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Letiziadilorenzo

TRRRRRRRRRRR TRRRRRRR TRRRRR

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Il trapano mi sveglia alle otto del mattino. Per due dannati giorni a settimana in cui potrei semplicemente vegetare in pigiama tra letto e divano, quella del piano di sotto – mia coetanea –  deve trapanare perché in quell’appartamento sta per venirci a convivere col suo ragazzo. Dio mio, mi sveglio alle sei e un quarto cinque giorni su sette. Allora in questi casi che fai, ti svegli, ti girano le palle, vai a sederti davanti al pc e scrivi. TRRRRRRRRRRR TRRRRRRR TRRRRR, ma è davvero questa la vita che sognavamo? Tutte le mattine sto a ispezionarmi la faccia davanti allo specchio per vedere se mi spuntano le rughe d’espressione. Ogni tanto mi stacco dallo scrimolo un capello bianco, che nervi porca troia. Giusto ieri un liceale mi ha chiesto una sigaretta usando le aberranti parole “scusi, signora”. Signora tusorella, avevo già ficcato una mano nel taschino esterno della ventiquattr’ore perché pure io volevo farmi una paglia, ma in tutta risposta ho detto «non le ho» e ho rinunciato a fumare.

La vicina continua col trapano. Ho solo due giorni a settimana per stravaccarmi, dicevo, e in quei giorni sono condannata al TRRRRRRRRR TRRRRR TRRRRRR? E poi c’è un’aggravante, diamine se c’è un’aggravante: è morta una signora, ieri pomeriggio, in questo condominio. Allora cazzo almeno un giorno, almeno per rispetto del lutto, spegni questo cazzo di trapano e lasciali piangere, spegni questo cazzo di trapano e lasciaci dormire.

Vorrei solo scrivere questa merda, invece mia madre si presenta con un paio di pantaloni nuovi di questi larghi e castigati che vanno adesso «così li metti per l’ufficio». TRRRRRRRRRRRR TRRRRRRRRR. Mi fanno schifo, continuo a zompettare con le dita sui tasti. Dico: «Belli.» Mi fa: «Ma non te li misuri, ma non mi fai vedere come ti stanno?», «Tanto mi entrano.» TRRRRRRRRRR.

Mi giro verso la finestra: Gesù Cristo ha approfittato per mandare il brutto tempo proprio nel weekend. Da lunedì, dice il colonnello Giuliacci, ci saranno trentasette gradi. Vaffanculo. TRRRRRR TRRRRRR.

La mia vita somiglia ad un’inesorabile parabola giunta in fase discendente, spero culmini in uno schianto e non in un’implosione ingloriosa, che almeno c’è più spettacolo. C’è una vecchia canzone dei Baustelle che si chiama Charlie fa surf. Ad un certo punto il cantante fa, con un grido a scatti: “Io- non- voglio- cre-sce-re, andate a farvi foooo- ttere”.

Mi rimbomba in testa da stamattina insieme al TRRRRRRRR.

Ecco, bravo, esatto. Andate a farvi fottere. Le mie amiche non sono del mio stesso avviso: nel giro di un anno si sono messe a sposarsi, figliare, convivere, vestirsi serie anche nel poco tempo libero. Andate a farvi fottere pure voi, ché non abbiamo ancora dimezzato i vent’anni e non mi pare ci sia fretta per fare le cose di chi ne ha cinquanta.

È che ho passato un’infanzia troppo perfetta perché l’idillio proseguisse senza declinare in un’adolescenza di merda, un post-adol confusionario e una prima età adulta dove ti sta strettissimo il ruolo. Prima ci sono stati solo dodici anni di pura pacchia. Se dovessi ricordarmi  di una felicità opprimentemente bella, la collocherei proprio lì, nelle estati al mare con Piero.

 

Erano gli anni novanta, quindi giravano molti più soldi. La gente spendeva e spandeva, e così la mia famiglia. Spendi, spandi, effendi.  Avevo casa al mare, il che significa che tre mesi l’anno, e dico tre mesi l’anno, me ne stavo bellamente in vacanza coi miei nonni. Mia madre mi veniva a recuperare nei weekend, si fermava due giorni e ripartiva, ma non che di lei sentissi particolarmente la mancanza durante quei lunghi lunghi giorni indolenti dal lunedì al venerdì. Mi portava un regalo tutte le settimane, lo agguantavo svelta poi correvo di nuovo a giocare con Piero alla lotta col super liquidator. Ero talmente nera da sembrare una zingarella. Ciao mamma, ciao. Una volta avevamo distrutto un nido di rondini con ‘sto super liquidator, e la signora del resort ci aveva fatto un cazziatone. Doveva ringraziarci, io e Piero le avevamo salvato le villette da tante inutili scacazzate.

Adesso non ricordo di preciso quante fossero le case vacanza di quel quartierino, forse una decina. I ragazzi  grandi stavano sempre a giocare a tennis e ogni tanto cadevano di culo su quella renetta rossa. Io ogni tanto salivo in cima al seggiolino dell’arbitro e mi pareva di scalare l’Everest, perché giustamente ero una nana del cazzo. Volevo solo provare l’ebrezza di stare in alto, poi Piero mi guardava da sotto, mi chiamava e allora scendevo a giocare con lui.

Avevamo anche il campo da bocce e un giardino perfetto tutto palmeti, amache, ombra, oleandri e grossi fiori profumati. Quasi quasi non c’era neanche bisogno di scendere al mare, la vacanza te la potevi fare anche interamente lì, ma noi stavamo sempre a trascinare per il braccio gli adulti. Non potevamo andarci da soli, in spiaggia, ché si doveva attraversare la ferrovia e non ce lo lasciavano fare.

Volevo essere accompagnata alle sei di mattina, perché alle sei c’è la bassa marea e il mare è piatto, l’acqua non è torbida e puoi vedere bene tutti i granchi. I granchi erano la mia missione, nonno lo sapeva. Piero invece mi avrebbe raggiunto tutti i giorni con comodo verso le dieci.

Sì, al mare ci andavo per i granchi, secchiello e retino alla mano. Avevo imparato a sgamarli anche quando si insabbiano, perché gli occhietti si vedono sempre. A quel punto era sufficiente scavare un minimo sotto la sabbia, e quello emergeva e tu l’avevi beccato. Il segreto, se vuoi tenerli in mano, è afferrarli sempre da dietro e mai da davanti. Loro camminano in orizzontale, non sanno avanzare, ma a inchelarti da davanti sono buoni. Non solo: sanno anche catapultarsi all’indietro e pizzicarti comunque, quindi afferrarli di culo non è sempre una certezza, ma è già qualcosa. I più grossi e balordi erano quelli degli scogli, i granchi neri e rossi, quelli se ti agganciano ti mandano al pronto soccorso. Infatti mio nonno non mi ci voleva mai mandare in ispezione per la scogliera, ma io ci andavo uguale. Filippo fu il granchio vivo più grosso mai preso in vita mia, era nero e tutto peli, tondo come un padellino per farci l’uovo e sembrava una tarantola. Gli serviva un nome umano e importante, e allora l’avevo appunto battezzato Filippo.  

Ogni tanto mi chiedo se è ancora vivo. So che è impossibile perché sono passati tantissimi anni e di certo i granchi non hanno vita né lunga né facile, considerando che alla prima mareggiata le onde gli fracassano la corazza. Ma Filippo aveva quell’aria mitica che solo certi mostri marini nati per non morire mai.

Il pomeriggio era tutto cre cre di cicale, la notte tutta lucciole e gelati artigianali con la panna montata. Costo mille lire.

Dopo pranzo mi facevo la doccia col budello che la vecchia del resort usava per innaffiare i suoi piantoni, così facevo prima e prima potevo andare a giocare di nuovo con Piero.

Piero, Piero senti, non ricordo il tuo cognome. Non sai per quanti anni ho provato a cercarti, neppure Facebook è servito. Ricordo solo che eri un bel ragazzetto biondo e magro.

Piero, quel tempo è finito e le estati non somigliano minimamente a quelle che passavamo dalla vecchia Dina. Forse te ora conduci una vita simile alla mia o peggio stai in fabbrica a costruire pezzi e immagino faccia sempre un caldo micidiale. Non sai che darei per sapere se ti ricordi di me.

Se mi incontrassi in giro non mi riconosceresti, perché neppure io riesco a ricollocarmi nelle mie foto da piccola. È che non sai quanto abbia ricercato quelle emozioni così pure, e quanto non le abbia mai più trovate in questo inutile correre a destra e a manca.

Ti auguro ogni bene. E spero che i tuoi vicini di casa almeno il sabato ti lascino dormire.

Ti giuro, non ho mai più visto una sola lucciola nei campi.

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@Letiziadilorenzo Ciao Letizia, piaciuta molto la seconda parte. Quella del Piero, dei granchi e delle lucciole. Bravissima.

La premessa (che però è breve) no. Fa troppo fighetta con le sue cose.

Titolo poco meno che ignobile. Bastava chiamarlo "Ciao Piero", senza neanche sforzarsi.

Sforzandosi un po': "Sono andata a caccia di granchi e di lucciole con te", "Una volta, ho visto le lucciole nei campi"... cose così.

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Ciao Letizia, sono nuovo del forum e il tuo è il primo racconto che ho letto.

Che dire, mi piace il ritmo incalzante e le descrizioni precise ma che non si perdono troppo nei dettagli. Sono d'accordo con il commento precedente, la seconda parte è molto meglio della prima che risulta un po' "fastidiosa", proprio come il trapano alle 5 di mattina ;)

A parte questo, ho ancora in testa "Charlie fa surf", piccolo momento-immedesimazione nella frase che hai citato. 

Nel complesso mi è piaciuto, brava!

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@Letiziadilorenzo

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

Per due dannati giorni a settimana

Dannati, fottuti, maledetti...Ormai questi termini hanno un sapore un po' retrò, però che nostalgia. Dalla foto del profilo sembravi più giovane.:asd:

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

quella del piano di sotto – mia coetanea –  deve trapanare

era davvero necessaria quest'informazione? Anche a costo di creare un inciampo nella frase?

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

Allora in questi casi che fai? Ti svegli, ti girano le palle, vai a sederti davanti al pc e scrivi.

Magari aggiungere qualcosa dopo il punto esclamativo, tipo ovvio, o semplice, qualcosa così

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

è davvero questa la vita che sognavamo?

Perchè plurale? C'è qualcuno lì con te?

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

E poi c’è un’aggravante, diamine se c’è un’aggravante

Le ripetizioni rafforzative a me non piacciono. Tu dirai embè, chemmifrega? era solo così per dire.

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

C’è una vecchia canzone dei Baustelle che si chiama Charlie fa surf.

Questa la metto in catena, appena mi danno il gancio giusto :asd: 

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

Ad un certo punto il cantante fa, con un grido a scatti: “Io- non- voglio- cre-sce-re, andate a farvi foooo- ttere”.

Anche usare i versi delle canzoni per integrare la prosa non mi fa impazzire. Di nuovo chemmifrega? Evvabbè.

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

che tre mesi l’anno, e dico tre mesi l’anno,

ti piacciono proprio, eh? Sigh...

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

Doveva ringraziarci, io e Piero le avevamo salvato le villette da tante inutili scacazzate

questa non la commento. O forse sì: W la merda.

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

A quel punto era sufficiente scavare un minimo sotto la sabbia, e quello emergeva e tu l’avevi beccato.

 

7 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

Non sai per quanti anni ho provato a cercarti, neppure su Facebook è servito ti ho trovato.

 

Condivido i commenti di Stefano in merito al titolo.

Hai stile, non c'è che dire, a parte forse una cazzata (ne dico tante, una più una meno) : rallenta un attimo e lascia decantare, poi ci ritorni su e vedi cosa salta fuori.

oppure fai come ti viene meglio, che è più bello. Ciao (y)

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Un po di nostalgia nella seconda parte poi nulla.

Mi sembra più uno sfogo personale, che non un corto per divertire e stupire. Sei riuscita a farmi ricordare la mia infanzia, o anche i pochi lieti momenti di vacanza da aduto.

In quel senso io lo avrei battezzato "ricordi piero?" o qualcosa del genere.

Non so ... non è il mio genere certamente, ma pultroppo mi ha lasciato molto vuoto e un po di nostalgia.

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:asd: bhe allora ne sono contento, del resto sei una delle poche che riesce con racconti non di fantasia a regalarmi qualche emozione.

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@darktianos

Pensa che io sono fatta al contrario... NON mi piacciono i racconti fantastici A MENO CHE non siano la metafora o la parodia di qualcosa di vero... Che ne so, un mondo fantastico con problemi di burocrazia mi farebbe pensare all'Italia e cose così :D considera che a me piace il verismo come corrente letteraria, per lo meno nei temi, poi lo stile può anche essere "delirante".

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16 ore fa, Letiziadilorenzo ha detto:

NON mi piacciono i racconti fantastici A MENO CHE

 

Vi ricordo di attenervi al regolamento, per cortesia. La formattazione diversa da quella regolare (compreso il tutto maiuscolo) è consentita in Officina solo quando è funzionale ai racconti.

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Ospite

@Letiziadilorenzo Ciao. :) Ho letto il brano. Interessante il senso di nervoso che trasmette la prima parte della narrazione. La sincerità nell' uso di parole comuni come Porca troia e altro ancora. Iltabù della parolaccia qui non lo sento. E per me è un bene. Però :

la parola che mi viene in mente leggendo la prima metà di questo brano è : sospensione: Sospensione dell'incredulità. Mi spieghi perché se nella realtà il Trapano esisteva e magari ti ha fatto da innesco per scrivere questa storia, tu debba metterlo per forza nel racconto? Per i miei gusti, danneggia la narrazione. Andando avanti, butti tanta carne al fuoco. E il lutto e la madre e tutto il resto. Sei forse stata troppo dispersiva, a mio avviso. Il trapano rompe la Sospensione dell'incredulità. E il frullato di personaggi impantana la storia, per i miei gusti. Vediamo cosa posso consigliarti: se non conosci Murakami Haruki, ha scritto un racconto intitolato La lucciola. Magari non c'entra nulla, ma fossi in te gli darei una occhiata. Inoltre, Antonio Moresco ha scritto un racconto lungo intitolato La lucina. Leggerei pure quello. Ecco tutto. :)

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Ciao :)

Secondo me, i due paragrafi sono parti di due racconti diversi. Tutte e due sembrano uno sfogo personale, come ti ha già detto qualcuno sopra, e non credo che sia utile l'uno all'altro: forse mentre in testa la protagonista ha il trrr trrr, le viene in mente anche Piero - e ci può anche stare, il nostro cervello è complesso :D - ma allora perché dividere in due il racconto invece di farne uno singolo, con piero e trr trr sulla stessa onda di lettura?

Ti risparmio le singole piccole correzioni: ho visto che nei commenti precedenti hanno già provveduto altri lettori (e sono d'accordo con le loro correzioni).

Può andare come diario, ma secondo me non come racconto per un pubblico che inizia a leggere per essere trattenuto. Mi dispiace, ma non mi è piaciuto molto.

 

 

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Ehilà!

 

Ovviamente sono arrivato qui per via del titolo, quando cercavo qualcosa da commentare. Quindi sì, il titolo è fastidioso come una trapanata il sabato mattina ma funziona, per attirare l'attenzione.

 

Nella prima parte, per i miei gusti, c'è troppo nervosismo psicotico incazzoso, al punto che la protagonista riesce a starmi antipatica. Capisco che fa caldo, che sta invecchiando, che stanno trapanando alle otto del mattino, ma secondo me hai calcato un po' troppo la mano. Espressioni come "vorrei solo scrivere questa merda" mi paiono un po' eccessive. Vorrebbe dormire, ma stanno trapanando, quindi si sveglia. E se non trapanassero? Si sveglierebbe lo stesso, in quanto la madre viene a portarle i pantaloni. Mmmhhhh... Visto il livello di incazzosità della protagonista, poi, me la vedrei di più ad andare a prendere a pugni la vicina. A meno che non sia una repressa che si sfoga solo scrivendo (probabile). 

 

La seconda parte funziona bene, ma soprattutto per via dell'effetto nostalgia, che non tradisce praticamente mai. Mi sa che sono grosso modo coeataneo con la protagonista, e col superliquidator ci giocavo anch'io. La verità, mi sa, è che basta mettere insieme qualche immagine sui bei tempi che furono per risvegliare quella parte nostalgica che c'è in tutti i nostri cervelli e provocare un rilascio di endorfine generale. Facile.

 

Detto questo, secondo me ci sono parecchi spunti che mostrano che sai scrivere più che bene: le cose sono raccontate piuttosto bene, ci sono tanti piccoli spunti che fanno sembrare la storia più "vera", rendendola qualcosa in più rispetto a un semplice sfogo incazzoso seguito da un po' di memorie nostalgiche: la signora che è morta nel palazzo, le spiegazioni sui granchi e specialmente Filippo, davvero un'aggiunta simpatica. Insomma, togli un po' di nervosismo e sfrutta un po' meno l'effetto nostalgia, poi secondo me sai scrivere molto bene. 

 

Mi sembra comunque più un frammento che altro: che è successo a questa tizia per transformarsi dalla bimba felice che era in questa nevrotica?

 

In ogni caso ammetto che alla fine mi viene da prenderla per le spalle e scuoterla avanti e indietro dicendole: "ma piantala di lamentarti e muovi le chiappe, prima che sia troppo tardi!"

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