienti, simbolismi, ecc, non nota certi aspetti del tuo manoscritto o li trova farraginosi o poco realistici, il problema è probabilmente che tu non li hai resi comprensibili e riconoscibili, non che il lettore che redige la scheda di valutazione sia un incompetente. 

Ogni tanto secondo me si potrebbe anche imparare ad accettare le critiche di chi di professione legge centinaia di manoscritti. 

Non dico che il valutatore sia Dio sceso in Terra né che la valutazione di uno scritto - come di tutta l'arte in generale - non presenti una componente soggettiva, ma secondo me la cosa migliore è prendere le critiche e vedere come sfruttarle per migliorarsi, senza pensare subito che dall'altra parte ci sia uno stolto che non capisce nulla.

 

Situazione diversa sarebbe se nella scheda di valutazione ci fossero pacchiani errori che dimostrino che il libro non è stato letto attentamente (errori di trama, appunti su cose inesistenti o su parti di storia completamente diverse), ma sui significati reconditi e i meccanismi che stanno dietro il testo deve parlare solo il testo, non l'autore. Quindi trovo la critica mossa infondata.

 

PS: Comunque il fatto che una situazione sia avvenuta nella vita reale non la rende narrativamente realistica, sono due cose molto diverse.

 

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On 27/6/2017 at 08:46, Davide Genova ha detto:

Il pubblico chiede spazzatura facile e puro intrattenimento di basso livello, e i produttori glielo forniscono a palate, in cambio dello share. Ugualmente, essendo la fonte di sostentamento di editori e agenti una platea di lettori che istintivamente cerca intrattenimento facile, le chiavi di lettura alla fine si riducono al dito sulla calcolatrice.

@Davide Genova non credo si possa dire che un bel testo letterario non viene più pubblicato, penso a Scarpa o a Covacich, entrambi autori piuttosto difficili e tutt'altro che commerciali. Sinceramente a me sorprendono molto di più gli innumerevoli libri sugli scaffali che rimarranno invenduti e saranno presto dimenticati. Mi chiedo perché siano stati pubblicati visto che non portano nemmeno dei guadagni. Concordo che sia miope per le CE non rischiare mai l'autore difficile (a meno che non sia già conosciuto); dovrebbe esserci un bilanciamento tra titoli commerciali e sperimentazioni di sostanza. Comunque, se vai a spulciare i nomi dei vincitori dei premi Strega negli anni Settanta, scopri nomi non solo dimenticati, ma che all'epoca hanno avuto un grande successo e ora non li pubblicherebbe nessuno. Per quel che riguarda gli agenti letterari, non è detto che loro non ci provino a mandare avanti testi più forti, ma se le CE glieli rifiutano possono fare poco. Ci vorrebbero di nuovo i letterati a fare il lavoro editoriale, come Calvino, Vittorini, Papini, e CE che gli dessero autonomia.

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1 minuto fa, Elisah15 ha detto:

@Davide Genova non credo si possa dire che un bel testo letterario non viene più pubblicato, penso a Scarpa o a Covacich, entrambi autori piuttosto difficili e tutt'altro che commerciali. Sinceramente a me sorprendono molto di più gli innumerevoli libri sugli scaffali che rimarranno invenduti e saranno presto dimenticati. Mi chiedo perché siano stati pubblicati visto che non portano nemmeno dei guadagni. Concordo che sia miope per le CE non rischiare mai l'autore difficile (a meno che non sia già conosciuto); dovrebbe esserci un bilanciamento tra titoli commerciali e sperimentazioni di sostanza. Comunque, se vai a spulciare i nomi dei vincitori dei premi Strega negli anni Settanta, scopri nomi non solo dimenticati, ma che all'epoca hanno avuto un grande successo e ora non li pubblicherebbe nessuno. Per quel che riguarda gli agenti letterari, non è detto che loro non ci provino a mandare avanti testi più forti, ma se le CE glieli rifiutano possono fare poco. Ci vorrebbero di nuovo i letterati a fare il lavoro editoriale, come Calvino, Vittorini, Papini, e CE che gli dessero autonomia.

 

Verissimo, Elisah. Ma non capiterà mai. Non capiterà più. La logica è: pochi, sporchi e subito. Se hai mai avuto a che fare con le immobiliari sai di cosa sto parlando. Esattamente come quelle, se non si danno una svegliata e incominciano a puntare sulle nicchie e sulle eccellenze, le agenzie letterarie faranno la stessa fine. Alla fine, per loro, come per ogni essere umano, vale un'unica cosa: la paura. Paura di fare il "giusto" osando e rischiando il passivo. nel loro caso. E chissà a quanti Morselli sono presenti in questo forum, tutti ignorati per motivi puramente commerciali al ribasso. Calvino, Vittorini, Papini... altri tempi, altra società, altra cultura. Bei tempi...

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@Davide Genova Non disperiamo Davide, forse è meglio scegliere delle agenzie di medio calibro guardando i curriculum degli agenti. Io ho avuto la sfortuna di essere imbrogliata nel vero senso della parola da un'agente letterario che mi ha tenuto fermo il testo per tre anni. Direi che WD serve proprio a questo, a scambiarci informazioni, sgamare i peggiori e dirigere le nostre migliori energie verso chi ne ha altrettante. Proprio adesso sto guardando i commenti sulle varie CE, ci sono molte notizie interessanti. 

 

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23 minuti fa, Elisah15 ha detto:

@Davide Genova Non disperiamo Davide, forse è meglio scegliere delle agenzie di medio calibro guardando i curriculum degli agenti. Io ho avuto la sfortuna di essere imbrogliata nel vero senso della parola da un'agente letterario che mi ha tenuto fermo il testo per tre anni. Direi che WD serve proprio a questo, a scambiarci informazioni, sgamare i peggiori e dirigere le nostre migliori energie verso chi ne ha altrettante. Proprio adesso sto guardando i commenti sulle varie CE, ci sono molte notizie interessanti. 

 

 

Si Elisah, il ruolo di WD è FON-DA-MEN-TA-LE. La condivisione delle esperienze è il valore aggiunto della Rete, uno dei pochi, per fare selezione.

Io non dispero. Con la tracotanza che distingue tutti noi aspiranti scrittori, tendo a dire che se non mi pubblicano... ci perdono loro, mica io. ;-)

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Scusa, @Davide Genova, ma che c'entrano i cani di Pavlov? E seconda domanda: se pensi che le agenzie di servizi letterari siano incompetenti e inutili, perché hai pagato per una loro valutazione?

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8 ore fa, swetty ha detto:

Scusa, @Davide Genova, ma che c'entrano i cani di Pavlov? E seconda domanda: se pensi che le agenzie di servizi letterari siano incompetenti e inutili, perché hai pagato per una loro valutazione?

 

Ciao @swetty.

I cani di Pavlov li ho citati nel post iniziale, per definire in modo semiserio le reazioni delle agenzie quando uno si permette di interloquire con loro mettendo in discussione in tutto o in parte le loro schede di valutazione, con lo scopo di cercare un'ìnterlocuzione positiva, ovviamente. Ho notato, nella mia esperienza che si tratta di reazioni standard, e così le ho descritte, con un sorriso, cercando di capire se ero l'unico ad aver avuto esperienze del genere. Dopo di che il thread è deragliato su una trattazione più seria e più profonda, ma non mi pare un male...

Non credo di aver detto da nessuna parte che le agenzie letterarie sono incompetenti e inutili. Non lo penso, quindi se questo è il messaggio che è passato, vuol dire che mi sono spiegato male. Vi sono agenzie competenti e utili, ed altre che lo sono meno o non lo sono per nulla, come in tutto il mondo professionale. Quando questo thread è diventato improvvisamente serio ho posto una questione più generale, ovvero: in cosa consistono oggi la competenza e l'utilità delle agenzie letterarie? Ovvero: a cosa servono?

La competenza è un fatto solo in parte oggettivo, a mio avviso. Chi è competente tra un avvocato che ti snocciola a memoria gli articoli del Codice Penale, del Codice di Procedura Penale, le sentenze degli ultimi dieci anni nonché la Costituzione, ma che in aula balbetta, e un avvocato che conosce le norme essenziali ma è dotato di una parlantina e un carisma capaci di cavarti dai guai? Dipende... dipende dal contesto, da un lato, e dal'altro dal ruolo che si vuole attribuire al professionista (e che il professionista vuole attribuire a se stesso). E allora, il meccanismo oggi è che il mercato chiede qualcosa che oscilla tra la spazzatura e il mero intrattenimento. Niente di male, è sempre stato così a partire da metà del '900. L'agente competente è colui che si adegua a questa tendenza e sa riconoscere e piazza con successo libri spazzatura o di intrattenimento? Volendo essere logici e rigorosi, la risposta potrebbe essere sì. Ma per me è no. Perché esse non sono uno studio legale, né un'industria dolciaria, né promotori finanziari. Esse si occupano di cultura. Hanno scelto, per motivi loro, un campo economico estremamente delicato dove, opinione personale, non si può e non si deve ridurre tutto a semplici logiche di bilancio aziendale. Occuparsi di editoria, a mio avviso, significa cercare di perseguire quotidianamente il miracolo della coincidenza tra business e ruolo socio-pedagogico. Se il vero problema è a monte ovvero nella domanda miserabile che giunge dai consumatori, compito degli agenti (e di tutta la filiera in questo mercato) dovrebbe essere quello di sfruttare commercialmente l'immiserimento culturale dilagante, dando però anche contributi perché la platea di consumatori esca da quell'immiserimento, e torni ad essere una platea di lettori. In altre parole, le agenzie dovrebbero essere migliori di coloro che esprimono una domanda di spazzatura e intrattenimento. Difficile, serve coraggio, ma così è, a mio avviso. Un tempo c'era consapevolezza e orgoglio in questo ruolo. Ed era per questo che, ad esempio, nel 1971, mentre usciva "Fantozzi", uscivano anche "L'amico ritrovato", "Il contesto", "Foto di gruppo con signora", un paio di Simenon, e il già citato Guido Morselli produceva le sue meraviglie (pubblicate postume). In ogni caso, mi guardo bene dall'accusare di incompetenza le agenzie. Le accuso, questo sì, di declinare le loro competenze, per loro stessa ammissione, solo sul piano più semplice del business, così dimenticando chi sono e quanto sia importante la loro missione di igiene mentale e culturale.

Sull'utilità ho espresso l'opinione che esse ancora servano a qualcosa, ma anche che si tratta di un ruolo in declino, destinato sul lungo periodo a scomparire, come già capitato ad altre professioni di intermediazione. Non lo auspico, anzi. Perché, come ho detto, non si sta parlando di intermediazione finanziaria o immobiliare, ma culturale, un aspetto del vivere umano che ritengo sacro. Affinché il declino non prosegua, credo che le agenzie dovrebbero mettere in campo approcci e competenze nuove, dovrebbero offrire un valore aggiunto tangibile, proiettato in parte nel futuro ma senza rinunciare alle proprie radici e al ruolo sociale e pedagogico a cui dovrebbero ottemperare. Al momento, la loro tendenza ad adeguarsi a mere logiche di business, le più facili e conformiste, stanno assecondando e anzi accelerando il loro declino, rendendole cieche rispetto alla ricerca di quel quid capace di confermarle, ora e nell'avvenire, un passaggio irrinunciabile per chi appartiene alla filiera della produzione culturale. Al momento, selezionando i testi esclusivamente sulla base della loro vendibilità, per piazzarli nel mare magnum librorum del mercato attuale e raccattare così subito un po' di utili, stanno facendo un pessimo servizio a se stesse, prima ancora che a tutti quelli che sono ad esse collegate.

Perché, nonostante tutti questi dubbi amletici, mi sono rivolto a loro? Per due motivi. Il primo, spiegato sopra, è che ancora oggi le agenzie servono, una qualche utilità la mantengono, sebbene con le anomalie che, opinione personale, mi pare ne stiano minando il ruolo. Il secondo è: l'ho fatto per lo stesso motivo per cui i viandanti medievali dovevano pagare i famosi due fiorini ai gabellieri sparsi lungo le vie che portavano alle città più importanti... :)

Ciao!

 

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Ospite emilianoem

Buongiorno @Davide Genova e grazie per aver aperto questa discussione: apprezzo molto i tuoi argomenti e il tono con cui li esponi. Intervengo per esprimere la mia opinione al riguardo delle agenzie in generale e del mercato editoriale in particolare. Credo che le scelte degli editori (e degli agenti) siano condizionate non tanto dalla ricerca di un facile guadagno puntando su una qualità mediocre, quanto sulla predilezione di un unico modello letterario, che può essere sfruttato per scrivere cose eccellenti o indegne. E' il modello letterario affermatosi nell'800, basato sull'immedesimazione del lettore nei confronti di una storia fatta di eventi. Un modello come questo non può comprendere un romanzo del Settecento come Jacques le fataliste di Diderot, e meno che mai le Navigatio Sancti Brendani, così come, nel '900, tutte le rivoluzioni legate al Modernismo europeo e americano, proseguite dal Nouveau Roman francese e dalle sue assonanze italiane di Calvino, Malerba, Ballestrini... Morselli. Quando entro in una libreria ho l'impressione, dalla metà degli anni '90, di trovarmi in un negozio dove gli industriali italiani del settore vendano un unico articolo. Poi magari pubblicano in traduzione qualcosa che a me piace di più, ma è come se si  fosse prodotto un livellamento di paradigma. Tu dici che gli editori, scegliendo questo mestiere, vengono meno alla vocazione culturale insita in esso, io preferisco concentrarmi su un discorso economico. Scegliendo di non occuparsi di altri paradigmi si finisce per escludere comunque una fetta di mercato. Per quanto i miei gusti possano essere condivisi da una minoranza di lettori, questa minoranza è una porzione di acquirenti. Condivido il tuo paragone con le agenzie immobiliari e il richiamo al mercato di nicchia. Aggiungo che quando si discrimina un modello preferendolo ad un altro si finisce per limitare l'espressività, e di conseguenza le idee, perché certe cose si possono dire solo in un modo e non in un altro. E le idee, sono il terreno su cui l'editoria cresce. Ma perché hanno operato questa scelta verso un unico modello? Perché vende di più, certo, ma anche perché, io credo, non sono più in grado di riconoscerne altri. Ho avuto l'amara esperienza di scoprire, leggendo le critiche ai miei romanzi (sono un Morselli anch'io), che erano state fatte giudicandole con un metro di valutazione non in scala: come qualcuno che giudica un Pollock con il metro del Botticelli. Alla fine, è una questione di ignoranza.

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Ciao @emilianoem. Avevo l'impressione di essere stato, come il mio solito, troppo severo e tranciante nelle mie valutazioni, ma devo dire che mi batti! :)

Scherzi a parte, mi pare che il tuo punto di vista sia perfettamente integrabile al mio, sebbene centrato solo sulla sfera economica. Differiamo forse nell'individuazione della radice del problema, che per me resta l'istinto umano a "economizzare", dunque a servirsi di supporti semplici e tranquillizzanti. In altre parole il mio problema sta nell'utenza. La vedo da una prospettiva storica: l'Occidente è andato incontro a un grave impoverimento culturale a partire dal secondo dopoguerra. Quando, giusto per fare un esempio simbolico (e so così di banalizzare) "In the mood" di Glenn Miller è diventato più popolare delle arie cantate da Enrico Caruso. Alle spalle di questo processo di semplificazione e banalizzazione culturale c'è ciò che accadde ancora prima, con l'ingresso delle "masse" (e la stessa concettualizzazione di "massa") nella vita culturale. Con il peso del numero queste hanno imposto i loro gusti, i loro trend, imponendo un livellamento delle differenze tra ciò che era di valore (una sorta di aristocrazia culturale) e ciò che era orgogliosamente popolare e consapevolmente di valore del tutto transitorio. Dopo i due conflitti mondiali, sotto la guida business-based degli Stati Uniti la cosa è stata spinta alle estreme conseguenze. Il turbo è poi scattato in epoca "new economy". non a caso, come rilevi tu, è da metà anni '90 che da un lato l'appiattimento è diventato evidente, dall'altro non rimane più la minima traccia di "aristocrazia" culturale. Chiunque, anche il dee-jay o il rapper, può dirsi "musicista" o "artista". Tutti sono poeti, romanzieri, saggisti, pittori, scultori, attori, registi... Tutto è accessibile per tutti. Dunque non c'è più niente per nessun, se non un generale impoverimento.

In un contesto del genere, chi vuole fare business, tanto e subito, deve adeguarsi al livellamento, con i risultati che ho descritto nel mio post precedente. Con il doppio risultato negativo di abdicare alla loro storica funzione di crescita sociale (opinione mia) e di ignorare l'esistenza delle pur profittevoli "nicchie" di mercato (opinione tua). Che è poi un'ottica diversa con cui vedere la faccenda.

Mentre scrivevo, a fagiolo, come si dice, ho ricevuto il feedback di un'agenzia letteraria che, in premessa al suo rigetto, fa riferimento aperto alla necessità di rispettare i "dettami dell'editoria contemporanea". Non ho risposto e non risponderò alla loro email, e non mi prenderò nemmeno la briga di lasciare un commento su di loro qui su WD. Perché? Perché un incipit del genere già qualifica l'approccio dell'agenzia. Ci sono i dettami, o si sta in quelli, o sei out.

Sarà che mi chiamo Davide e per nome sono portato a prendere a sassate i giganti, ma a mio avviso un'agenzia letteraria o una casa editrice assolvono al proprio ruolo anche per sovvertire i dettami. Specie quando questi assecondano o promuovono un impoverimento generalizzato, e anche se c'è il rischio di non fare grana, in cambio. Se non lo fai, non fai il tuo mestiere per bene, non soddisfi le nicchie, non aiuti questa massa di consumatori ad evolversi in qualcosa di migliore. Sei solo un agente immobiliare che cerca di piazzare l'appartamento al prezzo più basso possibile, per soddisfare il compratore, raccattare la tua percentuale (poca roba, ma meglio di niente), in barba agli interessi del venditore. Per di più facendo scadere oltre ogni limite il valore di una cosa che dovrebbe essere in sé preziosa, come una casa.

Così è. Adattiamoci a morire con il nostro idealismo.

Scrivendo e venendo compresi come lo fu come Morselli, magari. Ma, per favore Emiliano, senza finire come lui. :)

Ciao.

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37 minuti fa, emilianoem ha detto:

un facile guadagno puntando su una qualità mediocre

Non è così per nessun prodotto. Che sia alimentare, industriale, o editoriale. Si vende con la qualità. 

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12 minuti fa, camparino ha detto:

Non è così per nessun prodotto. Che sia alimentare, industriale, o editoriale. Si vende con la qualità. 

 

@camparino, il ruolo che hai scritto sotto il tuo nome (e che sarà anche il mio quando il sistema mi consentirà di metterlo) è davvero tra i più azzeccati... :)

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Scusa @Davide Genova, ti ho fatto la domanda sui cani di Pavlov perché l'esperimento di Pavlov riguarda il riflesso condizionato, non le risposte meccaniche e neanche l'addestramento in generale. In particolare riguarda l'associazione tra eventi esterni (suona una campanella) e risposte fisiologiche (aumento della salivazione). Ora non c'è nulla di fisiologico nell'inviare una risposta, per cui il paragone è sbagliato e fuorviante (e pure un tantino denigratorio). 

 

On 27/6/2017 at 07:46, Davide Genova ha detto:

Tu sei davvero sicura che i "lettori professionisti" che prendono in mano i nostri lavori nelle agenzie abbiano queste caratteristiche? Onestamente io non credo.

 

Questo è uno dei tanti brani in cui dici che le agenzie sono incompetenti (ho tagliato il pezzo lungo sopra in cui davi le buone caratteristiche dei lettori).

 

On 27/6/2017 at 07:46, Davide Genova ha detto:

Ma col tempo il loro destino sarà lo stesso delle agenzie immobiliari: tra una decina d'anni non esisteranno più. A meno che non tornino a offrire un valore aggiunto specifico e non smettano di basare il loro lavoro solo sull'immediata profittabilità al ribasso. Cosa che non credo avverrà mai.

 

Questo invece uno dei tanti in cui denunci l'inutilità. E guarda che l'hai ribadita nella risposta quando asserisci che hai dovuto pagare i "due fiorini".

 

Quindi vediamo: una metafora sbagliata e un messaggio chiaramente non controllato, visto che ritieni di essere stato frainteso nonostante tonnellate di parole.

 

Al posto tuo io incasserei il giudizio negativo, lo metterei in saccoccia e inizierei a lavorarci su.

 

 

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7 minuti fa, swetty ha detto:

Scusa @Davide Genova, ti ho fatto la domanda sui cani di Pavlov perché l'esperimento di Pavlov riguarda il riflesso condizionato, non le risposte meccaniche e neanche l'addestramento in generale. In particolare riguarda l'associazione tra eventi esterni (suona una campanella) e risposte fisiologiche (aumento della salivazione). Ora non c'è nulla di fisiologico nell'inviare una risposta, per cui il paragone è sbagliato e fuorviante (e pure un tantino denigratorio). 

 

 

Questo è uno dei tanti brani in cui dici che le agenzie sono incompetenti (ho tagliato il pezzo lungo sopra in cui davi le buone caratteristiche dei lettori).

 

 

Questo invece uno dei tanti in cui denunci l'inutilità. E guarda che l'hai ribadita nella risposta quando asserisci che hai dovuto pagare i "due fiorini".

 

Quindi vediamo: una metafora sbagliata e un messaggio chiaramente non controllato, visto che ritieni di essere stato frainteso nonostante tonnellate di parole.

 

Al posto tuo io incasserei il giudizio negativo, lo metterei in saccoccia e inizierei a lavorarci su.

 

 

 

Cara @swetty, non sono tipo da polemiche internettiane, sebbene in passato in un forum mi avessero soprannominato "Sgarbi quotidiani".

Dunque mi limito a dirti che quello che hai scritto, citando parti del mio ragionamento, denota un'incomprensibile antipatia istintiva nei miei confronti, e una, lasciamelo dire, fastidiosa tendenza manipolatoria. Basta andare bene attraverso ciò che ho scritto per capire che le tue critiche aspre sono un tantino forzate.

Ad ogni buon conto, nessuno ci ordina di amarci ed essere d'accordo. Mi spiace che tu dia una lettura del genere e senta l'istinto di brandire la matita rossa. Peraltro segnando cose che errori non sono (lavorerai mica per un'agenzia letteraria pure tu? :) ).

Io prendo sempre in considerazione i giudizi negativi, se ragionevoli e ben argomentati.

Per il resto sarebbe positivo non ripristinare il piacevole e pacato confronto di idee che si stava svolgendo su questo mio thread, iniziato come puro "cazzeggio".

Spero tu voglia essere della squadra.

Ciao.

 

P.S.: che c'è di denigratorio, eventualmente, nell'essere paragonato a un cane? ;)

 

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On 27/6/2017 at 08:46, Davide Genova ha detto:

lettore professionista

Lettore professionista è uno che ha fatto della lettura la propria professione, cioè il mezzo con cui guadagnarsi il pane. Si potrebbe sperare che sia molto competente, ma la cosa non è garantita. Qualche "non-professionista" potrebbe essere molto più preparato e capace, nonostante di professione faccia magari l'imbianchino.

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A me non sembra un gran male che le agenzie ragionino in termini di vendita nelle scelte dei romanzi. Perché se il tuo romanzo è il più bello del mondo ma così difficile che il pubblico medio non lo leggerebbe mai, allora resterà sugli scaffali e sarà un danno per tutti. L'editoria è un business, punto. Un business culturale, per carità, che deve avere occhio alla qualità, ma pur sempre un business.

Purtroppo il mondo è cambiato. Oggi non ci sono più i grandi intelletuali di una volta; è un peccato, ma è la realtà. E' utopistico voler imporre al pubblico lo stesso tipo di libri che si leggevano una volta. Quindi, per un libro serio che si fa passare, devono essercene almeno cinque più "popolari", se così vogliamo dire; che sono quelli che vendono e permettono la pubblicazione del libro serio che si compreranno in dieci.

Detto ciò, vorrei spendere due parole sulla verosimiglianza, dicasi anche "sospensione dell'incredulità". Verosimile non significa "realistico", significa "che si sarebbe ragionevolmente potuto verificare" oppure, in un romanzo di genere fantastico, che sia quantomeno coerente con le regole che l'autore ha imposto al suo mondo.

Ora, la mia insegnate di editing mi ha sempre detto che se nel leggere un romanzo ti rimane un fastidioso senso che qualcosa non va, allora probabilemnte c'è un buco di verosimiglianza o coerenza.

Io credo che se un lettore professionista te lo fa notare, qualche ragione deve averla. Poi sulle schede di lettura un autore dovrebbe avere la possibilità di ragionare assieme a chi ha realizzato la scheda, questo è vero, e il lettore dovrebbe avere l'umiltà di ascoltare le ragioni dell'autore. Poi dopo potrà ribadirgli ancora che secondo lui sta sbagliando tutto, ma almeno se ne è disucsso assieme.

 

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1 ora fa, Valentina Capaldi ha detto:

A me non sembra un gran male che le agenzie ragionino in termini di vendita nelle scelte dei romanzi. Perché se il tuo romanzo è il più bello del mondo ma così difficile che il pubblico medio non lo leggerebbe mai, allora resterà sugli scaffali e sarà un danno per tutti. L'editoria è un business, punto. Un business culturale, per carità, che deve avere occhio alla qualità, ma pur sempre un business.

Purtroppo il mondo è cambiato. Oggi non ci sono più i grandi intelletuali di una volta; è un peccato, ma è la realtà. E' utopistico voler imporre al pubblico lo stesso tipo di libri che si leggevano una volta. Quindi, per un libro serio che si fa passare, devono essercene almeno cinque più "popolari", se così vogliamo dire; che sono quelli che vendono e permettono la pubblicazione del libro serio che si compreranno in dieci.

Detto ciò, vorrei spendere due parole sulla verosimiglianza, dicasi anche "sospensione dell'incredulità". Verosimile non significa "realistico", significa "che si sarebbe ragionevolmente potuto verificare" oppure, in un romanzo di genere fantastico, che sia quantomeno coerente con le regole che l'autore ha imposto al suo mondo.

Ora, la mia insegnate di editing mi ha sempre detto che se nel leggere un romanzo ti rimane un fastidioso senso che qualcosa non va, allora probabilemnte c'è un buco di verosimiglianza o coerenza.

Io credo che se un lettore professionista te lo fa notare, qualche ragione deve averla. Poi sulle schede di lettura un autore dovrebbe avere la possibilità di ragionare assieme a chi ha realizzato la scheda, questo è vero, e il lettore dovrebbe avere l'umiltà di ascoltare le ragioni dell'autore. Poi dopo potrà ribadirgli ancora che secondo lui sta sbagliando tutto, ma almeno se ne è disucsso assieme.

 

 

Ciao @Valentina Capaldi. Condivido praticamente tutto quello che dici. Diciamo che mi distinguo per una posizione un po' più radicale o idealista se vuoi suoi produttori editoriali. La proporzione di 5 a 1 tra popolari e di qualità mi pare un po' tanto squilibrata. Sarei più per un 3:2. Nella mia percezione, il mestiere di agente/editore dovrebbe avere la consapevolezza che fa un business diciamo così "borderline". Dovrebbe essere più una vocazione che una professione. Come tale l'utile c'è, ci deve essere, non lo nego, ma occorre aver cura a promuovere la qualità, anche quando non conforme.

L'esempio migliore, in questo senso, sono i teatri lirici che hanno anche un programma sinfonico. Anche loro hanno un rapporto molto controverso col business, com'è noto. Eppure non cedono sulla loro missione, ed è ormai sistematico vedere in cartellone serate-concerto dove alla Quinta Sinfonia di Beethoven (Ta-Ta-Ta-Taaaaaaaa), popolarissima, affiancano un complicato Shostakovich o un arduo Mahler. Chi va a sentire Beethoven deve "sorbirsi" anche Mahler, a meno di non assistere a metà concerto avendo pagato biglietto intero (a Genova non capita mai!!!). E magari quella è l'occasione per sforzarsi di capire e apprezzare l'autore difficile. Magari, tornato a casa, qualcuno del pubblico risente in testa le sonorità astruse della seconda parte, e decide di riascoltarle e approfondirle. Si chiama disseminazione. E chi partecipa alla filiera produttiva della Cultura (maiuscola non casuale) è chiamato a farla. Se non è contento per i pochi utili che fa... cambi mestiere. O meglio: cambi settore e si dia ai fidget spinner. Sennò fa danni e basta.

Ma capisco, e ho ampiamente verificato, che la mia è utopia. Accidenti al mio idealismo...

Quanto alla sospensione dell'incredulità, mi frulla in testa una domanda insistente, da quando hanno iniziato a menarmelo (scusa il francesismo) con quell'espressione. Che sa tanto di "scuola di editor" tipo la Holden di Baricco, di criterio standard per misurare qualcosa che è... soggettivo? Inafferrabile? Vago? Ovvero: cosa sospende la mia incredulità? Cosa sospende la tua e quella di Tizio, Caio e Sempronio? L'effetto di sospensione dell'incredulità, al di là di quello che dettano gli aberranti "manuali di scrittura", dipende dal vissuto umano e culturale di chi legge, dai desideri che ha in cuore, dalle sue aspettative. E vivaddio siamo tutti diversi in queste cose. In altre parole, questo utilizzo di criteri "quadrati" su una cosa vaga come la creatività, la capacità evocativa, mi pare limitante. Utile per individuare cosa vende e cosa no. Inutile per cogliere la significatività artistica. Come cercare di chiudere in una scatola da imballo un metro cubo di gas: ti scappa comunque da tutte le parti. Ho in mente un esempio pratico, a cui però penso che più avanti dedicherò un thread dedicato, perché la cosa mi stuzzica...

Ciao!

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24 minuti fa, Davide Genova ha detto:

L'esempio migliore, in questo senso, sono i teatri lirici che hanno anche un programma sinfonico. Anche loro hanno un rapporto molto controverso col business, com'è noto. Eppure non cedono sulla loro missione, ed è ormai sistematico vedere in cartellone serate-concerto dove alla Quinta Sinfonia di Beethoven (Ta-Ta-Ta-Taaaaaaaa), popolarissima, affiancano un complicato Shostakovich o un arduo Mahler. Chi va a sentire Beethoven deve "sorbirsi" anche Mahler, a meno di non assistere a metà concerto avendo pagato biglietto intero (a Genova non capita mai!!!). E magari quella è l'occasione per sforzarsi di capire e apprezzare l'autore difficile. Magari, tornato a casa, qualcuno del pubblico risente in testa le sonorità astruse della seconda parte, e decide di riascoltarle e approfondirle. Si chiama disseminazione. E chi partecipa alla filiera produttiva della Cultura (maiuscola non casuale) è chiamato a farla. Se non è contento per i pochi utili che fa... cambi mestiere. O meglio: cambi settore e si dia ai fidget spinner. Sennò fa danni e basta.

Con i libri questo processo è più difficile, però. Nel romanzetto rosa non t'infilano dentro Joyce in appendice :asd:

Ovviamente agenti ed editori dovrebbero avere una certa sensibilità culturale, che negli anni si è persa; ma dipende sempre dal fatto che il mondo è cambiato. E' cambiato il pubblico e sono cambiati anche gli editori. 5:1 era una proporzione abbastanza a caso; diciamo che 3:2 potrebbe andare. Però ribadisco il concetto che tu puoi essere l'editore più illuminato del mondo, ma se non produci libri che vendono chiudi.

29 minuti fa, Davide Genova ha detto:

Quanto alla sospensione dell'incredulità, mi frulla in testa una domanda insistente, da quando hanno iniziato a menarmelo (scusa il francesismo) con quell'espressione. Che sa tanto di "scuola di editor" tipo la Holden di Baricco, di criterio standard per misurare qualcosa che è... soggettivo? Inafferrabile? Vago? Ovvero: cosa sospende la mia incredulità? Cosa sospende la tua e quella di Tizio, Caio e Sempronio? L'effetto di sospensione dell'incredulità, al di là di quello che dettano gli aberranti "manuali di scrittura", dipende dal vissuto umano e culturale di chi legge, dai desideri che ha in cuore, dalle sue aspettative. E vivaddio siamo tutti diversi in queste cose. In altre parole, questo utilizzo di criteri "quadrati" su una cosa vaga come la creatività, la capacità evocativa, mi pare limitante. Utile per individuare cosa vende e cosa no. Inutile per cogliere la significatività artistica. Come cercare di chiudere in una scatola da imballo un metro cubo di gas: ti scappa comunque da tutte le parti. Ho in mente un esempio pratico, a cui però penso che più avanti dedicherò un thread dedicato, perché la cosa mi stuzzica...

Ciao!

Questo non è del tutto vero. La sospensione dell'incredulità dipende dal contesto e dalla struttura interna del romanzo. E' un criterio del tutto oggettivo, non soggettivo. Dipende dall'ambientazione del romanzo, dal carattere dei personaggi, dalle loro capacità...

In effetti, è un concetto che serve molto più nel fantastico che nella letteratura mainstream, sebbene anche quest'ultima debba seguire le normali regole di coerenza. Se per esempio siamo nella 1° Guerra Mondiale, non puoi mettermi nella storia dei tedeschi che si comportano come nazisti (e non è un esempio a caso, l'ho visto di recente).

Gli scrittori, sopratutto alle prime armi, fanno errori di coerenza molto più spesso di quanto si immagini, senza nemmeno accorgersene; perché in prima stesura si va di getto, perché ci si dimentica quello che si è scritto prima, perché non ci si documenta... per questo un lettore esterno è molto utile.

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1 minuto fa, Valentina Capaldi ha detto:

Con i libri questo processo è più difficile, però. Nel romanzetto rosa non t'infilano dentro Joyce in appendice :asd:

 

Ma sai che figata invece? Mi pare un'ideona! Sul serio! :D

 

2 minuti fa, Valentina Capaldi ha detto:

E' un criterio del tutto oggettivo, non soggettivo. Dipende dall'ambientazione del romanzo, dal carattere dei personaggi, dalle loro capacità...

 

Continuo a non essere del tutto d'accordo. O per lo meno ho visto agenti appellarsi a un tecnicismo del genere laddove non era applicabile, giusto per trovare un appiglio per bocciare un testo. Ma lì è il mio pregiudizio, secondo cui il criterio di valutazione è uno, uno e mezzo se vogliamo, sempre lo stesso, e la cosa imbarazza molto gli agenti, che dunque hanno bisogno di qualcosa dietro cui nascondersi. Ma ripeto, probabilmente è il mio pregiudizio...

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1 minuto fa, Davide Genova ha detto:

Continuo a non essere del tutto d'accordo. O per lo meno ho visto agenti appellarsi a un tecnicismo del genere laddove non era applicabile, giusto per trovare un appiglio per bocciare un testo. Ma lì è il mio pregiudizio, secondo cui il criterio di valutazione è uno, uno e mezzo se vogliamo, sempre lo stesso, e la cosa imbarazza molto gli agenti, che dunque hanno bisogno di qualcosa dietro cui nascondersi. Ma ripeto, probabilmente è il mio pregiudizio...

No, beh, può darsi che per molti casi tu abbia anche ragione. Io mi limito a fare l'editor, non l'agente, perciò di solito su un romanzo dico quello che secondo me è giusto senza risparmiarmi, pregi e difetti, ma poi a ciò faccio seguire lungheee telefonate con gli autori :asd:

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1 ora fa, Valentina Capaldi ha detto:

No, beh, può darsi che per molti casi tu abbia anche ragione. Io mi limito a fare l'editor, non l'agente, perciò di solito su un romanzo dico quello che secondo me è giusto senza risparmiarmi, pregi e difetti, ma poi a ciò faccio seguire lungheee telefonate con gli autori :asd:

 

Telefonate con gli autori??? 

Diomio, il tuo deve essere un lavoro davvero usurante! Non ti invidio! 

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13 minuti fa, Davide Genova ha detto:

 

Telefonate con gli autori??? 

Diomio, il tuo deve essere un lavoro davvero usurante! Non ti invidio! 

So prenderli per il verso giusto!:asd:

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On 30/6/2017 at 11:21, camparino ha detto:

Non è così per nessun prodotto. Che sia alimentare, industriale, o editoriale. Si vende con la qualità. 

@camparino Vivo in una città turistica. Negli ultimi anni ho visto letteralmente sparire dai banchi dei bar i panini fatti con pane fresco e salumi veri. Si trovano solo sandwich industriali. :aka:

E non saprei come definire la qualità delle famigerate sfumature di grigio - che non ho letto  ma di cui i giornali hanno parlato fino allo sfinimento - diventate un best-seller.

Nonostante i miei dubbi, faccio il tifo per te, spero proprio che sia tu ad avere ragione ;)

@Davide Genova penso anch'io che una casa editrice seria dovrebbe trovare un compromesso e all'interno del suo catalogo offrire almeno un 10% di narrativa impostata secondo altri criteri (scusa non so come definire una narrativa che non segua i canoni ottocenteschi come l'hai descritta tu). Qualche volta accade. Il primo nome che mi viene in mente è Jeanette Winterson ma probabilmente se ne potrebbero tirare fuori molti altri (per non parlare del mio idolo e dio, Saramago).

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