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Cristina

Metti una mattina un immigrato africano, uno statale del sud e un contadino veneto...

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Metti un africano, un calabrese e un veneto…

 

“Cosa t’ha detto ieri il teron? Io non c’ho capito niente. Credo che parlasse di diritti e cazzate del genere, ma adesso prendi questa zappa e va a lavorare, non sei pagato per prendere il sole. Lo so che sono le sei della mattina, ma guarda me, che sono il paron. Devi prendere esempio dal sottoscritto e non da quelli come lui, che sono buoni solo a ciacolar”.

“Si, padrone, però Ramadan molto duro. Io fare digiuno durante giorno, solo sera e mattina prima dell’alba mangiare. Ancora pochi minuti.”

Marangon si affacciò alla porta e guardò giù, oltre la scala che portava nel seminterrato.

“Guarda che letamaio! Non ti hanno insegnato che in Padania non si mangia con le mani? Hai sporcato dappertutto. E senti che puzza qui dentro. È meglio che ti lavi, subito, prima che moriamo asfissiati.”

“Il bagno non funziona. Noi usare acqua del torrente. Noi troppi in cantina. Undici persone in una stanza no buono, noi soffocare.”

“Sai solo brontolare. Se preferivi casa tua, dovevi restare là, che qua nessun te ga ciamà.”

“Buongiorno, gente! Come va con i nostri nuovi italiani?” La voce proveniva dall’aia. Il contadino sollevò un lato del suo labbro superiore.

Eccolo qui, ’sto mona. Non ha niente altro da fare che rompere i coglioni a chi lavora? Da dove viene, da Roma ladrona o ancor più in giù, dove di mestiere rubano allo Stato. Che sono io, perché pago le tasse.

“Ancora stipati qua dentro? Non ha trovato un alloggio alternativo? Le ho detto che così non va bene. Dobbiamo garantire spazi adeguati e una buona condizione igienica, altrimenti sarò costretto a denunciarla per maltrattamento e riduzione in schiavitù.”

“E io cosa sono, allora? Lo schiavo son mi. Non sto qua anch’io a lavorare la terra come questi quattro negri? E avrò più diritti di loro, che da quarant’anni mi spacco la schiena. Non ho nemmeno finito le scuole dell’obbligo...”

“Ma signor Marangon, è un’altra cosa. Oggi il CARA, di cui sono luogotenente per la provincia di Vicenza, si propone l'integrazione di soggetti aspiranti ad una forma di protezione internazionale.”

Ciò, adesso comincia coi paroloni. Mi pare frocio. Va a ramengo, va! Che venga qui anche lui a guadagnarsi il pane, invece di vivere sulle spalle del contribuente. Parassita del casso!

“Scusi, Teramo, quando pronti miei documenti per domanda asilo?”

“Dipende. Lei è un migrante, un profugo o un rifugiato?”

“Io africano.”

“Ah, ah, ah, non lo vedi, disgrasià? È nero come il carbon! Sei pure orbo! Mettiti gli occhiali, ne hai bisogno!”

“Ma mi faccia il piacere…Lei, piuttosto, è scappato a causa della guerra o per catastrofi naturali?”

Il ragazzo di colore prese il mento tra il pollice e l’indice, guardò nel vuoto e si sedette su una pietra. Quale sarebbe stata la risposta giusta?

“Cosa vuoi che ti dica il negro? Non capisce, è sempio.”

“Mi spiego meglio: se lei è un perseguitato, deve fare domanda come rifugiato. Le commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale svolgeranno l'audizione per il riconoscimento dell'asilo entro 30 giorni dalla presentazione dell’istanza e decideranno nei successivi tre giorni.”

“Questa non l’ho capita nemmeno io.”

“Io povero povero, del Burkina. No lavoro là, no cibo. L’anno scorso no pioggia. Io ho solo una cosa: grande famiglia, 14 figli e 3 mogli, 6 sorelle, 7 suocere... Se io non lavoro, loro morire.”

Bella compagnia. Campano tutti sui soldi miei.

“Ragioniere, vedi anche tu che ci racconta balle! Abdul, sei sicuro d’aver fatto bene i conti? Se hai tre mogli, satanasso, come fai ad avere sette suocere? Io ne ho una e mi basta. Sei messo peggio di me. La mia mi rompe sempre i maroni con la gotta…”

“Mi scusi, non divaghiamo, devo guardare sulla mia agenda elettronica, solo un attimo prego. Ecco qui: secondo una relazione dell’ONU il Burkina Faso è uno dei Paesi più poveri al mondo…”

“Tasi, cosa vuoi che ce ne frega a noaltri di queste storie. ’Sto qua el ga fame, sarà libero di guadagnare qualcosa con me.”

“Scusi, Teramo, io interessato”, lo interruppe Abdul. “Come faccio la domanda?”

“Allora, il protocollo prevede che lei la presenti alla Questura della provincia nella quale il richiedente intende avere domicilio. Le verrà rilasciato un documento che certifica la richiesta e la data dell’appuntamento per la verbalizzazione. La domanda sarà vagliata dai funzionari di polizia utilizzando un modello, detto C3, che contiene molte informazioni di carattere anagrafico...”

Ma mi te ciapo pel collo, altro che protocollo. Non vedi da te che il negro non è in grado di fare queste carte.”

“So scrivere”, intervenne Abdul, pensando comunque che il suo paron aveva ragione. “Adesso scusate, devo stendere tappetino per preghiera.”

“Cinque volte al dì col culo per aria. Dimmi te, caro Teramo, se non sono un santo io. Non hanno voglia di lavorare, c’è poco da fare.”

“Aspetti, signor Abdul, le devo dare un consiglio”. Teramo aveva afferrato Abdul per un braccio.

“Dire in fretta, Hallah non aspetta.”

Ha fatto pure la rima il musulmano. Quello che invece deve sempre aspettare son mi. Uno sbraita tiritere al vento, l’altro parla burocratese…Garibaldi non ha unito l’Italia, ha solo diviso l’Africa.

“Quando andrà in questura le conviene consegnare agli atti una memoria scritta, una specie di racconto della propria vita e del proprio stato familiare, comprovato da documenti ufficiali.” 

“Io scappato in Costa d’Avorio. Anche lì solo fame. Allora scappato in Libia. Lì fame e botte. Documenti rubati. Allora preso barca. Questa è storia.”

“La raccontano tutti uguale. Non è meglio che se ne stiano nella capanna, almeno non portano via il lavoro ai nostri tosi.”

Teramo ripose il note-book e infilò la penna nel taschino della camicia. I movimenti bruschi esprimevano un nervosismo crescente. “Se lei è così sensibile alla disoccupazione giovanile, perché non assume italiani?”

“Ciò, e con questi cosa ci facciamo? Vengono dentro casa nostra e i copa le vecie. Meglio che gli diamo qualcosa da fare, così sanno cosa vuol dire faticare.”

Teramo non gli rispose e si rivolse ancora una volta all’immigrato:

“Abdul, un’ultima cosa prima che si metta a rendere omaggio al suo dio di competenza: faccia richiesta di essere ascoltato personalmente dalla Commissione territoriale perché avrà l’obbligo, se convocato, di presentarsi di persona. E, mi raccomando, elegga un domicilio presso il quale saranno inviate tutte le comunicazioni o gli appuntamenti, lo tenga aggiornato, comunichi tempestivamente ogni cambiamento.”

Abdul guardò la campagna attorno e si accorse non sapere il proprio indirizzo. La stradina che portava al rudere era sterrata, passava attraverso il bosco e costeggiava il canale per l’irrigazione dei campi. Non aveva visto nessun cartello che indicasse il nome di quella via.

“Capito tutto dottore. Capito tutto.”

“Non è un dottore, ’gnorante! Cosa vuoi capire tu?”

Il ragionier Teramo strinse la mano ad entrambi. Aveva fatto il proprio dovere, portato le comunicazioni necessarie. Avrebbe fatto un buon rapporto al suo superiore. Tra un po’ lo passavano di settore e sarebbe salito di grado. Magari, chissà, piano piano anche lui sarebbe arrivato a conquistare un posto alle Nazioni Unite. Scivolò sopra un ciotolino, finì con un piede in una pozzanghera e lanciò una bestemmia. Marangon lo osservava, non commentò ma sul suo volto comparve un ghigno di scherno. Poi si girò verso Abdul che stava già seduto sui suoi talloni:

“Tu datti una mossa con 'sto casso de litanie, che devo andare nella stalla a controllare le mucche.”

Si sentì abbaiare poco lontano, poi uno starnazzare di galline. Marangon fischiò al cane, scatarrò e sputò per terra. Si aggiustò il cappello di paglia sulla testa, tirò su i calzoni che gli erano scesi sotto la curva della pancia e si diresse verso la sua Ape.

“Ašhadu an lā ilāh illā Allāh…”

La voce di Abdul si spandeva tra gli steli dell’erba e colorava di pace quel podere sui monti Berici. La sua faccia era rivolta verso la Mecca, il pensiero fermo sui moduli che avrebbe dovuto compilare per aver salva la vita. Il suo cuore riposava all’ombra di un Baobab.

 

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@Cristina Premi invio una volta soltanto, anche se la pagina ci mette un po' a caricarsi.   Se lo premi due volte la carichi due volte...

Ho eliminato il doppione.

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@Cristina @Cristina Ciao Cristina, come promesso mi accingo a commentare. Premetto che il racconto è scritto bene ed è un bello spaccato delle nostre quotidiane realtà poco invitanti. A moralismo e idealismo stiamo a zero, il che è un bene, secondo me, parlando di problematiche complesse e di difficile soluzione. C'è una vena sarcastica, secondo me, che tende a parodiare tutti e tre i soggetti. Bene anche questo. Le successive osservazioni non sono critiche ma piuttosto reinterpretazioni.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“Cosa t’ha detto ieri il teron? Io non c’ho capito niente. Credo che parlasse di diritti e cazzate del genere, ma adesso prendi questa zappa e va a lavorare, non sei pagato per prendere il sole. Lo so che sono le sei della mattina, ma guarda me, che sono il paron. Devi prendere esempio dal sottoscritto e non da quelli come lui, che sono buoni solo a ciacolar”.

Le battute così lunghe e composite, abdicano a mio avviso la loro funzione di dialogo e diventano prosa anch'esse.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“Si, padrone, però Ramadan molto duro.

Non è il Ramadan a essere duro, ma dover lavorare facendo Ramadan. Quindi direi: "Sì, padrone, però lavorare a pancia vuota è molto duro" o qualcosa del genere.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Il contadino sollevò un lato del suo labbro superiore.

Il labbro ha un lato? Forse un angolo mi suona meglio. :umh:

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Eccolo qui, ’sto mona. Non ha niente altro da fare che rompere i coglioni a chi lavora? Da dove viene, da Roma ladrona o ancor più in giù, dove di mestiere rubano allo Stato. Che sono io, perché pago le tasse.

Certo che Marangon è proprio uno stronzo. Se oltre a dirle le pensa pure, mi fa quasi pena.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

E avrò più diritti di loro, che da quarant’anni mi spacco la schiena.

"E avrò pur più diritti di loro." Mi suona meglio.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Ma signor Marangon, è un’altra cosa. Oggi il CARA, di cui sono luogotenente per la provincia di Vicenza, si propone l'integrazione di soggetti aspiranti ad una forma di protezione internazionale.

Questo è il modo giusto di lasciar scivolare le informazioni (y)

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Mi pare frocio.

Mi pare eccessivo anche per Marangon, associare il parlare forbito all'omosessualità.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Ma mi faccia il piacere

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Ma mi te ciapo pel collo, altro che protocollo.

La battuta però suona bene

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

guardò nel vuoto e si sedette su una pietra, pensando a quale sarebbe stata la risposta giusta.

Mi piace di più :)

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Ha fatto pure la rima il musulmano. Quello che invece deve sempre aspettare son mi. Uno sbraita tiritere al vento, l’altro parla burocratese…Garibaldi non ha unito l’Italia, ha solo diviso l’Africa.

Qui ti sei dimenticata il corsivo, che mi pare usi di solito per la voce pensiero.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Non è meglio che se ne stiano nella capanna, almeno non portano via il lavoro ai nostri tosi.”

Punto interrogativo.

 

Un ottimo lavoro, direi. Brava Cristina, o forse dovrei chiamarti "la donna che possedeva una Pontiac" :asd:.

 

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@Cristina Ciao, volevo lasciarti alcune impressioni sul tuo racconto.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“Cosa t’ha detto ieri il teron? Io non c’ho capito niente. Credo che parlasse di diritti e cazzate del genere, ma adesso prendi questa zappa e va a lavorare, non sei pagato per prendere il sole. Lo so che sono le sei della mattina, ma guarda me, che sono il paron. Devi prendere esempio dal sottoscritto e non da quelli come lui, che sono buoni solo a ciacolar”.

 

Bello l'uso del dialetto ed efficace il linguaggio slangato. Però in alcuni punti il dialogo non mi pare del tutto credibile: Ad Esempio "Credo che parlasse di diritti e cazzate del genere", e "Devi prendere esempio dal sottoscritto". In questi spezzoni, c'è puzza di intromissione del narratore :) 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“Ma signor Marangon, è un’altra cosa. Oggi il CARA, di cui sono luogotenente per la provincia di Vicenza, si propone l'integrazione di soggetti aspiranti ad una forma di protezione internazionale.”

Anche questo scambio mi sembra un pochino artificioso.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“Ah, ah, ah, non lo vedi, disgrasià? È nero come il carbon! Sei pure orbo! Mettiti gli occhiali, ne hai bisogno!

Ok che il Marangon è pessimo, però forse qui un pochino esagera, perché non se la prende con il lavoratore africano, ma con l'ispettore.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“Mi spiego meglio: se lei è un perseguitato, deve fare domanda come rifugiato. Le commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale svolgeranno l'audizione per il riconoscimento dell'asilo entro 30 giorni dalla presentazione dell’istanza e decideranno nei successivi tre giorni.”

“Questa non l’ho capita nemmeno io.”

Ahaha, e in effetti.. l'effetto ironico c'è di sicuro, però ho qualche perplessità sulla plausibilità di questo linguaggio. Ok che il tipo è un ispettore, però si sta approcciando con un povero lavoratore africano, potrebbe anche usare un linguaggio più terra terra. Ho capito che la tua è una scelta linguistica voluta, e ci sta, però..

Ecco, senza che continuo a quotare pezzi di racconto come un pazzo, l'idea di base è questa: gli atteggiamenti del Marangon e del ragioniere mi appaiono poco plausibili, MA considerato che trattasi questo di un racconto decisamente ironico, pur se calato in uno spaccato di viva attualità, allora posso senz'altro dire che tali atteggiamenti/linguaggi sono quanto mai azzeccati.

 

Per il resto, la scrittura è molto buona, complimenti! 

Unica cosa, ma è un dettaglio di poco conto, proverei a dare un distacco più netto tra le parti in cui esponi i pensieri di Marangon e quelle in cui a parlare è il narratore.

Per il resto, piaciuto molto :)

 

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@Cristina un bel racconto, che, pur dichiarando già nel titolo i tre diversi punti di vista che si intrecciano nella narrazione, non è mai didascalico bensì un impasto di ironia sapiente e leggera.

Concordo con il Ballardini sul discorso dei dialoghi. Marangon è il personaggio meno a fuoco, probabilmente perché hai potuto appoggiarti con più comodità sui luoghi comuni, mentre il ragioniere, che presentava sicuramente maggiori difficoltà all'origine, lo hai risolto brillantemente. 

Bello il finale.

Sempre un piacere leggerti.

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Povero "falegname" (Marangon è un cognome che deriva da un mestiere: falegname, carpentiere o simili). Mio nonno tenva in cantina " 'l banco de marangon".  Alla fine degli anni sessanta girava una detto; "... la differenza tra un terrone e un pistone? Il pistone va su e giù, il terrone viene su e non torna più giù". I tempi sono cambiati e molti al nord rimpiangono i "terroni".

 

Simpatico racconto, ma ho l'impressione che i personaggi siano puramente strumentali per denunciare una situazione di disagio sociale. In pratica, il racconto è statico e non riesce ad evolversi. Avrei preferito che la storia avesse un suo senso. Sai scrivere, ma questa volta hai presentato un'idea che è rimasta ancora in embrione.

 

A rileggerti.

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Buongiorno Cristina. Ho scelto il tuo testo per il mio primo commento, perché anche io ho scritto un racconto breve che affronta il tema dell'immigrato (anzi, dell'immigrato) anche se in esso ho posto l'accento su un altro aspetto, ossia quello dell'integrazione.

Trovo originale e interessante la tua scelta di inserire, nell'interazione tra i due primi protagonisti, il terzo elemento rappresentato dal "funzionario statale" che, benché connazionale dell'"agricoltore veneto" e pertanto "contrapposto" nella funzione narrativa all'immigrato, rappresenta anch'egli un estraneo nei confronti del primo.

La caratterizzazione dei protagonisti e l'alternarsi dei dialoghi nel tuo narrare, ovviamente all'interno della fisiologica brevità del racconto, connotano efficacemente, sotto un profilo sociologico, l'approccio dei due connazionali verso lo straniero: lo pseudo-xenofobo bonario dell'"agricoltore veneto" e quello utilitaristico del "funzionario statale". L'introduzione dell'elemento sillogistico, rappresentato dal "burocrate" con il quale l'"agricoltore" non sente e non cerca la complicità del connazionale, dell'affine da contrapporre all'identità culturale dello straniero. Al contrario, tale espediente racconta come per l'"agricoltore veneto" il "funzionario" non sia meno alieno dell'immigrato africano, e che nei confronti di entrambi egli provi una diffidenza di fondo (così come per tutto ciò che è altro) mitigata nel rapporto interpersonale per l'effettiva convenienza.

Per quanto concerne lo stile, ne ho apprezzato la precisione del ritmo, nonché l'immediatezza del linguaggio scelto. Se mi è concesso, ed esclusivamente in ordine al mio personale gusto, avrei impostato diversamente l'uso del dialetto: ritengo sia un esercizio molto difficile la narrazione dialettale, pertanto, preferirei che il personaggio popolare si esprimesse sempre nel proprio dialetto (come in realtà fanno gran parte dei miei corregionali veneti) oppure che vi fosse un uso limitatissimo, iconico, dell'espressione dialettale, magari in un intercalare o in poche esclamazioni caratterizzanti.

Grazie Cristina per il racconto, che mi è piaciuto.

Spero di aver commentato nel posto giusto e di non aver esordito con uno svarione. ;)

 

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Errata corrige:

... L'introduzione dell'elemento sillogistico, rappresentato dal "burocrate" con il quale l'"agricoltore" non sente e non cerca... Al contrario tale espediente racconta come...

Bisogna rileggere prima, non dopo... chiedo scusa.

Bella figura di...@Aldo Raccagni

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Ciao @Cristina! Ho trovato molto divertente il tuo racconto... La caricatura del contadino veneto (ma era solo una caricatura o uno spaccato di realtà?) mi ha fatto ridere e ho trovato davvero azzeccate le sue battute... Poi sarà che sono  vicentina ma é stato facile immaginarlo!

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Ho trovato nel tuo racconto alcune cose estremamente irritanti. Pur tuttavia altre cose sono altrettanto fruibili e alquanto piacevoli. Premetto che chi fa questo commento vive nella "Padania" che hai provato a descrivere, insieme al suo "Padanismo". Il racconto sembrerebbe uno spaccato della società veneta odierna così come  l'abbiamo conosciuta attraverso i beceri racconti leghisti. Io però sono un salentino (estremo sud Italia) che vive a Padova e le scene che tu descrivi non le ho mai testimoniate, né nei miei confronti, né di chiunque altro. Inoltre ti confesso di non aver mai visto tanti luoghi comuni e cliché tutti insieme in vita mia, a cominciare dal nome dell'immigrato, evidentemente il primo nome spersonalizzante che viene in mente: "Abdul", d'altronde quale altro nome può avere un immigrato? Non certo Mario Rossi o Charles Brown . Se penso che il tuo racconto parla di una realtà parallela di odio, intolleranza e soprattutto tanta tanta ignoranza...allora lo vedo ben scritto, piacevolmente ironico, e ben inserito nel suo contesto fake. Se invece lo vedo come specchio della realtà sono costretto a contestare i seguenti punti: 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Da dove viene, da Roma ladrona o ancor più in giù, dove di mestiere rubano allo Stato. Che sono io, perché pago le tasse

Gli amici padani della Lega, da quando hanno cominciato a governare nel '94 hanno rubato allo Stato quanto e come gli altri, dalle spese pazze dei consiglieri regionali, alle bustarelle in milioni di lire degli albori, agli sporchi comitati d'affari...i rappresentanti politici dei Padani non si sono fatti mancare nulla in ambito di corruzione. Tanto che in Veneto è ormai scomparso da un pezzo lo slogan Roma Ladrona , la lega ha dovuto cambiare linguaggio e non si sentono più le idiozie tipo "noi vi manteniamo" o cose del genere.

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

Non è meglio che se ne stiano nella capanna, almeno non portano via il lavoro ai nostri tosi.”

Ho a che fare con i tosi veneti ogni giorno per lavoro, ma a me non risulta che  siano particolarmente interessati a fare i lavori che prendono gli immigrati, da che mondo e mondo l'immigrato si accaparra i posti di lavoro lasciati scoperti. 

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“Non è un dottore, ’gnorante! Cosa vuoi capire tu?”

Un atteggiamento così sprezzante, irrispettoso e maleducato mi sembra davvero un'esagerazione. Quasi ti vien voglia di vedere Marangon fracassato di botte. Ma non credo fosse questa la tua intenzione. Alcuni clichè, oltre ad essere tali mi sembrano anche esageratamente marcati. 

Altre precisazioni storico-culturali sarebbero opportune, ma mi fermo qui perché nel tuo racconto ci sono anche cose piacevoli come dicevo:

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

La voce di Abdul si spandeva tra gli steli dell’erba e colorava di pace quel podere sui monti Berici. La sua faccia era rivolta verso la Mecca, il pensiero fermo sui moduli che avrebbe dovuto compilare per aver salva la vita. Il suo cuore riposava all’ombra di un Baobab.

 Molto molto bella quest'immagine, poetica, suggestiva e rilassante. Complimenti!

 

On 11/6/2017 at 22:03, Cristina ha detto:

“E io cosa sono, allora? Lo schiavo son mi. Non sto qua anch’io a lavorare la terra come questi quattro negri? E avrò più diritti di loro, che da quarant’anni mi spacco la schiena. Non ho nemmeno finito le scuole dell’obbligo...”

“Ma signor Marangon, è un’altra cosa. Oggi il CARA, di cui sono luogotenente per la provincia di Vicenza, si propone l'integrazione di soggetti aspiranti ad una forma di protezione internazionale.”

Bello il contrasto netto e tagliente fra l'ignoranza becera che più becera non si può (anche questa un'esagerazione) e il burocratese che non ammette ignoranza...anche in altri estratti salta all'occhio questo elemento, brava!

Mi piacerebbe leggerti su di un tema che non ammette clichè .....che curiosità

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@Aldo Raccagni Buongiorno poliziotto scrittore. Da come commenti, mi sembri un professore universitario, non merito tanto! Grazissime per la tua attenta analisi. @serena.jandra Compaesana cara, la tua foto con i pargoli m'avvicina a te più della terra dove siamo nate. Bello pensare a una mamma che scrive, non mollare!

@Davide Carrozza  

Caro Davide, da mesi non partecipo alla piattaforma di writer's dream ma mi rallegro sempre d'essere letta. Purtroppo gli impegni di lavoro e famigliari mi tengono lontana da questo forum che mi piace tantissimo; appena mi sono liberata tornerò a parteciparvi con lena. Quindi, per quanto riguarda le tue critiche: certo che il racconto è grottesco ed esagerato, come lo sono le barzellette! Mi hai preso troppo sul serio! Leggo nella tua indignazione le parole di un "immigrato" interno che al nord si trova bene e me ne compiaccio. Io ho seguito una strada opposta alla tua: dalla provincia vicentina sono approdata in una Roma bella come una dea e acciaccata come un'accattona artritica. Ma insomma, che dire di quel Veneto che ho malamente rappresentato nel becero Marangon? In realtà lui è sì poco istruito e assolutamente non cittadino, scortese, insensibile e chi più ne ha più ne metta. Ma credimi, quel contadino lo conosco bene e di lui ammiro l'intraprendenza, l'infaticabile dedizione al lavoro, l'esatta congruenza tra quello che dice, pensa e fa. E' un essere dimentico di sé, non conosce intellettualismi, bada al pratico, all'ottenere dei risultati. Non si può disprezzare perché abbiamo tutti bisogno di lui.  E soprattutto non prendiamolo a calci. 

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